La Fenice

 

 

BREVE BIOGRAFIA DELL'AUTRICE

Aurora Prestini nasce a Milano il 18 aprile 1953, vive e lavora a Venezia, di cui ha rielaborato la storia in chiave magico-pagana, immaginando che l’antica dea Venere ci viva ancora; il tema ha già ispirato:
 RIFLESSI... una storia scritta sull'acqua pubblicato da Filippi nel 1997
ADRION CERCA NEZIA... una storia d'amore  “ da Il Filo nel 2008

In fase di prevendita
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CAROLA
di Aurora Prestini
(supplemento alla rivista La fenice n. 5.09)

S. PIETRO DI CASTELLO: Marzo 965

Gli abitanti di San Pietro in Castello non avevano bisogno del canto del gallo per svegliarsi: alle prime luci dell'alba il notaio intonava il suo "mattutino". Era un uomo burbero, di sani principi, trovava sempre qualche cosa per cui rimproverare il giovane presbitero che gli faceva da segretario e talvolta, nelle mattine d'estate, quando tutte le finestre erano aperte, si sentiva anche la vocetta di quest'ultimo esporre ragioni che nessuno capiva. Allora tutti dicevano che non sarebbe mai diventato un notaio, perché non aveva abbastanza voce.
Quel mattino le litanie erano iniziate particolarmente presto ed avevano rapidamente varcato la barriera delle imposte e degli usci chiusi, per diffondersi nella caligine azzurrata d'un marzo particolarmente rigido. Il motivo di tanto scontento era la presenza di un nuovo scriba che, a detta del padrone, lavorava malissimo.
– Gli scrivani devono essere ignoranti – tuonava la voce baritonale – non possiamo certo rischiare che divulghi i fatti della gente ai quattro venti! –
Il presbitero invece univa ad un innato orrore per la gente rozza, la convinzione che copiare segni sconosciuti fosse una fonte certa d'errori d'ogni tipo e citava San Benedetto: "Claustrum sine armario est quasi castrum sine armamentario", anzi, avrebbe ardentemente voluto farlo, ma la parola "claustrum", da sola, provocava un travaso di bile nel suo interlocutore: – Questo non è un convento! – strillava a pieni polmoni – Credi che non sarei più felice anch'io di miniare bei codici, invece di stendere questi maledettissimi contratti per gentaglia litigiosa? Ma vivo di questo, purtroppo! È la mia croce, che sopporto con serena fermezza! Il contratto ed il testamento richiedono buone lettere posate, chiare a tutti, non graffiate in qualche modo da un intellettuale distratto! Guarda, guarda il lavoro del "tuo" Basilio... –
A dire il vero l'apprendista in questione dipendeva dal notaio, ma diventava proprietà personale del segretario ogni volta che faceva qualche malefatta. – Sembrano appunti su tavolette di cera, non scritti su pergamena! Queste lettere sono... sono anitre spaventate! –
A questa similitudine Nicolò, che da un pezzo se ne stava immobile sulla porta, scoppiò in una franca risata, palesando la sua presenza.
I due uomini considerarono con stupita attenzione la sua figura alta e magra ed i capelli lisci e corvini, poi il notaio chiese con aria critica: – Tu sai scrivere? –
– Solo in greco. – rispose compunto Nicolò, provocando una nuova crisi nel suo collerico interlocutore.
– A che cosa pensi che serva qui il "tuo" greco? – iniziò, ma fu presto interrotto dal segretario, che tirandolo per la manica, gli fece notare che non si trattava affatto d'un nuovo apprendista, ma di un cliente: il figlio di Caloianne.
– Il suo bastardo, per l'esattezza. – replicò con impietosa fermezza Nicolò.
A questo termine il notaio si calmò di colpo, come se avesse inteso, al contrario, un titolo onorifico dei più rari e s'inchinò con umiltà eccessiva al nuovo venuto: – Permettimi di correggere il tuo errore! – disse con grande deferenza – Le nozze di tuo padre con la nobile greca tua madre erano perfettamente legittime e solo perché la tua povera genitrice è morta nel darti alla luce, tuo padre ha deciso, col cuore straziato, di prendere di nuovo moglie. –
Teneva molto a questa versione dei fatti, perché l'aveva inventata egli stesso, anche se preferiva usare la formula notarile "completata e corroborata".
Vent'anni prima, quando Caloianne era tornato a Venezia con questo figlio naturale a cui, inspiegabilmente, teneva tanto più degli altri, aveva pensato, come tutti, che fosse proprio una sciocchezza portare quella piccola vipera nel nido dei biondi, quieti figli della bella Sërinde, ma, contrariamente al resto della città, era del parere che l'unica che avesse un debole diritto di protesta fosse appunto Sërinde, che invece aveva accolto il bimbo a braccia aperte.
Dunque s'era inventato questa storia decente per ammantare il tutto d'una certa ortodossia, scrivendo di suo pugno un contratto nuziale risalente più o meno alla data del concepimento. Aveva la coscienza pulita, perché era convinto che la piccola bugia non avesse danneggiato nessuno ed ora non capiva proprio che cos'avesse la gente da chiacchierare tanto.
Nicolò era un uomo ormai e gli stava davanti, indomito e fiero com'era stato suo padre, sempre attivo e sempre in lotta contro qualcuno, ma con una componente di sofisticata furbizia che Caloianne, certo, non aveva.
Doveva essere il sangue greco.
In ogni caso non era certo un uomo da inimicarsi a cuor leggero.
– Mio padre – replicò duro il ragazzo – ha saputo della morte di mia madre quando io avevo sei anni e decise allora di portarmi qui con se'. Ma a quel tempo era già sposato con Sërinde, che gli aveva generato la piccola Carola. –
Che cosa voleva da lui quel giovane pazzo? Gettare lo scandalo sul genitore che lo aveva adorato e che era morto da prode in uno scontro coi Saraceni/Normentani? Nonostante si fosse imposto la calma, il notaio ebbe un moto di disappunto: – Niente affatto! – esclamò con calore – Tuo padre ha deciso di portarti con se' quando hai avuto l'età d'intraprendere il viaggio... ma la notizia del lutto gli era pervenuta prima, molto prima... lo so bene, perché... sono stato io a leggergli la lettera... – Negli occhi neri di Nicolò sfavillò una scintilla di ridente malizia: – Leggi il greco, notaio? – L'altro si confuse ed il segretario, fino allora muto e spaurito, intervenne pronto: – Veramente è stato il sacerdote che aveva assistito la tua povera madre a darcene notizia... tra sacerdoti, come sai, si usa sempre il latino! – Notaio e segretario erano infatti sacerdoti. Nicolò mirò per un attimo le loro lunghe vesti nere con cuore gonfio di obiezioni, ma preferì sorridere amaramente, mentre osservava: – Non a me, ma ai miei fratelli dovreste dire queste cose! – Il notaio sorrise, sinceramente sollevato. Il giovane non aveva perso dunque il rispetto per suo padre, ma era stato accusato dai fratelli di secondo letto... questo era tanto più naturale! E provava inoltre l'eccellenza del suo ministero! – Io posso provarti tutto ciò che ho detto! – esclamò trionfante e non mancò d'aggiungere, rivolto al segretario: – Vedi a che serve una scrittura posata e ben fatta! "Hæc cartula in perpetuum permaneat"! – La sua voce s'era fatta solenne ed il segretario approvò commosso, ma Nicolò scosse la testa: – Grazie – rispose educatamente – non occorre! Non è per questo che sono qui. – e davanti allo sguardo allibito dei due uomini s'affrettò ad aggiungere: – Non mi interessa dimostrare più niente ai miei fratelli... io parto. Ho intenzione di tornare nella mia terra d'origine e di prendervi moglie. – Sottolineò con straordinaria enfasi quest'affermazione, come se qualcuno avesse affermato la sua incapacità di consumar matrimonio. I due sacerdoti si scambiarono un'occhiata perplessa: le chiacchiere che circolavano erano esattamente volte in senso opposto: e d'altra parte assomigliava a suo padre... ma queste considerazioni furono fugate dall'incalzare del discorso di Nicolò: – Prima di partire, tuttavia, intendo trasmettere a Carola tutti i beni ereditati. – Fu proprio un fulmine a ciel sereno, tanto più improbabile in quanto fuori, traslucida e perlata, si levava la tenue aurora di marzo, preludio ad una giornata forse un po' uggiosa, ma certo non di temporali. Evidentemente il giovane greco covava una tempesta cupa dentro di se' e ne aveva portato i foschi umori nella povera stanza. – Signore – belò paziente il segretario – non è possibile che una donna sia l'intestataria di tanti beni... se solo la dolce Carola ci accordasse la grazia di sposarsi... – A quest'ipotesi Nicolò trasalì, impallidendo, come se gli fosse stato proposto un sacrilegio – Mia sorella intende farsi monaca! – esclamò vivamente – Solo la necessità di provvedere ai suoi fratelli minori la tiene ancora legata a questo mondo... e d'altra parte era il motivo per cui io stesso rimandavo la partenza, questo – sottolineò di nuovo – dovere e nient'altro! D'altra parte ho capito che i fratelli di Carola non mi amano. Chissà... forse è naturale per loro considerarmi un estraneo... ma io non reggo più la convivenza, voglio partire... e non mi fido assolutamente di loro. Essi spoglierebbero Carola ed anche la piccola Cecilia... no, no, dovete dare tutto in mano a lei. È il vostro mestiere, no? Siete pagati per questo! Ci deve essere un modo... – nel dire queste ultime parole la voce gli si incrinò appena, come se fosse sul punto di piangere, nonostante la sicurezza ostentata fino allora. Per la seconda volta il segretario intervenne: – Forse un modo c'è! – suggerì con un sorriso amichevole, attirato da quella sofferenza nascosta e sopportata fermamente – Chiedi a tua sorella in quale convento desidera prendere il velo e fai una donazione dei tuoi beni ad esso. Certificheremo, in cambio, l'impegno di provvedere ai tuoi fratelli in tutte le loro necessità e di dare una dote conveniente alla piccola Cecilia. – Nicolò non era soddisfatto, ma parve placato da quest'ipotesi: – Pensate bene – disse – forse questa può essere la strada, ma dovete percorrerla fino in fondo. Carola dev'essere la padrona assoluta della casa, finché dovrà restarvi... – Il notaio s'illuminò d'un tratto: – Non hai forse una zia materna nel convento di Santa Cecilia, a S. Cassiano*? – chiese ispirato. Il fatto che il giovane non ne sapesse nulla non lo turbò affatto. Era anche fin troppo evidente che una sorella della seconda moglie di suo padre non aveva un legame di sangue con lui e certamente aveva preso il velo prima che Nicolò arrivasse in città, ma egli sapeva bene di che cosa stesse parlando: – Non è certo per caso, – insisté – che la vostra matrigna ha deciso di chiamare Cecilia l'ultima nata... ora una donazione come quella che tu sei disposto ad elargire, farà salire di molto la fama della virtù di questa vostra parente... –
Ora il ragazzo sorrise, sereno: – Benissimo – concluse – dono ogni mio avere al convento di S. Cecilia a patto che la sorella di Sërinde sia subito nominata badessa! –
I due sacerdoti impallidirono.
– Figliolo – intervenne pronto il notaio – questo è peccato grave di simonia... nessuno a nessun prezzo può imporre ad un convento la scelta d'una badessa! –
Gli occhi neri di Nicolò tornarono ad esprimere i più foschi sentimenti ed invano il segretario s'affannava a spiegare, con la sua vocetta fessa, decisamente inadatta ad un vero notaio, come una madre badessa dovesse esser dotata di virtù di natura esclusivamente spirituale, quando il notaio, con la sicurezza abituale, prese nuovamente la parola: – Virtù che certamente non mancano alla monaca in questione! – esclamò.
A queste parole il segretario tacque confuso e restò in attesa, mentre il notaio, con voce al tempo stesso autoritaria e suadente, spiegava a Nicolò: – Una richiesta come quella che tu hai espresso non si può riferire in nessun modo, ma di solito, dopo un lascito di questo genere, la scelta cade del tutto spontanea sulla parente del donatore, che essendosi mostrata utile strumento della Provvidenza Divina, è certamente la persona più adatta al grande compito di formare le giovani novizie. D'altra parte, se ciò non dovesse accadere, sono personalmente molto amico del confessore di quelle buone monache e da uomo a uomo, anzi, da sacerdote a sacerdote, gli chiederò di far rifulgere le virtù che certamente tua zia possiede, in modo che le consorelle non possano non notarla. –
Finalmente il volto magro di Nicolò s'illuminò d'un pallido sorriso: – Ho fatto bene a parlarne a voi! – osservò, finalmente soddisfatto e lasciò loro un sacchetto di monete d'oro, a puro titolo d'anticipo, promettendo di tornare presto.
Uscì correndo come se fosse inseguito, balzò felino nella barca legata sotto alla casa del notaio, mollò la cima e, senza prendersi il disturbo di sollevare il remo che giaceva sul fondo, cominciò dar poderose spinte a pali, barche ferme, sporgenze della riva, tutto ciò che aveva l'avventura di costeggiare il canale, facendo scivolare velocemente l'imbarcazione verso l'uscita. Fin da piccolo, nella sua infanzia passata tutta sul mare, suo padre gli aveva insegnato a sfogare nel moto fisico i cattivi umori, che di tanto in tanto gli opprimevano il petto, cupi come i suoi capelli corvini. Forse qualche cosa del colore dei capelli penetra nello strato più superficiale della mente, perché Sërinde e Carola, al contrario, erano bionde e quiete!
Uscendo dal canale la barca arrestò un poco la sua corsa e Nicolò fu costretto a porre il remo in acqua. Il suo sguardo percorse tutt'intorno quel paesaggio grigio di primavera in ritardo, in cui persino il verde tenero dell'erba nuova e delle prime gemme acquistava una nota argentata ed incolore, come se gli alberi non avessero un'esistenza propria, ma sorgessero dall'acqua, insieme alla nebbia. Cielo e mare erano bianchi, d'un chiarore appena ombreggiato da una nota di grigio... o forse di celeste. L'unica cosa che distingueva il cielo dall'acqua era il riflesso mobile del sole che s'affacciava a tratti dalla foschia; anche il sole era bianco ed i suoi riflessi sembravano argento liquido che avvampasse come un improvviso incendio sull'acqua, ma senza alcun calore.
Nicolò trasse un profondo sospiro: non aveva mai pensato d'amare quella terra fredda ed ostile ed era stato felice ogni volta che s'era messo in viaggio, ma ora l'idea di partire per sempre toglieva alla terra greca tutto il suo fascino. Ecco, aveva l'impressione netta che la sua anima fosse ancorata a quelle isole per qualche arcano incantesimo e che non si sarebbe mai allontanato sul serio. O almeno non del tutto.
I suoi ricordi, per esempio, arrivavano fino al giorno in cui era arrivato dal mare, con suo padre e non riuscivano a spingersi più lontano, nemmeno di un giorno.
Nessuna immagine di sua madre o della sua prima casa era rimasta ferma nella sua memoria, come se la vita fosse iniziata soltanto allora...

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San Marco, 7 settembre 956

Man mano che la nave abbandonava le acque azzurre del mare per addentrarsi in quelle verdi della laguna la sicurezza lieta di suo padre pareva scomparire, come nebbia al sole. Paragone quanto mai inadatto poiché la nebbia, al contrario, andava aumentando ed il cielo, da azzurro, s'era fatto d'un celestino pallido e lattiginoso: le isole, gialle per l'autunno imminente, affioravano immobili e mute come fantasmi e scivolavano lentamente accanto al dromone che procedeva inesorabile verso il porto sconosciuto.
Nicolò spiava ogni cosa con grande attenzione, per scoprirvi la causa del malumore che aveva lentamente trasformato l'uomo allegro e vigoroso con cui era partito in un essere muto e torvo. Ma per quanto effettivamente l'atmosfera fosse plumbea e nebbiosa, non gli pareva proprio che valesse la pena di soffrire così. Di nuovo tirò suo padre per una manica e s'offrì di cantare qualche cosa, accompagnandosi col salterio d'argento che aveva ereditato da sua madre: uno strumento di squisita fattura che egli, per quanto ancora bambino, sapeva suonare egregiamente, ma ottenne solo un cortese, ma fermo rifiuto.
Era cominciato tutto quel mattino, quando il capitano, distrattamente, aveva detto: – Caloianne! – tua moglie lo sa che torni con un figlio? –
Per tutta risposta suo padre l'aveva stretto a se' dicendo: – Il mio piccolo cucciolo! Non sa neppure che cosa sia una moglie! –
Egli se n'era giustamente risentito: – Se permetti, padre, – aveva risposto rispettoso, ma sicuro – so benissimo che una moglie è una donna! –
I due uomini erano scoppiati a ridere ed il capitano aveva aggiunto: – Senti, Caloianne? Tuo figlio ne sa più di te! –
Ripensandoci, il malumore di suo padre risaliva certamente a quel momento. Forse la sua risposta l'aveva mortificato. Probabilmente avrebbe avuto piacere di spiegargli di persona che cosa fosse una donna... già, anche in mare ci teneva tanto a saperne più di lui su tutto. Tuttavia, l'incidente pareva sproporzionato all'effetto.
Avrebbe potuto, adesso, spiegargli qualche cosa di quella strana città, che sorgeva piano dall'acqua, con case di legno ferme sul mare come grandi barche e rive di paglia con le reti stese ad asciugare, invece di starsene isolato sul ponte in silenzio. Fu un marinaio ad avvicinarsi a lui: – Quella in bianco – disse indicando una donna velata che attendeva, insieme alle altre, sulla riva – È Sërinde, la moglie di tuo padre. –
Nicolò sentì il cuore che batteva forte nel petto, mentre guardava – Ma veramente – osservò – le donne sono due! –
Il marinaio rise forte: – Donna... quella marmocchia! Ne deve mangiare, di farinata, per diventare una donna! –
Pensò che l'uomo avesse torto: le due figure sulla riva si differenziavano soltanto per la misura. La piccola aveva lo stesso atteggiamento, la stessa espressione, lo stesso mantello di lana drappeggiato morbidamente attorno al volto, come se fosse intessuto di nebbia... Quando si avvicinarono si perse in quegli occhi color dell'acqua, che non aveva mai visto prima e dimenticò completamente i malumori di suo padre e tutto quello che, fino ad un attimo prima, costituiva tutto il suo mondo.

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Da allora sempre, tornando, aveva ritrovato Carola ad aspettarlo, ferma sulla riva di paglia, ammantata d'azzurro o di verde, pallida, silenziosa ed immobile come se fosse sorta un attimo prima dal mare. I suoi grandi occhi rotondi avevano lo stesso colore dell'acqua. Ricordava il giorno in cui l'aveva vista con la piccola Cecilia, che non le somigliava affatto, perché, unica tra i figli che Sërinde aveva partorito, era bruna come suo padre. Eppure da lontano l'immagine era identica a quella del primo giorno e gli aveva dato l'impressione esatta dell'eterno fluire del tempo... quello che i preti chiamavano eternità.
Effettivamente c'era qualche cosa di atemporale, se non proprio d'eterno, in quel continuo andare e venire per mare che, dalla morte di suo padre, aveva scandito i suoi giorni e non avrebbe mai pensato di cambiare la propria esistenza, fino ad allora.
O meglio, volendo essere precisi, fino alla notte che era appena trascorsa... Aveva già consumato diverse candele, nel tentativo di riordinare i conti di casa, senza riuscirvi. Non che sospettasse di qualcuno tra i suoi fratelli, che erano tutti bravi ragazzi, ma li sapeva infantili e disordinati e poi tutta l'amministrazione in patria, per quanto gli seccasse doverlo ammettere, mancava di quel rigore che caratterizzava il mercato greco. Già, già, non gli sarebbe piaciuto vivere sotto il governo di una donna e sapeva che Niceforo Foca, a dispetto del gran valore dimostrato in battaglia, era una creatura dell’imperatrice Teofano, bellissima, intrigante e corrotta... ma per ciò che riguardava le finanze si aveva una chiarezza che qui mancava.
Il sale, in pratica, non era ancora stato pagato. Chi aveva dato in pegno un gioiello di famiglia, chi un terreno arabile lontano, che era completamente impossibile mettere a frutto... in quel momento sentì una barca "attraccare" nella riva di casa. Non si scompose: Bastiano era un uomo fatto ed aveva tutto il diritto di passare la serata con chi volesse, tuttavia, poiché il fratello invece di ritirarsi in camera lo raggiunse, certamente invitato dalla luce fioca della candela, lo apostrofò con quella durezza che le vicende degli ultimi anni gli avevano reso abituale: – È ora di finirla, Bastiano, – esordì – non puoi accettare qualsiasi cosa in cambio del sale, perché ci sono beni di cui non possiamo pretendere l'usufrutto senza cadere in peccato grave! E non esagerare mai col grano, perché con l'umido dei nostri magazzini si deteriora facilmente, mentre se tu mi procuri delle pelli io posso tranquillamente rivenderle... – si interruppe sconcertato dal silenzio del fratello, che di solito lo interrompeva sempre. Alzò gli occhi sulla figura che si era seduta di fronte a lui, sullo sgabello che fronteggiava il tavolo e quasi non lo riconobbe, tanto era pallido e tirato: – Che succede? – chiese preoccupato.
– Ursiola è gravida! – rispose torvo; egli realizzò che la ragazza in questione fosse la sua amante, ma non riuscì a capire bene chi fosse e si trovò a domandare: – Quale Ursiola? – Non poteva sortire effetto peggiore: suo fratello lo guardò esasperato: – In che mondo vivi? – inveì – Faccio l'amore con lei da più di un anno e suo padre, Filippo... –
Ora Nicolò ricordava: una famiglia prosperosa e tranquilla, che abitava una bella dimora in mattoni cotti e candida pietra d’Istria, un po' lontana dall'acqua e pagava loro un diritto di transito per il rivo che scorreva sotto casa. In compenso avevano una bella vigna e magazzini asciutti dove spesso avevano conservato delle partite di grano anche per loro. I ragazzi erano cresciuti insieme ai suoi fratelli e non ricordava che Ursiola fosse andata sposa a nessuno, quindi non riusciva proprio a comprendere il problema: – Se la ragazza ti piace prendila in moglie. – propose allegramente – Carola e Cecilia saranno certo contente d'avere un'altra donna in casa. –
Bastiano non pareva pensare in questo modo, perché lo guardò con un odio sincero: – Prendila! – ripeté ironicamente – Oh, sei generoso davvero! Credi che non ci abbia pensato anch'io? Credi che mi diverta a vederla di nascosto come un ladro? Ma non me la danno! –
Questo fatto suscitò in Nicolò una certa meraviglia: – Davvero non mi spiego perché! – commentò con sincero stupore – Se vuoi parlerò io stesso con Filippo... –
Ora l'odio che accendeva gli occhi di suo fratello non aveva più limiti: – Gli parlerai tu! – ripeté canzonatorio – Oh, povero innocente! Davvero non sai spiegarti perché non ci vogliono come parenti? E già, può essere! Tu non ti fermi abbastanza a lungo, perché le chiacchiere dei vicini possano ferirti! Tu fai i tuoi comodi e poi te ne vai! –
Nicolò non era abituato a quel tono e per un attimo considerò attentamente la possibilità di chiudere la conversazione assestando un bel pugno sul naso di suo fratello, ma un senso di compassione per le sue inspiegabili sfortune amorose lo trattenne, tanto che si limitò a rispondere: – Non capisco proprio a che cosa tu ti riferisca. –
– Davvero? – lo rimproverò furente Bastiano – Credi forse di andar per mare con degli sconosciuti, credi forse che le tue avventure con le più belle donne greche non facciano il giro di tutta la città? –
Al colmo dello stupore, Nicolò pensò che suo fratello fosse impazzito: – Non c'è nessuna legge, credo – osservò – che proibisca ad un marinaio, dopo mesi di mare... –
Un riso convulso lo interruppe – No, no, la legge non lo proibisce, anzi, non conosco governo che non ci ricavi il proprio guadagno. I porti son pieni di donne facili! Ma gli altri, prima o poi, sposano anche una donna delle nostre o, se non possono fare a meno della schiava, ne comprano una e la portano a casa. Perché non è successo anche a te, fratello? Per quale strana magia, tornando a casa, diventi casto come un eremita? Il clima umido raffredda il tuo sangue greco? –
Francamente Nicolò non s'era mai posto quel problema, ma visto che Bastiano ne parlava per primo, attribuendovi tanta importanza, rispose allegramente – Credo che sia perché qui sono in famiglia! –
Si accorse subito d'aver dato la risposta sbagliata, ma non ne realizzò il motivo, finché Bastiano non sibilò: – Si certo, in famiglia! Come il buon Marcello! –
Ricordò allora una vicenda che aveva fatto scalpore qualche anno prima: era la storia di due fratelli, Marcello e Nezia. Carola era molta amica della ragazza ed aveva pianto un fiume di lacrime alla sua morte, ma egli neppure allora era riuscito a capire chi fossero. Comunque correva voce che i due ragazzi fossero amanti e poiché Nezia era promessa sposa ad un uomo molto facoltoso, questi aveva minacciato un grande scandalo. Allora Marcello, per risparmiare questa vergogna a sua sorella, s'era fatto monaco, rinchiudendosi per sempre in un convento. Il suo sacrificio era veramente servito a poca cosa. Il matrimonio era stato celebrato con grande sfarzo, ma subito dopo la sposina era caduta ammalata e nessun medico era riuscita a salvarla. Aveva ancora nelle orecchie i singhiozzi di Carola: "Quelle chiacchiere l'hanno uccisa!" gridava disperata "Povera piccola Nezia! Immaginarla capace d'una cosa così mostruosa!"
Possibile che quelle stesse chiacchiere corressero su di loro?
Per la prima volta in tutta la sua vita, Nicolò non sapeva che cosa rispondere. Non pensava a se stesso e non gli importava nulla che suo fratello sposasse quella sciocca Ursiola, ma era sconvolto all'idea che qualcuno potesse pensare a Carola senza venerazione e stima. Già il fatto di parlar male di lei era inconcepibile, ma addirittura pensare che Nicolò fosse colpevole d'un peccato così ripugnante... – Tra me e Carola non c'è niente. – rispose alla fine, con un tono da vinto che gli fece male al cuore.
Bastiano ebbe un ghigno cattivo, mentre rispondeva: – Lo credo bene! Non ti perdo d'occhio un solo momento quando sei a casa e se esco Cecilia ha il preciso ordine di chiudersi a chiave nella camera che condivide con la sorella. Se avessi avuto il benché minimo sospetto che quel che dice la gente fosse vero, questa sera non sarei venuto a parlarti, ma ti avrei semplicemente ucciso con le mie mani. – parlò con dolcezza e semplicità, come se l'odio che riteneva giusto dover provare fosse un sentimento abituale e condiviso, tanto che proseguì: – Ma anche se siamo tutti schierati per impedirti di compiere questo abominio l'opinione pubblica è contro di noi: la tua ostinazione a non prender moglie, accompagnata dall'ostentazione di virilità fuori casa, ha convinto tutti, irrimediabilmente, che ci sia qualcuno, qui, che appaga i tuoi istinti. Parlare a Carola è impossibile: la sua perfetta castità ne ha fatto una creatura fuori dallo spazio e dal tempo. Se solo immaginasse che cosa si dice sarebbe capace di morire dal dispiacere, come quella Nezia, appunto! Ciò non toglie che in realtà ella non abbia più la benché minima speranza di trovare un partito anche solo onesto! –
Immobile come una statua Nicolò pensava che Bastiano fosse purtroppo nel proprio diritto, perché fratello germano di Carola e non un bastardo riconosciuto più tardi, come lui e pertanto subì senza interrompere la lunga sequela d'accuse, ma quando sentì parlare della difficoltà di trovare un marito intervenne con veemenza: – Questo non ha nessuna importanza! – esclamò – Carola vuol farsi monaca! –
L'altro rise beffardo! – Monaca?! – ripeté sghignazzando – Ma davvero? Pensi che esista un solo convento che sia disposto a prenderla? –
Per un attimo contemplò con voluttà la prospettiva concreta di strangolare quell'uomo con le proprie mani, poi si ritrovò ad ammettere che quella reazione avrebbe alimentato a non finire chiacchiere e sospetti. Ritrovò dunque la calma ed osservò: – Hai preso precauzioni ridicole ed inutili, fratello. Nessun uomo sano penserebbe mai di far l'amore con una ragazzina che gli è cresciuta a fianco, neanche se la Chiesa lo permettesse... quanto a me, non provo altro che un sincero affetto fraterno per "tua" sorella. –
Sottolineò volutamente quel possessivo, come per dire che la sua condizione di figlio naturale non gli pesava affatto, anzi, provava una certa fierezza, da sempre, all'idea di non essere uno di quei bambini rossicci, dalla peluria bionda, che la gelida Sërinde partoriva serenamente ogni anno, dopo esser levitata pian piano come una pagnotta, a nove mesi esatti dall'arrivo del suo signore.
– Se son rimasto così a lungo – riprese poi, sempre più distante – è solo perché nostro padre, morendo, vi aveva affidato a me. Io sono l'unico, se ben ricordi, che egli si sia portato appresso fin dalla prima infanzia! In ogni caso se il mio sacrificio è incompreso fino a questo punto lascio tutto e vado a stabilirmi nella mia terra d'origine, che mi è infinitamente più cara di questa. –
Gli pareva d'aver parlato sinceramente.
Odiava il freddo, la nebbia, quella gente piena di buoni sentimenti, che non sapeva ridere ed era contento di andarsene. Quel che provava per Carola era un sentimento sincero di compassione, perché sapeva che anche lei, in fondo, non amava affatto quel posto e tutto quel suo ardore religioso, quel suo annullarsi nei lavori domestici, filando e cucendo per ore ed ore nel più assoluto silenzio, era in realtà l'unico modo per fuggire ad una realtà quotidiana che disprezzava, ne più ne meno come lui. Avrebbe voluto e dovuto aiutarla... ma che fare? Carola era una donna, non poteva certo adoperarsi per farla imbarcare su una nave diretta in Grecia! Il convento era l'unica alternativa che conoscesse.
Ora il sole era alto sull'acqua ed il braccio di mare che separava S. Pietro di Castello dal resto dell'abitato s'andava riempiendo di voci e di barche. Doveva raggiungere in fretta la casa di Filippo e combinar le nozze per suo fratello: il notaio lo aspettava per l'ora terza, per stendere i contratti.
Forse poi sarebbe potuto partire. Chissà se doveva assistere anche alle nozze! Comunque era meglio per tutti che non facesse mistero della propria fretta di trasferirsi in Grecia. Anzi, avrebbe detto a Filippo che, proprio perché desiderava partire tranquillo e pensare finalmente al proprio futuro, voleva imparentare le due famiglie, da sempre buone vicine.
Non era il caso di presentarsi ad un padre dicendo "So che avete una figlia gravida", anche se certamente i matrimoni si celebravano appunto per quello e non era neppur consigliabile far capire che era al corrente delle chiacchiere malevole che, secondo Bastiano, infangavano il suo nome... Perciò bisognava eliminare subito ogni dubbio dicendo che partiva ed accennare poi, successivamente, al progetto di Carola di farsi presto monaca. Ursiola doveva capire che, nonostante non sposasse precisamente il primogenito, sarebbe presto diventata la padrona della casa.
Era importante, visto che il patrimonio invece finiva al convento.
Passò davanti al porto e fu di nuovo investito da un'ondata calda di ricordi.
Non capiva proprio che cosa gli stesse accadendo.

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La sua prima notte "in famiglia" era passata insonne. Certo le emozioni del viaggio, l'arrivo in quella terra mai vista, il brusco cambiamento di clima dopo il gran sole in cui era cresciuto, giocavano la loro parte nel tenerlo desto, ma la cosa più rilevante era che, non avendo in nessun modo previsto il suo arrivo, non gli avevano preparato un letto.
– Non c'è nessun problema! – aveva esclamato la nonna: una donnina piena d'energia, coi capelli candidi ed il volto rugoso in cui brillavano due occhi nocciola pieni d'intelligenza e di dolcezza – dormirà con la piccola Carola: sono due bimbi ed il letto è grande! –
Era vero. Ma era anche la prima volta che Nicolò condivideva il letto con qualcuno, piccolo o grande che fosse. Per quanto i suoi ricordi si limitassero al tragitto in nave, in cui aveva una cuccetta tutta per se' sopra a quella di suo padre, era certo di non aver mai provato la sensazione strana che la vicinanza della bambina alimentava in lui. Mai visto carni più bianche, da cui emanava un odore leggero di latte, ne' capelli più fini e lucenti, che per quanto s'allontanasse gli solleticavano il viso. Quel sonno greve a cui Carola s'era abbandonata senza riserve la rendeva, secondo lui, straordinariamente fragile: aveva una gran paura di farle male, schiacciandola, non appena si fosse addormentato.
Così restava desto a guardare quella gran stanza tutta di legno lucido, come una nave, dalle finestre aperte sulla notte stellata ed il palpitare leggero del grande velo bianco che ammantava il letto nuziale, poco lontano da loro, dove le figure di suo padre e di Sërinde s'agitavano inquiete e dorate alla luce delle candele di sego dimenticate accese.
La sua matrigna usava la lingua che Nicolò aveva appreso da suo padre e dai marinai a bordo, ma mentre gli altri parlavano fitto fitto ed egli spesso perdeva il filo del discorso, Sërinde era straniera come lui e per quanto avesse un accento ben diverso, sceglieva lentamente poche parole facili e gli era stato agevole seguirne fin dapprincipio i discorsi.
Così quella notte udì la favola più strana di tutta la sua vita.
– Devo confessarti, marito caro – aveva dolcemente sussurrato la donna – che la piccola non è affatto tua figlia! –
Caloianne non rispose nulla.
Per un poco il rumore ritmico e stanco delle onde ed il canto dei grilli riempirono piano la stanza, insieme alla luce bianca della luna ed il grande velo si muoveva appena, come se respirasse.
Poi Sërinde, con parole scelte, raccontò d'aver trovato la bambina in una conchiglia, mentre andava con le altre donne in cerca di molluschi: una "cappa santa" era affiorata da sola fino alla superficie dell'acqua e s'era aperta pian piano di fronte ai suoi occhi abbacinati dal sole, per mostrare solo a lei il miracoloso segreto. L'aveva raccolta in fretta e nascosta in seno, sottraendosi con una scusa qualsiasi alla compagnia delle altre ed era corsa a casa per guardare con maggior attenzione; non c'erano dubbi: una minuscola creatura dalle forme umane giaceva profondamente addormentata tra le pareti madreperlacee della conchiglia.
Da allora aveva trascorso tutto il suo tempo con lei: al mattino, se usciva, la nascondeva in seno e quando tornava l'appoggiava in un gran vaso di rosmarino, che teneva sulla finestra e trascorreva le giornate filando e tessendo, cantando dolci canzoni della sua terra natale.
Quasi inavvertitamente la bimba cominciò a crescere: ora poteva nutrirla con gocce di acqua e di miele e talvolta apriva gli occhi, che avevano lo stesso colore intenso delle viole, ma nasconderla diventava sempre più difficile ed alla fine, non potendosi separare da quella creatura, decise di coricarla nel suo letto e di fingersi ammalata.
Espediente davvero poco accorto: sua suocera era salita nella camera con l'acqua fresca ed un vassoio di cibi ed aveva gettato un grido: – Ma cara! – aveva esclamato – perché partorire sola, in segreto? Se avessi saputo, in questi ultimi mesi ti avrei risparmiato i lavori più pesanti! – ed aveva chiamato la levatrice ed altre donne esperte, che s'erano rallegrate di ritrovarla perfettamente sana.
– Ti pare che dopo anni di mare io abbia voglia di passar la notte ad ascoltar favole? – l'aveva interrotta spazientito Caloianne.
Era seguita una strana serie di rumori e gemiti e Nicolò, temendo che Caloianne picchiasse la moglie, era intervenuto in suo favore: – Padre! – aveva gridato e stava per aggiungere che la donna non doveva essere punita, perché la favola era bella, ma fu zittito con una foga insolita, per suo padre, che uscì dal letto e se ne andò.
La matrigna spense le candele con un soffio leggero e con una dolcezza inusuale in lei gli disse: – Ora niente ti disturberà più, piccino! – e tacque, forse per addormentarsi.
Nicolò rimase sveglio, con gli occhi fissi sulla finestra aperta e poi, quando la luna illuminò la stanza, su Carola addormentata. Da allora aveva sempre creduto, senz'ombra di dubbio, che la piccola provenisse davvero da una conchiglia, come una perla.

*******


Nicolò accostò la barca a riva, la legò alla bricola più vicina e scese con un balzo nella terra di Filippo: un bel giardino esposto a mezzogiorno, dove le viti s'arrampicavano ardite sugli ulivi e sui ciliegi che Filippo, in gioventù, aveva importato dalla Dalmazia.
Ora levavano alti i rami ancora spogli, con le gemme scure ben chiuse contro l'aria frizzante del mattino e la corteccia chiara e screpolata; nonostante la stagione fosse ancora fredda e la giornata nebbiosa il prato sotto ai suoi piedi profumava l'aria d'un sentore amaro, il verde acido dell'erba era macchiato di mammole e primule.
Gli parve che la solitudine del giardino potesse dar voce ad un'idea che stava coltivando dentro di se': Carola non era figlia di suo padre.
Non c'era altra spiegazione per quella favola.
Ma perché confessare?
Dalla tranquilla accoglienza che era stata fatta in famiglia si sarebbe detto che tutti la credessero, senz'ombra di dubbio, una figlia legittima... Che necessità c'era d'aprire una penosa discussione, tra l'altro in un momento quanto meno inadatto per un marito che non vedeva da mesi e mesi? Forse era una piccola bugia escogitata per vendicarsi di quel bastardo ch'egli le conduceva in casa?
No, c'era qualcosa di vero in quella storia.
Nicolò avvertiva confusamente che il libero arbitrio di Sërinde era arrivato a mala pena a scegliere il momento della confessione, tutto il resto non dipendeva da lei.
– Hai bisogno di me, signore? – gli gridò Filippo, affacciandosi alla porta di casa.
Se Nicolò non fosse stato immerso nelle sue riflessioni, si sarebbe accorto che il tono del suo vicino era freddo e formale, invece comprese appena le sue parole e gli rispose quasi meccanicamente: – Ho deciso di stabilirmi in Grecia, dove intendo prender moglie e prima vorrei concludere un buon contratto di nozze per mio fratello Bastiano, che fa l'amore ormai da anni con la tua bella Ursiola... –
Un gran sorriso accolse la proclamata intenzione di partire e Filippo lo invitò senz'altro a pranzo.
Si sedette al tavolo con tutta la famiglia, davanti ad una gran porzione di semola di grano e seppie nere e s'accordarono in fretta sulla dote e sui dettagli della cerimonia: i ragazzi erano cresciuti insieme ed Ursiola si proclamava ben contenta di condividere la casa di Carola e di Cecilia, mentre Nicolò, che non aveva prestato attenzione alla metamorfosi del suo interlocutore, pensava che suo fratello, come il solito, aveva drammatizzato: Ursiola cominciava ad ingrassare ed i genitori, che certo sospettavano la verità, parevano ben contenti di dargliela.
– Certo – osservò Filippo a bocca piena, quando ebbe bevuto un bicchiere di troppo – queste nozze saranno ben diverse dalle nostre! –
La moglie, una donna che era stata bella e formosa, ma ora assomigliava piuttosto alla luna piena, arrossì come una fanciulla nel gran viso da bambola: – Cosa vai a tirar fuori adesso! – si schermì – Di fronte ai ragazzi! –
I ragazzi comunque lo sapevano: era una storia antica.
Filippo e Caloianne, insieme ad un piccolo gruppo di valorosi, s'intende, avevano avuto la meglio in uno scontro coi pirati dalmati e naturalmente s'erano impadroniti del loro bottino: la stiva della nave conquistata era letteralmente colma di Circasse impaurite, giovani e bellissime.
Non era una novità per nessuno che i Dalmati facessero commercio di schiavi ed essi stessi non si tiravano indietro. Bisognava guardare alla realtà: la schiavitù, oltre a costituire una fonte tutt'altro che disprezzabile di guadagno, era anche, per certi selvaggi d'oltralpe, un modo certo per essere accolti, sia pure come servitori, in case belle e comode, dove avrebbero condotto una vita più che dignitosa, invece di finire in pasto ai lupi. Ma quelle fanciulle erano così bionde e delicate ed i Saraceni avevano già tante mogli... di comune accordo tutti gli scapoli della nave avevano "riconosciuto" in ognuna delle ragazze una sposa legittima, ingiustamente rapita e tanti addirittura, anche le mogli dei fratelli e dei più cari amici!
A quel tempo le fanciulle non capivano una parola, ma non erano stupide: s'avvidero subito della differenza fra i rozzi pirati che le avevano rapite e questi gentiluomini che le portavano, tra le acclamazioni generali, in seno a nuove famiglie. Si era fatto un matrimonio collettivo ed una lietissima festa.
– Senza offesa per te, mia cara, – esclamò Filippo levando il bicchiere per l'ennesimo brindisi – la Sërinde era la più bella di tutte! Aveva una figura bianca e soda che pareva scolpita nel marmo... peccato che del marmo avesse anche la freddezza! –
– Tu parli sempre troppo! – intervenne la moglie con un'energia inaspettata. – Sërinde ha partorito a suo marito sette magnifici maschi e due femmine belle come il sole e se questo non bastasse a prova del suo affetto, non dimenticare che il suo cuore non le ha permesso di sopravvivere alla morte dello sposo. Sono questi i fatti che contano! Dalle nostre parti non si usa parlar d'amore... e se il notaio vi aspetta per l'ora terza, fareste bene a non perdervi in chiacchiere neppure voi! – poi parve accorgersi d'essere stata un po' brusca e scoccò a Nicolò un'occhiata franca ed aperta, che pareva in grado di leggergli dentro: – Naturalmente puoi tornare quando vuoi, figliolo – aggiunse – Ormai siamo parenti, oltre che vicini di casa! –
Era uscito un bel sole chiaro e freddo, che aveva disperso la nebbia e riluceva sull'acqua: i due uomini s'avviarono soli in barca, remando piano – Tua moglie voleva impedirti di dirmi qualche cosa... – osservò Nicolò, affettando una certa distrazione, senza smettere di remare e senza guardarlo in faccia, ma ne intuì lo stesso la confusione imbarazzata.
– Forse ha ragione lei. – rispose piano Filippo, quasi parlando a se stesso – In fondo sono solo chiacchiere e lei e Sërinde erano tanto amiche... e poi da allora, appunto, gli ha fatto nove figli... – Nicolò comprese che l'aria fresca aveva destato nel suo interlocutore la coscienza ottenebrata dal vino e che non avrebbe più raccontato nulla spontaneamente, così decise di rischiare: – Nove dici? – chiese dubbioso – Io invece credo che non siano più di otto... dopo tutto Carola è nata mentre mio padre era in Grecia e se ben ricordo fu una sorpresa non da poco per lui... –
Filippo impallidì: – Figliolo! – esclamò – Stai parlando d'una donna che ti ha accolto a braccia aperte, come fossi suo! No, no! Le chiacchiere a cui mi riferivo erano proprio in senso opposto: la prima notte di nozze e molte altre ancora, Caloianne non è riuscito a consumar matrimonio. E devi sapere che a quel tempo era difficile trovare uomo più esperto e paziente di tuo padre, in fatto di donne... – gli sorrise ammiccando e parve ritrovare un po' del suo umore abituale – Ma Sërinde scappava, con pianti e strilli a rifugiarsi tra le braccia della suocera, che il mattino seguente veniva a sfogarsi un po' con noi, povera donna! La situazione era così strana! Per questo so qualche cosa più degli altri, per quanto le donne a me non abbiano mai raccontato molto. Comunque so che tua nonna, innamorata della nuova venuta, come tutti, prese subito le sue difese: "Abbi un po' di pazienza!" era solita dire al figlio "Pensa a quel che ha passato!". In ogni caso ci son voluti molti giorni per convincerla, imbronciata e riluttante, a condividere il letto del marito. Tua nonna, comunque, la difendeva sempre " Caloianne" lo ammoniva "tu sei un bell'uomo ed hai tutte le donne che vuoi... Non è male se questa, che lasci qui a generare i tuoi figli, non è interessata alle gioie del talamo. Tu sei spesso lontano ed è avvilente per me dover far la guardia alle spose dei miei figli." Naturalmente erano solo parole vuote. Le nostre donne, partiti noi, restano completamente sole... ma non sapevamo più che cosa inventare, per consolare Nicolò, che aveva sposato la più bella e non riusciva a farsi accettare da lei... –
Se il buon Filippo era convinto d'aver fugato i suoi sospetti stava proprio sbagliando... E poi non erano sospetti, ma speranze! Quell'episodio era il tassello che mancava alla esatta comprensione dei fatti. La favola, che per anni aveva creduto come tale, in realtà nascondeva un adulterio e questa testimonianza spiegava la necessità di confessarlo.
Sërinde, ora lo capiva, era ancora vergine alla partenza del marito.
Un segreto fra loro, di cui non era necessario mettere a parte nessuno, ma escludeva che Caloianne, tornando, potesse trovare un figlio.
Poi era accaduto qualche cosa che la donna, comprensibilmente, aveva voluto ammantare con quell'ingenua favola. Chissà se il fatto aveva cambiato il suo atteggiamento nei confronti del sesso o s'era piegata alle necessità della convivenza per amore della piccola Carola, l'unica figlia che le assomigliasse... E che ne era stato del padre?
Caloianne, in ogni caso, non aveva voluto ascoltare.
Egli aveva un debole per quella donna fredda, ma bellissima, che senza una parola di protesta aveva allevato tutti i suoi figli, anche il bastardo, nella casa di legno sull'acqua, trasformandola in una specie di reggia e per quanto non fosse precisamente un marito fedele, nessuno lo pretende da un marinaio, si poteva considerarla, senz'ombra di dubbio, la sua preferita.
Nicolò non l'aveva mai amata, perché da lei non aveva mai ricevuto neppure un gesto di comprensione o tenerezza e crescendo se n'era fatto un po' un punto d'onore, convinto com'era che per quella donna sua madre era stata lasciata e forse era anche morta dal dispiacere... ma doveva ammettere, quasi suo malgrado, che si trattava di un personaggio notevole. Aveva un talento del tutto speciale per i lavori femminili, che d'altra parte Carola aveva ereditato. La loro povera casa, tutta realizzata in legno, era sempre in ordine: pulita e giuncata di fresco, talvolta addirittura con erbe profumate d’estate e rivestita di lana soffice d’inverno, quando appariva trasfigurata dalla profusione di tendaggi e tappeti, sapientemente ricamati con un gusto sicuro, nei colori caldi che parevano sconfiggere la nebbia anche nelle giornate più cupe. Ricordava i pomeriggi caldi, da primavera all’autunno, passati seduto sul ballatoio, coi piedi a penzoloni nell'acqua, perché faceva caldo, a guardar Sërinde e Carola intente a filar la lana o a ricamare. I suoi fratelli giuocavano nella "piscina" sotto casa, costruita in realtà come vivaio, ma la madre non se ne curava affatto e, unica tra le donne del villaggio, permetteva ai figli di giocare nell'acqua bassa e scivolosa, strillando e spaventando tutti i pesci. Probabilmente detestava il pesce, comunque quando suo marito ne portava a casa si mostrava moderatamente contenta... Talvolta l'aveva vista anche, dopo le mareggiate d'inverno, cercar molluschi sulla spiaggia, senza particolare successo. La sua specialità era arrostir la carne d’ogni tipo, anche senza spezie e per preparare gran focacce di grano bruno, con tutte le verdure che le capitassero a tiro e la festa, persino qualche buon dolce; in ogni caso lavorava sodo e non parlava a nessuno delle sue preferenze.
Certo non era precisamente questo che aveva conquistato suo padre: Nicolò ricordava che, dopo quella notte, lui e Carola erano stati allontanati dalla stanza nuziale.
La piccola era stata sistemata con la nonna e per lui avevano preparato una stanzetta accanto alla cucina, che nel tempo s'era andata riempiendo dei suoi fratelli. Sërinde teneva accanto al letto solo la culla dell'ultimo nato, che naturalmente doveva allattare.
Ora capiva.
Suo padre adorava quella donna e ne aveva riconosciuta la figlia, senza discutere, probabilmente senza neppure fare domande, pur di tenerla con se'. Forse a suo modo era addirittura stato contento, che quel fatto inaspettato mutasse i rapporti fra loro e costringesse Sërinde ad accettarlo come marito.
Per quel poco che Nicolò poteva saper di suo padre, lo ricordava un uomo poco incline ai sentimentalismi e non poteva far tacere la convinzione segreta che avesse sposato quella donna a cuor leggero, per puro amore, molto prima di sapere che sua madre fosse morta. Caloianne dimenticava ogni altra nel momento stesso in cui la bianca immagine di Sërinde, ferma sulla riva, era visibile dal ponte della nave.
Forse qualche cosa di molto simile accade ad ogni marinaio che torni a casa propria.
Dunque, se le sue supposizioni si rivelavano esatte, Carola non era in nessun modo sua sorella.

*******

– A che ti serve, scusa? – osservò quieta la madre di Ursiola, senza neppure levare gli occhi dalla gran forma di pane che stava impastando, con le robuste braccia imbiancate di farina fino al gomito. – Tua madre è morta ed anche la tua matrigna, tuo padre non si è mai curato molto di nessuno dei suoi figli, eccettuato te e a te ha lasciato il suo patrimonio... – poi fermò le braccia e lo guardò dritto negli occhi: – È per questo – osservò – ti sei pentito d'aver lasciato tutto a Carola, o meglio, al convento in cui vorrà ritirarsi? –
La sola idea che si potesse interpretare i suoi dubbi in questo modo scosse Nicolò fino alla sua ultima fibra, ma per quanto negasse, la donna proseguiva imperterrita: – Mio marito me ne ha parlato, naturalmente. Noi troviamo la cosa un po' esagerata... devi pensare che ad Ursiola non manca nulla e noi siamo appunto confinanti. Provvederemo noi alla necessità dei tuoi fratelli, quando sarai partito e naturalmente anche alla dote per le tue sorelle, sottolineò con un'enfasi tutta speciale questo titolo, non appena si riterranno pronte per il matrimonio o il convento... tu piuttosto, avrai bisogno di denaro se davvero vuoi tornare in Grecia per prendervi moglie... –
Fu allora che Nicolò comprese che tutta la disponibilità dimostrata fino allora nei confronti di quel matrimonio ed in genere per la sua famiglia era strettamente subordinato alla sua partenza. Nessuna possibilità di tornare indietro su quel punto, senza suscitare un grosso scandalo.
– Certo – rispose pronto, deciso ad andare fino in fondo – voglio e devo... i parenti della ragazza han fretta di concludere le nozze ed anche lei, naturalmente! Ma non ho alcun bisogno dei beni di mio padre! Mia madre, quella vera, era una donna molto ricca. – Da tempo narrava questa storia e suo padre l'aveva diffusa prima di lui, perciò la sua affermazione non suscitò alcuna meraviglia.
La madre d'Ursiola, anzi, riprese con gran soddisfazione a lavorar la pasta, perché in realtà aveva un po' esagerato e non sarebbe stata per nulla contenta di dover provvedere di suo alle doti per le ragazze, sia pure con la prospettiva allettante che lo scomodo bastardo greco tornasse finalmente a casa propria. Era famoso in tutti i fondaci che la Grecia riservava alle navi patrie per essere un gran attaccabrighe e donnaiolo, il che poi era lo stesso, perché litigava per questioni sentimentali o per farsi dare dei soldi che spendeva in regali galanti.
Naturalmente non credeva ad una parola delle chiacchiere che circolavano attorno ai suoi rapporti incestuosi con la sorella. La figlia di Sërinde! Lei sapeva bene che avrebbe potuto essere felice solo nell'aura quieta di un convento, come sua zia, d'altra parte, son cose che si trasmettono col sangue. Però sapeva anche riconoscere il fondo di verità che quelle chiacchiere nascondevano.
Il bastardo greco era attirato dalla purezza della sorellastra come i diavoli dalle anime sante. Anche ora, che l'aveva di fronte, nonostante fosse una donna fatta, concreta ed esperta delle cose del mondo, le pareva di percepire la corrente di desiderio che si muoveva inconsapevole da quel cuore, forse non malvagio, ma certo troppo ardente, verso Carola. Era persino riuscito ad intuire il segreto che la povera Sërinde le aveva confessato tra le lacrime e che aveva giurato di non rivelare ad anima viva... Bruscamente, quasi senza accorgersene, levo le mani dalla pasta e si fece il segno della croce.
Nicolò rise.
– Di solito sono i preti che insistono perché prenda moglie, poi loro mi assolvono ed io mi faccio il segno della croce! – osservò allegramente, ma con una nota crudele nella voce – Tu fai tutto da sola! Che fede! –
La donna era veramente a disagio: non aveva simpatia per la religione cupa delle isole e non ne parlava volentieri, ma credeva fermamente che ci fosse un Dio e lo invocava contro quel giovane, che le faceva paura. Finse un'allegria che non provava, mentre diceva: – Dunque vai anche a confessarti! Non pensavo! –
Nicolò, seduto sul tavolo, disegnava col dito dei fiorellini nella farina: – A Pasqua Carola non ti da da mangiare se non fai la Comunione! – rise di nuovo, senza allegria, perché gli dava fastidio quella continua confusione fra sacro e profano che caratterizzava la vita nelle isole.
In Grecia c'era una precisa gradazione di luce: la chiesa era uno spazio buio, profumato d'incenso, icone e mosaici dorati, codici purpurei miniati a vivaci colori scintillavano discretamente all'accensione delle lampade sacre e tornavano a nascondersi alla fine della funzione; il mondo esterno era arroventato dal sole e battuto dal vento, la vita e la morte venivano dal mare, con gli arabi, perennemente in agguato. I giardini costituivano una realtà soprattutto privata, si coltivavano rose e fichi, viti ed erbe medicinali, in chiostri ombrosi ed irrigati artificialmente. I preti erano severi e rigorosi, convinti che l'uomo dovesse scontare nella sofferenza i propri errori, ma anche preparati all'eventualità d'esser abbandonati da un momento all'altro, in vista d'un attacco dei pirati da fronteggiare. I santi, si sa, stavano in convento e sugli altri non conveniva investir molto...
Qui invece si viveva in barca, lo spazio civico era anche sacro, la chiesa serviva per riunirsi anche a discutere, il mercato sorgeva sulla riva e si comprava tutto, persino l’acqua, che veniva dal Brenta nei caratteristici “burchi” e tra conventi e case era un continuo transito di beni e persone. Si viveva di commercio e chiunque se ne astenesse, prete o laico, sarebbe morto di fame, così i confessori erano sempre disposti a far eccezioni o compromessi. Le loro parole riguardo al sesso gli bruciavano la mente: "È peccato disperdere il proprio vigore nel grembo delle prostitute; devi prendere moglie e generare dei figli"... già, già, dei figli. Eppure non c'era da mangiare abbastanza per tutti e d'inverno qualcuno moriva sempre di freddo o di febbre, che poi era la stessa cosa. Per lavorare bisognava spingere le navi sempre più lontano e lasciar le donne sempre più sole, in condizioni che rendevano arduo il rispetto dei voti matrimoniali. Guardò la madre d'Ursiola impastar quella farina con la forza d'un uomo e pensò che sua figlia avrebbe fatto sicuramente la stessa fine.
Bisognava preservare Carola da tutto questo.
Salutò la futura suocera di suo fratello e s'allontanò, remando piano sull'acqua celeste ed opaca.
Gli parve che una pace leggera si trasmettesse dalle grandi isole di canne secche fino a lui. Aveva l'impressione che il cielo ed il mare fossero più vivi e più disposti ad aiutarlo degli esseri umani. Suo padre forse condivideva un poco questo suo sentimento. Perciò gli aveva insegnato fin da piccolo quel trucco semplice di ritirarsi in solitudine ogni volta che fosse preso d'assalto dal malumore e non c'era cura migliore dell'acqua fresca e salata del mare.

*******

Come gli mancava suo padre! Era stato colpito al petto da una freccia scoccata a tradimento ed il sangue era sgorgato vermiglio dalla bocca, dal naso e persino dalle orecchie, soffocandolo.
Non era stata una vera battaglia, perché i pirati non dichiarano mai guerra aperta: una galera senza insegne li aveva affiancati poco lontano dalla costa istriana, come se volesse portare un messaggio, confidando nella luce incerta del crepuscolo: sarebbe bastato arrivare poco prima per evitare la tragedia! Neanche loro s’aspettavano che i pacifici mercanti fossero armati. Non ci fu neppure un minuto di perplessità: ogni rematore estrasse un pugnale, mentre nascoste sotto la panca c’erano vere e proprie spade... i pirati furono sgominati in un momento. Solo per suo padre non c’era stato niente da fare. Un'eternità più tardi un medico, certo per consolarlo, gli aveva detto che la freccia aveva leso qualche cosa di vitale e non sarebbe mai guarito, anche se fossero riusciti a fermargli l’emorragia al momento, sarebbe morto di polmonite ai primi freddi.
Non ricordava proprio il nome di questa parte offesa!
Certo non era il cuore: l'anima fugge veloce da un cuore aperto, lo sanno tutti, ed il fortunato a cui tocca questa fine non sa neppure di morire. Suo padre invece aveva sofferto e poi voleva dire o fare ancora qualche cosa di importante, l'aveva capito dalla disperazione dei suoi occhi.
Certamente non credeva al Paradiso, solo i monaci e le donne ci credono e comunque, qualsiasi cosa si pensi dell'aldilà, al momento deve essere difficile sentirsi pronti.
Il contrasto fra la sofferenza disperata di suo padre e l'inarrestabile procedere degli eventi lo turbava ancora.
Doveva essere una cosa tremenda, morire soffocati.
La sua matrigna, sempre parca di parole, come di sentimenti, s'era lasciata sfuggire uno strano lamento funebre: – Morto soffocato! – aveva gridato – E dire che avevo pregato tutti gli Dei, che non morisse in mare! –
– A noi basta un solo Dio, donna! – l'aveva immediatamente rimproverata il prete di turno, uno dei tanti che era piovuto sulla famiglia in lutto come un nero stormo di corvi alla vista del sangue – E poi non fa nessuna differenza, per un cristiano, morire in mare o in terra; Dio giudica soltanto le nostre buone azioni. –
Era evidente che Sërinde racchiudeva in cuore qualche credenza antica del popolo in cui era nata e cresciuta e che la religione professata non l'aveva mai convinta del tutto.
Se ci fosse stata la nonna avrebbe trovato un punto d'intesa.
La nonna era maestra in questo: una delle poche che, come Carola, credesse nel paradiso sul serio, ma senza le lungaggini del clero; spiegata da lei la religione era una cosa bella, una speranza certa di resurrezione futura in cui tutte le credenze personali confluivano liberamente, come le tessere d'un bel mosaico, ciascuna con la propria porzione di luce. Ma la nonna era morta poco prima e Sërinde era rimasta sola, con la propria certezza che l'anima del marito fosse dannata da quella fine per soffocamento e peggio, che la morte stessa fosse piombata sulla famiglia per il fatto d'aver continuato, in segreto, a pregare gli antichi Dei.
Era un peccato tanto grave?
Sërinde non lo aveva confessato, questo era certo.
Di nuovo incinta, al momento del fatto, s'era sgravata in autunno e già questo era strano, perché gli altri figli erano nati tutti in primavera.
Aveva partorito una bambina piccola e scura, coi capelli neri e folti ch'erano stati di suo padre e grandi occhi miti da cerbiatta. Era l'ultima luna piena d'autunno, un giorno che in Grecia era legato alla Dedicazione della Vergine, ma Sërinde non aveva voluto saperne di chiamarla Maria, perché ne' lei ne' le altre Circasse sapevano nulla di quella festa.
Carola aveva trovato allora il nome dolce e tenero di Cecilia, che prima d'essere santa era una cittadina romana, come loro, ed aveva begli occhi e miglior voce. Anche la piccolina era stata fedele al modello ed era cresciuta quieta all'ombra della sorella maggiore, perché la mamma era morta quasi subito e Carola aveva dovuto allattarla con latte di capra allungato nell'acqua chiara del Brenta, acquistata espressamente per lei ogni mattina, non fidandosi di quella dei pozzi.
Carola era diventata donna in quei giorni.
O forse per entrambi la morte dei genitori era stata un po' il confine tra l'infanzia e l'età adulta.
Certo non c'era stato ne' il tempo, ne' lo spazio per crescere, capire, far delle scelte. Il salto era stato così alto, che Nicolò non riusciva neppure a ricordare la battaglia, il ritorno a casa, i funerali.
Per vedere di nuovo qualche cosa doveva andar con la memoria alla sua prima partenza da padrone. Aveva cercato, per la verità, di non partire affatto. Avrebbe preferito restar a casa ancora un po', ma gli uomini erano terrorizzati dalla ripresa della pirateria e non si accontentavano delle assicurazioni d'un ragazzo e così, per convincerli a partire, aveva dovuto risolversi ad andar con loro.
Carola lo aveva accompagnato al porto con la barca di casa, per lasciare alla mamma il conforto di Bastiano e mentre egli remava, seduta un po' rigida a prua, avvolta in un mantello di lana color dell'acqua, gli illustrava precisa il bagaglio: – Ti ho preparato delle gallette – esordì a voce bassa – mi raccomando, tienile per te solo o non basteranno, anche se procedete costeggiando non è affatto sicuro che i Dalmati vi vendano buon cibo... fai attenzione soprattutto a quel che bevi... in ogni caso hai una piccola scorta di vin-greco: è molto forte e darà un po' di sapore all'acqua, che bollendo, diventa sempre cattiva, ma guai a te se non lo fai. Non fidarti delle osterie... –
Quelle raccomandazioni di tono materno gli rendevano insopportabile la separazione e Nicolò le interruppe bruscamente: – Non mi piace che tu ritorni sola dal porto – disse – sarebbe stato più saggio che m'accompagnasse Bastiano... –
Carola scosse il capo sorridendo ed era strano come in realtà restasse profondamente triste, quando rideva. – Per questo nostro padre è morto – osservò dolcemente – perché una donna possa tornare tranquilla a casa nella sua barca, senza paura. Non vorrai credere che sia morto invano! –
E lei, che cosa credeva in merito?
Quella tristezza quieta lo disarmava. Non l'aveva mai vista piangere o sfogarsi ed era convinto che soffrisse. Non solo per la morte del padre, già da prima... Forse era ammalata: certo appariva troppo pallida, troppo magra. Non poteva dirsi propriamente bionda, come Sërinde: l'inverno toglieva l'oro ai suoi capelli chiari, che diventavano più o meno color sabbia e gli occhi erano come l'acqua, sempre, qualsiasi tempo facesse, qualsiasi sfumatura assurda assumesse il mare, gli occhi di Carola la riflettevano, anche a distanza. Ora era verde e trasparente.
– In ogni caso – rispose rude, per nascondere il proprio imbarazzo, – non posso prevedere il giorno del mio ritorno e quindi ti prego vivamente di restare in casa... –
Carola disobbedì.
Quando la nave rientrò al porto la vide sul molo immobile e sorridente, avvolta in un bel velo celeste filettato d'argento ed una bimba per mano. Così, bambina accanto a Sërinde, l'aveva vista la prima volta e le parve di intuire ciò che la sorella gli annunciò poco dopo: – La mamma è morta poco dopo la tua partenza ed io ho preso il suo posto. –
La sua voce era ferma e quieta, come se parlasse d'un fatto indifferente.
Nicolò si chiese, con una curiosità puntigliosa, se almeno per sua madre, avesse pianto... ma non ebbe il coraggio di porle davvero la domanda, mentre la seguiva, come fascinato: procedeva dritta verso casa, conversando con lui voce piana e neppure prendendo in braccio la sorella per salire in barca, tradì un momento d'incertezza o fatica.
La casa era in ordine, come sempre: per l'occasione era stata giuncata di salvia ed il suo profumo gli corse incontro, come un discreto augurio di benvenuto. Bastiano, quasi senza salutarlo, gli annunciò con voce brusca che ora anche lungo il fiume bisognava navigare con uomini armati, onde evitare d'essere assaliti dai banditi che pullulavano in "terra ferma" e che, a causa di questo, il consueto commercio di sale aveva reso poco o nulla.
Le sue riflessioni attorno alla salute di Carola tacquero di colpo.
Passò poco tempo a terra, tutto a litigar coi creditori; la necessità di realizzare in fretta lo costrinse a vendere sotto costo le merci, pur pregiate e richieste, che portava dalla Grecia; poi fece incetta di pelli secche e di legname pregiato da portare nel viaggio successivo, prodotti facili da trasportare ed amati ovunque. Come già suo padre non faceva commercio di schiavi e non trasportava per nessun prezzo i pellegrini: col mare infestato di pirati un carico vivente non dava nessuna garanzia di guadagno!
Quasi senza accorgersene si ritrovò di nuovo in viaggio.
Questa volta Carola non lo accompagnò da sola al porto, ma insieme ai due fratelli più piccoli: Alvise e Cecilia ed egli, guardando le tre figure rimpicciolirsi piano contro il celeste luminoso dell'acqua, si sentì più tranquillo. Ripensandoci due bambini da accudire non sono di grande aiuto per una donna fragile e stanca, ma Carola pareva così adatta al ruolo di madre e così "troppo vergine" per quello d'amante, che allevare i fratelli e badare alla casa di sua madre pareva l'occupazione più ovvia e naturale per lei.
Al momento, in ogni caso, non ci aveva pensato affatto: il mare l'aveva risucchiato, quasi a sua insaputa.
Quando toccarono nuovamente terra era un tripudio d'alberi da frutta in fiore e di profumi.
La primavera, al sud, non è pallida ed incerta, ma ricca e piena di promesse d'ogni tipo, migliore dell'estate stessa, che talvolta è troppo arida e calda. Ebbe l'impressione netta che i colori ed i sapori delle terre greche in cui approdava si levassero inebrianti verso di lui, per fargli dimenticare la nostalgia di casa.
Come Caloianne, pochi anni prima, si gettava a capo fitto in mille avventure, con una specie di frenesia, innamorato d'ogni cosa. Un gran desiderio di possesso lo tormentava: avrebbe voluto comprare quelle belle case scintillanti di mosaici, marmi pregiati ed alabastro, possedere quei giardini succosi, creati ad arte perché non smettessero mai di fiorire in nessun mese dell'anno, assaggiare tutti i piatti piccanti che i greci usavano cuocere all'aperto, sotto il cielo immenso e vivido di stelle: non pareva tanto grande nelle Venezie! Ne' il mare era mai stato tanto trasparente e profondo.
Certo, avrebbe potuto cercarsi un'occupazione qualsiasi e restar lì, ma non era quello il suo scopo.
Avrebbe voluto possedere tutta quella bellezza e trasportarla fino a casa; non potendo farlo con costruzioni e giardini non mancava mai di caricare a bordo sete sgargianti e profumi, che le sue sorelle non usavano affatto.
Carola, comunque, accettava con grazia i doni e li distribuiva saggiamente, secondo le necessità della famiglia, però nessuno di loro indossava mai vesti esotiche; a contatto della pelle si portava solo lino grezzo, filato e tessuto in casa e sopra abiti di lana tinta secondo le ricette vegetali di Sërinde: verde, azzurro, nocciola... colori chiari, che i lavaggi ripetuti e frequenti stemperavano in tonalità sempre più tenui. I tappeti rossi erano giustamente stesi a terra, ma le stoffe purpuree facevano una fine strana: i veli di bisso ricamato diventavano zanzariere, mentre “clavi”, “orbicoli”, “tabule”... tutti gli ornamenti di porpora ricamata, che costituivano il vanto delle bizantine di rango, a casa loro finivano per guarnire i drappi da capoletti o appesi ai muri con gli appositi arpioncini. I tessuti erano la grande passione di Carola, che s'ingegnava a copiare i punti dei ricami esotici ed ascoltava con cura scrupolosa ed attenta i suoi racconti d'avventure, per ricamare le vicende su larghe strisce di stoffa destinate alle pareti; poi sottoponeva il proprio lavoro al giudizio del fratello, sollecitando una critica. Nicolò guardava perplesso le innumerevoli figurine che prendevano vita nella cornice di foglie rampanti, tra uccelli d’oro e grifoni alati e pensava, senza dirlo, che quegli omini ricamati nella seta non gli somigliavano affatto e le donne stilizzate ed ammantate "alla romana" facevano torto alle sue amanti: – Io ho portato la stoffa per te! – protestava debolmente – vorrei vederti dei bei vestiti addosso! – La sorella si schermiva: – Ma dove vuoi che vada – chiedeva ridendo – vestita di seta dai colori tanto sgargianti? Al confronto sembro ancora più pallida! – era vero. Le donne, in Grecia, avevano la pelle dorata dal sole, capelli ed occhi scuri... e vivevano al caldo, perché se ne stavano chiuse in casa, col terrore delle scorrerie saracene. Case stupende, ricche di giardini perennemente fioriti, dove loro si muovevano lievi, velate di seta trasparente, ed ingioiellate come regine, coi grandi occhi neri sottolineati ed esaltati da sostanze misteriose e profumate e piccole mani morbide, perfette... non svolgevano nessun'attività servile, perché avevano una folla di schiavi al loro servizio.
Avrebbe voluto donare tutto questo a Carola, senza toglierle la libertà: vederla girare libera, ma vestita ed ingioiellata alla greca. Sua sorella rideva, scuotendo piano il capo: – Io non sono una donna greca! – replicava con dolcezza – Se una folla di schiavi mi servisse, credo che mi annoierei a morte. –
Anche la domenica, giorno sacro al Signore, si annoiava un po'.
Indossava una tunica color lavanda cingendosi la vita sottile con una cintura trapunta d'ametiste, nascondeva tutto sotto al gran velo candido dai finissimi ricami e si lasciava condurre fino in chiesa, perché così vestita non remava con la solita abilità. Sedeva ritta sulla barca, fra acqua e cielo color d'opale ed era così abituata a filare, che torceva le piccole mani rovinate in grembo, un po' innervosita dall'inattività.
Nicolò parlava di notti incantate, sotto cieli trapunti di stelle, passate a danzare fino a cader a terra sfiniti e lei sorrideva, quasi ironica, come chi ascolta una favola buffa a cui, naturalmente, non presta fede. – Un giorno andremo insieme a Bisanzio! – concludeva invariabilmente Nicolò e sua sorella scuoteva piano il capo, sorridendo lieve: – Non rendere il tuo spirito inquieto con desideri impossibili... – lo ammoniva dolcemente.
Ma si sarebbe detto, al contrario, che niente la rasserenasse come i pensieri inquieti di suo fratello.

*******

Suo padre gli mancava.
Avrebbe voluto dimenticare, almeno per un giorno, il momento interminabile in cui l'aveva visto soffocare nel suo stesso sangue e non aveva mai accettato del tutto il peso di quella famiglia numerosa e non amata, che gli era piovuta addosso.
La guerra era una cosa terribile ed ingiusta. Contro quella avrebbero dovuto scagliarsi i preti, invece di crear falsi sensi di colpa intorno a quel poco di gioia che potevano dare le bianche braccia d'una bella donna!
Si rese conto d'un tratto che i suoi parenti, in fondo, avevano ragione.
Non serviva a nulla riaprire la vecchia ferita del matrimonio infelice tra il suo generoso padre e la bella Sërinde, dal cuore di ghiaccio. E poi che ne sarebbe stato di Carola, una volta che avesse dimostrato la sua illegittimità? Certo le chiacchiere d'incesto sarebbero state messe a tacere, ma a che prezzo? Avrebbe potuto sposarla, questo è vero, ma appunto celebrando un matrimonio minore ed attirando sull'antico peccato di sua madre l'attenzione dell'intera città.
Città.
Quell'oscuro agglomerato di case di legno eternamente insidiato dall'acqua, in cui s'agitavano furiose le ambizioni frustrate di uomini che conoscevano la Grecia e dovevano rassegnarsi a viverci lontani.
Un matrimonio dimesso, senza festa, probabilmente mandando a monte il legame con la famiglia di Ursiola o forzando le donne ad una vita comune poco felice, lo avrebbe legato per sempre a quella vita misera, che odiava.
Effettivamente era il motivo per cui non aveva preso moglie fino ad allora.
Non era contrario all'idea, in fondo e naturalmente il pensiero che provasse per Carola qualche cosa di più d'un riconoscente affetto fraterno era ridicolo. Al contrario, più d'una donna, tra quelle conosciute, gli era piaciuta parecchio e qualche volta aveva accarezzato l'idea di possederla con calma, a casa propria. Poi rifletteva. Un'altra donna al posto di Carola! La moglie del primogenito era la padrona indiscussa di casa e pochi avrebbero ricordato i diritti d'una sorella nubile, che ha consumato la propria giovinezza a curare i fratelli più piccoli. Anzi, s'egli stesso avesse imposto questa condizione alle nozze, sua moglie avrebbe odiato Carola fin dapprincipio e la giovinetta era troppo schiva e taciturna per conquistarsi l'affetto della cognata. Sarebbe stata sua moglie, allora, ad aspettarlo sulla riva di paglia del porto ed avrebbe preteso di preparare lei le gallette che ora gli rendevano più facili le attraversate... no, forse non si sarebbe mossa ed avrebbe lasciato la cucina alle cognate, ma certamente avrebbe usato la seta per vestirsi, invece di tessere tappeti che narrassero antiche storie!
Dichiarando Carola illegittima, la sua posizione sarebbe stata anche peggiore: in convento non l'avrebbero più accettata ed egli avrebbe dovuto sposarla... ma non era adatta al matrimonio.
Avrebbe avuto paura di romperla, toccandola, proprio come quella notte lontana in cui avevano condiviso il letto ed era rimasto insonne.
Doveva sposare un'altra, tornare ricco e potente, con una fama integerrima ed ottenere infine il permesso di condurre la sorella in Grecia.
Avrebbe potuto essere la madre badessa d'un convento... chissà, magari in Terra Santa! Già la vedeva dirigere con sapienza una comunità di fanciulle in fiore sul monte Carmelo, coltivando rose, mirto e producendo il profumatissimo laudanum.
Ma non adesso. Per ora avrebbe taciuto quel progetto a tutti e si sarebbe, al contrario, finto impaziente di celebrare le nozze dell'amatissimo fratello.

*******

– Ma come? – si meravigliò Nicolò di fronte al diniego del notaio. – Avevi detto che potevi dimostrare la legittimità della mia nascita... –
– Permettimi di ricordare, signore – intervenne pronto il segretario, con la sua vocetta fessa ed irritante – che proprio allora tu hai detto che non ti interessava... –
– Infatti! – insisté Nicolò, esasperato – Che fissazione, la vostra, di voler dimostrare per forza le cose, come se la vita intera fosse in realtà un unico teorema di geometria. – e si godé per un istante la perplessità dei suoi interlocutori, che non sapevano di che cosa parlasse, poi riprese, temprato – hai detto di conoscere bene la famiglia di mia madre, d'essere addirittura in corrispondenza col suo confessore ed ora, di fronte ad una cosa semplice, come indicarmi il suo paese... – Il notaio non sapeva che cosa rispondere: era pronto a difendere la legittimità di quel figlio che Caloianne voleva tenere con se', ma credeva che l'aspetto affettivo di tutta la faccenda fosse stato, da anni, risolto dal padre, era veramente il minimo che potesse fare per difendere il suo operato... comunque neppure adesso si sentiva di rinnegare il documento che aveva "completato e corroborato" ne' di togliere la sua fiducia al proprio cliente: – Credo che tuo padre abbia rotto con la famiglia della sua prima moglie... – azzardò – capirai, figliolo, egli avrà avuto le proprie motivazioni, era un uomo integerrimo, che non affidava nulla al caso... forse, chissà! me ne ha anche accennato, ma io non mi son permesso di far domande troppo intime, tu mi capisci... ed ora ormai ho dimenticato! – Il segretario ritenne suo dovere avvalorare la tesi del suo superiore: – Noi siamo tenuti al segreto, come un prete in confessione – incalzò – e per riuscirvi ci costringiamo a dimenticare ogni particolare della vita privata, che per caso potesse sfuggire ai nostri interlocutori! Comunque, nel tuo caso, è facile immaginare che i parenti non volessero lasciarti partire, anzi, forse ritenevano addirittura che la partenza di tuo padre fosse la vera causa della morte prematura... – – Che sciocchezza! – intervenne prontamente il notaio – Tua madre sapeva benissimo che un uomo di mare non può vivere a terra! È morta d'una brutta febbre e certo non è colpa di nessuno. Comunque penso anch'io che i parenti t'abbiano lasciato partire a malincuore e che adesso non ti farebbero una grande accoglienza, se tornassi a mani vuote. Se fossi in te mi arruolerei nella flotta bizantina. Stanno addestrando delle truppe speciali, per contrastare gli attacchi a sorpresa degli arabi e cercano uomini. – "Ha capito che sono disperato" si disse allarmato Nicolò e per darsi un contegno si strinse sprezzante nelle spalle: – Grazie – rispose ad alta voce – Non sono certo alla ricerca di lavoro o di sostegno! Sto per sposare una donna ricchissima, la sua famiglia mi attende a braccia aperte e non avrò più bisogno di nulla! Cercavo i miei parenti per ragioni affettive: in Grecia si celebrano molto solennemente le nozze e volevo la loro benedizione! – "Non mentire con me, ragazzo!" pensò a sua volta il notaio e disse invece: – Mi rallegro per te, Signore! Ma i tuoi futuri parenti sanno che hai lasciato tutte le tue sostanze a tua sorella Carola? – e sorrise mellifluo, mostrando una doppia fila di denti rapaci. Nicolò rabbrividì: non aveva alcuna apprensione al riguardo, dato che tutta la storia delle nozze era invenzione purissima, però se quell'uomo non era in grado di ricongiungerlo con la sua famiglia d'origine, come aveva sperato, non sapeva proprio dove andare, ma si riprese subito: – Non c'era motivo di esternare loro i miei progetti! – rispose, con una durezza che non era necessaria – D'altra parte avevano fretta d'avermi e questo era l'unico modo... – tacque, non sapeva come concludere il discorso. Gli pareva d'un tratto che la sua fuga e le motivazioni disperate che l'avevano suggerita fosse nota in tutte le Venezie e soprattutto ai due uomini che gli stavano di fronte. In ogni caso il notaio s'avvicinò e, bonariamente, gli mise una mano sulla spalla: – Ti scriverò una "lettera patente*" che mostrerai ad un mio vecchio amico, di Bisanzio. – disse con improvvisa dolcezza – Ti auguro con tutto il cuore che non ti serva mai... ma quando hai scambiato la promessa col tuo futuro suocero egli era convinto d'imparentarsi con un ricco mercante ed ora... tu sei giovane e non immagini quanto il denaro conti, anche nelle più caste questioni d'affetto. Se le nozze fossero rimandate, ti avvarrai del tuo titolo di cittadino romano... – – Romano? – rise Nicolò – Io Roma non l'ho vista mai! – Il notaio fu un po' seccato dell'interruzione, ma lo perdonò, perché era un ragazzo giovane e, per quanto non volesse ammetterlo, nei guai fino al collo. – La cittadinanza non ha più nulla a che vedere con quella disgraziata città, figliolo! – rispose solennemente – Ma è una eredità diretta di quell'Impero che il Cristianesimo ha rifondato ormai per l'eternità! –
Quest'intervento piacque tanto al segretario, che volle aggiungere una postilla: – Anzi, – intervenne, con voce quasi piena – di tutte le terre che si gloriavano d'appartenervi, la nostra è l'unica che non sia mai stata invasa dallo straniero, l'unica in cui la duplice eredità civile e religiosa sia rimasta intatta! –
Questa volta il notaio non volle contraddirlo.
Forse, per la prima volta, si trovavano d'accordo.
– Chissà – suggerì addirittura il notaio con voce sognante – con un po’ di fortuna potresti addirittura conoscere gli eroi che cinque anni fa restituirono Creta alla cristianità! –
Nicolò tacque il parere di suo padre in proposito: considerava il fuoco greco un raccapricciante esempio d’inferno costruito dall’uomo e Niceforo Foca un fanatico razzista... era forse l’unica persona di cui aveva sempre parlato male.
Però suo padre era morto e bisognava trovare un’occupazione.

****************

Promontorio di Paphos
L’acqua del mare era incendiata dalla luce rossa del tramonto, anche le onde erano bordate di schiuma rosa e parevano animate d’una volontà propria vagamente ostile, o almeno d’una certa fretta nervosa di spingere la nave dentro il porto, col risultato di complicare l’intera manovra. – Oggi m’hai fatto paura – gli confidò Alessio improvvisamente, come contagiato dall’atmosfera febbricitante del mare – ho creduto che m’avessi confuso coi nemici e che fossi pronto a colpire anche me! –
Era vero infatti. Nicolò non conosceva ancora tutti i suoi nuovi compagni e nel fragore della battaglia, finalmente armato, vendicava suo padre, ogni volta, senza far distinzione alcuna tra chi gli stava intorno, ma era perfettamente inutile complicarsi la vita con una confessione del genere, quindi s’affrettò a rassicurare Alessio mentendo: – Figurati! Avevo compreso perfettamente che volevi coprirmi il fianco! –
– Veramente sono scivolato! – insisté fastidiosamente quello, costringendolo a nuove rassicurazioni bugiarde.
Per fortuna gli altri volevano scendere e la conversazione fu interrotta dal loro passaggio. Guardò con misurata soddisfazione il famoso "phrourion" bizantino, la grande costruzione esagonale costruita per essere inespugnabile ed il piccolo porto eternamente affaccendato che si stendeva ai suoi piedi, ma il rapido sciamare dei marinai fu bloccato sul nascere: alla fortezza non c’era posto per tutti, bisognava dar la precedenza ai feriti gravi, gli altri avrebbero passato la notte a bordo. Nicolò fu l’unico a non stupirsi: era evidente che l’imperatore stesso prendeva le debite distanze dai suoi soldati non appena finiva la battaglia. Comunque s’offerse di coprire il primo turno di guardia in modo che i compagni potessero cenare in città, gesto che ripeteva ormai da sempre e non mancava mai di procurargli un generoso consenso.
– Secondo me sbagli! – gli fece notare Alessio – Non sai dove siamo? –
– Ti credevo con gli altri! – rispose di malumore.
– Ora vado… volevo cercare di convincerti a venire con noi… questo non è un porto qualsiasi, non hai notato niente di strano quando siamo arrivati? – Nicolò fissò lo sguardo nella barriera rocciosa che s’erano lasciati alle spalle, scura contro l’incendio dell’acqua e non si stupì quando Alessio raccontò che in quel luogo si diceva fosse nata la grande Afrodite, la dea dell’amore carnale, tanto che era possibile raggiungere l’enorme pietra isolata considerata per secoli una sua epifania. Ancora adesso, a ricordo del lungo culto a lei tributato, le ragazze del posto erano le più belle e generose del mondo.
– Tutte menzogne! – intervenne Gioacchino materializzandosi inaspettatamente dietro di loro – Al contrario qui c’è il santuario della Vergine del Latte! – ed indicò un punto sulla montagna, alle loro spalle, che contrariamente alla scogliera, era permeata dalla luce calda del tramonto – La sua Sacra Immagine ha operato molti miracoli… il più curioso di tutti è avvenuto un po’ di tempo fa, quando i pirati invasero il convento e rapirono le monache. Pare in fatti che tra loro ci fosse una fanciulla “romana delle Venezie” come te, Nicolò, che si trovava qui per un caso curioso: era in pellegrinaggio coi genitori ed il fratello per la Terrasanta, quando cadde ammalata. Si trattava di una febbre non pericolosa… una di quelle malattie che vengono alle donne per stanchezza… così le suore convinsero la madre a proseguire il pellegrinaggio col figlio ed il marito, per sciogliere il voto e passare al ritorno a prendere la piccola Nezia, si chiamava così. Il mattino in cui arrivarono i pirati, prima dell’alba, una voce sconosciuta chiamò per nome la piccola ammalata, invitandola ad uscire. Come fascinata ella obbedì e raggiunse una grotta – a questo punto Gioacchino indicò un’ombra scura nella roccia – dove si trovava appunto la miracolosa icona della Vergine, che l’aveva attirata fin lassù per salvarla! –
– Sarà successo esattamente il contrario – osservò disincantato Nicolò – la fanciulla è scappata recando con se’ il tesoro – si pentì, accorgendosi che un piccolo drappello di marinai s’era fermato ad ascoltare il racconto ed ora discuteva animatamente la sua proposta di spiegazione – Ha ragione Nicolò – disse uno – No! – incalzò un altro – Perché avrebbe dovuto fuggire, se non avesse saputo del pericolo? – Per rubare l’icona appunto! – Nessuno ha mai parlato di furto, ma, al contrario, d’un miracoloso ritrovamento… la Vergine è stata dipinta direttamente da San Luca… – E già, secondo le leggende la metà delle sacre icone erano state dipinte dall’Apostolo… veniva da chiedersi se e quando avesse trovato il tempo di scrivere il Vangelo! Detestava queste discussioni inutili: – Vero miracolo – concluse rudemente – sarebbe stato porre in salvo tutto il convento! –
Gli pareva che questo ponesse fine alla disputa, ma Alessio intervenne di nuovo – Questo non accade mai – gli fece notare – se tutta una comunità meritasse davvero di salvarsi la guerra non scoppierebbe neppure! –
Era la mentalità greca: il fato metteva a tacere ogni sua replica, ma non ebbe il tempo di rendersene conto, a causa d'un nuovo, inaspettato apporto: – Ho conosciuto Adrion! – disse Belisario. Ed attirata l’attenzione a se’ raccontò la seconda parte della storia.
Anche la famiglia di Nezia era stata assalita dai pirati ed un giovane indigeno li aveva soccorsi, ricuperando le loro favolose ricchezze, infatti erano pellegrini ricchi, di quelli che acquistavano reliquie in Terrasanta e le rivendevano in Occidente. Poi era tornato a prendere la piccola Nezia, perché ormai quasi nessuno osava viaggiare liberamente per l’isola, l’aveva condotta dai suoi e l’aveva sposata, anzi il fratello stesso, che era un religioso, aveva celebrato le loro nozze!
– Menti! – l’accusò violentemente Gioacchino, rovinando l’effetto gioioso del lieto fine – Non puoi averlo conosciuto, si tratta d’una cosa accaduta secoli fa, quando Cipro, appunto, era invasa dai pirati. Ora gode della protezione dell’impero e certe cose non accadono più! – Inutile dire che questo rattristò tutti: il fatto d’aver conosciuto personalmente il protagonista era di solito valido motivo d’autenticità per una storia.
I marinai sciamarono lentamente verso terra, in cerca delle famose ragazze di Paphos.
– Qualcuno sa come si chiamava il fratello? – chiese improvvisamente Nicolò. Ricevette occhiate perplesse – Quale fratello? – si stupirono i più, avendo già dimenticato. – Se hai cambiato idea – suggerì pronto Alessio – e vuoi venir con noi... – l’amicizia di quel compagno d’armi cominciava decisamente a diventar molesta: – Vai! – disse con un sorriso – O si prenderanno le ragazze migliori! – Provava una segreta ripugnanza all'idea di seguirlo. Gli seccava presentarsi a mani vuote laddove una volta giungeva pieno di regali e temeva d'incontrare un viso noto e ritrovarsi a confessare la storia amara della rinuncia ai beni paterni e della fuga che ne era seguita. L’ingresso nella flotta bizantina coincideva con una solenne disillusione riguardo alla società greca: la gradazione di luci ed ombre che credeva d’aver visto era una specie di miraggio da ricco mercante. Ora che viveva come un marinaio sapeva che il prestigioso impero nascondeva forse anche più miseria delle isole da cui era partito, anzi il freddo era misericordioso e troncava sul nascere certe esistenze infelici che qui si trascinavano più a lungo… E come se non bastasse la storia di Nezia e di quell’Adrion, sospesa fra la sacra icona e la roccia dell’antica dea pagana, lo aveva scosso dallo scetticismo di cui di solito s’ammantava, aprendo antiche ferite, tanto che ora vegliare da solo gli pesava. Immobile sul castello di prua, letteralmente foderato di sifoni di bronzo col famoso combustibile del fuoco greco, che andava sorvegliato senza sosta, era assalito dai ricordi. Più s’andava ripetendo che Nezia non era neppure un vero nome, ma un diminutivo comune a chissà quante ragazze, più qualcosa dentro di lui diceva che l’amica di Carola, era morta perché Adrion non era arrivato a tempo… la colpa era sempre della guerra, che irrompe improvvisa nelle esistenze più felici.
Strana conclusione davvero per uno pagato per combattere!
Non gli piaceva quella vita stentata di soldato, provava un certo qual risentimento per quella necessità d’amarsi e confidarsi che animava l’intero “tema dell’Egeo”.
Così si chiamava l’unità militare a cui apparteneva. La raccomandazione del notaio non era bastata per entrare nell’aristocrazia navale, rappresentata dal “tema asiatico”, che aveva visto più d’un marinaio salire ai più alti gradi della burocrazia statale ed era pertanto molto ambito.
Il tema ellenico e quello di Samo, invece, reclutavano anche barbari per contrastare l’avanzar degli arabi, ed il livello umano era infimo: gente troppo povera per un’attività e troppo pavida per combattere in proprio, che era usata come una specie d’ariete vivente contro gli infedeli. Come se non bastasse questa carne da macello, compensava con un’infinita sete d’affetto la mancanza d’un ruolo sociale ed era perciò era avida di rapporti umani. Al terzo giorno di convivenza tutte le differenze che aveva creduto di vedere fra la sua patria e la Grecia erano miseramente sfumate! La promiscuità con questi compagni gli avvelenava il piacere semplice di navigare, che una volta faceva tutt'uno con la vita in mare. L'unica distrazione era il pericolo incombente in cui vivevano. Aveva una vera passione per le tempeste e si sentiva veramente vivo quando era l'unico ad ergersi in piedi sul ponte, contro il vento salato vomitato con rabbia dalle onde gigantesche. Anche le battaglie non erano male s’era abituato presto al fuoco greco ed era fra i pochi che lo dominasse con disinvoltura. Pochissime però, sia le tempeste che le battaglie, perché avevano più che altro semplici mansioni di controllo d’approvvigionamento e delle coste.
Di solito il mare era terso e piatto sotto un cielo troppo azzurro e la vita francamente noiosa.
Forse Alessio non aveva tutti i torti a temerlo. Se il suo furore si riversava sugli arabi era soltanto perché quelli gli tenevano effettivamente testa, invece di rifugiarsi pronti dietro di lui come facevano i bizantini, avrebbe potuto in qualsiasi momento trasformarsi semplicemente in un bruto e dimenticare chi era il vero nemico. Tanto più che la consolante idea d'esser nel giusto aveva smesso presto di sostenerlo: andarsene a quel modo non era stato davvero un gran gesto e per di più non gli era convenuto affatto!
Era tormentato dai rimorsi. Se le passate avventure fossero state più discrete, se avesse preso moglie... magari una schiava, che non potesse usurpare i diritti di Carola... Nelle notti come quella, sotto lo sguardo vivido delle stelle, queste riflessioni gli toglievano il sonno ed era una distrazione poter offrirsi di far la guardia, per dare un senso a quella veglia.
Poi al mattino, indifferente allo spiegarsi di rosa e d'oro che accendeva l'acqua ed al gran canto trionfale degli uccelli, se ne andava a dormire qualche ora d'un sonno profondo e senza sogni, con una grande aspettativa per la prossima battaglia: nessun pericolo lo atterriva veramente. La sensazione che tutti i suoi fossero lontani, al sicuro, gli dava uno straordinario sangue freddo e considerava il fuoco e le urla come un buon antidoto contro la noia... e la nostalgia.
Gli mancava il buon freddo ristoratore dell'autunno, la pioggia generosa che scendeva cantando nelle catinelle di rame, persino la nebbia, che di tanto in tanto riposa gli occhi e trasfigura, velandola, la realtà; gli erano venuti a noia il sole ed i giardini lussureggianti ed avrebbe tanto voluto tornare a casa. La sua casa.

*******

Il matrimonio era stato celebrato pochi giorni dopo la stesura del contratto, in una giornata tiepida di pioggia sottile ed argentata, come quelle che la primavera riversava generosa sulle isole. La piccola chiesa di mattoni cotti, coi soffitti a botte ingenuamente affrescati, era parata a festa con drappi ricamati e ghirlande d’edera. I ceri erano numerosissimi, perché non c’era più olio per le lampade sacre e le fiamme traevano mobili riflessi color sangue dal velo di seta vermiglia, che i testimoni tenevano alto sul capo degli sposi; Ursiola indossava una veste di lino chiaro, sotto al gran manto da Madonna, che ne dissimulava lo stato di gravidanza ormai quasi manifesto e Bastiano pareva orgoglioso di lei.
Carola era rimasta a casa.
Aveva preparato per l'occasione un grande abito di scarlatto, bordato d'oro sottile, che all'ultimo momento era stato ridotto invece per Cecilia, ora seduta quieta e ridente accanto alla sposa.
Ricordava l'eccitazione di Carola quando egli aveva portato la stoffa a casa, la fretta con cui s'era preparata il vestito e poi, d'un tratto, la rinuncia laconica: "Non mi sento bene, rovinerei la festa a tutti".
Era la prima volta, in assoluto, che Carola affermava di non sentirsi in forma: pallida e magra com'era, era sempre parsa indistruttibile e sostanzialmente indifferente agli accidenti della vita.
Forse quel matrimonio la turbava?
Ma perché?
Più tardi, rincasando, l'aveva trovata nella sua stanza, in piedi ad aspettarlo.
Indossava una camicia di lino bianco, lunga fino ai piedi nudi ed i capelli sciolti le scendevano lisci e lucidi oltre i fianchi. La fiamma mobile, nei bracieri, non riusciva ad accendere in lei neppure un frammento rosato e gli occhi erano scintillanti nel buio, come le iridi d’un gatto, con le pupille dilatate a catturare la luce. Appariva in tutto simile ad un fantasma, o meglio a quelle anime diafane di beati affrescate all'interno della chiesa, dietro all'altar maggiore, tutte intente a contemplare Dio, coi piedi appoggiati su improbabili campi di gigli rigidi e tesi, che parevano incapaci di piegarsi sotto il loro peso... Forse i santi non pesano. A differenza di quelle figure, però, Carola aveva due mammelle piccole e sode, che si disegnavano tonde sotto la camicia troppo sottile, sollevate a tratti da un respiro un po' affannoso. – Domani parti – disse con dolce determinazione appena lo vide – e poiché ho la febbre non potrò accompagnarti al porto come il solito... –
Era ridicolo sentirsi turbato.
Quando mai la vista d'un seno lo aveva colpito?
Sërinde non si faceva certo tanti scrupoli ed era molto più prosperosa di sua figlia, con una tetta perennemente in bocca all'ultimo nato, per non parlare della generosità delle scollature greche... Perché, allora?
Si rese conto, confusamente, di non aver mai creduto davvero che sua sorella fosse una donna in carne ed ossa fino a quel giorno.
Da vent'anni si ripeteva contento la favola della sua matrigna, in quella prima notte di permanenza tra le isole e si rallegrava di vivere accanto ad una perla lucente.
Non l'aveva mai desiderata e non la desiderava adesso, tutt'altro, ma l’offendeva l'impudenza con cui si era recata nella sua stanza, a dispetto di tutte le proibizioni di casa: – Non ho mai voluto che m’accompagnassi e non capisco perché tu non sia a letto! – protestò con violenta indignazione nei confronti di quell'ingenuità.
Carola, come sempre, sorrise con gli occhi tristi, che guardavano lontano, verso un punto sconosciuto, trapassando ogni interlocutore. – Ti ha sempre fatto piacere. – affermò con tranquilla sicurezza.
Nicolò inghiottì qualche cosa d'amaro, che gli fece male allo stomaco. Gli pareva che la gioia innocente di cui aveva goduto fino a quel giorno fosse ora denunciata come un crimine. Davvero Carola ignorava ogni chiacchiera? Non capiva che se qualcuno l'avesse trovata in quella stanza, così discinta, avrebbero sospettato anche di lui? Credeva che le vergini non fossero fatte di carne e di sangue, come tutte le altre?
– Dimmi quel che devi e torna a letto! – le intimò – Bruci di febbre. –
Carola alzò le braccia per porgergli il salterio lucido, d'argento, che parve apparire d'un tratto dal nulla: – Non hai mai voluto portarlo con te, in questi anni, – osservò, – col pretesto di non volerlo perdere e forse hai disimparato a suonarlo. Invece è importante per ritrovare tua madre, devi sapere, infatti... –
– Mia madre è morta! – la interruppe con rabbia – In caso contrario mio padre non avrebbe mai sposato la tua! –
Che cosa c'entrava quel discorso adesso? Come se non avesse sempre saputo che era falso. Una pietosa bugia, inventata dal notaio, per cancellare una nascita illegittima! Si nascose il capo tra le mani.
– Si può sapere perché gridi? – esclamò Alvise, entrando a piedi nudi nella sua stanza. S'era fatto lungo, il piccolo Alvise e sulla faccia da bambino legata per caso a quel corpo magro d'adolescente, cominciavano a spuntare i primi peli.
Mancava giusto questo: che il fratellino li sorprendesse.
Ma con sua grande meraviglia, avanzò da solo verso la grande tavola dei conti, dove il salterio riluceva, freddo e distante, alla luce mobile dei bracieri accesi.
Carola era scomparsa.
– Non stavo gridando, – protestò debolmente – spiegavo a Carola... –
Il ragazzo gli rivolse un'occhiata interrogativa e perplessa: – Carola è nella sua stanza, con Cecilia – osservò – mi hanno appunto mandato a prenderti, perché dato che ha la febbre e non può alzarsi, vorrebbe salutarti. –
Seguì il fratello senza parlare e fu condotto nella camera delle ragazze, dove troneggiava una splendida Icona della Vergine, davanti alla quale ardeva una candela di cera purissima, che profumava la stanza di miele. Nicolò si chiese, infastidito, come facessero a prendere sonno con quella fiamma tremolante sempre accesa e si volse al capezzale dell'ammalata, che giaceva supina sotto alle coperte, con una gran pezza di lino bagnato sulle tempie: tutto ciò che di luminoso ed inquietante aveva visto poco prima in lei sembrava spento. – Ti ho fatto portare il salterio, – disse piano, senza aprire gli occhi – devi tenerlo con te, perché è l'unico bene di famiglia che ti sia rimasto, il solo legame con tua madre... –
– Mia madre è morta. – affermò nuovamente Nicolò, con maggior determinazione di prima, nonostante l'apparente voce piana – in caso contrario mio padre non avrebbe potuto sposare la vostra! –
Per tutta risposta Carola spalancò due occhi pieni di luce ed inaspettatamente ridenti, quasi ironici: – Mi sono espressa male, scusami – si corresse con un tono leggero – volevo dire che è il solo legame coi tuoi parenti, sai, per ritrovare la tua famiglia. Devi sapere infatti... –
Povera Carola! Credeva davvero che tutto il mondo fosse semplice e piano come nelle isole, che bastasse arrivare nel grande impero con il salterio in mano, per risalire serenamente al possessore, come se tutti si conoscessero. – Ho già parlato al notaio per questo. – la interruppe – Non parlare, non affaticarti, quando si ha la febbre l'unica cura è dormire e sudare. –
Sua sorella richiuse gli occhi obbediente ed egli le sfiorò la guancia con un rapido bacio: – Addio – sussurrò, – guarisci presto! –
Ma non aveva potuto far a meno di notare che la guancia era morbida e fresca, anzi, lievemente profumata.
Carola aveva finto d'essere ammalata per non partecipare al matrimonio ed ora continuava la finzione, perché i fratelli minori non s’accorgessero che poco prima era in camera sua.
Però non riusciva a capire come avesse potuto muoversi così in fretta e men che meno perché lo avesse fatto.

********

Ora che la rassicurante idea d'aver agito per il meglio l'aveva ormai abbandonato, quei ricordi bruciavano come il fuoco. Avrebbe dato dieci anni di vita per avere un'ora di tempo e farsi dare una spiegazione.
Dieci anni?
Avrebbe dato la vita intera. Non che la vita di un volontario di quel tema valesse molto!
C'era qualche cosa di insopportabile nell'esistenza che andava conducendo.
Qui tutto avveniva all'aperto: anche ora, sul ponte, nella quiete della notte stellata, gli pareva di sentire le risate grasse degli uomini che si divertivano lontano, a riva, dove le luci rosse dei fuochi turbavano lo splendore argenteo della notte.
Dell’incendio acceso dal sole al tramonto non restava traccia.
Era sorta la luna, invece. Una grande faccia tonda appena rosata, nel cielo di purissimo zaffiro, che stemperava una gran scia di riflessi sul mare finalmente tranquillo. La scogliera un tempo abitata dalla Dea biancheggiava opalina a quella luce, lambita da piccole onde di spuma celeste; in Grecia non c’era terra, così come la s’intendeva in occidente, ma marmo, alabastro, scisto, che s’accendevano alla luce della luna, come le perle, tanto più luminosi confronto al mare scuro e la sagoma opaca della fortezza. Non aveva dubbi sulla nascita della Dea. Sentiva il posto sacro ed aveva l’impressione che il bastione bizantino la profanasse. I fantasmi di Nezia, Adrion e Marcello continuavano a tormentarlo… Gli pareva di sentir le loro voci mescolate al canto dei grilli, era turbato da quell’amore che non era riuscito a trovare compimento. Non sapeva però da che parte collocare la Vergine. Le icone l’avevano sempre turbato. Ora la grotta era stata completamente inghiottita dal buio, ma anche la prima volta che l’aveva guardata, per la verità più che una grotta gli era sembrata una macchia di vegetazione, forse rose selvatiche... e poi, che importanza poteva avere? La Vergine non era più là, certamente, le monache avevano trovato una sistemazione più consona… Inquieto levò lo sguardo alle poche stelle che riuscissero a contrastare la luce della luna: riuscì a distinguere la Lira, l’Auriga e, naturalmente, la stella polare. Parevano intimidite dalla luna.
In una notte così era un delitto essere infelici
Non sapeva bene che cosa fosse ad infastidirlo: gli uomini o quella splendida parata notturna che non poteva condividere con nessuno.
In ogni caso c'era qualche cosa di fuori posto: certe voci... certi sentimenti... tutto un modo di vivere e di porsi accanto alle cose del mondo era sbagliato.
Fuoco, risa, donne avrebbero dovuto restare ben celate in casa e fuori neppure un sospiro avrebbe dovuto interrompere la nota monotona dei grilli inneggianti alla luna.
Da quanto tempo pensava in questo modo?
Da quando tra lui e gli altri, addirittura tra lui e la luna, sentiva il bisogno prepotente d'una barriera protettiva?
Da che cosa derivava questo ridicolo e sciocco bisogno di casa?
Non aveva ricordi antichi che potessero rispondere efficacemente a quest'interrogativo. Il suo passato più remoto lo portava al suo primo arrivo al porto della sua nuova patria, quando suo padre scrutava impensierito l'orizzonte ed egli cercava invano di distrarlo.
Gli pareva di comprendere, ora, quella tristezza.
Quel non sentirsi a casa in nessun posto.
Come allora pensò che la musica potesse essere un antidoto alla malinconia che minacciava d'inghiottirlo.
Anzi, per la prima volta realizzò l'unico messaggio certo che Carola gli aveva lasciato quell'ultima strana notte: il salterio! Lo strumento pregiato che aveva ereditato da sua madre, probabilmente sua esperta maestra di musica.
Come poteva non averci pensato prima? L'ultimo gesto d'affetto di Carola era stato forse il più importante!
Senza neppure chiedersi se potesse farlo, abbandonò con grande disinvoltura il posto di guardia, andò a prenderlo e si mise a suonare una melodia dolce, che ricordava il suo passato.
Quel po' che la sua memoria sapeva evocare: un misto di fango e d'acqua torbida, sotto un cielo chiaro.
Fin dalla prima nota le voci stonate degli uomini e persino la luce sguaiata dei fuochi furono immediatamente cancellate: anche i grilli tacquero e le stelle impallidirono piano, ammutolite; un'alba lattiginosa s'affrettò ad inghiottirle, con la luna e tutti i riflessi mobili della notte.
L'acqua del mare si schiarì fino a sembrare verde pallido, sotto un cielo bianco e nebbioso.
Se non fosse stato per le rocce che scendevano a picco sul mare, avrebbe creduto d'essere a casa.
"È un sogno" pensò confusamente, senza smettere di suonare, poi trasalì: Carola avanzava sola su una piccola imbarcazione tonda e madreperlacea, in tutto simile ad un'enorme conchiglia. Non remava. Con le braccia incrociate sul petto tratteneva un gran mantello rosato, immobile e dritta, come quando lo attendeva sulla riva del porto. Evidentemente la barca era attirata dalla musica.
Senza riflettere, Nicolò abbandonò il suo posto e pian piano, sempre suonando, raggiunse la piccola imbarcazione che s'avvicinava a terra.
Allora Carola sollevò le braccia e sotto al mantello comparve un piccolo corpo snello e sodo, da vergine.

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La gamma dei verdi che sfilava davanti ai suoi occhi era infinita: le foglie nuove dei salici chiarissime e quelle dei pioppi rosate emergevano dalla massa compatta del sambuco, l'edera s'arrampicava scura sui tronchi e l'erba novella pareva addirittura emanare una tenue luce propria, dello stesso tono argentato della pioggia, che tutta la vegetazione beveva avidamente.
Con lo stesso ardore Carola assorbiva l'acqua, l'aria, i colori... non era mai stata fuori casa con un tempo simile, anzi, non essendo avvezza a sottrarsi alle occupazioni domestiche, non era mai uscita, se non per andare in chiesa a o accompagnare Nicolò al porto... il che voleva dire lasciare un edificio per entrare presto in un altro.
Anche il porto, con la ressa di gente che caricava le navi, aveva ben poco l'aspetto d'uno spazio aperto. E poi in quei brevi tragitti, tutta la sua attenzione era assorbita da... no, non doveva più pensarci. Questo, anche senza arrivare al terribile sogno di quella notte, era, senz'ombra di dubbio, il suo peccato.
Era davvero pentita?
Si costrinse a pensare di sì, anche per giustificare il disagio che quell'urgenza di confessarsi causava a suo fratello Bastiano, il quale naturalmente, s'era sentito in dovere d'accompagnarla. Aveva scelto come confessore il fratello della povera Nezia, e si recava ogni volta a Torcello, nell’oratorio di S.Marco che si diceva fondato dall’apostolo stesso. Un disagio, certo, soprattutto sotto quella pioggia insistente e fredda di primavera. Ma era l'unico che avrebbe potuto capire ed assolverla, forse anche consigliarla. Sogni come quello della passata notte non dovevano più ripetersi.
Fissò di nuovo lo sguardo sul paesaggio, che in fondo vedeva per la prima volta, sentendosi commossa e turbata dal gran respiro del verde che beveva la pioggia. L'unica natura che avesse conosciuto fino a quel giorno era quella addomesticata degli orti coltivati ad insalata ed alberi da frutto, potati sovente, dove la luce, schermata dalle alte costruzioni in legno, irrompeva improvvisa all'ora terza e si spegneva prima del vespro. E anche quelli erano pochi: era più conveniente accettare la verdura in cambio del sale e dedicarsi invece alla pesca o, meglio ancora, al commercio. I terreni lontani diventavano saline e sui vicini si costruivano nuove abitazioni. Cielo ed acqua azzurri, contro il nero delle case sempre più alte.
Ora guardava curiosa ed avida quei verdi così diversi e non aveva alcuna fretta di riprendere la propria vita austera e ritirata. Per un attimo si chiese, con una punta di desiderio, se il sogno di quella notte non potesse anticipare un poco la pronuncia dei voti e l'ingresso in convento, risparmiandole l'assistenza al parto della cognata. Forse non tutto il male vien per nuocere. Padre Marcello avrebbe probabilmente consigliato alla sua famiglia di allontanare quell'anima fragile dalle tentazioni della carne, risparmiandole l'ostentazione di quell'amore che non poteva e non voleva conoscere. Si sarebbe chiusa in un convento, in un'isola verde come quelle che le sfilavano dolcemente accanto agli occhi e si sarebbe occupata della biancheria e dell'orto fino alla fine dei suoi giorni, che sperava prossima.
Che le succedeva?
Aveva sempre considerato un grande onore occuparsi della casa e dei suoi fratelli, soprattutto dopo che la mamma era mancata e non poteva rimproverare niente alla dolce Ursiola, che continuava a lavorare sodo, nonostante il grande ventre e gli assalti quotidiani del suo signore.
Eppure tutto le era venuto in odio e desiderava solo il silenzio... anche se in fondo temeva che nel silenzio prendessero corpo altri sogni...
Le sue riflessioni furono interrotte dall'arrestarsi brusco della barca, che Bastiano nascose sotto un vecchio ponte di legno abbandonato: la riva bianca di margherite novelle le venne incontro veloce e lucida di pioggia. – Perché ci fermiamo qui? – protestò – i canali giungono fin dentro l'abitato. –
– Certo, certo, – rispose distrattamente suo fratello, – ma non credo d’aver diritto di transito, qui invece siamo in una vigna dei cugini di Ursiola e posso muovermi tranquillo... dovremo avvicinarci a piedi... forse, chissà! Forse guadagneremo più grazie! – Non ammetteva d'esser seccato d'accompagnarla, ma non tralasciava occasione per farle capire che tutta quella devozione era, secondo lui, puerile e sciocca. Una donna che si dedicava alla propria famiglia non poteva aver peccati urgenti da confessare e se l'accontentava era per quell'affetto indulgente che si nutre verso i bimbi malati e capricciosi.
Non poteva certo opporsi alla sua entrata in convento, ora che Nicolò aveva lasciato alle monache tutti i beni paterni... ma pensava d'aver diritto ancora al lavoro della sorella, almeno finche sua moglie non partoriva il primogenito ed avrebbe preferito che nel frattempo si confessasse da un prete un po’ più vicino.
Quasi ad appoggiare il suo atteggiamento scettico, il cielo regalò loro il primo vero temporale della stagione, con lampi e fulmini ed alla mite pioggia primaverile si sostituì un acquazzone, che si rovesciò furioso sui loro mantelli di tela cerata. Man mano che avanzavano per i sentieri fangosi, il verde e la pioggia persero gran parte del loro incanto, il ricordo del sogno si fece amaro ed ossessivo e Carola provò l'impressione esatta d'affondare nel fango senza una possibile via d'uscita.
Proseguì, comunque, anche se a fatica, sollevandosi le vesti bagnate che cominciavano veramente a rallentarle il passo e quando Bastiano le propose d'attenderlo nei portici della chiesa*, gliene fu profondamente grata: il pavimento di cotto a lisca di pesce e le colonnine di pietra bianca le parvero una specie di baluardo contro il naufragio che stava vivendo. Aveva a lungo desiderato il silenzio, ma ora le faceva un po' impressione.
Solo la pioggia martellava insistente sul tetto e scrosciava nel frutteto allagato, mentre i lampi illuminavano d'un bianco violaceo il buio incombente.
Non era strano, certo, che tutti si fossero rifugiati in casa con un tempo del genere. Lei stessa, di solito così parca di desideri, non vedeva l'ora di rifugiarsi in un posto asciutto e magari di bere un sorso di vino.
Forse si assopì.
Quando aprì gli occhi aveva smesso di piovere. Un crepuscolo azzurrato s'era impadronito silenziosamente di quel paese che Carola non conosceva, con le piccole case in mattoni e pietra, quasi affondate tra i meli, i ciliegi e rosai che s'arrampicavano ovunque, una gran foresta di cedri e cipressi a chiuder l'orizzonte e siepi spesse di mirto, tagliate basse. Tutto era in fiore, con una pioggia di petali bianchi e rosati che tremolavano piano nell'aria prima di cadere ed un profumo intenso ed inebriante si mescolava al canto d'invisibili uccelli.
– Una sorella nuova! – esclamò una voce nota ed inaspettatamente qualcuno corse ad abbracciarla.
Carola sgranò gli occhi sulla figura colorita che le era corsa incontro; si trattava, senz'ombra di dubbio, della piccola Nezia, ma quasi irriconoscibile dalla felicità: gli occhi chiari ridenti, le gote piene ed arrossate dal sole, due grandi trecce castano-dorate che correvano su un vestito di grosso lino celeste d'una semplicità monacale, ch'ella portava senza croce e senza velo. – Ah, no! – disse un po' delusa, riconoscendola – Sei solo in visita! Ho saputo che il tuo fratellastro Nicolò ha provveduto a fare un grosso lascito al convento di Santa Cecilia e tu dovrai monacarti là! –
– Tu invece hai preso i voti qui? – suggerì incerta Carola, come per spiegarsi la sua presenza.
L'amica rise. – Non ci crederai – esclamò stranamente – ma qui un convento femminile non c’è ancora... chissà, forse un domani potresti fondarlo tu... È strano vero – continuò, prendendo l'amica sotto braccio e conducendola nel frutteto. – la gente che ci ama combina sempre i pasticci più grossi. Nessuno crederebbe mai che Nicolò sia partito perché ti amava troppo, vero? E se proprio aveva in cuore questa conclusione sciocca, non occorreva che ti legasse mani e piedi a quel convento straniero, con un lascito che tu non avevi chiesto. Avresti potuto venire qui con me ed avremmo pianto insieme, non ti pare? – Improvvisamente la possibilità di piangere con Nezia le parve straordinariamente gioiosa, più facile ancora che amar Nicolò davvero e diventar sua moglie. – Pensa! – le disse ridendo – m'avevano fatto credere che fossi morta! – Appena pronunciate queste parole avvertì una sfasatura nell'aria... forse troppo profumo? Sul viso dell'amica il riso si spense: – Ricordo, sì – rispose, con un po' di fatica – forse l'ho desiderato. Anche tu, d'altronde, volevi morire quando Nicolò... –
– Oh, sì – confessò finalmente, con tutto il cuore – se non fosse peccato avrei posto fine io stessa ai miei giorni! –
Nezia tornò ridente: – Peccato? – si stupì – No! Ti han spiegato male. È proprio impossibile. Nessuno muore più da quando è risorto il Cristo! – Con un brivido Carola ricordò le consolanti parole che erano state pronunciate al funerale dell'amica. Nezia era morta: aveva assistito piangendo alle sue esequie, in una giornata di pioggia come questa. Riconobbe negli alberi in fiore il cuscino funebre su cui la piccola salma era stata adagiata. Intuendo una propria spiegazione dei fatti suggerì: – Dunque questa è una visione! Tu sei in Paradiso! –
L'amica la fissò con uno sguardo perplesso, poi scosse vigorosamente il capo: – Oh no! – esclamò poi con passione – C'è tempo per quello! E poi non è così certo che il bene vincerà e Cristo tornerà a prenderci... voglio dire... egli è così lontano e noi siamo tanto legati l'uno all'altro... Tu andresti mai in Paradiso senza Nicolò, per esempio? – Quell'inaspettata questione la mise in imbarazzo – Perché mai Dio dovrebbe impormi una scelta così difficile? – protestò – Non sto soffrendo già abbastanza? – Nezia rise. Ed era conturbante quel riso schietto dentro le più ardite questioni di fede. – No, – disse dolcemente – Dio non te lo chiederà. Il Cristo aveva detto che per seguirlo era necessario amarlo più della madre, del padre e del fratello e noi effettivamente non ci siamo riuscite... ma ricordi la parabola della pecorella smarrita, quella che Egli desidera maggiormente salvare? Davvero non penso di contare meno d'una pecora! Senza contare che la nostra situazione è praticamente quella di "pecore buone" già in salvo, che tornano indietro per soccorrere la compagna in pericolo. Come può punirle il pastore visto che è stato proprio lui a lasciarle per primo? Non credi? – Carola non sapeva proprio che cosa rispondere: non aveva grande esperienza di pecore e non aveva mai pensato che potessero essere qualche cosa di diverso da immagini, dipinte sul muro d'una chiesa. Le faceva un certo effetto l'idea che potessero d'un tratto animarsi e prendere addirittura una direzione diversa da quella prevista. Se si comportavano in questo modo le pecore, quanto non erano temibili gli angeli ed i santi, per non parlare addirittura dei diavoli!
Nezia comunque non pareva assolutamente cosciente di quest'eventualità, perché concludeva invece tranquilla: – Insomma la questione si complica ed il Giudizio Finale si rimanda all'infinito credo. C'è sempre qualcuno che inaspettatamente esce nella bufera per cercare un altro... ho il sospetto che a questo punto nell'ovile non sia rimasto più nessuno! – poi un pensiero la rese inaspettatamente triste, perché tornò alla tesi iniziale: – Talvolta le persone che ti amano son quelle che complicano maggiormente la tua vita. Anche mia madre ha fatto un voto speciale per salvare la mia anima a dispetto d'ogni possibilità d'essere felice. Per questo sono qui. Un po' come il lascito di tuo fratello. Io sono legata a questo posto, come tu al convento di Santa Cecilia, ma forse abbiamo trovato il modo d'incontrarci ed apriremo una nuova parentesi nel chiuso dei nostri spazi... – – Come forse? – si meravigliò Carola – Non siamo appunto insieme? – Stranamente Nezia non comfermò questo dato: sembrava lontana... astratta... camminando tra rosai d'ogni tipo e di mirto in fiore erano giunte ad una fonte d'acqua limpida che zampillava cantando in un'enorme vasca di marmo circolare. Non aveva mai visto un battistero di tali dimensioni.
– Ecco l'unica fonte di queste isole! – disse Nezia con enfasi – Non vuoi berne un sorso? –
Carola vi affondò le mani e si gettò un po' d'acqua sul viso, ma rimpianse amaramente il proprio gesto, perché si ritrovò sola, davanti ad un bacino circolare, pieno d'acqua stagnante. Si guardò intorno: Nezia era scomparsa e per quanto avesse smesso di piovere, l'aria permaneva bassa e grigia. – Che fai? – le gridò suo fratello, raggiungendola a grandi passi – Quell'acqua è cattiva, vuoi prenderti la febbre? –
– Ho sete... – rispose piano, desolata.
Bastiano le porse una borraccia di vino, che portava sempre appresso: – Bevi questo – disse, un po' ammansito – con le tue austerità ti riduci in uno stato... Padre Marcello è in pellegrinaggio verso la Terra Santa – aggiunse poi – e si è fermato a Cipro per tutto l'inverno... dovrai confessarti da qualcun altro. – – Proprio non è possibile – protestò Carola, animandosi – i monaci son legati al convento da un voto... –
Suo fratello era sempre più seccato: – Che cosa vuoi che ne sappia? – rispose – Si vede che con tutti i pirati che ci sono in giro c'è bisogno di confessarsi anche sulle navi! –

**********

Dal giorno in cui il salterio evocò Calora la vita di Nicolò fu stravolta e mutata. Le ore diurne presero a fissarsi stranamente tra loro ed il tempo non passava mai.
Gli spostamenti presero a tediarlo, perché temeva ogni volta che il nuovo porto fosse refrattario allo strano miracolo evocato dalla musica ed in battaglia, lontano dal suo salterio, cominciò a tenersi sempre più ostinatamente in disparte.
Non era vigliaccheria.
O forse prima non era coraggio.
Di fatto allora non aveva nulla da perdere, mentre adesso l'idea di ciò che la notte gli riservava lo riempiva d'un'aspettativa nervosa e la responsabilità di possedere quel prodigioso strumento aveva sulla sua anima uno strano peso, che assomigliava quasi alla paura.
Si rendeva perfettamente conto che quella Carola goduta ed amata non era affatto vera ed era estremamente sospettoso nei confronti della magia da cui era evocata.
Tutto il tempo che non gli era dato di passare col suo salterio, lo impiegava a riflettere, per darsi una spiegazione dell'accaduto, senza peraltro giungere mai ad una soluzione soddisfacente.
Non riusciva a capire che legame esatto intercorresse fra Carola ed il salterio.
Forse non c'era.
Forse era soltanto una sua fantasia: le differenze stesse fra la sorella come la ricordava e l'amante disinibita che si rivelava accanto a lui ogni volta dovevano provargli la natura d'un'apparizione creata dalla ridicola nostalgia di casa, maturata inaspettatamente in quest'ultimo viaggio.
D'altra parte era sciocco pensare davvero che una persona di carne e di sangue fosse prigioniera d'uno strumento musicale o del desiderio di chi casualmente lo reggesse tra le mani.
Eppure c'era qualche cosa di straordinariamente reale in tutta quella faccenda e non c'era notte che, stringendo voluttuosamente Carola tra le braccia, non si chiedesse che fine avrebbe fatto quella donna se il salterio fosse caduto nelle mani sbagliate.
Ogni volta che evocava la sua amante la paura e la gelosia prendevano corpo con lei e lo facevano soffrire, d'altra parte non poteva fare a meno di quel sortilegio e viveva in attesa di un momento di solitudine che gli permettesse di rinnovare il prodigio.
In ogni caso era sempre più infastidito dalla presenza degli altri, quei marinai sporchi, affamati, perennemente in cerca di qualche cosa che non potevano permettersi... non gli erano mai stati simpatici, ma ora l'idea che potessero sottrargli il salterio lo faceva impazzire.
Un tempo, quando era sempre il primo nella mischia e si sobbarcava anche tre o quattro turni di guardia di seguito, il suo atteggiamento finiva per essere accettato, in nome d'un'utilità comune a cui si poteva pur sacrificare qualche cosa. Adesso, invece, nessuno più sopportava le sue stizze da "cittadino romano" qualifica che, qui a Bisanzio, era rivendicata invece dai greci e con una certa veemenza.
Il mistero fitto con cui egli circondava il suo salterio lo faceva oggetto della curiosità generale e poiché un po' tutti glielo avevano visto tra le mani, il suo rifiuto assoluto di suonare qualche cosa in compagnia, la cura gelosa con cui lo nascondeva agli sguardi degli altri e soprattutto quella gran fretta d'andarsene aveva irritato un po' tutti.
Quando giunsero al largo delle Cicladi furono attaccati dai Saraceni all'improvviso e fu una disfatta, non per colpa sua, naturalmente, ma tra gli altri perse la vita Alessio, l'unico che si fosse dato da fare per integrarlo... e poco dopo il capitano lo mandò a chiamare.
Era un Narentano convertito alla chiesa greca, o qualche cosa di simile: una specie di gigante con gli occhi grigi e la barba rossiccia, giunto a Bisanzio da piccolo, forse rapito, non aveva altra famiglia che il tema cipriota, su cui riversava il suo rude affetto, che traboccava sempre sul mondo intero, a parte i Saraceni, naturalmente: – Nicolò, amico mio – esordì – abbiamo tanto sofferto insieme e ti considero ormai come un fratello! –
Questo inizio non lasciava presagire niente di buono.
Perché fratello?
Dovendo acquisire a tutti i costi un parente avrebbe preferito un padre!
Gli tornarono in mente i discorsi di Bastiano, le nozze, la partenza e tutte le cose sgradevoli e commoventi che il suo cuore legava al concetto di fratellanza. Per distrarsi, si costrinse a fissare i pochi peli bianchi che il suo capitano aveva sul mento e che tremavano piano, mentre diceva: – Francamente, Nicolò, non per spiarti, ma è da quando siamo partiti che non ti accosti ad una donna e noi siamo tutti preoccupati per te, anzi i mozzi più giovani cominciano ad aver paura... no, no, tra noi è inutile quella faccia indignata. Mi hai raccontato tu stesso che tuo padre, nel vostro primo viaggio, s'è opposto con tutte le sue forze a qualsiasi contatto, anche innocente, fra te e gli uomini della ciurma. Nessuno ignora certe necessità e nessuno dorme volentieri insieme ad un uomo che... – – Qualcuno ha avuto l'ardire di denunciarmi? – tagliò corto Nicolò, che non aveva voglia di ricordare suo padre e men che meno il suo arrivo alle isole. Il volto dell'uomo espresse un vivo imbarazzo: – Per un'aggressione fisica no. – rispose incerto – Non ancora. Ma io credo che accadrà e se non avranno una vera accusa ne inventeranno una... un uomo che si aggira per una nave da guerra abbracciato ad un salterio non piace a nessuno. – – Sei venuto a dirmi che è un reato suonare il salterio? – lo interruppe con rabbia Nicolò.
Il capitano, frustrato nel suo tentativo d'instaurare un contatto fraterno, rispose con lo stesso tono aggressivo: – Quando sei pagato per combattere sì. – Si lasciarono a Naxo, con reciproca soddisfazione, che da entrambe le parti si guardarono bene dall'esprimere. Non volendo questioni col notaio che l’aveva presentato, “romano delle Venezie” pure lui, gli pagarono generosamente una lira d’oro, più una fiasca d'acqua dolce e una porzione di gallette.
Ora che la figura evocata con la musica l'aveva guarito dalla nostalgia, il posto gli sembrava splendido: mai aveva visto acqua tanto limpida, profonda e brulicante di vita, ne' montagne così aspre, che sorgevano direttamente dal mare e si stagliavano con splendori d'alabastro contro il cielo perennemente sereno. Era agosto ormai: l'aria calda profumava di laudanum e terebinto, mescolati insieme nel vento caldo e asciutto, le rose di roccia occhieggiavano dappertutto ed il canto delle cicale e dei grilli s'alternava regolare e monotono a scandir le giornate.
Trattò abilmente l'acquisto d'una barca e prese a remare vigorosamente verso quell'isola di Cipro dove Carola gli era apparsa la prima volta: aveva intenzione di stabilirsi là con lei e di condurre una vita semplice, da pescatore.
Fin dalla prima pausa, in ogni caso, tentò d'evocarla, anche per metterla a parte dei nuovi progetti di vita in comune.
Individuata una baia tranquilla, tirò la barca in secca, si nascose nel folto dei pini e prese a suonare dolcemente il suo strumento, fissando distrattamente le macchie d'oro che il sole, penetrando tra i rami, accendeva qua e là, nel sottobosco brulicante d'insetti indaffarati.
Non accadde nulla.
Pensò che forse Carola sorgesse soltanto dall'acqua e che l'ombra umida non potesse esercitare nessuna attrattiva su di lei.
Allora si stabilì su un promontorio, in pieno sole, accecato dai riflessi d'oro liquido che salivano dall'acqua calda, insieme ad una brezza tiepida ed asciutta.
Ancora nulla.
"È vero" si disse "l'ho sempre chiamata soltanto la notte." E pensò di dormire un poco nell'ombra del bosco, per aspettare che passasse la calura ed arrivasse il tramonto.
Ma improvvisamente si ritrovò sensibile ai piccoli contrattempi della vita quotidiana e s'accorse che la vita di gruppo, per quanto noiosa, l'aveva sollevato per mesi dal problema della fame, della sete, degli insetti e del sole infuocato.
Ben presto terminò l'acqua dolce e fu costretto a battere attentamente l'isola alla sua ricerca, sfamandosi con pesce e frutta selvatica.
Solo allora s'accorse, con un sentimento di privazione dolorosa, che questa volta Carola non l'aveva accompagnato alla nave e non gli aveva dato la solita provvista di gallette.
In ogni caso il sole era finalmente tramontato ed ora sarebbe comparsa.
Si tuffò nell'acqua calda e riemerse pulito e ristorato.
Si sistemò di nuovo sul promontorio d'alabastro viola, dentro il mare color dell'indaco, che si scuriva piano contro il cielo ancora arrossato e già palpitante di stelle e finalmente cominciò a suonare.
Ma non accadde nulla.
La musica gli diede un gran senso di comunione con quella natura bellissima e profumata, che s'addormentava dolcemente nella notte e finì per addormentarsi egli stesso.
Carola non venne.
Non sapeva che pensare.
La vita quotidiana gli piombò addosso, gravata delle necessità più avvilenti e si ritrovò addirittura a rimpiangere le risate grasse e gli scherzi dei suoi compagni.
Per tre notti, in tre isole diverse, puntualmente, ripeté l'esperimento e non comparve nessuno.
La quarta volta, finalmente, una barca solcò l'acqua scura, accendendovi riflessi lattei... ma invece della donna amata scorse a bordo un marinaio che remava vigorosamente.
Quale non sarebbe stata la sua gioia se si fosse accorto che l'uomo, in realtà, era suo padre vivo e sano, nel fiore della propria giovinezza: lo strumento magico che un tempo era appartenuto a sua madre l'aveva evocato alla data esatta del loro primo incontro!
Purtroppo la nostalgia tutta terrena per la bella Carola che ogni sera si gettava nuda fra le sue braccia lo rendeva ben poco incline ad apprezzare quadri di vita familiare e quando al suo posto vide arrivare un uomo, atterrito ed infuriato gettò il salterio in mare e si volse per andarsene.
Mai la notte gli era sembrata più buia ed al posto dei profumi dolci della Grecia sentiva un odore amaro di salso e di alghe.
Quale non fu il suo stupore, quando udì la voce di Carola che piangeva e gridava aiuto e in quel preciso istante la luna illuminò una figura di donna che annaspava disperatamente in mare. Si gettò verso di lei e la trasse facilmente in salvo, poiché non pesava nulla ed invece di irrigidirsi, come chi teme di affogare, si appoggiò calma e fiduciosa a lui.
Com'era magra, ora Carola.
Le luminose rotondità delle notti precedenti l'avevano completamente abbandonata ed il viso appariva stanco e pallido, sotto al gran velo di canapa, come la veste bagnata.
– Che cos'è successo? – gli chiese impaurita – dove siamo? –
– Dunque davvero sei legata al salterio? – chiese lui di rimando.
Carola gli levò in volto due occhi stupiti, con le pupille dilatate come quelle d'una gatta e le iridi piene di luce di luna: – Legata al salterio? – ripeté con viva perplessità – E che cosa vuol dire? –
– Davvero non saprei – ammise scoraggiato Nicolò – ho pensato a lungo, al contrario, che tu stessa avresti potuto spiegarmi... Ma non ha importanza, adesso. Togliti queste vesti bagnate, mentre io accendo un bel fuoco! –
Carola lo respinse bruscamente: – Spogliarmi di fronte a te, fratello? – protestò – Proprio durante la mia prima notte in convento? – poi si guardò attorno ed osservò – Ma dov'è la chiesa? – A fatica, ricostruirono l'accaduto: Carola aveva lasciato la sua cella per partecipare con le altre all'orazione notturna, ma attraversando il chiostro era stata attirata da una strana musica che proveniva dritta dritta dalle rose... no, davvero non ricordava che musica fosse. – Mi hai rapito? – chiese, più stupita che scandalizzata – Eri tu che suonavi, nascosto in giardino? – – Giuro che non lo so. – rispose gravemente Nicolò – Credo che il salterio abbia delle proprietà magiche, ma non le conosco bene. –
– La magia non esiste. – lo rimproverò dolcemente sua sorella – Tutto ciò che accade è volontà di Dio. –
– Allora Dio voleva farci incontrare! – concluse, soddisfatto dall'inaspettata piega presa dagli eventi.
Chissà che cos'avrebbe detto Bastiano l'indomani, non trovando più la sorella in convento!
Carola starnutì. – Sì, dev'essere così. – convenne – E forse a Dio non importa che mi tolga la tunica e la metta ad asciugare, ho molto freddo... no, non accendere un fuoco! Non voglio che tu mi veda! –
– Mi hanno dato un mantello di lana, che uso anche come coperta – cercò di suggerirle, con la pratica di notti all'addiaccio, che s'era fatto appunto in quei giorni – puoi metterti quello e scaldarti accanto al fuoco insieme a me, in tutta castità. Domani mattina gli abiti saranno asciutti e ti accompagnerò ad un convento di qui. –
– Che cosa vuol dire un convento di qui? – si spaventò Carola – Dove siamo? –
– Ti ho detto che non lo so! – ribatté spazientito Nicolò. – Il salterio, sia pure per volontà di Dio, produce fenomeni che non so spiegare! –
– E allora come sai d'essere lontano dal mio convento? – insisté, con una certa logica, sua sorella – Io non ho camminato molto prima di cadere nell'acqua, tu, invece, hai una barca... –
Aveva le labbra livide e parlava a fatica; Nicolò pensò che non era proprio il momento di discutere, anche perché forse sua sorella poteva aver ragione... il salterio, in qualche modo misterioso, poteva forse mutare gli spazi... – Non ha importanza adesso – concluse, cercando di parlare con una certa dolcezza – cambiati e vieni ad asciugarti accanto al fuoco. Domani, quando sorgerà il giorno, vedremo dove ci troviamo e decideremo il da farsi... –
Carola fu contenta d'obbedire e quando tornò col suo mantello legato attorno alla gola e le bianche braccia scoperte gli parve meno magra e sparuta di prima: era una strana figura di luce, piena di grazia: il fuoco accendeva l'oro nei suoi occhi e nei capelli; la pelle pareva alabastro candido, appena appena venato di rosa.
Cautamente la pose di fronte alla possibilità di non tornare affatto in convento: – Se siamo alle Cicladi, come penso – suggerì – nessuno ci conosce e nessuno si chiederà mai che grado di parentela ci leghi. Vivremmo in castità, naturalmente! –
Carola sorrise, come se la parola "castità" fosse straordinariamente divertente: – Sarebbe bello! – convenne senz'ombra di scandalo, neppure quel tanto che conviene ad una vergine – Ma sono sicura che domani mattina, quando farà giorno, scopriremo di essere a pochi passi dal convento e non ci resterà altra soluzione che separarci in fretta prima che la madre badessa ci veda insieme! – Lo disse dolcemente, senza lasciar trasparire nessun sentimento in merito e Nicolò si ritrovò a pensare che avrebbe preferito che la sua proposta fosse rifiutata con sdegno, piuttosto che accantonata con tanta quieta indifferenza.
I grilli cantavano forte e per la prima volta Nicolò riconobbe lo stesso suono che aveva cullato la sua infanzia, così come il mare aveva esattamente la stessa voce e le stelle e la luna nel cielo erano uguali a quelle di casa. Fissò lo sguardo sull’occhio luminoso della stella polare, prendendo lentamente coscienza del lento movimento dell’Orsa Maggiore e di Cassiopea, finché non si levò la Capra, quasi trascinandosi dietro l’Auriga. Lo Scorpione ed il Sagittario, immersi nella via Lattea, erano quasi irriconoscibili. Da tempo non aveva contemplato un cielo così. L'impressione d'essere nel grembo della stessa madre terra, avvolto nel discreto mantello della notte, gli diede un senso di pace infinita. Carola, nel sonno, lo cinse d'un abbraccio salmastro e gli parve che quel contatto fosse il più profondo e soddisfacente legame che mai l'avesse unito ad una donna.
Quando si svegliò, il sole abbagliante aveva cancellato ogni cosa: solo il salterio d'argento riluceva vivido alla luce chiara del mattino.
La cenere del fuoco consumato s'era raccolta curiosamente, formando una conchiglia a ventaglio e per la prima volta, stupito, egli rifletté sul fatto che le conchiglie bagnate assumessero tutte le tonalità dall'arancio al rosa e persino qualche ardita venatura di viola, ma poi, sotto il sole, diventassero tutte dello stesso banale color sabbia.
E più si ripeteva di non avere nessun interesse per questa cosa e più i colori delle conchiglie bagnate rilucevano in una zona sconosciuta della sua mente, suscitando fitte di dolore intenso.
Gli pareva che tutta la sua vita ormai, avesse la tinta e la consistenza della sabbia, che si consuma al sole.
Poi quel pensiero stesso gli parve superficiale e sciocco.
Eppure dentro una luce pallida e spietata consumava lentamente tutte le sue energie, mentre un vento caldo sollevava soffocanti nuvole di sabbia.
D'un tratto gli parve che i bagliori accesi dal sole chiaro del mattino sul salterio, certamente dotato d'un potere maligno, fossero la causa della sua malattia e di nuovo pensò di scagliarlo in mare, ma non aveva più il coraggio di toccarlo.
Si sentì stanco e svuotato: aveva fame, sete e voglia d'una donna vera, che preparasse buoni pasti e gli generasse dei figli, senza parlare di castità e di conventi.
"Venderò questo salterio" si disse, avvolgendolo nella coperta, per non toccarlo con le mani nude "E mi comprerò cibo e vestiti!"
All'idea di poter disporre fisicamente di quell'oggetto in tutta libertà gli parve di riacquistare un po' dell'equilibrio d'un tempo.
Ma non fu necessario.
Il paese di case bianche costruite sulla roccia riluceva nel sole del mattino come un serto di perle; man mano che s’avvicinava scorse anche l’argento degli ulivi ed il verde tenero delle viti balenare qua e là dagli scorci dei muri a secco, accrescendo l’idea d’un gioiello prezioso nascosto agli occhi dei predatori dalla discreta cortina di pietre.
Quando giunse alla prima casa e propose alla ricca vedova che vi trovò l'acquisto dello strumento, questa apparve vivamente colpita dalla proposta: – Non tratto affari sulla pubblica via! – esclamò offesa, ma invece di chiudergli la porta in faccia, come si sarebbe aspettato, lo condusse invece in un vasto giardino o meglio in un boschetto ombroso d’allori e fichi, con piccoli sedili di vimini intrecciato disposti con grazia in una distesa d’edera, che ricopriva il terreno come un fitto tappeto, lo fece accomodare tra i cuscini ricamati secondo il gusto orientale, sotto ad un gran albero di fichi quasi maturi e chiamò la sua unica figlia, che aveva una gran testa di riccioli corvini sopra una gola bianca e piena ed una cascata di gioielli d'oro fino sul vestito di seta lucida e cangiante a strisce di porpora e zafferano; le monete d'oro sottile che le guarnivano i fianchi e le braccia tintinnavano dolcemente ad ogni suo passo, come se danzasse. – Elena – le disse solenne sua madre – lo straniero è stanco: non vuoi portargli della frutta del nostro giardino e preparargli una focaccia? – Senza parlare, la figlia sorrise ed obbedì: portò un gran vassoio d'argento massiccio, ricolmo di melagrane, cedri, mele, pere, albicocche ed enormi grappoli d’uva, lo pregò di servirsi liberamente, appoggiandolo su un delizioso tripode d’avorio e si mise in fretta ad impastare, sotto gli occhi dell'ospite, farina di grano, uvette, mandorle e pinoli, da cuocere in un piccolo forno all'aperto, ogni suo gesto appariva misurato ed antico.
Aveva dimenticato questa delizia tutta orientale d’attrezzare il giardino per banchettarvi al fresco, soprattutto la sera! Dopo i giorni e le notti passate all’addiaccio, quell’abbondanza e soprattutto l’ombra gli dettero una sensazione di benessere profondo, quasi una sorta di stordimento: guardò oltre la donna, che si muoveva in modo aggraziato, come per una danza ed intravide più in là, nel sole, una vasta vigna che prometteva un buon raccolto ed una gran massa di fiori ed ortaggi, apparentemente coltivati tutti insieme: garofani, piantine di lenticchie e persino piante di melanzane. Strano, pensava che fossero un’esclusiva della cucina araba – Un tempo, quando mio marito era vivo, ricevevamo molti ospiti! – spiegò la madre, come leggendo nel suo pensiero – ed ognuno portava regali per la piccola Elena: spesso erano piante vive, perché lei ha la passione del giardino e della cucina… – il racconto proseguiva con la difficoltà infinita di condurre una grande casa, per due donne sole, in un'isola affacciata direttamente sulle coste dei Saraceni e gli indicava una linea viola frastagliata all'orizzonte, oltre ai riflessi dell'acqua.
Nicolò, da parte sua, raccontava le amarezze della sua vita da soldato, la solitudine, il tedio di portarsi quello strumento appresso, ricordo di famiglia, certo e forse di valore, ma veramente pesante, che gli aveva suscitato gravi problemi a bordo...
– No, no, – sorrise la donna – i problemi li ha causati il tuo aspetto... sei troppo raffinato e parli un greco troppo antico per vivere in un tema! –
Elena portò del vino color di viola intenso in calici d'argento finemente cesellato. Non c'era neve purtroppo! Si affrettarono a spiegargli, perché le continue scorrerie dei Saraceni impedivano l'acquisto dei prodotti migliori.
Sarebbe stato l'ospite così gentile da berlo ugualmente?
In realtà era così ferocemente assetato che avrebbe accettato volentieri qualsiasi cosa e quando quel liquore scuro e caldo gli bagnò la gola riarsa gli parve che cancellasse per sempre ogni nostalgia.
– Trovo veramente strano che una donna così giovane e bella non sia ancora andata a nozze. – ebbe finalmente il buon gusto d'osservare e la fanciulla abbassò le lunghe ciglia scure sulle gote, fattesi di brace, ma non rispose.
– Il promesso sposo di Elena è stato ucciso dai Saraceni – spiegò l'anziana vedova – pochi giorni prima della morte di mio marito... non c'è più stato modo di combinare altre nozze onorevoli... non potrei maritarla ad un uomo volgare senza tradire la memoria di suo padre e di quello ch'ella stessa considerava ormai uno sposo... in quest'isola son pochi i veri "cittadini romani"... –
Nicolò si chiese a lungo, in seguito, se intendessero la stessa cosa con questo termine.
Concluso in modo rapido ed indolore il contratto nuziale, ne' madre ne' figlia tornarono più sull'argomento, anzi in paese qualcuno disse che se un "cittadino romano delle Venezie" se ne andava solo per le Cicladi, senz'altra scorta d'un salterio d’argento, era perché aveva qualche cosa da nascondere.
Forse la differenza stava appunto nelle "Venezie", perché i veri cittadini romani erano, senz'ombra di discussione, coloro che vivevano a Bisanzio.
Comunque non aveva una grande importanza.
Bisognava potare le viti, procurarsi del combustibile, cosa sempre più difficile, perché la legna scarseggiava, cacciare selvaggina e pescar buon pesce, nonché, naturalmente, trattare gli acquisti al mercato, dato che sua moglie e sua suocera, donne di buona famiglia, se ne stavano ritirate in casa ed uscivano soltanto, velate ed accompagnate da lui, per le funzioni religiose.
In compenso non gli mancava più nulla: come aveva intuito fon dal primo sguardo abitava un giardino di delizie. La stagione della fioritura s’apriva a febbraio col mandorlo, proseguiva con la parata dei nespoli, che formavano una specie di bosco a parte e s’estendeva via via a tutti gli altri alberi da frutto, fino al rosso acceso del melograno; il prato intanto s’era tinto d’azzurro per lo sbocciare dei crochi da zafferano, la rosa selvatica tesseva una tenace barriera contro ogni attacco esterno, il fico copriva d’ombra fresca il giardino, la vite e l’olivo reclamavano attenzioni e concedevano frutti fino all’autunno inoltrato. Elena aveva una vera passione per la cucina e trasformava tutto in gustosi manicaretti, consumati all’aperto, sotto il cielo vivido di stelle e nessuno gli rimproverava più niente.
Nicolò era un buon marito: sobrio, lavoratore, fedele.
Dopo la prima notte di nozze, senza commenti ne' domande, sgozzò un gallo ed espose con misurata indifferenza le lenzuola insanguinate, per simulare una deflorazione avvenuta in realtà con qualcun altro. All'annuncio della gravidanza della moglie non prese a calcolare freneticamente per quante lune si dovesse attendere il nascituro e quando poco dopo Elena partorì una femmina, la piccola Irene, egli non si disperò perché non era un maschio, ne apprezzò la peluria rossiccia come fossero capelli veri e finse di non sapere che gli occhi verdi potessero essere un'eredità del demonio, come si disse subito in paese. Anzi, quando qualcuno ebbe l'ardire di riferirgli queste stupide voci, egli fu pronto ad affermare che al suo paese tutti i neonati assomigliavano a sua figlia.
In parte era vero.
Di fatto non gli importava molto che Elena fosse arrivata vergine alle nozze, ne' possedeva alcun valore da trasmettere ad un eventuale figlio maschio, anzi, la sua vita era un tal abominevole pasticcio, che preferiva senz'altro essere dimenticato.
Il fatto che in qualche modo la piccola avesse ereditato gli occhi di Carola lo aveva commosso, ma aveva anche rimesso molte cose in discussione, riaprendo una ferita antica. Forse aveva costruito un sistema d'ipotesi assurde, forse, per parte di padre almeno, erano fratelli...
Ma perché ci pensava ancora?
Incesto o no, la vergine spaurita che aveva dormito con lui accanto al fuoco quella strana notte non sarebbe mai stata una buona moglie, ne' un'amante. Quanto alla donna nuda sulla conchiglia... si vergognava tanto di quella stupida fantasia, che non aveva più voluto toccare il salterio.
La grande casa, la bella vigna dai rami sinuosi e snelli che s'arrampicavano sui fichi robusti, l'uliveto d'argento che si stendeva fino al mare erano eccellenti narcotici all'inquietudine d'un tempo e per la bella moglie silenziosa ed obbediente, che gli procurava pasti spezziati e biancheria pulita, provava un attaccamento riconoscente e tenace, che talvolta, la notte, assomigliava all'amore.
Ma non era questa la Grecia che aveva conosciuto da ragazzo, ne' il Paradiso dove un tempo avrebbe voluto condurre Carola.
Talvolta, d'estate, si pativa la sete e bisognava far vendemmia anzitempo, prima che il legno degli alberi, riarso, si incendiasse da solo, sotto i raggi cocenti del sole, levando fumo nero e denso intorno alla casa. Altre volte il vento dell'inverno, pur non portando ne' ghiaccio o neve, sollevava dal mare spaventose ondate viola e grigie e le abbatteva con forza inaudita sui porticcioli di legno, sulle barche in secca, sulle piccole case da pesca ed ogni cosa andava distrutta.
Gli sembrava di sentirlo nelle ossa, quel vento caldo e asciutto, che instancabilmente soffiava sull'isola, come uno spirito inquieto.
Soprattutto, ogni giorno dell'anno, bisognava vegliare incessantemente sulla piccola Irene, perché i Pirati saraceni facevano continue scorribande ed i bei capelli fulvi, la pelle candida, gli occhi chiari, facevano della bimba una preda ambita.
Per lei almeno, che per sconosciute vie aveva ereditato gli occhi verdi di Carola, sentiva che avrebbe dovuto tornare alla casa di Rivoalto.
Avrebbe voluto che sua figlia vestisse gli abiti che solo sua sorella sapeva confezionare ed imparasse l'arte silenziosa e quieta di filare e tessere che sua moglie, in quella danza incessante fra orto e cucina, non aveva mai voluto coltivare. Gli sarebbe piaciuto vederla crescere libera, senza affanni, remare da sola una piccola barca, prendere il bagno con le amiche nelle giornate più calde, innamorarsi piano, sotto il vigile occhio paterno, dell'uomo che un giorno le avrebbe dato come marito. Quell'eccessiva indipendenza che un tempo aveva rimproverato a Carola, la desiderava ora per sua figlia.
Talvolta pensava di tornare.
Aveva la sua famiglia, ora e le chiacchiere sarebbero taciute per sempre.
Ma non aveva denaro.
La gran fortuna di cui aveva parlato non era mai esistita.
I suoi pochi beni erano radicati in quella piccola terra ed i Saraceni li minacciavano continuamente.
Quell'isola, pur vivida di profumi e di colori, gli pareva squallida e riarsa all'idea di non potersene allontanare.
Pensava e ripensava alle conchiglie colorate, che si smarriscono nel sole ed estendeva il paragone alla moglie ed alla figlia, agli uccelli, che si rifugiavano all'ombra dei fichi nelle ore calde, alle cicale che esalavano piano il loro monotono pianto. Gli pareva che non un solo essere vivente, in quella piccola isola assolata, potesse sfuggire all'azione persecutoria del sole e del vento.
Desiderava la pioggia.
Poter evocare il grande diluvio di cui parla la Bibbia, che sommergesse per sempre i Saraceni e restituisse ai fedeli i vividi colori d'un tempo!
O almeno godere un po' di frescura.
Quando scende la pioggia il vento tace.
Per non parlare della nebbia, fresca e discreta, che ammanta ogni cosa e nutre gli alberi. Era ridicolo e sciocco aver nostalgia di Carola, certo. Ma la pioggia e la nebbia gli mancavano davvero.

*******

Le giornate vuote di Elena si popolavano d'arabeschi, come quelli dei tessuti di cui amava circondarsi.
Talvolta, nelle notti insonni della canicola, passeggiava da sola in giardino, sognando d'essere rapita e violentata da quei Saraceni di cui tutti parlavano e che purtroppo non s'erano mai visti. Raccontavano cose strane e non completamente spaventose in proposito. Sposavano più d'una donna ed erano ferocemente gelosi, è vero, ma i loro "harem", si chiamavano così gli appartamenti delle donne, risuonavano di risa e danze, in una lotta perenne per conquistare il favore del signore... e lei avrebbe vinto, un tempo. Ora invece si vedeva condannata ad invecchiare così, tra il rosmarino e l'origano dell'orto, come una cosa troppo nota per essere amata.
Si rendeva conto anche troppo bene che per due donne sole come lei e sua madre, con l'unico possesso d'una casa sulla terra più arida dell'intero arcipelago, l'unica risorsa era quella d'ospitare viandanti stanchi, come avevano sempre fatto.
Un tempo serviva solo cibo e bevante, mentre la madre intratteneva personalmente gli ospiti.
Poi aveva imparato ad occuparsi di loro con una specie di passione, ma non parlava mai e lasciava che sua madre fissasse le condizioni degli incontri.
Non aveva mai amato nessuno e non soffriva quando partivano.
Se lo straniero non avesse chiesto la sua mano avrebbe abortito, tranquillamente e senza drammi, come faceva tutte le altre volte, senza lasciarsi turbare dalle affascinanti sciocchezze che pur vanno ascoltate in chiesa.
L'idea di sposarsi le era stata in principio del tutto indifferente: non molesta, anzi! Lo sconosciuto era giovane e bello e pareva discendere da una ricca casata, ma aveva l'impressione precisa che non l'amasse affatto e la cosa la indisponeva.
Soltanto in un secondo tempo, sull'esplicito suggerimento di sua madre, pensò che potesse essere stimolante conquistare una preda difficile, dopo tanti che dicevano d'adorarla fin dal primo sguardo.
Sua madre era vecchia e saggia. L'aveva allevata da sola, negli agi e meritava davvero qualche riguardo.
Non avrebbe saputo dire se contasse di più l'idea di conquistarlo davvero o quella che sua madre, ormai vecchia e stanca, agognasse ad una vita più tranquilla.
S'era sposata per lei o per provare la propria capacità di seduzione?
Se lo chiedeva spesso, senza risposta, pensando di toccare il punto nodale della propria infelicità.
In principio comunque, tutto era sembrato facile: l'uomo pareva desideroso di pace e mostrava buona volontà, anche se permaneva distratto. Forse anche questo poteva essere un vantaggio: pochi avrebbero potuto credere che una bimba nata da una sconosciuta a sei lune dalla celebrazione delle nozze potesse avere il sangue dei propri avi e Nicolò invece aveva addirittura riconosciuto gli occhi di sua sorella!
Inoltre le aveva lasciato allattare oltre un anno la sua creatura, senza importunarla con le proprie pretese amorose e senza umiliarla, preferendole pubblicamente un'altra donna. Anche questo era stato bello... ma non era amore! Ed ora che Irene era svezzata e cresciuta, Elena si ritrovava a pensare sempre più spesso che certi uomini violenti ed aggressivi conosciuti in passato erano in fondo amanti tenaci, che la desideravano con passione, mentre Nicolò la possedeva con grande dolcezza e abilità, quasi senza pensarci.
Non era amante del telaio e del fuso: si svegliava presto, lavorava con entusiasmo nell'orto o in cucina ed alla sera aveva ancora tanta voglia di divertirsi: avrebbe voluto partecipare a qualche festa... anche religiosa, se il luogo non offriva altro, andare in pellegrinaggio in qualche santuario famoso, passar la notte in preparativi ferventi e lieti, danzare in circolo nel bel vestito da donna maritata, ricamato d'oro e di fiori variopinti, che aveva messo soltanto il giorno delle nozze, mostrarsi un po' al braccio del marito, per contestare certe chiacchiere sempre più frequenti sul fatto che il suo fosse un matrimonio d'interesse, con un uomo del nord, povero e freddo.
La stessa facilità di quelle nozze le era venuta in odio.
L'indifferenza di quel marito, che pure con buona volontà s'ostinava a viverle accanto, l'offendeva profondamente.
Avrebbe preferito che fuggisse con la donna a cui, evidentemente, continuava a pensare, o che le gettasse in faccia la verità, qualunque fosse.
Una scenata di gelosia in piena regola, con strilli e percosse, le avrebbe dato una sorta di cupa soddisfazione.
Senza contare che, da ripudiata, avrebbe ripreso la vita d'un tempo, istruendo la bimba strana, ma bella, che le era nata.
– Ci sono novità, mia cara? – chiedeva ormai ogni giorno sua madre, con voce querula da vecchia.
Elena scuoteva il capo, desolata.
Un'altra gravidanza non era certo al culmine dei suoi interessi... ma sarebbe pur sempre stato qualche cosa di nuovo a cui pensare.
Sua madre al contrario, credendola in disperata attesa d'un maschio, sciorinava tutta la sua non richiesta saggezza da vecchia.
I mille piccoli trucchi che non son mai serviti a far rinascere un amore, che lei stessa, in gioventù, non avrebbe mai usato, venivano ora esposti in buon ordine e salivano al cielo col canto delle cicale, finché Elena, esasperata, non la interrompeva urlando: – Ma che hai capito? Mio marito mi possiede ogni notte! –
Ed era stupita lei stessa dalla gravità di quelle parole. Uno spreco d'amore che non aveva portato loro neppure un momento d'intimità.
Puro esercizio fisico.
Forse davvero ci vuole qualche cos'altro per sposarsi.
– Probabilmente ha qualche malattia grave – concluse finalmente sua madre – Succede, sai? Dovresti parlarne a padre Zaccaria e chiedere come si deve fare per sciogliere il matrimonio. Una donna ha il diritto d'avere dei figli... –
Elena amava sua madre e le portava rispetto, ma quel suggerimento le diede d'un tratto la misura di quanto fosse invecchiata e di come non potesse più contare su di lei, adesso: – Ma non capisci? – disse più dolcemente possibile – Sarebbe come ammettere pubblicamente che Irene non è sua figlia! –
Poi cominciò a piangere.

*******

– E così, cara figliola, intendi regalare un maschio a tuo marito! – concluse la vecchia Leucotea con un orrendo sorriso nella bocca sdentata, senza smettere, neppure per un attimo, di filar la canapa che non vedeva, con un movimento lento ed uguale.
Il vento spirava caldo sulle piante di ricino coltivate nel piccolo cortile ed il velo nero della vecchia, stinto dal sole, pareva emanare un sentore di passato e di morte.
Elena sospirò.
Le amiche fidate a cui aveva confidato i suoi tormenti, le avevano detto che la madre di padre Zaccaria era la miglior maga delle isole e di non farsi ingannare dalla sua apparente ottusità. Soltanto per riguardo a suo figlio, naturalmente, lei pregava tutto il giorno e consigliava, come rimedio ai mali che le si esponevano, innocenti devozioni ai santi ed innocue pozioni d'erbe.
In realtà, sapendola muovere a compassione, si svegliava in lei una potenza antica, di cui la vecchia stessa era probabilmente uno strumento inconsapevole. Per questo e forse anche per le cateratte che le ottenebravano lo sguardo e per la sordità quasi completa, pareva in realtà una povera pazza, ma talvolta le sue preghiere facevano vincere le battaglie, concludere transazioni vantaggiose, promuovere od interrompere gravidanze... il tutto consumato in una spola ortodossa tra casa e chiesa, sotto l'occhio di sacre icone, attorno alle quali ardevano, giorno e notte, le lampade votive.
Tuttavia era necessario, per così dire, saper esporre, perché, da donna timorata di Dio, madre di un consacrato, si schierava solo dalla parte di quelli che riteneva nel giusto, anche se con un giudizio strettamente personale, che un estraneo avrebbe potuto ritenere un po' bizzarro.
Francamente le frustrazioni matrimoniali di Elena non erano ne' interessanti, ne' particolarmente commoventi.
Tutti in paese sapevano che mestiere facessero madre e figlia ed erano blandamente convinti che il "cittadino romano delle Venezie", fosse, senz'ombra di dubbio, un buon partito. Era infatti giovane, sano, tranquillo ed ottimo lavoratore, per quanto sicuramente non del tutto a posto con la legge e forse ai tempi delle nozze era appena uscito malconcio qualche manovra piratesca, ma chi non aveva qualche difetto? Tutt'al più si poteva immaginare che Elena volesse regarlargli un maschio, anche per ringraziarlo d'aver riconosciuto, nonostante tutto, la piccola Irene e per legarlo saldamente a se', ma soprattutto per una fondamentale esigenza fisica di donna che chiunque poteva ben capire.
Invece questo farneticare di vero amore, distrazioni e rivali, da parte d'una donna adulta, con una figlia da crescere ed una vecchia madre da accudire, come voleva la legge, era a dir poco irritante. E quello strano riferimento all'harem... "che cosa sono questi harem figliola? Madre Santa, nominare gli infedeli nel recinto sacro d'una chiesa!" Per un attimo anche le piante di ricino parteciparono dell'indignazione della vecchia ed i frutti maturi parvero drizzar le spine contro di lei. Era caduto il vento ed un ostinato odore di pesce fritto, aceto e cipolle ristagnava nella piccola corte assolata.
Immobile sotto il sole, davanti a quella vecchia troppo grassa che continuava imperterrita a filare, con i bianchi occhi fissi altrove, Elena ebbe l'impressione di svenire. Le pareva che la casa intera fosse in realtà fatta di cipolle, che il caldo faceva marcire lentamente.
Era stata una follia confidarsi con lei.
Forse avrebbe dovuto tacere anche con le amiche.
Nessuno capiva il suo tormento, fra quelle donnicciole stupide convinte di peccare soltanto a guardare un uomo. Ora tutte si sarebbero convinte dell'impotenza di Nicolò e l'avrebbero pubblicamente compatita, quando invece le cose stavano in tutt'altro modo.
In quel momento la vecchia concluse stranamente: – Io so che in realtà ti chiami Anastasia! –
Elena trasalì, perché improvvisamente gli occhi fino allora ciechi la fissavano con cattiveria e Leucotea ordinava con prepotenza: – Anastasia, portami del vino! – continuò a gridare mentre Elena scappava in lacrime, incespicando e piangendo, finché trovò rifugio dall'amica che aveva insistito di più perché andasse dalla vecchia: Maria la Rossa.
La trovò seduta davanti alla propria casupola, una povera capanna addossata alla roccia viva, che s'affacciava con una spiaggetta sassosa sul mare viola e talvolta pareva ritrarsi del tutto e scomparire nella roccia per sottrarsi alla furia delle mareggiate. Ora era tranquillamente esposta al sole, col drappeggio di reti stese ad asciugare tutt'intorno; marito e figli erano in barca e l'amica puliva con perizia un gran cesto di sardine. Era molto abile in questo lavoro: con un unico colpo netto staccava testa e lische ed interiora, gettandole ai gabbiani che le stavano intorno, gridando e sbattendo le ali come giganteschi polli sgraziati. All'arrivo di Elena gli uccelli la guardarono con sospetto e quando andò a sedersi sulla panca, accanto alla donna, facendola rallentare il ritmo di due sardine buone, qualcuno protestò con voce roca.
– Brutto segno – disse Maria – quando tira fuori quella storia... lo sai, no? Anastasia era il vero nome dell'imperatrice! Vuol dire proprio che le stai antipatica e che non vuol fare niente per aiutarti. – e lanciò una testa ad un gabbiano, che si fece avanti con prepotenza, sbattendo le ali.
– Ma di che storia si tratta? – insisté perplessa Elena.
Maria la Rossa si meravigliò un poco che l'amica non avesse mai sentito le voci che correvano attorno all'imperatrice, la bellissima Teofano, com’era stata ribattezzata a corte: figlia di un oste, che era ascesa al trono in circostanze a dir poco eccezionali, non che l'uso di scegliere la sposa con un gran ballo, che di fatto era un vero e proprio concorso di bellezza, fosse del tutto sconosciuto a corte, ma di solito le invitate appartenevano alle più nobili famiglie dell’impero e gli osti non erano previsti... Pareva proprio che al momento di presentarsi all'imperatore non fosse affatto vergine e qualcuno affermava che aspettasse un figlio, altri invece che il bimbo fosse già nato e che addirittura avesse avuto l'ardire di portalo a corte e di farlo associare al trono... – Per questo era andata da Leucotea – spiegò finalmente – e fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Se avesse chiesto di interrompere la gravidanza o di suggerirle un modo per apparire egualmente vergine agli occhi del suo futuro signore, la santa donna avrebbe finito con l'aiutarla. In fondo si trattava d'una fanciulla molto bella, che certamente meritava sorte migliore che quella d'essere ingravidata da un marinaio di passaggio... –
– Ma è questo che ha chiesto, no? – interruppe concitata Elena sentendosi per la prima volta veramente vicina al cuore di qualcuno.
L'amica si seccò non poco per l'interruzione: – Ti ho appena spiegato che in questo caso non ci sarebbe nulla di strano. – insisté piccata – La vecchia Leucotea l'avrebbe aiutata in silenzio, come è solita fare e noi non ne avremmo saputo nulla. Teofano invece si presentò alla vecchia col suo salterio e chiese di gettare una malia su quello... –
Uno strano freddo attanagliò il cuore di Elena e per un attimo Maria ed i gabbiani scomparvero e rivide Nicolò arrivare alla casa il primo giorno, col grande salterio d'argento tra le braccia, che riluceva nel sole del mattino.
Quei bagliori le avevano fatto paura e per un attimo era stata tentata dalla disobbedienza ed aveva finto di non udire il richiamo di sua madre, poi aveva ceduto, vergognandosi di quel sentimento irragionevole.
– Un salterio d'argento! – Ripeté abbacinata.
L'amica sbuffò: – Se continui ad interrompere – disse con malagrazia – non arriverò più alla conclusione! Se fosse d'oro o d'argento non interessa a nessuno. Ha ragione la vecchia. Tu somigli a quella donna. In una situazione del genere tu... –
– Io avrei scelto il possesso d'un oggetto incantato – suggerì Elena, con voce alta e piana. I gabbiani tacquero d'un tratto ed ascoltarono immobili, mentre il sole riluceva bianco sull'acqua appena increspata. – E così per tutta la vita, avrei potuto rinnovare il prodigio e suonando avrei avuto le sorti del mondo tra le mani. L'imperatore si sarebbe innamorato perdutamente di me ed avrebbe trovato il modo di riconoscere il figlio, nato o meno che fosse... un uomo innamorato, un imperatore trova sempre il modo di legittimare un bastardo che gli interessi, soprattutto se vuole conquistare l'amore di sua madre. –
Per un lungo istante, nel silenzio più completo, Maria contemplò i riflessi mobili e luminosi sull'acqua ed il suo viso, cotto dal sole e dalle fatiche, parve addolcirsi, ma si riprese presto: – Queste cose è peccato anche solo pensarle! – la rimproverò duramente.
Elena rise: – Eppure è così che è andata. – rispose sicura, sentendo rinascere la speranza anche nel suo cuore.
L'altra scosse il capo: – Ha ragione la vecchia: tu le somigli, ma io ti voglio bene e ti metterò in guardia, perché la storia non è finita in questo modo. Leucotea non fa magie sugli oggetti. Peccato grave di idolatria, dovresti saperlo. L'imperatrice stessa è stata punita, nonostante la sua ascesa, che fino a poco fa tutti credevamo inarrestabile: a dicembre Giovanni Zimisce le ha ucciso il marito e l’ha relegata in un convento. –
– Non vedo proprio che cosa c’entri il colpo di stato con una pretesa magia richiesta vent’anni fa! –
– C’entra, c’entra: finora tutti gli uomini s’erano perdutamente innamorati di Teofano, il suocero, che tra l’altro le aveva imposto il nuovo nome, il marito, Romano II, dal quale ha avuto i tre figli legittimi, Niceforo, che a detta di tutti era una creatura sua... ed ora che, per la prima volta, l’imperatrice s’è innamorata davvero, il giovane Zimisce l’ha usata per salire al trono e poi la butta via! –
– Hai ragione, sì, non ci avevo pensato! – concluse pianamente Elena congedandosi, visto che non riusciva a ricavare altro.
Davvero il destino della bellissima imperatrice non rappresentava una gran minaccia per lei, anzi!
Elena ci pensò distrattamente salendo a grandi passi la scogliera incrostata di conchiglie, di nuovo frustata dal vento e spruzzata dal mare. I gabbiani avevano ripreso a gridare. Decise che era molto meglio essere punita dal terzo marito che invecchiare tristemente accanto al primo. Voleva tornare ad essere il centro dell'attenzione sessuale dell'isola e naturalmente desiderava che il primo a cadere ai suoi piedi fosse quel marito che da otto anni frequentava il suo talamo senza passione e senza gelosia, come per compiere un'azione doverosa e tutto sommato irrilevante.
Non sapeva proprio se poi avrebbe continuato ad amarlo o se avrebbe proseguito libera la sua ascesa, fino a conquistare il sultano di cui aveva tanto sentito parlare. Un disgusto sincero per la vita dell'isola, per quei cupi riti che si chiamavano religione e per il ritmo lento che li scandiva le avevano più d'una volta tolto il sonno.
Voleva andarsene, questo sì.
Non pensò neppure un momento alla sorte d'Irene e men che meno a quella della vecchia madre, forse però contava, una volta ricca e famosa, di tenerle con se'.
Quando tornò a casa la luce del meriggio aveva cancellato ogni ombra e tutti riposavano, nascosti dal sole. Anche gli uccelli tacevano. L'intonaco bianco della casa pareva emanare una luce propria, abbacinante e calda.
Raggiunse in fretta la stanzetta dove Nicolò aveva lasciato le proprie cose e cercò il salterio. Era sicura che in realtà la vecchia fosse la vera artefice della magia ed era convinta che avrebbe trovato il modo di convincerla a replicarla. Non temeva nessuna reazione da parte di suo marito: non tornava mai in quella stanza e non aveva mai suonato quello strumento... forse egli stesso lo aveva rubato.
Cittadini romani delle Venezie...
Si definivano pomposamente mercanti, ma in realtà erano ladri.
Per la prima volta gli apparve chiara la possibilità che si fosse rapidamente deciso per il matrimonio per procurarsi un nascondiglio sicuro, ma era così convinta che tra poco avrebbe riconquistato il suo potere, che questi dettagli non la turbavano più.
Quando finalmente trovò ciò che cercava gettò un grido d'orrore...

*******

Il salterio riluceva nel buio: ecco prender forma la figuretta d’una monaca, che camminava lesta lungo un corridoio e finalmente aprì una porticina: Teofano, ammantata prudentemente di nero, entrò e lasciò cadere il mantello, ostentando un viso perfetto, scolpito nell’alabastro, trecce corvine legate con fili di perle ed un abito di porpora più scura della notte, ricamato in oro ed argento – Vorrei vedere mia madre! – spiegò e fu condotta in una stanza, dove l’'imperatrice attendeva immobile che le ancelle terminassero di acconciarle i lunghi capelli per la notte: sciolti le arrivavano fino ai piedi; da quando era nata non erano mai stati tagliati e non avevano perduto nulla del loro vigore giovanile, tanto che splendevano lucenti alla luce delle lampade di purissimo cristallo di rocca, finemente intagliato, accese intorno a lei. Solo quelli bianchi, sempre più numerosi, avevano dato alla capigliatura, un tempo color dell'ebano, lo strano colore azzurrato che aveva reso giustamente famosi i tramonti sul Bosforo. Così almeno cantavano i poeti. L'imperatrice non cantava. Il suo volto perfetto esprimeva una tal mestizia che faceva male al cuore anche solo guardarlo. – Madre adorata! – esclamò la fanciulla entrando – Ti ho portato un unguento di giacinto profumato ed olio di ricino per mascherare i capelli bianchi... ma soprattutto il mio impegno a farti liberare non appena sposerò lo straniero! –
L’altra Teofano sorrise: – Ti ringrazio del tuo affetto – rispose mite – Ma la libertà me la restituiranno i tuoi fratelli ed allora sarà giusto per me avere i capelli bianchi ed anche qualche ruga... piuttosto quando sarai in occidente non dimenticare di cercare anche l’altro tuo fratello... –
Il viso d’alabastro si contrasse in una smorfia dolorosa: – Fratellastro madre – la corresse – permettimi di ricordarti che non è proprio la stessa cosa... –
Gli occhi della vecchia imperatrice si riempirono di lacrime: – Hai ragione – osservò tristemente – avrei dovuto gettarmi ai piedi di Romano, che m’amava, e confessargli il mio peccato! –
– Basta, ti prego – le impose la figlia: – una bimba violentata non ha peccato, te lo ha spiegato persino il Patriarca... se fosse accaduto a Bisanzio il responsabile dello stupro sarebbe stato giustiziato e tu saresti stata liberata del tuo fardello prima che potesse formarsi l’anima... –
– Ed io son contenta che sia successo in un paesino sperduto! – protestò la vecchia imperatrice – Ho amato quel bimbo e t’assicuro che come voi è nato nella porpora, perché la povera capanna dove Leucotea m’ospitava era piena di sole rosso all’alba e ad ogni tramonto: nato nella porpora e cresciuto alle storie degli antichi eroi... –
– Allora hai fatto male ad affidarlo! – concluse gelida – O forse amavi anche il barbaro che se l’è portato via? –
Furono interrotte dall’ingresso di alcune donne, che le portarono un grande specchio d'argento sbalzato, perché Teofano controllasse il proprio aspetto, ma con grande stupore di Elena l'immagine riflessa non era quella della vecchia imperatrice, ne’ della giovane figlia, ma d’una spiaggetta circondata dalla roccia, che s’affacciava ad un mare profondo, quasi viola.
Un marinaio giunse a nuoto, si issò rapido su uno scoglio, s’immobilizzò al sole, come dormendo, fino a confondersi con la roccia. Quando la luce aranciata del tramonto incendiò l’acqua l’attesa fu premiata: l’imperatrice, ora nel fiore degli anni, scese dai gradini intagliati nella pietra viva, sola. Vestiva interamente di porpora iacintina, se non fosse stato per il tintinnare degli innumerevoli gioielli d’argento, la si sarebbe potuta credere un grande fiore, capace di camminare, anzi di saltellare leggera, ansiosa di raggiungere l’acqua. S’arrestò ad un passo da lui, senza vederlo, tanto da fargli respirare il profumo di giacinto che permeava i lunghissimi capelli corvini e la pelle candida e compatta, ma il marinaio restò immobile come di fronte ad una Dea: pareva aspettare tremando che il suo potere si manifestasse, pronto anche ad esserne annientato.
L’imperatrice però non fece nulla del genere e soprattutto non si spogliò per entrare in acqua, come forse l’uomo aveva sperato: si sedette invece sul suo stesso scoglio, alzò le braccia per sistemare meglio un salterio lucido d'argento, che parve apparire d'un tratto dal nulla e cominciò a suonarlo.
Allora accadde una cosa incredibile: una luce dorata, forse un insetto, balzò dallo strumento illuminato dal sole e crebbe piano al ritmo della musica. Era un bambino. Un piccolo dio dal corpo dorato, naturalmente nudo, dai capelli corvini lunghi e lisci, si buttò impaziente in acqua e prese a nuotare, immergersi, riapparire ridendo, con un’abilità ed una vivacità straordinaria.
Allora l’imperatrice rise argentina e poi cominciò a cantare.
Erano le vicende tristi della guerra di Troia, ma completamente diverse da quelle udite fino allora, perché le protagoniste erano le donne troiane, che cantavano la malinconia della propria sconfitta, il ricordo dell’amore perduto, i mille dettagli che l’occhio maschile non vede, ma il cuore femminile ricorda per sempre… – Basta, mamma! – protestava di tanto in tanto il bambino – vieni invece in acqua con me! – Il marinaio pareva aver concentrato tutta la propria attenzione sulla richiesta infantile: non solo per il desiderio futile, ormai completamente dimenticato, di vederla nuda, ma per impadronirsi dello strumento magico… certo non era giunto fin lì a rischiar la propria vita per puro spirito d’avventura. Forse la donna, pur non avendolo visto, percepiva quella possibilità, perché protestava ridendo di non saper nuotare e d’aver freddo, il che era assolutamente impossibile. Certo non voleva allontanarsi dal salterio.
– Allora canta di Ercole! – la supplicava il bambino.
– Ercole – diceva ridendo la madre – era tanto goloso di purea di lenticchie! –
Allora il piccolo nuotatore se ne andava infuriato ed al richiamo della madre accorata si levava dall’acqua e gridava: – Non voglio queste stupidaggini, ma la storia vera, con la guerra! –
Finalmente la donna cantava l’impresa delle diciotto navi guidate da Ercole contro la città spergiura, per consumare la vendetta d’Apollo, maturata tanti anni prima. In suo onore l’eroe, che di solito combatteva a mani nude, s’era armato di frecce ed il mare che s’arrossava del sangue nemico.
– E da allora una goccia di sangue è entrata in ogni conchiglia! – concluse il bimbo uscendo soddisfatto dall’acqua, con un enorme murice in mano – O, mamma, lasciami provare, per una volta, a spremere il fiore! – Strano, perché l’imperatrice non faceva movimenti bruschi, ma a quelle parole fu accanto al figlio, gli tolse la conchiglia di mano e la gettò in acqua: – È una creatura di Dio! – lo rimproverò – non hai il diritto di tormentarla! –
– Tu vesti di porpora! – protestò il piccolo – E anche di bisso! –
– Che c’entra il bisso? – chiese interdetta la madre ed ebbe un’espressione di disgusto quando il bambino le spiegò che proveniva dalla bava di altre conchiglie e d’altra parte anche la seta pareva provenire addirittura da certi vermi… – Chi ti racconta queste cose? – chiese scandalizzata.
– Il mio Vero Padre mi istruisce nel silenzio quando tu mi lasci solo! – rispose con un’aggressività furiosa e la madre lo strinse tra le braccia, bagnandosi d’acqua di mare il bel vestito di seta ricamato d’argento e coprendo di baci il corpo che si divincolava: – Non hai bisogno d’inventarti queste storie! – disse, quasi piangendo – Tu sei nato nella stanza di porpora, sotto la piramide di porfido, hai visto la luce del mattino al tuo primo vagito ed un giorno regnerai sull’impero più grande del mondo… –
– Può darsi – ammise placato, ma triste – ma intanto devo vivere nell’ombra ed in solitudine! –
– Non è vero – insisté accarezzandogli il capo corvino – io sono sempre con te ed ho provveduto a nasconderti, perché hai molti nemici! Ora basta nuotare: il mare ti raffredda e ti sfinisce… stiamo qui al sole ed io ti canterò ancora di Ercole, che valicò le porte dell’Ade per riportare la moglie al suo amico… –
– No, voglio una storia vera, di guerra… –
Questa volta la madre l’accontentò senza farsi pregare e certo non s’accorsero che il sole tramontava. Alla luce violacea del crepuscolo continuava a muovere con le lunghe dita affusolate le corde, traendone una musica dolcissima ed il figlio giocava nell'acqua, con movenze ritmate e dolci, come di danza, anche se voleva essere una guerra... – È tardi – disse poi improvvisamente – bisogna tornare a casa! –
Il bambino cominciò a piangere ed a far capricci ed il marinaio, che fino allora era rimasto nascosto, non poté far a meno d’intervenire: – Non vorrai rimettere il bimbo lì dentro! – protestò.
La donna lo guardò altera: – Chi sei e che cosa fai qui? – gridò – Sai che una mia parola può metterti a morte? –
– Non credo, – rispose – che tu possa chiamare le guardie prima di nascondere tuo figlio! –
– E allora? – la voce della donna ebbe un tremito – Credi forse che non m’appartenga? –
– Non c’è nessuna relazione tra la proprietà e l’amore! – rispose lentamente – Tant’è che questo bambino ti odia di più ogni volta che lo imprigioni! Che hai intenzione di fare? Tenerlo nascosto per sempre? Crescerlo cantando vecchie storie, staccato da ogni esperienza reale? –
Bastò un’occhiata per provarlo e l’imperatrice parve smarrita: – Io… – balbettò – sono sua madre… – ma non poté terminare la frase, perché il piccolo s’era già gettato tra le braccia dello sconosciuto gridando: – Portami con te! – sembrava aver atteso quella proposta per tutta la vita.
Il marinaio ammantò di parole adulte quel che aveva detto per puro slancio, senza riflettere: che c’era di strano, in fondo, ad affidargli il bambino? L’avrebbe trattato come un figlio, crescendolo come un uomo libero, lontano da tutte le insidie della corte, sarebbe stato addestrato alla lotta, senza trascurare un’educazione civile e professionale ed alla fine, al momento giusto glielo avrebbe riportato, dove e quando lei lo ritenesse più opportuno! Era un uomo d’onore, ma se occorreva era pronto a sottoscrivere qualsiasi documento… Forse l’imperatrice prestò fede a quelle parole… o forse la presenza dell’estraneo le impediva di gettare il solito incantesimo per nascondere il bambino… certo si tolse il mantello di seta color giacinto e lo drappeggiò con antica sapienza attorno al corpo del figlio, ammantandolo con una specie di toga, gli tagliò i capelli corti, tutt’intorno al viso, serbando per se’ quelli recisi ed infine gli affidò anche il salterio, dicendo che un giorno, da uomo, si sarebbe fatto riconoscere grazie a quello!
Il suo bacio d’addio tolse al bambino la memoria del passato, imprimendogli invece l’arte della musica e del canto. Teofano era una grande incantatrice, sapeva leggere i segreti del cuore… ma non seppe vedere l’unica cosa che veramente accadde.

*******

– Chi ti ha dato il permesso di toccare le mie cose? – la voce irata di Nicolò la riportò alla realtà amara della propria esistenza. Per giunta suo marito, per la prima volta in vita, appariva veramente furioso: – Non avevi il diritto... – insisté, avanzando verso di lei, per riprendere il salterio.
Elena però scivolò di lato con l'agilità d'una gatta selvatica ed uscì nel sole: – Le tue cose? – lo canzonò, stringendo forte lo strumento di cui intuiva il valore – Tu non hai nulla di tuo, mio caro. Forse neppure gli abiti che indossi! Ti ho amato troppo e tu ti sei approfittato di noi, ma ora non sarà più così. Voglio un marito vero, con delle proprietà o un'attività che mi permetta di vivere agiatamente. –
La rabbia di poco prima si trasformò in costernazione: – È inutile cercare nelle mie povere cose per questo. – osservò – Io non possiedo certo nulla che possa riscattarmi... d'altra parte quando mi hai sposato non ti ho certo nascosto la povertà della mia condizione... Il salterio è l'unico ricordo della mia povera madre e non diventeremo più ricchi vendendolo! –
D'un tratto una speranza improvvisa balenò nella mente vorace di Elena: "Ricordo..." e si confuse con quanto aveva appena visto o almeno aveva creduto di vedere... e se non fosse un ladro, se fosse davvero... santo cielo! Non osava neppure sperarlo. Nicolò il figlio rapito dell'imperatrice. Questa davvero era una grande notizia. In tal caso il salterio che stringeva tra le mani doveva essere dotato di poteri magici. Per questo, non per il rapimento del figlio, l'imperatrice piangeva... – Si fa presto – osservò tagliente – a dire che qualche cosa appartiene alla propria famiglia. Tua madre non è qui a testimoniare per te. Prova che lo strumento è tuo... suonalo! –

*******

Quando le suore terminavano i canti sacri qualche cosa della loro voce restava sempre nell'aria profumata di rose e d'incenso del piccolo oratorio di pietra, ma dopo compieta la musica silente faceva tutt'uno col buio azzurro della notte e la madre badessa, fermandosi per una veglia di preghiera, si sentiva sostenuta e guidata da un'atmosfera celeste.
La piccola statua della Vergine Maria, costruita interamente di biondo legno di noce, aveva la sua parte di merito nell'evocazione del Paradiso, tanto era bella! Aveva lunghi capelli di seta dorata, su cui si acconciava di volta in volta un velo nei colori liturgici, sempre fissato con una corona d'argento su cui erano incise dodici stelle ed una piccola falce di luna nuova, grandi occhi azzurri, con ciglia nere e sottili dipinte a raggiera, che mimavano un eterno stupore, narici piccole ed una bocca rosso carminio. L'abito, come il velo, era intonato al calendario religioso, interpretato di volta in volta con qualche ricamo nuovo: un tralcio di vite, gigli candidi, rose vermiglie... erano sempre vestitini nuovi, perché il fumo delle candele li rovinava spesso e per lo stesso motivo era necessario pulire con cura il sacro volto, con un unguento che le suore ricavavano direttamente dalle rose del chiostro ed il suo profumo aveva ormai permeato le mura.
Purtroppo non poteva trascorrere tutte le notti in cappella!
Gli anni passavano anche per lei e qualche ora di sonno le era indispensabile per ritemprarsi ed affrontare i problemi, non sempre solo di natura spirituale, che presentava ogni nuovo giorno. Così, dopo essersi ristorata un poco, si alzò rassegnata all'idea di ritirarsi nella sua piccola cella buia per la notte. Chi avrebbe mai creduto che ciò che la spingeva a pregare così a lungo fosse semplicemente un oscuro terrore di stare rinchiusa in quello spazio tanto angusto? Purtroppo era così. Suor Brigida era nata nomade e fra tutti gli usi cristiani mai capiti, ma attentamente appresi in quei lunghi anni, l'abitudine di stendersi in un'oscura trappola per la notte era l'unica che proprio le risultasse ostile. E talvolta, nonostante fosse passato tanto tempo, il buio favoriva ancora l'accendersi dei ricordi... per fortuna allora poteva alzarsi, correre attraverso i bei porticati aperti sugli orti, fino a quest'oratorio profumato e quieto, in cui la luce del cielo notturno entrava generosa dalle finestre strette e profonde.
Voltandosi per uscire vide una figuretta velata, in attesa accanto all'uscio e riconobbe subito Carola. – Reverenda madre... – balbettò questa con un fil di voce non appena furono vicine – posso passare la notte in preghiera? –
Era talmente diafana e magra che la si sarebbe detta trasparente, soprattutto nella luce azzurra della sera e solo l'espressione ardente dei grandi occhi ne testimoniava la vitalità.
– Naturalmente no! – esclamò di slancio la badessa e poi, colpita dall'espressione di profonda sofferenza che il suo rifiuto aveva causato, aggiunse sollecita: – Vieni, parliamone in giardino! – La luce generosa della luna, insieme al profumo delle rose che s'arrampicavano al colonnato di pietra, parve restituire alla fragile Carola un poco di serenità o forse era la madre badessa a sentirsi d'umore migliore all'aperto.
– Sentiamo figliola, – le disse dolcemente – perché vuoi importi una nuova penitenza? La tua salute è già un problema per tutte noi. –
– Scusa, signora madre – si schermì la giovane con le mani incrociate sul petto – ma mio fratello Nicolò è di nuovo in grave pericolo. –
Suo malgrado Brigida ebbe un moto di disappunto e la sensibilissima Carola se ne avvide e raddoppiò le scuse. – Lo so, lo so, avevo promesso di non parlarne più... ma io... – e nascostosi il viso tra le mani scoppiò in un pianto disperato.
"Questo disgraziatissimo amore la tormenta ancora!" pensò la badessa e cingendo la fanciulla con un affettuoso abbraccio la costrinse a sedersi un attimo sul parapetto di pietra chiara che circondava il chiostro.
– Non devi promettere proprio nulla, senza dirmelo, invece. – la rimproverò – Non c'è niente di male nell'amare il proprio fratello... adesso però cerca di calmarti... o sveglierai tutte le novizie e chissà che cosa penseranno nel vederti così disperata. –
Carola si calmò un poco, ma riprese presto, in tono più basso ed egualmente affannato: – E' giusto che pensino male di me, sono una peccatrice! –
Brigida sospirò: era inutile, non riusciva a portare un po' di pace in quell'anima inquieta: – Smettila con questa ridicola storia – osservò – che peccati vuoi fare, chiusa qui dentro? –
Carola levò su di lei un viso da bambina impaurita. Era incredibile come gli anni non l'avessero neppure sfiorata, come se vivesse in tutt'altro spazio: – Avete udito che è stato detto: “Non commetterai adulterio”- citò con ardore – “Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso con lei adulterio nel suo cuore” Matteo libro V, versetti 27 e 28! –
La madre badessa s'innervosì di nuovo: non aveva la padronanza delle scritture che le sarebbe stata necessaria per ribattere, ma in ogni caso era convinta che l'essere fragile che le stava di fronte fosse costituzionalmente incapace di peccare, così replicò risentita: – È stato detto per l'uomo! Gli uomini possono desiderare la donna d'altri, le donne, al massimo, subiscono i loro desideri e noi cara siamo protette persino da questa remota possibilità dalle mura del chiostro, perché nessuno può vederci. Non possiamo peccare neppure volendo! Ti ho già spiegato altre volte che i sogni non hanno nulla a che vedere coi desideri. Tu desideravi forse che tuo fratello andasse a vivere in un posto lontano, naufragasse in un'isola deserta e fosse separato dai suoi compagni? No! Naturalmente no, eppure l'hai sognato e così a volte in sogno ti è parso d'essere sua moglie... sì certo, un sogno come un altro, del tutto spiegabile se si pensa che in un certo senso squisitamente spirituale voi siete stati, alla morte dei vostri genitori... una coppia che guidava una famiglia... quanti bambini hai allevato Carola? –
Questo era l'unico ricordo che rasserenasse un po' quel giovane viso, che sorrise rispondendo: – Con la piccola Cecilia sei! –
Brigida le accarezzò il capo: – Pensa cara: dieci anni in casa sua ad allevare bambini, cucinare, tessere ed attendere il suo ritorno... proprio come una sposa! Chissà, nella tua mente... anche tu hai un istinto di donna e questo non può essere considerato peccato. Quando la ragione dorme quell'istinto ti porta a pensare d'esser sua moglie e forma sogni curiosi... non ne avevamo già parlato? –
Un bel sorriso sereno illuminò il bel visetto pallido, da bambina, che le stava di fronte: – Sì, certo, – rispose rassicurata – molte volte... ma tu stessa mi hai detto che forse mio fratello aveva davvero bisogno di me e delle mie preghiere. –
– Pregare fa sempre bene! – sentenziò convinta la madre badessa – Ma senza pregiudicare la propria salute: la vita è un dono di Dio e noi dobbiamo custodirla con cura! –
– La vita di Nicolò è in pericolo! – replicò Carola, con un accento di verità che, suo malgrado, le trasmise una sensazione di disagio.
All'insaputa della nipote aveva sempre avuto cura di verificare i suoi sogni, informandosi discretamente sul destino di quel fratello inquieto. Di solito aveva sempre riscontrato che corrispondevano alla realtà.
Quel salterio, in particolare, pareva in grado si superare il tempo e lo spazio: – Hai di nuovo sentito quella musica? – suggerì preoccupata.
Carola se possibile s’agitò ancor di più: – Glielo hanno strappato di mano – disse concitata – e lo hanno gettato in fondo ad una segreta! –
Quest'ultima parola gettò il panico nel cuore già inquieto di Brigida.
L'abbracciò quasi per difenderla da un oscuro pericolo e la sentì rigida e fredda: – Non agitarti così figliola, ti prego. – le disse ed aggiunse mentendo: – Tuo fratello vive nei domini di Bisanzio, al riparo di qualsiasi pericolo, comunque se questo ti fa sentire più tranquilla farò io stessa volentieri una veglia di preghiera per lui... ma solo ad un patto... –
– Ordinami qualsiasi cosa! – rispose pronta Carola.
– Ti ordino di mangiare un po' di noci e nocciole, che ora andremo a prendere insieme, di bere un bicchierino di vin greco e poi di metterti comoda comoda nel tuo letto a dormire un poco anche per me! –
Ora Carola era rasserenata: – Dio è stato veramente buono con me! – osservò – Mi ha fatto trovare in te la madre che credevo d'aver perduta! –
"Tu non hai neppure idea di quanto sia vero ciò che dici!" pensò mentre raggiungevano insieme la dispensa e per un attimo il convento di pietra grigia scomparve ai suoi occhi ed i bei roseti in fiore cedettero il posto ai pini marittimi ed ai grandi canneti... L'aria era salmastra ed ella procedeva piuttosto veloce con la sua piccola scaula, carica di lana bagnata in acqua salsa, che ora riportava a casa per la tintura. La sua abilità nel governare la barca le aveva conquistato la stima dei suoi nuovi parenti, nonché una bella fetta di libertà. Ora guardava attenta la riva coperta di canne insidiose per non finire "in secca", quando vide la sorella Nienne che, a quei tempi, era in tutto simile a Carola adesso! Entrambe erano sposate a due sconosciuti, in quella terra straniera e fu una grande gioia per lei incontrarla, la chiamò e s'affrettò ad avvicinare la barca alla riva.
La sorella si buttò rapida nell'imbarcazione, come se fosse inseguita e l'abbracciò stretta, ma senza gioia: – Come stai? – le chiese in fretta, senza partecipazione.
Sërinde si strinse nelle spalle: – Non credo di essere una buona moglie! – rispose sincera – i primi tempi soprattutto, quando mio marito mi toccava, ricordavo le cose terribili che son successe sulla nave e gridavo forte... non riuscivo ad impedirmelo. Sua madre è stata buona con me, mi ha difeso ha detto qualche cosa al figlio nella loro lingua che non conosciamo e lui ha cominciato a trattarmi con maggior gentilezza, ma pretende sempre di dividere il letto con me e non c'è fastidio maggiore che giacere al buio con uno sconosciuto! –
– Sei fortunata! – disse Nienne a denti stretti, rifiutandosi dapprima di raccontare com'era invece la sua vita e poi inaspettatamente sbottò: – Mio marito, invece s'è accorto che io ero già incinta, mi ha cacciata di casa e mi ha rinchiuso in un convento. – Questa notizia stupì enormemente Sërinde, che non aveva mai sentito parlare di un luogo del genere: una casa di sole donne, dove si passava il tempo a filare, tessere e cantare preghiere in una lingua sconosciuta.
– Tu sei ben più fortunata di me! – osservò con sincero stupore – Mi piacerebbe una vita così! –
La sorella la fissò piena di un cupo rancore: – Tu vuoi prenderti gioco di me! – sibilò – Sai quanto odio star rinchiusa! –
– Ma non lo sei – osservò candidamente Sërinde – Stai andando a spasso per il bosco! –
– Sono scappata! – gridò Nienne con rabbia – M’occorrono erbe per abortire: in convento non le hanno ed in questo stupido posto non le trovo! –
Solo allora misurò tutta l'intensità della disperazione di sua sorella e ne restò sconvolta: – Che dici, Nienne? – esclamò – Al villaggio è già morta tanta gente: i nostri genitori, mariti, fratelli... e tutti quei bambini innocenti... forse una delle loro anime chiederà presto rifugio al tuo grembo e tu vuoi cacciarla? Non farlo, ti prego! –
Nienne le fissò in volto uno sguardo da animale braccato: – Non capisci? – disse – Mio marito mi ha cacciata! Per chi vuoi che partorisca questo bambino? Chi mi aiuterà? È la prima volta! Lascia che cerchi le mie erbe in pace e se non riuscirò a liberarmi di quest'impiccio, morirò anch'io e sarà sempre meglio che vivere rinchiusa là dentro. –
Rimasero un momento silenziose, nell'aria animata d'uccelli che gridavano forte, poi Sërinde s'animò d'un malizioso sorriso: – Sorella cara – disse – hai imparato a remare queste barche piatte? –
Nienne la guardò con sospetto: – Sì certo, ma perché, ti senti male? –
Sërinde continuava a sorridere: – Ti ricordi quando eravamo al villaggio e ci scambiavamo i vestiti e neppure nostra madre se ne accorgeva? –
Nienne non capiva: – Ti pare forse il tempo di giocare? –
Lasciò i remi e s'accostò alla sorella: – Questa volta non è uno scherzo! – affermò seria seria – Questa volta ci scambiamo davvero: io entrerò nel tuo convento e tu ritornerai a casa al mio posto. –
Nienne scosse il capo, incredula: – Non si può ingannare un marito! – disse. Ma la sorella incalzò pronta: – Come?! Non ti ho detto? È partito! Si dice che questi uomini se ne stiano mesi e mesi in mare. C'è tutto il tempo per fare lo scambio che ti ho proposto: tu tornerai a casa, partorirai il tuo bambino e poi se proprio ti dovessi sentire a disagio, fingerai di venirmi a trovare al convento e ci scambieremo di nuovo... dammi retta... gli Dei proteggono le giovani vite ed il nostro popolo ha già avuto molti lutti. –
Già, allora credeva ancora in molti Dei... poi le suore avevano avuto tutto il tempo per spiegarle la religione nuova, perché sua sorella non era più tornata a darle il cambio e neppure a raccontare come le fosse andata.
Era rimasta nella casa di Caloianne facendosi chiamare Sërinde e per farsi perdonare l'inganno iniziale aveva voluto regalargli altri sei figli. Forse si erano amati. Le altre donne parlavano continuamente di questa strana possibilità.
Sërinde non aveva rimpianti.
La vita del convento le era piaciuta fin dal primo giorno, perché non si era mai sentita attratta dagli uomini, neanche prima d'essere rapita dai pirati e dopo, decisamente, li temeva... solo le sarebbe tanto piaciuto avere una figlia... ma quando Carola aveva preso il velo, raccomandando la sua piccola anima impaurita alla zia materna, anche questo desiderio era stato appagato.
Sërinde l'accompagnò fino alla sua cella e non la lasciò finché non le parve addormentata. Poi scivolò con passo felpato fino all'oratorio ed in ginocchio, con la testa tra le mani, pianse. Aveva preso continue discrete informazioni su quel Nicolò che Carola credeva suo fratello ed aveva raccolto le notizie peggiori che si potessero avere: un violento, rissoso individuo, che era venuto a contrasto col fratello Bastiano, uomo esemplare, opponendosi al suo matrimonio con Ursiola... chissà, forse per gelosia?! Poi s'era imbarcato su una nave dalla quale era stato cacciato per sospetta "sodomia": un peccato gravissimo, terribile, certamente greco, per cui al villaggio di Sërinde non esisteva neppure il nome... e per amore di quest'uomo Carola stava morendo! "Per questo mi hai dato una figlia" diceva a Dio "perché la veda consumarsi per un amore assurdo?" infine ad alta voce gridò – Signore, aiutami! – e subito tacque spaventata all'idea che le altre potessero sentirla.
Dio comunque non rispose.
La luna s'era allontanata dalle finestre dell'abside e l'altare era completamente in ombra. Dal giardino giungeva tranquillo il canto dei grilli e più lontano s'indovinava il rumore del mare. Sërinde fu colta di nuovo dalla paura antica di stare chiusa in una stanza buia e tutti i piccoli, ma continui dubbi che per anni aveva nutrito su quella religione strana, che s'alimentava di preghiere astratte e nascoste, le piovvero addosso all'improvviso, raggelandola. Per la prima volta fu sfiorata dall’idea terribile che quel Dio di cui parlavano tutti i cristiani fosse una delle tante loro curiose invenzioni, a cui nessuna realtà viva potesse corrispondere.
Poi semplicemente, concretamente, pensò che non esistesse affatto.
Per questo i cristiani s'affezionavano tanto alle cose, perché nelle loro anguste case di pietra si sentivano tanto soli. Così, per la prima volta, decise d'impiegare la veglia di preghiera a confezionare un nuovo vestito per la bambola... cioè, per la venerata immagine della Vergine Maria. In fondo aveva promesso semplicemente di vegliare e, contrariamente a sua nipote, non conosceva molte preghiere...

*******

Una musica inconfondibile penetrò improvvisamente nella cella dove dormiva Carola, insieme allo scirocco caldo e salmastro, svegliandola. S'alzò e senza neppure sistemarsi il velo sui capelli sciolti prese a seguire la via tracciata da quel suono: le mura di pietra bianca del convento, trasfigurate dalla luce della luna, parevano aver perduto il loro solito spessore, i chiavistelli si sfilavano da soli, i catenacci scivolavano senza rumore, le porte di pioppo si aprivano leggere, come se fossero tende di seta.
Solo quando fu all'aperto s'accorse di non essere nella solita isola che ospitava il convento: al posto della spiaggia sabbiosa s’ergeva davanti a lei una scogliera di marmo o alabastro, lambita da piccole onde di spuma celeste, da cui si staccava un enorme pietra, quasi sospesa sull’acqua, che biancheggiava opalina alla luce. Era sorta la luna, infatti: una grande faccia tonda appena rosata nel cielo di purissimo zaffiro, che stemperava una gran scia di riflessi sul mare. Posava i piedi su uno spazio sabbioso e deserto. Poi riconobbe Nicolò dritto e sorridente davanti a se' e trasalì: quella figura concreta, in mezzo a tanti sogni, la spaventò.
– E' accaduto davvero! – esclamò lui con l'entusiasmo che lo caratterizzava – Sei proprio tu! – e avvicinandosi, invece d'abbracciarla, le pizzicò le braccia, tanto che lei, di solito dolce e paziente, si risentì: – Sei impazzito? – protestò.
– Scusami – rispose Nicolò – avevo paura che fosse soltanto un sogno. –
– E' così infatti! – replicò lucida Carola – Hai sognato di pizzicarmi ed ora sogni di parlarmi, che c'è di strano? –
Egli fece una smorfia: – Voglio uscire da questo sogno e sposarti. – disse.
Carola sorrise e lo baciò a lungo, con voluttà stranissima in lei, prima di rispondere: – Questo è il sogno che un tempo facevo ogni notte! –
Nicolò si spazientì: – Meglio per te, così ci proverai più gusto! Ma adesso è tutto vero, non hai capito? E la novità più grande è che non siamo fratelli e possiamo sposarci! –
Carola continuava a sorridere, felice e remota, senza condividere in nulla il suo entusiasmo. – Io l'ho sempre saputo. – rispose dolcemente – La mamma mi aveva raccontato che non ero figlia di Caloianne, ma egli aveva accettato volentieri d'allevarmi come se lo fossi, purché ci fosse posto anche per te, il bastardo dell'imperatrice ed io, l'ultima sera che hai passato a casa, volevo dirtelo... –
Il ricordo di quella notte appannò un poco la gioia appena gustata. Se fosse stato più paziente, quanti dispiaceri si sarebbe risparmiato! Ma l'immagine di Carola era così simile a quella d'allora ed erano così vicini che anche quel malumore svanì.
Era ora di cominciare da capo.
– Non rimproverarmi più per quella notte... – propose – adesso siamo insieme e niente potrà dividerci. –
– Che dici? Non ti ho mai rimproverato! Noi non siamo mai stati lontani... il mio pensiero ti ha seguito ovunque in tutti questi anni e continuerà a farlo. Ma è tardi per trasformare il mio amore in una cosa più concreta... ho pianto tanto dopo la tua partenza... no, non è un rimprovero! E' semplicemente la realtà dei fatti. Son passati tanti anni ed io credo di non essere più capace di fare la moglie... certamente non posso più diventare madre. –
– Che vuoi che me ne importi? – esclamò lui con vivo slancio – Ho già avuto tanti fratelli, una moglie, una figlia ed un paio di madri... e francamente m'han dato solo dispiaceri. Voglio stare solo con te, lontano da tutto e da tutti. –
Lontano... e dove? Nell'aria azzurra non si scorgeva neppure un posto conosciuto. Carola ebbe un fremito: – Nicolò – disse piano – è terribile dovertelo dire... credevo che tu avessi capito... io... non sono una donna come le altre! –
Ora si spaventò davvero: forse Carola era davvero soltanto un ombra, un sogno pronto a dissolversi alla prima luce del mattino... ma la luce non venne e stringendola fra le braccia la sentì viva e calda, anche se straordinariamente fragile e d'un tratto si spazientì di tutte quelle chiacchiere: – E che cosa pensi di essere, sentiamo? –
Il volto di Carola si trasfigurò in una gioia sottile: – Quando mia madre è stata rapita dal suo villaggio – raccontò – la luna ha pianto una lacrima sul suo destino di prigioniera ed il mare, generoso, l'ha custodita in una conchiglia... io vengo da lì, pensavo che tu, vissuto per anni in un salterio d'argento, lo sapessi... –
Questo era davvero troppo!
Nicolò riprese d'un tratto l'accento irato di quando andava per mare, comandando agli altri: – Ma neanche per idea! – gridò – Santo cielo, non hai ancora capito? Ci hanno raccontato un sacco di storie! Ne' mia madre ne' la tua avevano un marito accanto, quando ci hanno generati. Dobbiamo pagare per sempre il loro errore? Noi siamo adulti e non ci lasceremo scoraggiare da queste stupide favole! –
Per un attimo Carola lo fissò delusa e come determinata ad andarsene, ma Nicolò la teneva stretta ed in fondo neppure lei voleva lasciarlo.
– Non conosco tua madre e non la giudico – disse alla fine – ma so che la mia non sapeva mentire, solo ha sempre sofferto del fatto di doversi esprimere in un'altra lingua. Così forse qualche dettaglio della sua storia appare inverosimile e strano... ma poi, guarda, ti assicuro che non c'è nulla che non trovi spiegazione e conferma in quelle che a prima vista sembrano favole... prendi il salterio, per esempio. Sì, certo, l'idea di viverci dentro è inverosimile! Ma non hai forse trovato nella musica il conforto segreto ad ogni tua pena? Evidentemente c'è un legame tra voi che non sappiamo ancora spiegare! Io poi... quando tu sei partito ho pianto del mio destino di conchiglia legata per sempre al fondo marino, ma poi mi sono accorta che è un privilegio: il mare m'ha custodita e m'ha protetta ed ogni volta che nel quaresimale sento parlare dell'inferno mi rallegro, perché so di non poterci andare. Ecco, vedi? Io non ho avuto niente della vita d'una donna e non porto via niente. Vengo dal mare e dopo morta ci ritornerò. –
– Se è tutto qui – rispose tranquillo Nicolò – ci torneremo insieme, perché non ho nessuna intenzione di lasciarti. –

*******

S. Cassiano, ottobre 972
Cecilia si chinò per accertarsi che il mantello di lana azzurra della nipote fosse ben chiuso sotto la gola: era una splendida giornata d'ottobre ed il clima del tutto asciutto serbava un poco del calore estivo, ma Irene veniva da un'isola lontana e calda ed era reduce d'un faticoso viaggio. Tremava ancora al pensiero che quella fanciulla tanto fragile avesse affrontato da sola tante traversie ed a rendere il tutto più difficile la piccola non capiva una parola della loro lingua.
– Hai freddo cara? – chiese dolcemente, drappeggiandosi a sua volta il mantello addosso, per suggerirle coi gesti l'argomento di cui parlava.
La bambina levò su di lei i grandi occhi verdi: gli stessi di Carola, e non comprendendo quanto le veniva detto imitò il gesto della zia meccanicamente.
Comunque non sembrava infreddolita.
Salire sulla barca l'aveva riempita d'un muto ed incomprensibile terrore, ma ora se ne stava tranquilla accanto a lei, in atteggiamento di fiduciosa attesa.
– Ora conoscerai la zia Carola! – le annunciò Cecilia con voce lieta – È una santa monaca e prega per tutte noi. –
Le era sempre pesato il silenzio ed era ansiosa di mostrare alla piccola tutto il suo affetto, inoltre s'aspettava grandi cose dall'incontro con la sorella, a cui la bambina assomigliava: a parte la massa di capelli castani dai vistosi riflessi fulvi, era proprio il suo ritratto. Le pareva che per una monaca, senza la consolazione della maternità, una nipote tanto simile dovesse essere un bene inestimabile.
La barca si fermò dolcemente alla riva del monastero e Cecilia prese la bimba in braccio, per metterla a terra. Era strano che una fanciulla cresciuta in un'isola manifestasse così poca dimestichezza con le barche... probabilmente era anche questo un riflesso del faticoso viaggio che l'aveva condotta fin lì. Irene fece scivolar fuori dal mantello una manina calda e fiduciosa, che la zia prese fra le sue.
Le suore ebbero uno strano sussulto quando Cecilia chiese di Carola e le condussero invece dalla madre badessa: – Tua sorella è impegnata in una difficile veglia di preghiera – disse – Posso esserti utile in qualche modo? –
Cecilia accarezzò il capo alla nipotina, rispondendo: – Questa bambina entra ora nella nostra famiglia: è la figlia di nostro fratello Nicolò, che ha perso eroicamente la vita difendendo l'isola da un attacco di Saraceni: solo grazie al suo coraggio ed al miracoloso intervento di padre Marcello, donne e bambini hanno potuto essere messi in salvo... –
La madre badessa la interruppe con un gesto imperioso e suonò una campanella d'argento. – Suor Agnese – disse alla giovane accorsa alla chiamata – porta questa fanciullina a giocare in giardino. – E solo quando Irene la seguì docilmente fuori dalla stanza riprese il discorso: – Mai parlar di guerra di fronte ai fanciulli! – sentenziò gravemente.
Il viso di Cecilia s'illuminò d'un triste sorriso: – Irene non capisce la nostra lingua. – osservò.
La madre badessa scosse il capo: – Solo Dio sa che cosa c'è nel cuore d'un fanciullo – disse – ed egli ha comandato di non scandalizzarli... sai tu Cecilia che tua madre ed io eravamo sorelle? –
Annuì pronta e solo allora notò quanto la madre badessa fosse anziana: – Gli occhi azzurri, circondati da una fitta raggiera di rughe, sembravano contemplarla da una distanza infinita: – Noi eravamo straniere qui, con tante altre. – disse – E la lingua ci è divenuta nota all'improvviso, come si leva la nebbia d'un tratto, quando il sole riscalda la terra, ognuna in un momento diverso. Un giorno quella bambina capirà ed allora, forse, ricorderà anche ciò che dici ora. Credimi, ha visto già tanto male! Che ne è della madre? –Gli occhi neri di Cecilia si fecero lucidi di pianto: – Pare che sia stata proprio lei ad aprire la strada al nemico: era l'amica d'un arabo... –
La madre badessa si coprì il volto con le mani. Questo Nicolò tradito, che perdeva la vita per porre in salvo sua figlia e gli altri bambini, era una persona del tutto nuova, ben degna dell'amore di Carola... – Quando è successo? – chiese, sopraffatta dalla commozione e quando Cecilia rispose ebbe un fremito: – Quella stessa notte – osservò cupa – tua sorella mi aveva chiesto il permesso di vegliare in preghiera... –
Cecilia non condivideva affatto la sua commozione: – Immagino – convenne con voce conciliante – Nicolò e Cecilia sono sempre stati molto uniti... –
Cadde un silenzio grave. La vecchia badessa scrutò il volto sereno e senza sospetti della giovane donna bruna che le stava di fronte: per un attimo le parve di rivedere in lei la fisionomia lieta di quel Caloianne che per pochi giorni era stato suo marito e provò la stessa difficoltà d'allora a spiegare i propri sentimenti, come se, dopo tanti anni, fosse calata di nuovo tra loro la barriera della lingua.
– Io non le ho dato il permesso di vegliare – continuò mesta, scegliendo faticosamente le parole – la sua salute era già molto fragile e francamente non credevo affatto che Nicolò avesse bisogno di preghiere, non necessariamente delle sue in quella notte, almeno... Ho vegliato io al suo posto... ma al mattino suor Carola era scomparsa. Per evitare uno scandalo ho detto che ero stata io stessa a rimandarla a casa per qualche tempo, per motivi di salute, appunto... ed è per questo che la tua domanda ha suscitato nel convento qualche perplessità. No, non allarmarti, metterò tutto a tacere, non è questo il punto... il fatto è che ora, purtroppo, capisco che Carola aveva ragione. Oh, se le avessi permesso di vegliare! L'ansia non l'avrebbe consumata! –
Inaspettatamente Cecilia intervenne con una voce lieta, per nulla allarmata: – Mia cara zia, non s'è proprio mai sentito d'una persona che si consumi davvero per un dispiacere fino al punto di scomparire del tutto! Tu fai Carola molto più fragile di quanto non sia in realtà! S'è accorta che tu non le credevi ed è partita. Nessuno può fermarla quando si mette in testa qualche cosa... ha sempre ingannato tutti in casa, con quella sua aria da bambina ammalata: in realtà ha una forza straordinaria: opporsi a lei è come volersi opporre alle forze della natura! Nessuno può riuscirci. –
Questo era davvero sconvolgente: la prospettiva che la sua adorata nipote si fosse dissolta per malinconia nella sua cella le era sembrata fino allora tristissima, ma accettabile, invece l'idea, purtroppo tanto più concreta, che fosse davvero in viaggio senza il suo consenso la riempivano di sgomento e di terrore: – Non può essere partita senza il suo salterio! – disse alla fine – aveva una vera e propria passione per quello strumento... ha alleviato tante grigie giornate d'inverno con la sua musica... – e mentre parlava estrasse il salterio d'argento che aveva trovato in cella al mattino e che custodiva lei stessa in un cofanetto d'avorio tinto in porpora e finemente scolpito.
Di nuovo Cecilia la contraddisse, questa volta ridendo: – Mia sorella non sa suonare! – affermò tranquilla e Brigida fu costretta ad ammettere, suo malgrado, che effettivamente tutte in convento avevano sentito la musica, ma nessuna aveva mai visto materialmente Carola prendere in mano quello strumento: la musica si diffondeva quando Carola pregava... ma come poteva essere? – E comunque – continuava tranquilla, anzi raggiante Cecilia – questo è il salterio di Nicolò! Non dobbiamo più preoccuparci per lei: nostro fratello è passato a prenderla! –
Nessuna affermazione avrebbe potuto agitare maggiormente l'anziana badessa: – Stai bene attenta a come parli, ragazza mia! – la redarguì – Tua sorella è una santa! –
L'argomento le trovava perfettamente d'accordo: – Certamente! – approvò, con gli occhi neri scintillanti d'una gioia che a tratti pareva quasi malizia – In caso contrario Dio non avrebbe compiuto il miracolo... perché si tratta di questo, non ti pare? Nicolò era tanto lontano e molti l'han dato addirittura per morto! –
Se Brigida non fosse stata seduta nessuno le avrebbe risparmiato uno svenimento: – Io non credo che si possa parlar di miracolo... – iniziò, poi si confuse ed argomentò: – Come potrebbe Dio permettere... – Ma Cecilia troncò bruscamente le sue obiezioni: – Mia cara madre, se Dio non permettesse davvero qualche cosa... questa non potrebbe neanche accadere! –
Bella filosofia! E allora le guerre, la carestia, la morte? Ma le obiezioni si sciolsero da sole di fronte a quel volto sereno di donna, che s'affacciava piena di fiducia alla vita... Ripensò a Nienne, che voleva abortire a tutti i costi, sperando di morirne e le parve impossibile che si fosse ricreduta, anzi innamorata della vita fino al punto di generare questa creatura così gioiosa.
Anche a lei Dio aveva concesso una grazia ed era anche più di quanto osasse sperare quando s'era offerta d'entrare in convento al suo posto.
– Devo pregarti di tener segreta questa tua conclusione, – l'avvertì – io non credo che tutti abbiano abbastanza fede per capire un miracolo del genere... –
Cecilia rise: – Agli altri non importa! – osservò – Siamo noi che ci preoccupiamo per Carola... ed ora abbiamo capito che non dobbiamo più essere tristi! –
Le pareva impossibile che tutto si risolvesse in quel modo e chiese ancora: – Sei sposata figliola? – ed alla sua risposta affermativa osservò – Non sarà penoso per te tacere questo miracolo a tuo marito? –
Cecilia si strinse nelle spalle, atteggiando il volto ad un piccolo broncio infantile: – I miei uomini non mi ascoltano mai quando parlo! – esclamò d’impulso, poi di fronte alla perplessità della suora, spiegò: – Mio marito è un uomo di poche parole ed i ragazzi, crescendo, lo imitano... non ho neanche una figlia con cui chiacchierare! –
Brigida trasalì di nuovo: pareva lei stessa ancora una bambina! – Quanti figli hai? – chiese.
– Tre! Calojanne, Nicolò e... – Cecilia si toccò il ventre ancora piatto con uno strano gesto, che era insieme allusivo e pudico: – Carola o Carlo... non so! –
– Incredibile! – mormorò Brigida, quasi parlando a se stessa – L'ultima volta che ho visto tua madre era nel tuo stato... Carola... – non concluse la frase. Inaspettatamente Cecilia le aveva gettato le braccia al collo: – Io non ho mai conosciuto mia madre! – esclamò – E la sorella che mi ha allevato è partita... tu sei l'unica parente che mi resti... –
La badessa ricambiò l'abbraccio commossa. – Non è vero! – la corresse – C'è la piccola Irene adesso! La crescerai nel ricordo di suo padre, le insegnerai a suonare il salterio e di tanto in tanto verrete a trovarmi! A proposito... vorrei salutarla! – e suonando un campanello d'argento chiese di condurle la bimba, ma con grande costernazione delle zie, non si trovò traccia della fanciulla in tutto il convento. Suor Agnese ammise d'averla lasciata nel giardino dell'ulivo, uno spazio chiuso, a parte il breve passaggio che conduceva al frutteto, non poteva correre rischi e d'altronde era così evidente che volesse star sola... Scoppiò in lacrime e la madre badessa pensò che fosse inutile rimproverarla ed intraprese invece un'accurata ricerca con Cecilia. Percorsero così filari di cipolle, aiuole di basilico, prezzemolo e lattuga ordinatamente divisi da viottoli di ghiaia, piccoli cortili interni dove la vite o le rose selvatiche s'arrampicavano alle colonne per raggiungere il sole, porticati lindi dove il volo delle api pareva l'unico movimento non soggetto alla regola del convento... ed in tanto scrupoloso ordine la mancanza della bimba pareva anche più evidente!

*******

Irene s'era resa conto che quella ragazza gentile e loquace era animata dalle migliori intenzioni e percepì la volontà di farle compagnia... ma non aveva alcuna voglia di giocare e nonostante l'evidente disponibilità di chi le stava intorno non capiva una parola di quel che dicevano... così ottenne ben presto d'essere lasciata in pace, in quel giardino verde e dolce, dove il sole non faceva male agli occhi ed i portici schermavano il vento: un grande ulivo troneggiava al centro, bevendo avidamente il sole del mattino, mentre sul muretto di pietra grandi vasi di lavanda in fiore occupavano lietamente un intero alveare. La bambina, rimasta sola, provò un senso di liberazione e sorrise alle piante ed agli insetti come se avesse ritrovato degli amici. In realtà il suo orecchio attento aveva percepito una sostanziale diversità d'accenti anche nel canto degli uccelli, ma era pur sempre un linguaggio noto e soprattutto nessuno cercava d'imporglielo.
Quell'orto le faceva tenerezza, soprattutto la vite che s'arrampicava ardita alla ricerca del sole; i "romani delle Venezie" avevano abbondanza d'acqua, ma conoscevano pochissime piante. Irene si chiedeva spesso quali incoraggianti risultati avrebbe ottenuto suo padre se avesse avuto un pezzo di questa terra, visto che già a casa senz'acqua e col vento che soffiava sempre, otteneva risultati eccellenti! Chissà perché non aveva voluto accompagnarla! Irene aveva capito benissimo che era stato lui stesso a salvarla!
Strano. Non sapeva che suo padre possedesse un salterio e men che meno che lo sapesse suonare. Neppure la mamma. Per quanto fosse assurdo quello strumento musicale era stato la causa di tutto. O almeno così le pareva di ricordare: sua madre l'aveva rubato ed era fuggita, quegli uomini orribili l'avevano afferrata, facendoglielo cadere di mano, il babbo l'aveva raccolto ed aveva cominciato a suonare... sì, ricordava perfettamente la scena ed anche il proprio stupore, perché non le sembrava davvero il momento di far musica! Invece fu proprio da quella che nacque la nebbia: bianca, inaspettata, compatta... ripensandoci ammise che se suo padre avesse smesso di suonare si sarebbe dissolta. Non era un fenomeno naturale! Aveva spaventato tutti, perché nessuno l'aveva mai vista. Solo lei ne conosceva l'esistenza, dalle favole che il babbo le aveva raccontato fin dalla prima infanzia, in cui la nebbia ammantava i buoni e spegneva il fuoco infernale. Prima d'allora, però non l'aveva mai vista: pareva di stare in una nuvola. Abbandonò la mamma e cominciò a correre verso casa. Poi fu colta dai primi rimorsi: forse aveva il dovere di soccorrerla, per quanto fosse cattiva e la picchiasse sempre, la nonna ed il babbo dicevano che era severa soltanto per il suo bene! Così tornò indietro, ma non trovò nessuno, ne' i genitori, ne' i loro nemici e ben presto s'accorse di non riconoscere più neppure la strada di casa; era come se la nebbia avesse trasformato ogni cosa. Camminò a lungo, coi piedi nudi, senza arrivare in nessun posto noto, finché si lasciò cadere su un sasso e pianse. Quale non fu la sua meraviglia quando fu raggiunta da un enorme leone dorato, che le si avvicinò festante leccandole le gambe con una grande lingua ruvida – Non temere! – disse una voce dietro di lui – È mansueto come un agnellino e molto desideroso di fare amicizia... sai, qui nessuno viene mai a trovarci! –
Sollevò stupita gli occhi sul nuovo venuto: un uomo calvo, con barba bianca ed enormi sopracciglia, egualmente canute, sotto cui brillava uno sguardo mite ed intelligente; indossava una lunga tunica di porpora ed aveva piedi nudi, come lei – Perché – gli chiese piangendo – dove siamo? – Un grande sospiro precedette la risposta: – Vorrei risponderti "nella terra promessa" – cercò di spiegare – ma non posso pensare d'essere l'unico... – un ruggito tutt'altro che mansueto lo interruppe, suggerendo una modifica – che il mio amato leone ed io siamo gli unici degni... –
– Ora ci sono anch'io – fece educatamente notare Irene.
Il vegliardo sorrise, accarezzandole il capo: – Ma no, bambina mia, che cos'hai capito? Ti sei solo perduta... Tuo padre, poveretto, ha fatto quel che poteva per te, ma egli stesso non era mai stato addestrato ad uscire dal suo tempo e men che meno a guidare gli altri... comunque non spaventarti, sei sfuggita ai rapitori e noi adesso ti porteremo in salvo! –
Pensava dunque d'essere accompagnata a casa, ma non fu così, perché man mano che la nebbia si dissolse, s'accorse d'essere molto lontana, sulla scogliera battuta dal vento, in vista del porto. I gabbiani erano molto inquieti e gridavano rochi, mentre il vegliardo camminava di buon passo tra la ginestra in fiore, tenendo una mano nella sua ed un'altra sulla testa della belva, che procedeva più o meno tranquillamente al loro fianco. Non s'era mai accorta che il profumo delle ginestre fosse così inebriante... o forse non era mai stata fin lassù. Un grande panfilo era pronto a salpare, con uno strano carico di donne e bambini; a parte dei marinai pesantemente armati ed uno sparito gruppo di monaci, non si vedevano uomini.
Scorgendoli arrivare uno dei religiosi, giovanissimo, con una corona di riccioli castani tutt'intorno alla tonsura, corse loro incontro, arrampicandosi sulla scogliera e piegò il ginocchio di fronte al leone – Padre! – esclamò, confondendolo evidentemente col vegliardo – Non pensavo di meritar la gioia di vederti! –
– Non si tratta di merito – rispose pacatamente l'uomo – dovevamo accompagnare la bimba, perché tu possa portarla in salvo, i suoi genitori sono stati uccisi dai pirati e... –
– No! – lo interruppe Irene, ricordando il padre vivo, che suonava il salterio.
Vegliardo e leone scomparvero. Il monaco la prese in braccio con rude fermezza – Non è tempo di discutere! – la rimproverò – Io ti porto a casa: se tuo padre è riuscito a salvarsi ti raggiungerà! –
– Lasciami! – protestò – Non sai neppure chi sono! – Ma erano già sulla nave e senz'ascoltarla il monaco disse agli altri, che nel frattempo erano saliti a bordo: – Un miracolo! Ho trovato la figlia di Nicolò di Calojanne... ora possiamo salpare! – e senza neppure appoggiarla a terra, saltò rapido sulla nave, mentre gli altri toglievano la passerella.
– Tu conosci il babbo? – chiese fiduciosa, stringendogli le braccia intorno al collo.
Per un attimo la fissò con gli occhi verdi, che si riempirono di lacrime: – Eravamo molto amici! – rispose.
In quel momento aveva capito che suo padre era morto.
Ora udendo la musica del salterio provenire dal fondo del giardino, pensò che lo stesse suonando una delle monache, ma le fece egualmente piacere udire la voce amica e s'addentrò nel rosaio, raggiungendo una porticina di lucido rame, un angusto passaggio stranamente bordato di gigli candidi nonostante la stagione fosse ormai avanzata e finalmente un frutteto affacciato all'acqua. La musica proveniva di là. Per un attimo fu distratta dal fatto di trovare alberi in fiore, farfalle e libellule di colori mai visti e grandi cesti di frutta appena raccolta appoggiati sull'erba, poi scorse suo padre, in compagnia d'una sconosciuta dai lunghissimi capelli biondi e lisci: entrambi erano incoronati di mirto in fiore e nessuno dei due stava suonando. Effettivamente la musica taceva, adesso.
– Figlia mia! – esclamò felice, allargandole le braccia e coprendola di baci non appena lo raggiunse. Solo dopo si ricordò di presentarle: – Conosci zia Carola, vero? –
– E come potrebbe? – osservò ridendo la donna – Non ci siamo mai incontrate! –
Aveva gli stessi occhi verdi del monaco, ma senza lacrime, si chinò a raccogliere una mela scarlatta e gliela porse – Tieni cara – la invitò – assaggia i frutti del nostro giardino! – Irene affondò i denti nella polpa più croccante e succosa che avesse mai gustato, mentre suo padre rideva spensierato.
– Giardino! – ripeté, con insolita vivacità – al massimo puoi chiamarlo meleto! – Però addentò a sua volta un frutto dorato.
La zia fece finta d'offendersi, con un divertente broncio infantile: – Non è vero! – protestò – abbiamo un fico, due pruni ed una bella siepe di more, senza contare le fragole che calpesti camminando... ha ragione la madre badessa: nell'hortus conclusus gli uomini non dovrebbero entrare! – e rise.
Irene abbassò gli occhi per vedere le fragole ed effettivamente ne scorse in abbondanza, miste a crochi d'ogni colore, viole, primule, narcisi, garofani... quasi mancava l'erba! Comunque non parevano soffrire minimamente d'essere calpestati, anche perché suo padre, come la zia, erano a piedi nudi. Si chinò sollecita a togliere le proprie scarpe. Carola le prese in mano, esaminandole attentamente: – Magnifiche! – esclamò – ricamate perfettamente! – la bambina arrossì di piacere, perché aveva provveduto lei stessa a ricostituirsi un piccolo corredo, dato ch'era fuggita a piedi nudi e vestita solo d'un abituccio. Zia Cecilia aveva l'aria di reputar il ricamo un inutile perdita di tempo, ma lei si rifugiava dietro ad una fitta barriera di silenzio e lavorava indisturbata, aggiustando anche i vestiti dei cugini e ricamando la biancheria di casa.
– Vedi? – intervenne dolcemente suo padre – È come se avesse imparato da te! –
Solo allora si decise a stringerla tra le braccia: profumava così intensamente di rose da non sembrare nemmeno una persona in carne ed ossa, ma parte del giardino: – T'ho desiderata tanto – le sussurrò – che è quasi come fossi mia figlia! –
Proprio in quel momento sentì due voci chiamarla con ansia.
La prospettiva di tornare alla sua esistenza di orfana l'atterriva e guardò supplicante verso suo padre, perché la reclamasse per tenerla con se', ma egli scosse il capo – Devi tornare dalle zie, adesso – le disse dolcemente – Ora che sai dove siamo, puoi venire di tanto in tanto a trovarci... –
La zia, più accorta, le restituì le scarpette e le mise tra le braccia una colomba bianca, che si lamentava piano: – È ferita – le spiegò con aria complice – penseranno che ti sei spinta fin qui per cercarla e non ti puniranno, così non avrai problemi la prossima volta! –
Così fu, infatti, ma quando si volse verso di loro per rassicurarli e per salutare non vide più nessuno, anzi s'accorse che il frutteto non era in fiore, ma tutto verde, a parte i frutti maturi, ancora sui rami. Le grandi ceste a terra erano ancora vuote.
In compenso la madre badessa fu molto colpita dal ritrovamento della colomba. Disse che evidentemente la bimba aveva un orecchio particolare ed insisté per educarla personalmente al canto, nonostante le barriere della lingua.
Cecilia promise e mantenne la parola; quando gli impegni di famiglia la trattenevano a casa... Irene arrivava da sola: imparò presto il canto, insegnò alle altre suore i punti di ricamo della sua terra e soprattutto si rivelò finalmente capace di governare una barca, in modo da poter raggiungere il convento!
Si fece una bella ragazza, riservata e soave, imparò a suonare ed a cantare con grazia il latino gregoriano*... ma non apprese mai particolarmente bene la lingua di tutti i giorni. Così non ebbe modo di confidare a nessuno d'aver giocato con zia Carola quel pomeriggio stesso, in giardino, ridendo e scherzando in greco, ne' che vivesse poco lontano di lì, con suo padre e che entrambi, nelle belle giornate di nebbia, venissero in barca sotto casa sua per sentirla cantare, anzi era stata zia Carola ad insegnarle a vogare in piedi, senza paura, dritta al centro della piccola scaula.
Com'era contento suo padre di vederla sistemata a Rivoalto!
Nelle giornate di scirocco, quando l'aria umida e salata toglieva a tutti la voglia di muoversi, Irene raggiungeva a nuoto l'isola segreta e restava fino al calar del vento... I suoi ritorni a casa erano sempre tristi. Zia Cecilia era sempre gravida, i bambini strillavano forte, lo zio tornava dal mare animato da un'allegria ancor più rumorosa... appena ebbe l'età per farlo, Irene prese il velo nello stesso convento della zia e della prozia, che ormai secondo lei doveva avere cent'anni o più, ma non li dimostrava.
Allora, nascosti i capelli rossi sotto il velo, fece pensare a tutte le suore che Carola fosse tornata e divenne, con la sua calda voce, il centro della nuova comunità.
Irene fissava il suo sguardo sull'isola e si stupiva di quanto il Paradiso fosse vicino e di come nessuno riuscisse a vederlo.

 

 

 
     
 
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