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LA GIOCONDA DI LEONARDO DA VINCI
Racconto storico favolistico
di Pietro Giovanni Lucarelli

Edizione La fenice settembre 2009
Supplemento alla rivista La fenice n. 5.09
Recensione del Prof. Gianni Latronico su:
LA GIOCONDA DI LEONARDO DA VINCI
Racconto storico favolistico
di
Pietro Giovanni Lucarelli

Opera virtuale di Gianni Latronico
Il fenomeno Codice da Vinci di Dan Brown non è finito ancora; ma continua ne “La Gioconda di Leonardo da Vinci” di Pietro Giovanni Lucarelli, incentrandosi stavolta sull’omonimo, celeberrimo dipinto, con il coinvolgimento della regione Basilicata ed in particolare di Lagonegro (Pz), dove ci sono ancora le vestigia del castello di Monna Lisa Gherardini e del marito Messer Francesco Zenobio del Giocondo. Mentre il primo romanzo parla di una grossa minaccia al Vaticano, con una setta segreta, che tutti credevano ormai morta e che ritorna alla luce, reclamando una terribile vendetta ai danni della Chiesa; nel secondo racconto si tratta della più grande opera d’arte, arricchita dal mistero del sacro Graal. Questo breve racconto di storia e fantascienza si serve di date e personaggi storici, dando l’impressione del saggio storico e scientifico; pur presentando il tutto in modo favolistico e fantastico, lasciando così al lettore la facoltà di scegliere tra tante verità e leggende, tra il lavoro (con il rispettivo commercio di pellame) e le scorribande rocambolesche dei pirati italiani e stranieri. Esso è sapido di antica saggezza popolare, di intuito personale e di sentire universale, risalendo all’archivio della memoria storica, all’esperienza della vita vissuta ed agli usi e costumi dei pastori, nella civiltà contadina, le cui propaggini sono ancora vive e vegete ai nostri giorni. La sopraffazione della prepotenza, la prevaricazione del potere, la privazione della libertà la facevano da padrone, nei rapporti interpersonali e sociali, in un periodo, in cui vigevano le regole della signoria, le leggi del più forte e la sottomissione del sesso debole. Per entrare nel ruolo del narratore ufficiale di grandi eventi sconvolgenti e di pochi indizi convincenti, l’Autore Pietro Giovanni Lucarelli ricorre ad una lingua scorrevole di uso quotidiano, senza fronzoli, ma in punta di penna, secondo il suo stile inconfondibile, già consacrato in altri suoi pregevoli scritti. Seguendo il giro di lingua, lui ricorre, di proposito, allo scambio di soggetto, all’artistico anacoluto, all’espressione popolare ed alle varie licenze poetiche, con arditi voli pindarici, abbondanti digressioni aneddotiche e potenti riferimenti personali, in memoria della cara figura paterna, del proprio suolo natio e dell’emerito cognome Carafa, pur conoscendo i canoni della lingua ufficiale dell’establishment. Il suo vuole essere un omaggio al nuovo millennio ed al nuovo anniversario: come simbolo di progresso, nelle scienze, nella musica e nelle arti, creando una nuova categoria dello spirito ed una nuova corrente letteraria. Il pensiero corre ad altri celebri scrittori, celebri per le mirabolanti espressioni idiomatiche, per i colossali errori ortografici e per le magnifiche trovate vernacolari, come: Koslowsky, James Joyce, Wolfgang Borchert, Giovanni Verga, ecc. con il vezzo di un linguaggio particolare, senza fregi, orpelli e remore, ma con immediatezza e naturalezza, con reminiscenze storiche ed amor patrio. A differenza degli altri autori, il Nostro punta alla diffusione della cultura locale, delle radici ancestrali e delle origini geniali di pittura e poesia, storia e mito, geografia e favola, impregnando i colori leonardeschi de “La Gioconda” dell’intervento soprannaturale, del sangue divino e dell’umano miracolo. L’estro fiabesco della sua ispirazione lo eleva come l’aquila bicipite sulle vertiginose alture della montagna verde, al di sopra della vacuità delle vanità terrene, a conoscenza delle debolezze della natura umana ed a debita distanza dall’odio del volgo profano. Conscio che solo il bene può fermare il falso progresso del sistema materialistico, con il trionfo dell’onestà, della giustizia e della verità, Pietro Giovanni Lucarelli asserisce quanto segue: “Per la Gioconda, proviamo a raccogliere quanti più dati ci è possibile su quest’opera. Si potrebbe raccoglierli in un solo scritto e dire poi la nostra, visto che si avvicina anche la data del 2013: 500° anno dell'opera, dato che alcuni storici e critici d’arte ritengono come inizio di detta opera la data del 1513 e non già quella del 1506. Sì, perché il 1506 si riferisce alla morte presunta della Gherardini, ovvero la “Monna Lisa”, a Lagonegro (PZ), e quindi impossibile averla ordinata dopo tale data a Leonardo”.
Non a caso, “la fenice” da lui diretta online (di cui mi pregio di essere Direttore Artistico) risorge dalle proprie ceneri ogni 500 anni dalla sua morte, sull’esempio dell’araba fenice, che ci sia, ognun lo dice, dove sia, nessun lo sa.
Prof. Gianni Latronico, Matera, 23/09/09
Review by Prof. Gianni Latronico of:
THE MONA LISA OF LEONARDO DA VINCI
Historical Fable
by
Pietro Giovanni Lucarelli

Opera virtuale di Gianni Latronico
The phenomenon of The Da Vinci Code by Dan Brown is not over yet, but it continues with the The Mona Lisa of Leonardo Da Vinci by Pietro Giovanni Lucarelli, this time centring on the namesake—the celebrated painting—a story set in the region of Basilicata, particularly in Lagonegro (Potenza), where there are still vestiges of the castle of Mona Lisa Gherardini and her husband, Francesco Zenobio del Giocondo. While the first novel speaks about a great threat to the Vatican, with a secret sect, believed long-dead but coming to light again, claiming a terrible vendetta to the detriment of the Church, Lucarelli’s story is about the greatest work of art, enriched by the mystery of the Sacred Graal. This short story of history and science fiction uses dates and historical figures to give the impression of historical and scientific accuracy, presenting everything in a fable like and fantastical way, leaving it to the reader to choose between truth and legend, between the work (with the respective trade in hides) and the extraordinary raids of Italian and foreign pirates. It evokes ancient popular wisdom, personal intuition and a universal feeling, going back into the archives of historical memory to the experience of lived life and to the customs of the shepherds in peasant culture, whose roots are still alive and healthy today. The misuse of authority by the heavy-handed, the abuse of power, women’s loss of liberty in interpersonal and social relationships in a period, in which submission to the lord was the rule, and laws were in force, which were harder on the weaker sex. In order to assume the role of the official narrator of greatly disturbing events, with few convincing clues to go on, the author, Pietro Giovanni Lucarelli, utilizes a flowing no-frills vernacular, delicately portrayed, in accordance with his unmistakable style, which is already well-established in his other valuable works. Continuing with a stream-of-consciousness, he resorts, purposely, to a change of subject, the artistic anacoluthon, to the use of popular expression and poetic licence, with daring Pindaric flights, abundant anecdotal digressions and powerful personal references, in memory of the beloved father figure, and of his own native soil and the eminent Carafa name, always conscious of the official language standards of the ruling class. The story is an homage to the new millennium and a new anniversary: as a symbol of progress in the sciences, music and the arts, creating a new category of the spirit and a new literary current. The writing is reminiscent of other renowned writers who were celebrated for amazing idiomatic expressions, colossal spelling errors and the magnificent stream-of-consciousness vernacular, like Koslowsky, James Joyce, Wolfgang Borchert, Giovanni Verga, etcetera, using the idiomatic characteristics of a particular language, without cross outs, frills and hesitation, but with immediacy and naturalness, historical reminiscences and love of one’s native land. Unlike the other authors, ours uses the sweep of local culture, the ancestral roots and the ingenious origins of painting and poetry, history and myth, geography and fable, imbuing the Leonardesque colours of “The Mona Lisa” with supernatural intervention, divine blood and human miracle. The fairy-tale caprice of its inspiration elevates it like the two-headed eagle on the breathtaking heights of the green mountain, over the emptiness of earthly vanity, to acknowledge the weaknesses of human nature and to distance itself from the hatred of the profane commoners. Conscious that only good can stop the false progress of the materialistic system, through the triumph of honesty, justice and truth, Pietro Giovanni Lucarelli asserts the following: “For La Gioconda, we try to collect as much data as exists on this work. It would be possible to collect it in a single writing and then to give our opinion considering that the date 2013, the 500th anniversary of the work, is getting close, and, in fact, some historians and critics of art believe the start of the artwork to be the year 1513 and not 1506. Yes, because 1506 refers to the presumed death of Gherardini, that is, the “Mona Lisa”, in Lagonegro (Potenza), and therefore impossible to have had the painting commissioned after such date to Leonardo”.
It is no accident that Lucarelli is the director of “La Fenice” (The Phoenix) online (for which I am the Artistic Director). The bird rises again from its own ashes every 500 years, as in the example of the Arab phoenix, which everyone says exists, though nobody knows where.
Prof. Gianni Latronico Matera, 23/09/09
Prof. Robert Rowley Las Cruces, New Mexico 4 Novembre 2009
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La Gioconda di Londra |
La Gioconda di Londra
Opera opera virtuale di Gianni Latronico |
Dette impronte vengono scoperte anche su una versione della Gioconda posseduta dal Dottor Henry Pulitzer; quindi anche la Cioconda di Londra ha analogi con altri dipinti leonardeschi autentici; quest’ultima però si ritiene che raffiguri veramente la Monna Lisa del Giocondo e quindi la modella deve essere proprio la Lisa Gherardini, terza moglie di messer Francesco Zenobio del Giocondo.
La Gioconda di Londra, però, non è la sola a presentare le suddette impronte del genio di Leonardo, altre opere come, per esempio la Gioconda Nuda, attribuita alla scuola di Leonardo, viene riferita alla bella Gabriella come modella che troviamo nella collezione di lord Spenser.
Altre notizie su questa opera non si conoscono e quindi resta una tela della collezione privata anche se di un grande critico d’arte come il londinese Lord Spenser.
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La Gioconda Seminuda |
La Gioconda Seminuda
opera virtuale di Gianni Latronico |
In questo discorso si inserisce persino il grande Raffaello, con un suoo schizzo di Monna Lisa mentre Leonardo stava eseguendo il suo capolavoro.
Vari elementi, come le due colonne, sono simili a quelli del dipinto del londinese Herry Pulitzer.
Questo ci induce a pensare che il genio era da imitare a tutti i livelli e da veri artisti, come il Raffaello, già allievo dello scienziato inventore e maestro d’arte Leonardo da Vinci.
Tali ambizioni portano gli artisti del tempo a realizzare diverse pretese Gioconde: se ne contano più di 60 conservate gelosamente nelle collezioni private sparse nel mondo.
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Ritratto di un ritratto di Raffaello |
Ritratto di un ritratto
opera virtuale di Gianni Latronico |
Per noi è possibile dare diverse indicazioni della sepoltura in terra lucana secondo la prima edizione del volume “La rinascita degli dei ovvero Leonardo da Vinci” di Demetrio Sergghieievic Merehkowsky del 1865: sia del corpo della gentildonna nata a Napoli e poi col matrimonio divenuta cittadina fiorentina. L'opera in parola approda in Italia più tardi e diventa nota con la pubblicazione del 1905.
Lagonegro e secondo il russo Demetrio, è la tomba della Gioconda; circostanza questa ancora imprecisata, come pure la volontà di distruggere il quadro dipinto da Leonardo o quanto meno la volontà da parte della modella di non vedere più quell’opera.
Procederemo ora a raccontare la nostra visione dei fatti, senza togliere alcunché alla ricerca del professor Giuseppe Pallanti che la fa riposare nell’ex convento di Sant’Orsola, altri autori nella chiesetta di San Nicola o ancora nel vecchio cimitero del castello.
Il matrimonio della Gherardini con messer Francesco Zenobio del Giocondo deve essere avvenuto nel 1494, subito dopo la morte della prima o come dicono alcuni della seconda moglie, data confermata dalla nascita del primo figlio Piero, avuto da Lisa nel 1496, poi dopo alcuni anni ne seguirono altri quattro: Camilla, Andrea, Giocondo e Federica.
Questa è già una data controllata che non combacia con altre date che riguardano il matrimonio. Per tutte queste notizie ci troviamo d’accordo con chi sostiene che l’opera commissionata a Leonardo da Vinci deve ritenersi anteriore alla morte della Gheraedini, altrimenti la sepoltura a Lagonegro è da ritenersi un falso storico se si accetta l'oedinazione del quadro dello stesso postumo del 1513, per onorare la gentildonna e su questo non ci prolunghiamo nel dare altre spiegazioni.
Diamo però per scontato che tutti conoscono i vari studi, ricerche, ipotesi, vicende e congetture fatti su quest’opera; perciò partiamo con disinvoltura dal Museo del Louvre e diciamo che: l’opera viene trafugata al Louvre di Parigi diverse volte nel corso dei secoli, ma noi ci riferiamo al furto fatto dai corsari o feroci pirati, nel 1506.
Questi ultimi, in un primo momento erano un’accozzaglia d’italiani, turchi e francesi provenienti sicuramente da Napoli, guidati del leggendario Orusk Barbarossa. Li descrive con precisione già nel 1339 Dante nella su Divina Commedia, al Canto III dell'Inferno: "Diverse lingue, orribile favelle / Parole di dolore, accenti d'ira / Voci alte e fioche, e suon di man con elle..."
Questi avevano come loro obiettivo le navi, militari e civili, provenienti da paesi cristiani, che navigavano tra i porti del Mediterraneo o che erano dirette in Asia circumnavigando l'Africa; nonché le popolazioni civili dei paesi costieri cristiani, dal Mediterraneo fino all'Inghilterra, soggette a scorrerie e incursioni che razziano beni e uomini da ridurre in schiavitù.
Si calcola che il numero totale degli europei rapiti e schiavizzati superi sicuramente, e forse di molto, il milione.
Sebbene recentemente si voglia far accettare la generalizzata dizione di “corsari”, la maggior parte di essi, specialmente nel XVI e XVII secolo, dovrebbe invece essere definita a tutti gli effetti "pirati", in quanto loro oggetto di preda e violenza erano anche le inermi popolazioni civili cristiane del bacino del mediterraneo (e oltre) e non esclusivamente le proprietà degli stati cristiani o le rotte di loro interesse commerciale, come nel caso della Guerra di Corsica.
Il più conosciuto dei corsari (ed uno dei pochi che legittimamente poteva vantare tale titolo), "barbareschi", è probabilmente Khavr al-Din, detto Barbarossa.
Costui, dopo essere stato chiamato a difendere la città di Algeri dagli Spagnoli, ne uccise il sovrano e si sostituì ad esso nel 1510 facendo della città una delle basi più importanti per la Guerra di Corsica, che egli conduceva in nome e per conto del Sultano ottomano.
Questi uomini erano quelli che oggi chiamiamo spiriti irrequieti e che vagavano per il mondo senza una meta, ma sempre alla ricerca di ricchezze e grandezza per le loro gesta; nella loro testa si presentava sempre una impresa da superare o almeno da eguagliare per non essere considerati meno di questo o quel corsaro noto alle cronache del momento.
Questo qualcuno era certamente Khayr al-Din, che regnò persino come sovrano di Algeri degli Spagnoli.
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Khayr al-Din Barbarossa |
Khayr al-Din Barbarossa
opera virtuale di Gianni Latronico |
Khayr al-Din e qualche suo degno successore infestavano le coste del Tirreno in quegli anni ed avevano il loro rifugio sicuro proprio nel Golfo di Policastro, quindi nei pressi dei grandi boschi lucani a quattro passi da Lagonegro.
Questi uomini spingendosi forse fino a Parigi con i loro compagni, provenienti da altre nazioni, in qualche modo hanno avuto per le mani la Monna Lisa, pregevole opera leonardesca.
Il loro capo che, in alcuni momenti della sua vita era anche stato un re, una volta in possesso di contatti ed informazioni precise dei frequenti passaggi sulla via Aquilia di messer Francesco Zenobio del Giocondo, famoso e ricco commerciante nonché marito di Lisa Gherardini (la Gioconda), avrà ben pensato di avvicinarsi alla coppia proprio a Lagonegro passaggio obbligato per raggiungere la Calabria e tentare di consegnare l’opera ai legittimi proprietari dietro un lauto compenso.
Portata quindi l’opera in Italia e raggiunto Lagonegro loro habitat naturale, non resta a tal Barbarossa che attendere il passaggio di messer Francesco Zenobio, con la sua bella moglie Monna Lisa, che vi giungono nel 1506, secondo la prima data ritenuta da molti valida. Sfruttando lo Statio di Lagonegro, ovvero la stazione di scambio dei muli e mulattieri.
Qui i pirati, con un consolidato stratagemma, si fanno invitare dai signori castellani presso cui abitualmente dimorava la coppia ed altri commercianti o viandanti facoltosi.
A tutta prima, ed evidentemente anche da sprovveduti, tendono di vendere l’opera ai signori del castello, ma essendo presenti i legittimi proprietari cambiano tattica e provano direttamente con loro; non sanno, però; quello che l’opera rappresentava, cioè il "neo" di quella unione matrimoniale del Zenobio del Giocondo.
Di fatto quell’opera, secondo altri studi, rappresentava uno sfogo di gioventù di Leonardo da Vinci, realizzata per far la gioia del suo protettore messer Francesco Zenobio del Giocondo, e non per fare contenta la gentil donna.
Si è detto tante volte che quel genio di Leonardo forse era un omosessuale e che amasse il suo stesso protettore, perciò il quadro fu realizzato con tratti di volti: come il proprio, del suo protettore e di altri personaggi femminili, ed anche quelli di messer Francesco e dello stesso Leonardo; di questo ne parleremo in seguito e con maggiori dettagli. Non si è mai detto però che vi sono autori i quali avanzano altre ipotesi del tutto differenti da queste appena elencate, come quella di Vincenzo Francesca su O.G.M.: “…Poi messer Giocondo venne a sapere delle voci corse sui rapporti amorosi fra il pittore e sua moglie, forse calunnie, e non volle più vedere il ritratto. Lo vendette a Francesco I Re di Francia o lo restituì a Leonardo che poi lo portò con sé alla corte di quel sovrano.
In un modo o nell’altro l’opera della Gioconda aveva varcato per sempre i confini della patria. Quattro secoli dopo, e precisamente il 21 agosto 1911, si sparse la straordinaria notizia del furto della Gioconda dal Museo del Louvre a Parigi, la emotività fu enorme in tutti gli ambienti culturali e non.
Furono stampate grandi e piccole riproduzioni del quadro scomparso, la fabbrica dell’acqua purgativa Nyadi-Janos mise le sembianze di Monna Lisa come motto sulle sue bottiglie e nei manifesti delle stazioni ferroviarie; una fabbrica di puntine da grammofono la impresse sulle scatole metalliche.
Fu una breve e, bisogna dirlo, avvilente vacanza del capolavoro leonardesco, e il sorriso della Gioconda era dappertutto, misterioso e canzonatorio; poi, il 12 dicembre 1913, in un albergo fiorentino di via Cerretani, la preziosa tela fu ritrovata, piegata in quattro nella valigia del pittore Vincenzo Perugina, il quale, dopo averne eseguita una perfetta copia, non sapeva più cosa farne.
Questi ultimi passaggi sono storia, ma senza riscontro, forse anche per questo che all’inizio del secolo scorso sono nate e divulgatesi tante altre storie compresa quella della sepoltura di Monna Lisa a Lagonegro.
Noi rimaniamo del primo avviso: Monna Lisa aveva scoperto il trucco che doveva tenere nascosto l’amore che legava il marito all’artista e la donna per mantenere fermo il rapporto coniugale costringe Francesco ad allontanare sia Leonardo che la sua opera dalla casa coniugale.
Da qui il trasferimento a Parigi di Leonardo e il contatto con Francesco I Re di Francia; solo in seguito la sua opera viene esposta al museo, ove in seguito viene rubato più di una volta, ma noi ci riferiamo solo a quella volta che la porta nella nostra terra.
La notorietà dell’opera ha evidentemente fatto circolare velocemente la notizia del furto al Louvre: passando da un salotto all’altro ha fatto in breve tempo il giro d’Europa e di quei paesi che commerciavano con le maggiori città europee, ciò spinge a nostro avviso i pirati ignari delle retrostanti storie dei coniugi nobili a tentare di venderla ai legittimi proprietari.
Ma Lisa Gherardini, imbufalita per la presenza di quell’opera anche in una sperduta cittadina della Lucania, l’afferra e la scaraventa nel Fiume Serra proprio sotto il vecchio castello di Lagonegro, che secondo noi diviene in questa storia la tomba del famoso quadro della Monna Lisa e non della donna.
Questa spiegazione chiarirebbe anche il male che impedì alla gentildonna di proseguire col marito in Calabria, così sbollì la rabbia a Lagonegro in attesa del ritorno del marito per far ritorno a Firenze.
Vi sono, però, altre tematiche che sveleremo al momento giusto.
Non sappiamo dire se il quadro è stato recuperato o se l’opera che oggi possiamo ammirare è stata ridipinta dai leonardini o dal Perugini e consegnata alla storia come opera leonardesca; resta così irrisolta la vicenda della morte della gentil donna napoletana trapiantata a Firenze.
Ma forse a nostro avviso da buona donna del sud, nell’attesa, può aver pensato di raggiungere a Napoli la famiglia originaria e far ritorno da "mammà"; trovando però sulla sua strada malviventi che la sequestrano e la potrebbero aver venduta in quei posti africani ove il commercio degli schiavi era fiorente.
Si perdono così le tracce della Gioconda...
Potrebbe essere, dunque, la gelosia di una donna contro il genio di tutti i tempi, e forse anche omosessuale, a dar vita a tante ricerche che inevitabilmente sfociano in leggende; ma esistono anche altre ipotesi di storie ancora più affascinanti e morbose che oggi chiameremmo "gossip" e che andremo a vedere.
Fin qui le cose si possono anche accettare sia pure con le dovute riserve. Proviamo, dunque, a descrivere la vita che si menava nel sedicesimo secolo.
Un dato certo è che, nella nostra Lucania e Calabria, la storia ce lo presenta come un dato di fatto, il commercio delle pelli, è esistito fino agli anni ‘50 del secolo scorso. Questo è un dato che lo scrivente riporta in prima persona e in qualità di figlio di un fornitore di pelli, che ha conosciuto l'ultimo compratore di pellami il signor Corradino, da Fradella (Pz) Sindaco della stessa cittadina per molti anni.
Corradino comperava pelli di montone, pecore, capre, agnelli, capretti, maiali asini ed anche vacche e vitelli. I miei erano allevatori di bovini, ovini e suini; e il Corradino comperava da noi prevalentemente pelli di agnelli e capretti.
Questo per dire che in Calabria e in Lucania era giustificata l’attività e la presenza del Zenobio, giacché da noi in quei tempi l’unica industria era quella dell’allevamento di bestiame.
Infatti, Lagonegro è cessato come "statio" cioè stazione commerciale, proprio negli anni tra il 1950 e 1960, perché era ed è un crocevia servito dalla Ferrovia calabrolucana e quella dello stato nella vicina Maratea; e successivamente da superstrade ed autostrade, così da tutti i paesi del circondario affluiva colà l’intera produzione contadina che andava dal Cotone, al baco da seta, al vino, all'olio, alle carni, pellame e quant’altro si produceva nelle nostre campagne.
Questo giustificava anche la presenza di pirati e corsari, visto che la presenza di molta gente col danaro da spendere ed oggetti da vendere e comperare. Diciamo che per tali motivi c’era un’attività frenetica nel commercio che si svolgeva in quei folti boschi e quindi vi era una "diligentia" di gente dedita al lavoro onesto ma anche ad attività disoneste, come quella dei pirati e corsari.
Lo possiamo dire perché la storia ci insegna che vi erano corsari di vari Stati e staterelli, tanto per far nomi: Turchia, Grecia, Francia, Spagna, Regno di Napoli ed altri piccoli stati italiani. Ce da meditare perché i pirati e i corsari erano veramente lo stato negli staterelli del tempo e per poter governare tanti scalmanati occorreva qualcuno di polso, proprio come il Barbarossa.
Perciò riproponiamo i nomi noti e storici di detta organizzazioni piratesche che sono: Orusk e il fratello Khair-ed-Din Barbarossa, quest’ultimo esurpò il dominio d’Algeri, vinse gli Spagnoli e tutti i principi della costa di Barberia; Dragut Rais Bassà, questi erano afro-catalani, personaggi che la storia ricorda con dati precisi ma postumi all’evento della Gioconda. Dobbiamo perciò pensare che essi sono accorsi nell’area in seguito a detti eventi proprio per la presenza di beni viaggianti che in quel tempo erano d’uopo.
Teniamo comunque presente che il fenomeno piratesco finì con la battaglia di lepanto nel 1571 (vedi art. di Vincenzo Fucci su “Spigolando tra favola e mistero, …con Monna Lisa”.
pagina 10).
Il suddetto quadro si inserisce perfettamente nella storia del regno di Francesco I, Re di Francia, e poi di Ferdinando III, che il 31 gennaio 1506, con l'annessione appena conclusa del Regno di Napoli alla corona di Spagna esercita il suo potere su tutta l'Italia meridionale e dichiara Maratea feudo della Corona, riservando per sé tutti i diritti.
Tuttavia, qualche anno dopo, i Marateoti stanno sul punto di perdere il loro privilegio per decisione dell'imperatore Carlo V d'Asburgo, cui tocca in quell'epoca la cura degli affari del Regno napoletano.
Il 6 Aprile 1530 l'imperatore, tramite il Cardinale Colonna, suo plenipotenziario, cede la città per la somma di 10.000 ducati al conte Carafa di Policastro, potente signore della zona.
La popolazione si oppone avvalendosi di un dispositivo legale: una sorta di diritto di prelazione riconosciuto a suo favore in caso di vendita, previsto dall'ordinamento del tempo.
Versando 6.000 ducati, segno di un'economia florida, la comunità marateota ottiene la rescissione del contratto tra il conte Carafa e l'imperatore e riconquista lo status giuridico preesistente.
Ecco, questi passi storici ci assicurano che lo status economico dell’area Lucana era davvero florido e che richiamava appunto; pirati, corsari ed opportunisti del facile guadagno e della vita disordinata.
Per nostro diletto cominciamo ad imbastire con la fantasia tratti dalla storia di tre grandi personaggi, come: Leonardo Da Vinci, messer Francesco Zenobi del Giocondo e Lisa Antonmaria Gherardini e a seguire altri personaggi minori, ma pur sempre storici, della pirateria del 1500, come Khair-ed-Din Barbarossa, Dragut Rais Bassà et ecc.
Ma, ora, passiamo a raccontare la favola da noi creata sul genio di Leonardo da Vinci, tratta appunto da personaggi veri ed ambientata su territori reali di cui sopra si è già trattato.
Leonardo da Vinci inizia la sua avventura durante gli studi di anatomia umana approfondita su cadaveri ed altro.
Durante tali studi forse avrà scoperto la chiave per accedere alla “Dimensione Divina”, o alla vera entità del “Santo Gral”: infatti, se osserviamo gli eventi riportati da Andrea Tornielli nel suo libro "Processo al Codice da Vinci", vediamo che chi si trova davanti al quadro della Gioconda, Madonna Lisa, percepisce quasi pulsare il sangue sotto l'epidermide: è chiaro che Leonardo nel creare questo effetto pensò al preziosissimo Sangue di Gesù; questo poi si concretizza con la richiesta, a Leonardo di custodire in qualche modo proprio una bolla di quel preziosissimo Sangue.
Resosi conto che non poteva tenere per sé e per sempre un segreto così grande, il genio pensò bene di nasconderlo in un modo originalissimo, cioè in modo che tutti non potessero né osservarlo né asportalo, così potevano subirne solo l'influsso benefico essendo stato mescolato ai colori utilizzati per dipingere il quadro.
Il mezzo più idoneo gli si presentò quando messer Francesco gli commissionò un’opera per la sua sposa, intorno al 1494-1495. La scoperta dell’esistenza di una così importante reliquia fa pensare che si dovesse trattare di una piccola raccolta del preziosissimo sangue di Gesù, gelosamente custodito per circa 1500 anni da persone che amavano veramente il Nazareno.
Infatti nel volume "Il Santo Graal" di Michael Baigent Richard Leigh, Henry Lincoln a pagina 302 si legge ...Si ritiene in genere che il Santo Graal sia in qualche modo relato a Gesù.
Secondo certe tradizioni, era il calice in cui Gesù e i suoi discepoli avevano bevuto durante l'Ultima Cena. Secondo altre testimonianze, era la coppa in cui Giuseppe d'Arimatera aveva raccolto il sangue di Gesù crocifisso.
Forte di tale tradizioni e credenze, Leonardo diluì il preziosissimo sangue e lo usò per dipingere la tela della Gioconda. Non essendo lui in grado di proteggerlo per i secoli a venire pur volendo tenerselo ben segreto nel suo cuore pensò di scioglierlo nel colore e di usarlo per dipingere il suddetto quadro.
Le figure che si ravvisano secondo gli esperti nel quadro possono essere proprio delle persone che hanno conservato il sangue del Cristo vivente che poi fu consegnato a Leonardo.
Questa spiegazione convaliderebbe anche il flusso smisurato di visitatori di cui parla la professorezza Cecile Scaillierez responsabile dei dipinti italiani al Louvre; ella dichiara all’inviato di Repubblica Anais Ginori, che la intervista e poi pubblica, nell’intervista dice la prof. “È ingombrante e un peso per il Louvre”. L’articolo viene pubblicato il 12 settembre del 2005 a pagina 17, sezione: Politica Estera.
La Scaillierez nell’intervista continua dicendo che “È un peso. Il suo successo ci crea molti problemi” Se queste storie raccontate dalla responsabile delle opere italiane circa il crescente flusso di visitatori hanno un qualche fondamento di soprannaturale, infatti possiamo, con tutte le riserve necessarie, dire che anche le nostre argomentazioni possono in qualche modo avere un certo barlume di attinenza col Divino.
Difatti, il magnetismo che si sprigiona dall’opera leonardesca non si può attribuire esclusivamente alla finezza del genio, neppure dalle storie che lui stesso ha saputo inserire nell’opera...
Ci riferiamo al fatto che l’opera è formata per i più da una serie di tratti ricavati dai volti di persone certamente note al pittore: questo spiega anche il perché di una non certezza sul ritratto del volto della Gioconda nemmeno da una modella e tanto meno quello della vera Monna Lisa, ma Leonardo lo formò certamente con quello delle persone che hanno custodito, secondo il nostro ragionamento il preziosissimo sangue di Gesù e col volto dello stesso Leonardo da Vinci.
Ora però proviamo a vedere come andavano le cose sotto l’aspetto dei corsari. È storicamente provato che in quel tempo i personaggi Khair-ed-Din Barbarossa e Dragut Rais Bassà sono realmente vissuti in quel periodo e si conoscono le loro gesta più eclatanti che alcuni scrittori hanno trasformato in leggende, ma noi cerchiamo di trarne una favola tutta nostra che di vero ha ben poco, se si escludono i nomi storici e dei luoghi teatri degli eventi narrati.
Dunque, Barbarossa, aveva una sua forza piratesca da paragonare ad un esercito di uno stato militare, quindi aveva i suoi sistemi di comunicazione e di informazione, come la notizia dei ricchi commercianti di pellami, di seta, di cotone, di vino e di olio che frequentavano quasi regolarmente i luoghi boscosi calabrolucani, ove tra l’altro esistevano diverse forme di aggregazioni di ribelli che agivano contro i governanti che si rafforzavano sempre più nei nostri boschi.
La cosa dovette interessare il grande pirata del mediterraneo che si portò sul posto ove contattò i locali cementando collaborazione prima ed attività piratesca dopo. I dati riguardanti i traffici internazionali tra Napoli, Parigi, la Spagna, la Grecia e la stessa Turchia furono in suo possesso.
Certamente notò che l’opera leonardesca era la più lucrosa e forse più facile da trafugare dal Louvre, e fu certamente progettata nei minimi particolari, sfruttando gli informatori fuoriusciti dagli stati napoletani perché dissidenti a causa dei signori locali e riparati in Francia, riuscìrono a perpetrare il furto della Gioconda per trasportarla fino in Lucania proprio nella città di Lagonegro, stazione di sosta delle carovane e degli stessi commercianti forniti di gioielli e liquidi per i loro acquisti. In questo quadro si saranno mossi quei rinomati corsari.
I boschi e le alte montagne, a quei tempi inaccessibili, hanno poi facilitato le malefatte di questi "grandi imprenditori del crimine" del 15° secolo, proprio nella nostra area giacché la orografia dei monti e la topografia delle vie di fuga erano praticamente libere per queste persone, se si pensa che da una parte c’era il Fiume
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Fiume Lao veduta del grande Canyon |
Fiume Lao veduta del gran Canyon
opera virtuale di Gianni Latronico |
Lao, il quale viene collocato al centoundicesimo posto tra i fiumi italiani; nasce con il nome Mercure (legato alle vicende dei monaci basiliani) in località Vocolio a sud dell’abitato di Viggianello, in Lucania; poi si immette nel grande canyon profondo circa 200 metri, nel territorio calabro ed assume appunto il nome di Lao e versa le sue acque nel mare Tirreno; mentre dal lato opposto c’è il Sinni che si riversa nel mar Jonio.
Entrambi erano navigabili e quindi ideale via per sfuggire alle guardie dei vari principati e baronie, spesso anche loro oggetti di razzia, ma soprattutto partecipi alle introduzioni dei pirati a feste tenute dai Signori di piccoli centri interni, pronti ad ospitare principi in viaggio con la loro scorta per proteggersi dai pirati, pratica che in quel tempo era in voga per festeggiare, così poi far vedere la grandezza e l’agio raggiunto si facevano visitare agli ospiti i propri tenimenti e tutta la loro capacità difensiva proprio per rassicurarli a riguardo agli attacchi pirateschi, ignari però che i pirati erano proprio gli stessi ospiti.
In uno di questi festini presso il Castello di Lagonegro, dopo aver abbondantemente mangiato e bevuto i vini degli ospiti spacciati per vini eccezionali si ringraziavano i padroni di casa per la disponibilità dimostrata ad accoglierli...
Quando la mistura dei vini facevano il loro effetto i pirati svuotavano il castello e massacravano i ricchi del posto se si opponevano alle loro richieste. Probabilmente fu in una di queste feste tenutasi nel castello di Lagonegro, alla quale partecipavano anche i pirati, che messer Francesco Zenobio del Giocondo perde la moglie ad opera proprio dei pirati, questi con un loro audace colpo di mano, ripuliscono i castellani ed ospiti compresi.
In tal festa si possono individuare tre diversi finali: il primo è che la Gherardini imbufalitasi alla presentazione del quadro lo afferra e lo getta nel sottostante Fiume Serra; la seconda, è che i pirati avendo perso l’occasione di far cassa con l’opera in parola razziano il castello e il paese tutto; sottraggono le più belle donne ai mariti o famiglie, ma qui c’è da domandarsi chi fosse messer Francesco.
Intanto diciamo che aveva avuto un precedente matrimonio con Bona di Savoia e forse anche uno ancora prima; poi sposa la nobildonna napoletana Monna Lisa Gherardini, "quindi non era certo un uomo dedito all’altra sponda", come alcuni storici voglio far credere, cioè protettore ed amante del da Vinci.
Forse non si adoperò poi tanto per salvare la moglie, ma parte per la vicina Calabria raggiungendo altre donzelle, lasciando mano libera ai pirati affinché la portassero con loro facendone perdere le tracce, imbastendo così al suo ritorno dalla Calabria la storia della morte. Come nelle migliori ambienti di quei tempi è dato pensare che ci fosse anche l’intervento di qualche spigliata e facoltosa donna calabrese, in combutta con i pirati per liberare il facoltoso Zenobio che ne è l'amante.
La terza ipotesi è che l’incontro con i pirati abbia veramente portato alla donna tanta rabbia e veleno, a causa della vicenda del quadro, da farla ammalare del male del secolo cioè la “peste”, probabilmente portata dagli stessi pirati tanta che muore, e quindi veramente viene tumulata nel cimitero del vecchio castello di Lagonegro o nell’antica cattedrale: la medievale di San Nicola o altra chiesa adiacente.
È chiaro che queste sono solo nostre supposizioni visto che vogliamo raccontare una favola e che la trama ha del retroterra nella storia del più famoso quadro dipinto da Leonardo da Vinci; ma tutte le ricerche e gli studi fatti sulla vicenda di Monna Lisa non hanno posto la parola fine al mistero e a tutto questo nulla vogliamo confutare o minimamente dubitare; vogliamo semplicemente dare una interpretazione differente da tutte le altre.
Tentiamo di far emergere una storia sul personaggio Leonardo da Vinci che tutti gli studiosi leonardeschi hanno evitato di investigare a fondo; vedi le argomentazioni adottate sul Divino, nel “Codice da Vinci” pubblicato non molti anni orsono.
Pensiamo, come su accennato, che Leonardo fosse conosciuto in Palestina e in tutto il mondo come l’uomo inventore di macchine ed oggetti complicatissimi e che sia stato avvicinato da discendenti di persone che per secoli hanno adorato e venerato il Preziosissimo Sangue versato dal Cristo Gesù sulla croce, questi non avendo eredi a cui affidare la preziosissima reliquia del Santissimo Sangue raccolto dalle piaghe del Cristo morente sulla Croce; hanno deciso di chiedere aiuto ad un cristiano riconosciuto tale in tutto il mondo e soprattutto come l’uomo scienziato del tempo più in voga, “Leonardo da Vinci”.
Questi accetta di aiutarli a conservare e a proteggere la preziosissima ampolla per i secoli a venire. Leonardo dopo aver rimuginato a lungo sulla storia del sangue di Gesù e forse aver sentito sulla propria pelle il peso di quella confidenza e richiesta di aiuto elabora un piano e lo sottopone ai possessori dell’ampolla, che ne accettano la bontà.
Nell’attesa dell’occasione giusta Leonardo dipinge i volti dei soggetti portatori della storia, forse anche perché così facendo non dava nell’occhio per la presenza di Palestinesi nella città e soprattutto nella sua casa, poi alcuni tratti dei loro volti gli sono serviti per comporre l’opera tanta osannata, proprio come abbiamo riferito all’inizio di questa favola.
Vediamo ora perché attribuiamo ai pirati afro-catalani, il furto della “Gioconda”, intanto la storia ci ricorda che sin dal IX secolo d.C. soldati non regolari, si dedicavano al saccheggio e alla conquista delle nostre regioni, per poi far ritorno nei luoghi di provenienza.
Sceglievano il nostro territorio proprio per l’asprezza dei luoghi, che a causa di continue guerre e scorrerie di pirati veniva contaminato da malattie terribili e mortali quasi sempre sconosciute. Infine la figura del Orusk Barbarossa che indossava a suo piacimento e a secondo dei momenti gli abiti da regnante o del benefattore: questi gli servivano per giustificare i suoi più atroci misfatti ed incoraggiare i popolani a ribellarsi verso i loro veri aguzzini, cioè i feudatari.
Questo si verifica certamente nel castello di Lagonegro posseduto dai Sanseverino fino al 1497. Passò poi al Regio Demanio, ai Saragusio, ai Carafa e a Gian Giacomo Cosso.
Nel 1551 il castello fu distrutto e i cittadini liberati dal giogo dei feudatari infine e ad per opera di Paolo Marsicano il popolo riuscì a liberarsi dal potere feudale e il territorio il quale fu incorporato nel Demanio Regio, cambiando persino il nome: si chiamò Lacusliber e non Lacusniger; da quella data non fu più ricostruito, restano solo i ruderi
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ruderi del castello di Lagonegro |
ruderi del castello di Lagonegro
opera virtuale di Gianni Latronico |
del castello di Lagonegro. Con il sostegno della storia possiamo dire che è credibile la presenza dei conuigi Zenobi del Giocondo a Lagonegro proprio nella prima decade di quel secolo e il Barbarossa era l’incontrastato despota del Golfo di Policastro e quindi dei boschi lucani teatri di molte incursioni.
Non possiamo attribuire direttamente l’evento di cui sopra a lui o al fratello “Khair-ed-Din Barbarossa”, sicuramente può essere avvenuto ad opera dei suoi secondi dei suoi generali o delfini, come diremmo oggi. E immergendoci nella storia di quegli anni, per esclusione, certamente possiamo dire che solo un'organizzazione come quella afro-catalana con a capo il più famoso dei pirati, Orusk Barbarossa, poteva realizzare l’impresa che ha visto in primo piano due nazioni la Francia e l’Italia interessate all'opera d'arte.
Quali motivi spingevano i compratori di pellame del nord e centro Italia fin quagiù? Possiamo affermare che vi erano principalmente due motivi il primo, l’industria pastorizia ben curata da nostri allevatori; la seconda motivazione è l’atavica assenza di industrie e rete di comunicazione col resto d’Italia.
Infatti esistevano solo poche vie di comunicazione: la regina delle vie, “L’Appia”; con partenza da Roma verso il sud e la via “ Emilia verso il nord.
Da noi però esisteva anche la via Aquilea che raggiungeva le calabrie ed è quella che il nostro messer Francesco Zenobio del Giocondo percorreva per i suoi affari.
Ma come erano queste vie e come venivano percorse? Erano tortuose e si percorrevano prevalentemente con cavalcature, ovvero muli, e sempre assistite con delle scorte di soldati ben organizzate al comando di esperti capitani di polizia, al soldo dei facoltosi commercianti.
Tra uno Statio e l’altro, ossia tra una stazione di scambio e l’altra, a cominciare dalla Campania esistevano tratti di strade carrabili e quindi i trasporti avvenivano su carri romani, cioè trainate da buoi mentre il percorso calabro-lucano era servito solo da muli, quindi maggiormente soggetto a predatori di ogni genere.
Le scorte in questa Regione avevano un bel da fare ed è tristemente famoso il passo o salita dello “Scorzo” presso Sala Consilina, nella Regione Lucania, oggi Campania, fama che ha mantenuto fino agli anni ’50–'60 del secolo scorso, quando il trasporto delle merci avveniva già su camion in direzione inverso, cioè da Napoli verso i nostri paesini e non più ad opera dei pirati ma di briganti.
Tutto questo per affermare ancora una volta la precarietà in cui la nostra gente ha da sempre lavorato subendo le angherie dei signori prima e della mala vita organizzata poi che sceglieva i nostri passi per la facilità con cui potevano perpetrare le loro imboscate, vuoi per la tortuosità e strettezza delle strade, a volte addirittura incassate tra una roccia e l’altra, o per l'impossibilità a causa dell'alto costo di dotarsi di scorta, ma soprattutto per l’assenza della forza pubblica, oggi Carabinieri o Guardia Nazionale allora.
Ecco, in un contesto così largo e così articolato nel tempo, una di queste trame può essere benissimo quella giusta. Noi conosciamo Lagonegro d’oggi con tutte le trasformazioni avvenute a causa di agenti atmosferici e anche a causa di quelle apportate dalla mano dell’uomo in oltre cinque secoli, sia in senso migliorativo o peggiorativo del predetto territorio: bene si prestano questi luoghi a tutta la vicenda.
Sono tanti i racconti dei nostri vecchi che riguardano i contrabbandieri, così chiamano da noi i pirati e corsari ultimamente briganti. Questi racconti descrivano spesso il prelievo di giovane donne che diventano poi brigantesse e addirittura capobande: una volta perso il loro uomo o patrono che sia stato ne assumono l’organizzazione.
Detti racconti cominciavano tutti col dire: "C’era una volta un terribile pirata con un occhio solo e con una benda nerissima sull’altro occhio, unta e bisunta da grassi, provenienti dai cibi mangiati a mani nude". Di fatto questi uomini mangiavano con le mani sia nelle bettole che nella case di persone prese di mira e costrette a servirli.
Quasi mai si lavavano, al massimo si pulivano con uno straccio unto e bisunto di grassi e poi si grattavano dappertutto diventando oltre che cattivi anche sozzi nei gesti. Una volta rimpinguatisi perbene prelevavano tutto quello che gli serviva, soprattutto le ragazze, che portavano con loro per farle proprie, se poi in esse vi era un minimo di condiscendenza li tenevano, al contrario abusavano di loro a turno e poi le abbandonavano o le vendevano al miglior offerente.
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La vendita degli schiavi |
La vendita degli schiavi
opera virtuale di Gianni Latronico |
La nostra Monna Lisa, donna di classe e ben istruita sicuramente, seppe tener testa ai capi e allo stesso Barbarossa che la portò con sé per i boschi e poi per i mari, fino all’ultimo ammutinamento quando fu ucciso dalla sua stessa ciurma.
Monna, grazie alla sua bellezza, riusciva ad avere sempre un protettore di turno che la proteggeva da altri pretendenti così si assicurò un lungo periodo di agiatezza e di spensieratezza, tra il nord Africa e le sponde europee.
La Gioconda, raggiunta una età matura ed accortasi che il suo corpo non attirava più flotti di uomini, soggioga i capi di alcune bande di pirati e si ritira nell’isolotto di “Giò”, ove istaura una sua dimora principesca che presto diventerà meta di ritrovo di uomini di alto lignaggio.
La Gioconda conoscente di quel sovrano, lo informa dell'imminente attacco e ne ottiene i vantaggi che poi mette a frutto mantenendoli nel tempo raggiungendo l'agognata tranquillità. Infatti, quando avvenne il completamento della bonifica delle aree meridionali della Magna Grecia, la Gioconda ormai avanti negli anni, tenta ancora una volta di visitare quei posti che la videro giovane e piacente, organizzando un viaggio verso la costa marateota, che la raggiunse con un veliero sottratto ai suoi carcerieri di un tempo e con cui aveva mantenuto buoni rapporti di affari, infatti, con la promessa di un facile abbordaggio di navi cariche di ricche mercanzie, provenienti dalla Francia, ottiene in cambio dai pirati un favoloso veliero, però quelle navi erano, in realtà cariche di militari di quel Ferdinando III che aveva giurato di sterminare il "cancro" che dilagava nei nostri mari appunto infetto da pirati e corsari.
Questa manovra, forse fu una prima vera vittoria, che poi porterà il Re alla battaglia di Lepantò nel 1571, e dichiarò Maratea feudo della Corona riservando per sé tutti i diritti. La Gioconda addobba il veliero col gusto e la grazia di una vera regina e fa vela verso Maratea consapevole della protezione di Re Federico III. La Gioconda attraversa quel corno di mare Jonio che si fonde col mar Tirreno col suo favoloso veliero in festa, non curandosi di quelle persone che vi persero la vita a causa del suo tradimento, visto che fino a qualche mese prima erano suoi alleati e che avevano provveduto a formare la sua ricchezza e a fornire il veliero su cui festeggiava.
Forse anche questo accrebbe la sua penitenza almeno psicologica, infatti, viene colta da malori durante i ricevimenti offerti dai dignitari del Re come una regina e forse fu lo stesso Re a riceverla, preso come era dalla curiosità della tanta chiacchierata dama, ed anche per ringraziarsela per la segnalazione della flotta piratesca in quelle acque per attaccare il convoglio commerciale di sua Maestà.
Dopo i ricevimenti di rito la nobildonna si addentra nei vicini tenimenti di Lagonegro attraversando la direttiva già allora nota, "Valle del Noce".
Raggiungendo dopo tante fatiche l’agognata città di Lagonegro e quel castello che la vide giovane ed aitante quanto piacente donna, giunta sul posto con sua grande sorpresa trova solo ruderi.
Qui rivide la sua vita passare sotto i suoi occhi come in un film, presa dallo sconforto dai ricordi si ammala, ma forse trova accoglienza e sollievo morale nella Cattedrale Medioevale di San Nicola che la vide colà in preghiera da giovane e benestante dama.
Considerata l’età sulla novantina e le fatiche sopportate per arrivarci e i dolori dei ricordi; è probabile che la malattia prende il sopravvento alle forze e vi trova la morte e la stessa sepoltura come sostiene qualcuno.
È forse in questo quadro che la Gherardini cambia nome e si concretizzano le nuove ricchezze in una piccola isola protetta dal Re amico. Se diamo per buona questa teoria si può anche accettare la morte della Monna a Lagonegro perché essendo lei veramente avanti negli anni può aver avuto un malore e non necessariamente malata di peste e muore proprio nella città che la vide vive nel suo vigore giovanile.
I lagonegresi paghi della raggiunta libertà feudale e in parte proprio grazie anche agli eventi più che la figura della Gherardini aveva attirato in città, maturò in essi la volontà di ribellarsi ai tiranni feudatari, perciò acconsentono per seppellirla anonimamente in una delle chiese intorno al vecchio castello, di cui erano rimaste solo le fondamenta come li vediamo nella foto sopra pubblicata.
Per concludere la nostra favola diciamo che non vi è certezza più grande di quella che un popolo adotta come sua storia e non importa se è vera o inventata, proprio come è accaduto per la nostra cittadina nel cuore degli Appennini Lucani.
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