25 aprile 1797
Il 25 aprile 1797 S. Marco decise che era ora di intervenire nella storia della sua protetta, la Serenissima Repubblica di Venezia. Contrariamente all'opinione di molti anche tra i suoi amici, ch'egli d'altronde non aveva mai apertamente contestata, Marco non era particolarmente affezionato alla città. Quell'infantile pretesa d'essere sorta sull'isola da lui sognata, idea assurda, che nessuna persona dotata non necessariamente di fede, ma di buon senso, avrebbe sostenuto per più d'un giorno e che Venezia invece andava ammantando d'una sua storicità, completamente inventata, lo indisponeva. Quell'isola era un'immagine materializzata della gloria futura, un'anticipazione del regno promesso apparsogli nell'estasi dopo una vita di rigorosa, ascetica dedizione alla parola... e parola non è abbastanza "Logos sceso a dimorare fra noi" diceva, con felice intuizione, Giovanni! Ed ora quel popolo di pastori o naviganti che fossero, s'arrogava il privilegio di essere quella dimora!
Non era proprio il caso di sentirsi onorato, niente affatto. Come se non bastasse gli erano stati fatti altri torti. Intanto il suo nome era Giovanni, anzi, Johanan; non che gli dispiacesse, in vita, essere chiamato col gentilizio romano, che era stato motivo d'infantile, ma legittimo orgoglio per la sua famiglia, anzi, dato che il maestro aveva cambiato il nome di Simone in Pietro e quello di Saulo in Paolo gli era parso naturale, iniziando a professare la nuova fede, rispondere ad un nome nuovo, astratto, romano, che tagliasse i ponti con un'infanzia troppo felice a cui il pensiero poteva tornare spesso, distraendolo dalla preghiera.
Per i contemporanei dunque era Marco e basta.
Ma questa città che si pretendeva sua patria, con Dogi che affermavano d'avergli parlato, avrebbe potuto informarsi un po' meglio ed invocarlo, almeno una volta, col suo nome: "Johanan prega per noi..." sentiva che un'evocazione così lo avrebbe davvero commosso.
Nessuno ci aveva mai pensato.
Preferivano inventarsi storie esorbitanti e strane, passi per le pretese vittorie a lui attribuite, ma quell'idea che fosse stato lui a colorar le rose di rosso... curioso intervento davvero, da parte d'un santo, modificare il colore dei fiori, che già Dio ha creato appunto variopinti! E comunque, se davvero lo avesse fatto, le avrebbe colorate d'azzurro o d'oro... le rose rosse sono le più comuni del mondo!
In ogni caso la Serenissima, pur affermando d'essere la sua repubblica, se la cavava benissimo senza di lui, non soltanto perché, come tutti i paesi del mondo, godeva dell'inalienabile sostegno di Dio, ma perché qualcuno che avesse un debole per la città in Paradiso c'era eccome... ed era la Vergine Maria!
Nessuno avrebbe potuto spiegare il motivo di tale preferenza e, naturalmente, nessuno aveva mai avuto l'ardire di chiederglielo! Il 7 ottobre 1571, addirittura, la Vergine aveva fatto cadere il vento all'improvviso per favorire la flotta cristiana contro i Turchi, ottenendo una vittoria che aveva sorpreso persino il Maestro.
- Donna - aveva chiesto allora con la sua voce dolcissima, ma non per questo meno autoritaria, - perché intervieni in una realtà che non ci riguarda? La caduta di Bisanzio è la giusta punizione per i peccati d'orgoglio... - Non aveva potuto terminare la frase, perché la Vergine, con un gesto arditissimo che solo una madre poteva permettersi, gli aveva chiuso la bocca con una mano, sorridendo tristemente. - Povera piccola Venezia - aveva osservato - nata dal fango di una palude e sola in lotta contro un nemico tanto spietato... gli altri stati cristiani, forse, peccano d'orgoglio. La piccola Venezia cerca solo di chiudere gli occhi davanti alla nera voragine che minaccia d'inghiottirla, non hai forse insegnato tu stesso, caro, che è peccato cedere alle tentazioni? Non è prova di grande virtù, da parte sua, mantenersi "Serenissima" nonostante i ripetuti assalti del maligno? In ogni caso non sono stata io sola a mutare il corso degli eventi... sai bene che non sono così potente... Sua Santità Pio V ha sognato che una corona di rosario stringeva in un nodo di fuoco la flotta turca ed il sogno è piaciuto al Nostro Padre Celeste, senza l'intervento del quale io non potrei fare nulla! -
Non c'era possibile risposta di fronte a tanta luminosa umiltà.
Comunque permaneva il fatto che la Vergine guardasse alla città con un'indulgenza, certo non si può dire eccessiva... tutto è misura ed armonia nel cuore d'una donna amata da Dio... ma insomma, questa passione nessuno avrebbe potuto spiegarla.
Non poteva essere dovuta al fatto che Venezia festeggiasse insieme la propria fondazione e l'annuncio fatto alla Vergine. Lo sapevano tutti, in Paradiso, che le date che fiorivano il calendario religioso cristiano non avevano niente a che vedere con la realtà. Anzi, a rigore, la Vergine avrebbe dovuto offendersi a quel parallelo assurdo, ne' più ne' meno come Marco s'offendeva giustamente all'idea che Venezia pretendesse d'essere la sua patria.
Forse però le donne, anche quando sono sante, conservano un modo d'agire e d'amare diverso da quello degli uomini e la Vergine continuava a prediligere la città ed a intercedere per lei anche quando Marco pareva dimenticarsene.
I Patti di Leoben, comunque, gli fecero mettere da parte i vecchi dissensi.
Il fatto che Napoleone disponesse della città prima ancora d'averla vinta e si preparasse, non già ad esercitare un potere su di essa, ma a cederla addirittura ad una potenza nemica, come se fosse una moneta di scambio, gli fece d'un tratto cambiare parere sulla Serenissima. La vide all'improvviso fragile e precaria in mezzo a mostri demoniaci, come da secoli predicava la Vergine. L'idea che l'ufficiale corso, invece di ringraziare umilmente Dio della fortuna grande che gli era toccata, osasse posare gli occhi sulla "sua" Repubblica gli divenne intollerabile.
Allora divenne sensibile alle invocazioni di quel popolo che continuava a chiamarlo Marco, tanto che il suo spirito si materializzò durante la "Messa granda" che la mattina del 25 aprile alle h* la città gli dedicò per festeggiarlo, ancora completamente ignara dei disegni tramati alle sue spalle e del terribile editto*** che sarebbe arrivato soltanto il 6 maggio, solo un po' turbata dalla rivoluzione, questo sì. La Rivoluzione aveva spaventato tutti, in Europa, anche più delle guerre precedenti.
Lo spirito del santo indugiò un poco sull'altare, cullato dalle dense volute d'incenso, attirato suo malgrado dallo splendore discreto della pala d'oro, avvivato dalle numerosissime candele accese. C'erano tanti piccoli smalti dipinti a colori ingenui e vivaci tra smeraldi, topazi e rubini. Erano scene di vita quotidiana: lavoro, viaggi, giuochi... gli piacquero molto le navi e la veduta d'una città in cui non seppe riconoscere Alessandria, così come non comprese che quelle figure volevano raccontare la sua vita, tuttavia si rallegrò nel vedere il Maestro, figura inconfondibile, nella sua aura d'oro, che scendeva ad illuminare con la sua sacra presenza un carcere e si divertì ad osservare la bottega d'un calzolaio, seduto al suo deschetto con la scarpa tra i ginocchi e la lesina in mano. Era stata una buona idea quella dei Padri della Chiesa di permettere ai fedeli l'esercizio della pittura. Quelle scene rallegravano lo spirito!
" Sancte Marce ora pro nobis!" l'invocazione pronunciata a voce particolarmente alta da un canonico, gli ricordò all'improvviso la decisione di proteggere la città: volò rapido oltre l'altare, passò tra le colonne di marmo scuro e lucido dell'iconostasi, osservò con attenzione gli strani abiti dei veneziani oranti ed alla fine materializzò, nell'ombra d'una colonna, un corpo del tutto simile a quello dei presenti.
La prima sensazione fu di disagio profondo per i pantaloni attillati e per gli stivali alti, chiusi da voluminose fibbie d'oro e provvisti di due terribili tacchi che lo sollevavano innaturalmente da terra. Poi, quando riuscì a padroneggiare il nuovo corpo, ma soprattutto le scarpe, abbastanza bene per raggiungere l'assemblea orante, si meravigliò del fatto di udire i pensieri di ciascuno. Già, era un'anima realizzata, che per secoli aveva riposato accanto a Dio... il fatto di conservare, anche come persona individuale, qualche prerogativa divina non avrebbe dovuto stupirlo. Ma prima d'essere stato un santo Johanan era stato un fanciullo ebreo di buona famiglia, con una madre devota che metteva la propria grande casa a disposizione del Maestro ed uno zio, Simone, pescatore e marito felice, divorato dalla passione per la nuova fede che lo scaldava come un fuoco terreno. Ora quell'inaspettata sinfonia di pensieri che si mescolava al salmodiare latino, contrappunto imprevisto d'una musica densa e sconosciuta, risvegliò in lui il ragazzetto incosciente e curioso che, nella notte di passione, aveva seguito il Maestro coprendosi con un solo lenzuolo e, scoperto e quasi catturato, l'aveva lasciato tra le mani delle guardie ed era fuggito tutto nudo. Se in quel momento avesse potuto vedersi sarebbe rimasto stupito dell'espressione infantile e divertita dei suoi occhi, ancor più scuri sotto la parrucca bianchissima, scintillanti, come allora, di mobili pagliuzze d'oro.
Invece fu attratto dalla donna che gli stava accanto. Non certo dal suo aspetto, Marco non era mai stato sensibile alle grazie femminili, quanto dal succedersi dei suoi pensieri.
Come tutti i fedeli presenti pensava ai fatti propri. E come sarebbe stato possibile il contrario con un salmodiare tanto lento e monotono a cui prestare attenzione? Che strano! Il Maestro aveva tanto raccomandato di non pregare come i Gentili, affogando la mente in un'inutile ripetizione di parole e questa repubblica cristiana invece... In ogni caso era qui per aiutare e non certo per giudicarla. Tuttavia non poteva fare a meno di notare l'atteggiamento strano di questa donna che, distraendosi ne' più ne' meno come gli altri, ne ricavava un senso di colpa infinito.
Molte immagini si frapponevano tra Dio e la sua preghiera: un marito lontano, si sarebbe detto in mare, un ragazzetto che giocava sulla riva assolata d'un canale, una culla circondata da un velo bianco trapunto di fiocchi di neve... ahimè una piccola bara di legno d'abete appena rosato, coperta di fiori e di lacrime. Ad ognuna di queste immagini la donna sussultava e tornava dolorosamente alla preghiera, scusandosi e soffrendo, convinta d'aver gravemente peccato.
" Perdono " singhiozzava dentro di se' ogni volta " perdono! Non voglio distrarmi mai più! So che Voi dovete venire prima di tutto! " e ad un certo punto addirittura l'affermazione più assurda di tutte: " Dio, vi prego, non punite per miei peccati la creatura innocente che aspetto! "
Era veramente il colmo! Chi credeva che fosse Dio, quella stupida donna? Un mostro famelico che punisce nei figli i peccati dei padri? E poi, santo cielo, quali peccati? Distrarsi da una preghiera per pensare al marito lontano non è peccato, solo una comprensibile debolezza. Per questo Paolo di Tarso, uomo un po' duro, certo, ma molto saggio, diceva che è più facile per la donna senza marito, pensare solo al Signore. Più facile per lei, più comodo... che cosa c'entrava il peccato?
"Bisogna che spieghi a questa donna come si deve pregare" si disse, più irritato che commosso" pensieri come questi invitano il diavolo a nozze."
Fu proprio allora che notò, rabbrividendo un poco, che l'edificio in cui si trovavano assomigliava stranamente al luogo di perdizione per eccellenza: le terme. In un primo tempo le novità l'avevano distratto, da tanti secoli ormai la sua mente riposava in Dio, lontana dalla realtà terrena! Ma ora questa lo riassaliva precisa ed inequivocabile e gli pareva che non potesse esserci alcun dubbio ragionevole: i mosaici, le arcate, l'aria umida e calda appartenevano senza dubbio alcuno alle terme.
Non tutti i cristani le ritenevano necessariamente luogo di peccato: c'era chi, al contrario, guardava di buon occhio a questa bella abitudine di pulizia. Ma Pietro, suo padre in Cristo, era particolarmente contrario a quest'idea latina d'imprigionare l'acqua viva nel chiuso di tombe marmoree. - É una cosa che potrei tollerare in Galilea - diceva spesso - dove l'acqua è tanto rara e si sente la necessità di sottrarla alla vampa del sole, ma in questo posto benedetto da Dio dove i fiumi abbondano e scorrono ricchi tra salici e pioppi bianchi... - Già, dopo l'infanzia passata a Cafarnao, sulle rive aride del lago di Tiberiade, San Pietro s'era infantilmente innamorato di quella terra verdissima e fresca e se non fosse stato per evidenti motivi di prudenza nessuno l'avrebbe dissuaso dal predicare all'aperto, proferendo lodi ed orazioni sotto l'ala verde della querce, accanto alle scintillanti distese d'acqua.
Ora invece Marco percepiva la lucida, intricata distesa dei canali lagunari che illuminavano di verde giada gli spazi chiusi fra le case e le fondamenta anguste. Il verde s'era fatto raro ed eletto: al posto delle querce dietro alle mura dei rari giardini era un traboccare di glicine e gelsomini fioriti dall'odore intenso e penetrante, mentre non poche rose rosse a fioritura precoce erano state recise proprio al mattino per ricordare il supposto "miracolo del boccolo".
Comunque l'acqua si stendeva tremula e vivida di riflessi a cielo aperto, in questo dunque i veneziani avevano ascoltato il suggerimento di Pietro e Marco se ne compiacque... continuava in ogni caso a non capire perché avessero costruito quell'edificio termale e men che meno per quale bizzarro motivo vi si riunissero a pregare: l'incenso riusciva a fatica a cancellare i miasmi terreni dell'aria immobile, mentre fuori, Marco lo sentiva, spirava una brezza profumata, lievemente salmastra, sonora del canto mattutino di mille uccelli... E questa gente si imponeva invece a pregare al chiuso, costringendo la mente stanca ad uno sforzo innaturale.
D'un tratto Marco rabbrividì nel suo corpo terreno: forse Napoleone era giunto a questo... quell'uomo senza Dio aveva rinnovato per i Cristiani le persecuzioni ed essi erano nuovamente costretti a riunirsi di nascosto!
Provò un senso di commossa solidarietà nei confronti dei veneziani perseguitati e levò compiaciuto lo sguardo ad osservare i mosaici che guarnivano l'edificio e persino la volta, anzi, per l'esattezza i motivi sulle pareti erano più raffinati di quelli sul pavimento. La meraviglia per tanta scintillante ricchezza spense in lui il giusto risentimento che avrebbe dovuto provare di fronte a tante rappresentazioni umane: "... non ti fare nessuna scultura, ne' alcuna immagine delle cose che sono lassù nel cielo e quaggiù in terra, o nell'acqua sotto la terra (Deut. 5,8)"era scritto. Ma già Pietro lo aveva informato che tra i Gentili, per loro stessa ammissione, esistevano persone tanto sprovvedute da non saper ne' leggere, ne' nuotare e dunque sarebbe stato impossibile insegnar loro la buona novella senza permettere alla devozione di fissarsi su qualche immagine.
Certo qui di figure ce n'erano molte: riconobbe qualche ingenua raffigurazione del Regno dei Cieli e d'un tratto si riconciliò con la buffa pretesa di Venezia di essere la sua patria. Se per loro il cielo era fatto di tessere vitree color dell'oro... forse era oro vero?
Il flusso della gente che si volgeva ad uscire lo distolse dalle sue riflessioni. Doveva insegnare a pregare a quella donna... ma costei, come molte altre, invece d'uscire si fermò ad un tempietto rosso ed oro, sostenuto da colonne di marmo nero. Ricordò d'aver sentito dire che i Gentili amavano raffigurare la Vergine Maria col Bambino e la commozione di fronte a quell'immagine gli impedì di scandalizzarsi. Certo la figura era troppo rozza per poter sembrare non solo la Madonna, ma una qualsiasi creatura vivente... eppure c'era una dolcezza materna in quegli occhi fissi e scuri e lo scintillare dei diamanti, accesi di riflessi dalla luce calda delle candele, la gamma cromatica delle pietre preziose e dei rari smalti, davano un'idea pallida, ma esatta, della grande luce in cui la Vergine era immersa. Di fronte a quest'immagine la donna pregò con accenti più pacati: chiese che la nuova gravidanza procedesse per il meglio e si disse "matura per il sacrificio". Che sacrificio? Forse intendeva riferirsi ai dolori del parto? In ogni caso, andandosene, dimenticò una bambola che, evidentemente, nascondeva nel mantello.
Marco non rifletté sulla stranezza che una donna adulta si portasse un giocattolo in chiesa, ma la raccolse con gioia, rallegrandosi dell'opportunità che gli veniva offerta per far conoscenza con lei, senza parere inopportuno e la seguì in un nartece immerso nella penombra, a pochi passi di distanza, ma la gente si accalcava ad ogni parte, impedendogli il passo.
In quel momento la luce del mattino, penetrando dall'ampio portale, accese di riflessi d'argento i ninnoli che guarnivano la bambola e contemporaneamente una voce dolce e suadente mormorò al suo orecchio: - Mio buon Johanan, prega per me! - Si volse di scatto, più impaurito che contento all'idea che qualcuno, nella città d'acque e mosaici, conoscesse il suo nome. I volti che lo seguivano erano impassibili, leggermente ostili perché, oltre ad essere uno sconosciuto, intralciava loro il passo. Si convinse di non aver affatto udito una voce, ma percepito un pensiero, una preghiera rivolta, chissà... forse al Battista e distraendosi perdeva la donna che doveva istruire!
Si appoggiò sul capo il curioso cappello a tricorno ed uscì nell'aria assolata del mattino, che accendeva di riflessi cangianti i vestiti delle donne, sotto gli scialli neri che le ammantavano. Che strano! Non riusciva in alcun modo a percepire il nome della donna che voleva fermare e si risolse alla fine ad afferrarla per le lunghe frange dello scialle chiamandola semplicemente - Donna! -
Rabbrividì al contatto con quel tessuto crespo, che pareva intessuto di piccole spine ed il suo disagio crebbe quando gli occhi della donna, gli stessi della Vergine, lo squadrarono con indignazione, la bocca si costrinse ad un cortese sorriso mentre rispondeva umilmente: - Comandi, signore! - ma le iridi brune gridavano invece: - Come ti permetti, straniero? - Aveva un'aria regale e distante.
- Hai perso questa! - rispose Marco con semplicità, porgendogli la bambola e mirandone con infantile stupore il bel vestito di seta color giada.
Il viso della donna avvampò come se fosse stata colta in flagrante adulterio. - Io... - balbettò confusa - non l'ho dimenticata... volevo... regalarla alla Madonna. - Ed i suoi pensieri ripresero a presentare, in successione rapida, il marito lontano, il figlio, la culla...
Ora capiva: la poveretta era più grave di quanto avesse potuto pensare. Pensava di poter comprare con quel dono il favore di Dio.
Ecco a che cosa porta, fatalmente, il culto delle immagini! Non poté far a meno di pensare. Nessuna donna ebraica avrebbe mai pensato... Ma si sforzò di dare alla sua voce un'impronta solenne, spoglia d'ogni rimprovero.
- Là dentro c'è solo una figura dipinta. - disse - non è a lei che devi chiedere il ritorno di tuo marito o l'esito felice della tua nuova gravidanza, ne' è saggio offrirle i tuoi doni. -
La donna fu scossa da un brivido, nonostante il sole caldo del mattino - Signore - lo interruppe impallidendo - non ho dato ancora a nessuno la notizia... -
Marco sorrise: - Lo so, perché temi un'altra disgrazia... invece rassicurati: hai trovato grazia presso Dio e tutto andrà per il meglio... ma Egli vuol essere chiamato Padre e non accetta regali venali in cambio delle sue grazie! -
Finalmente l'espressione impaurita della donna si stemperò in un timido sorriso: - Lei è un uomo di Dio! - affermò sicura - sa leggere nei cuori! -
Forse l'aveva scambiato per uno degli Apostoli. Marco si sentì in dovere di dissuaderla: - Sono molto vicino a San Pietro, - ammise - ma... - Non poté finire, perché la sua interlocutrice si chinò rapida a baciare un grosso anello che fino allora Marco non s'era accorto d'avere e poi osservò - Un inviato del Vaticano! Certamente lei è qui per la festa... deve aver proprio pensato che io sia una sciocca. -
Comunque non fece il gesto di riprendersi la bambola e Marco fissò lo sguardo sulle fattezze delicate dipinte con grande arte: piccoli occhi di smalto azzurro con grandi ciglia nere, capelli di seta dorata fermati da una coroncina d'argento, una piccola bocca color ciliegia. Un oggetto delizioso, che avrebbe fatto la gioia di una bambina e che invece non poteva mutare in nessun modo il giudizio dell'Altissimo.
- Se vuoi fare della beneficienza - suggerì - puoi regalare la bambola ad una bambina povera! -
Con mossa ferina la donna la riprese - Non può chiedermi questo signore! - esclamò offesa - Ero disposta a sacrificarla alla Vergine, ma non sopporterei che una sciocchina qualsiasi la toccasse con le sue mani sporche. Io stessa non ho mai avuto il permesso di giocarvi, da piccola, è un oggetto che appartiene alla mia famiglia... - E si lanciò in un vano discorso per magnificare le doti della bambola, da cui non era più disposta a separarsi. Marco l'ascoltava a metà. Non aveva il benché minimo interesse per il fatto che gli abiti fossero di vera seta ed i gioielli di vero oro... oro bianco, poi, una cosa mai sentita. Invece gli pareva di vedere la creatura che portava in grembo. Una femmina. Sarebbe cresciuta a fianco della madre, senza assomigliarle affatto, come se non fosse sua figlia, ma la bambola che diventava viva, non umana: negli occhi chiari albergava uno sguardo freddo e distante e quella bocca non sapeva pregare. Un demone pericoloso anche per lui.
Una voce infantile lo riportò alla realtà - Hai intenzione di vendere la bambola a questo signore, mamma? - chiese un ragazzetto biondo apparso all'improvviso tra loro.
La donna arrossì vivamente: - No, caro, - rispose, con la vivacità un po' esagerata di chi è colto in fallo - Che cosa ti viene in mente? - e rivolta verso di lui proseguì: - Mio figlio Marco, Signore. -
Un brivido d'orgoglio terreno scosse il corpo mortale del santo. Il bambino portava il suo nome! Dimenticò l'appunto fatto a Venezia poco prima di non invocarlo in modo esatto: se Marco era il nome del bambino era felice d'essere chiamato così. Fu colpito dallo sguardo celeste e scrutatore che il piccolo levò su di lui. - La mamma cercava di venderle la bambola, non è vero? -
Le negazioni d'entrambi non ebbero ragione di quel puntiglio infantile. - Perché l'hai portata fuori? - insisteva sospettoso e tenace - E perché gli dicevi che è vestita di seta? -
Allora la donna inventò una favola, disse che la coroncina d'oro era rotta e che sperava d'incontrare la moglie dell'orefice alla funzione. Il santo fu sfavorevolmente colpito dalla facilità con cui queste piccole bugie fluivano sulle labbra materne. Vedeva che nella sua mente la verità non costituiva, come avrebbe dovuto, una base stabile e certa su cui costruire la propria vita, ma una specie di strano idolo di pasta vitrea che si modifica facilmente al fuoco ed abbaglia l'occasionale scrutatore con riflessi vividi ed improvvisi. Eppure assecondò quel racconto e fece in modo che il suo pensiero di santo rompesse davvero la piccola corona che circondava la fronte della bambola: non poteva permettere che la madre apparisse bugiarda agli occhi innocenti e curiosi di suo figlio. Quest'ultimo infatti verificò immediatamente quanto diceva la madre. Marco ne percepì il carattere indomito e comprese che la frequente assenza del padre aveva stimolato in lui un atteggiamento volutamente virile nei confronti d'una madre amata, ma percepita come fragile, forse addirittura ammalata.
- Potevi portare la coroncina in negozio domani - insisté comunque il bambino, con l'ostinazione caratteristica della sua età. - non è prudente portar tutta la bambola fuori casa... - Si ingaggiò una nuova discussione tra madre e figlio sull'opportunità di chiedere un favore all'oreficie, invece di presentarsi in negozio come clienti qualunque e Marco, che sapeva bene come tutto nascesse da una pietosa bugia nata per coprire la ridicola superstizione di voler regalare la bambola ad una Madonna dipinta, ascoltava immobile e perplesso.
" Che fai qui, Johanan" lo invocava intanto la stessa voce di poco prima " Non dovevi salvare Venezia dagli artigli rapaci del Bonaparte? "
La voce aveva ragione, ma il santo non si mosse. La piazzetta in cui erano usciti l'abbagliava: i grossi gerani bianchi e rosa affacciati alle terrazze, i grandi stendardi rossi e d'oro mossi appenna dal vento tiepido della primavera, le gonne gonfie e variopinte delle donne che gli danzavano attorno, i tricorni degli uomini e le grandi borchie dorate degli stivali e delle cinture... Tutto lo distraeva, attirando avidamente il suo sguardo terreno.
La parete dell' edificio da cui erano usciti era completamente rivestita di marmi pregiati, bianchi, grigi e rosa, mentre a pochi passi da lui due animali sconosciuti che gli volgevano le spalle... forse leoni, erano fatti egualmente di marmo rosa. Un pozzo offriva la sua acqua fresca ai passanti e persino agli uccelli, per i quali erano scavate, a terra, piccole polle rotonde piene d'acqua, in cui i piccioni bevevano avidamente.
Lo spirito del santo si smarriva in mezzo a tante novità, mentre il suo corpo restava immobile, in attesa; sicuro com'era, certo, di voler salvare quella città curiosa e strana, non aveva idea di come potesse farlo.
Solo quando la donna zittì il figlio e gli rivolse rispettose parole di ringraziamento e di scusa, Marco realizzò che si stava congedando, senza che avesse neppure potuto parlarle della preghiera.
- Sono nuovo della città - protestò - sarei contento se il caro figliolo potesse accompagnarmi... - non sapeva bene dove farsi accompagnare, ma comunque trasse di tasca una sottile borsa di seta ricamata, da cui prese una moneta d'oro.
La donna si fece di brace : - Per carità, Signore, - si schermì - Siamo poveri, è vero, ma non al punto di mercanteggiare un favore tanto piccolo! Se mio marito fosse a casa mi sentirei onorata d'invitarla a pranzo... ma dato che non posso avere questa gioia, voglio almeno che Marco l'accompagni e la compensi così del tempo che le abbiamo fatto perdere con tutte le nostre chiacchiere... -
Il bambino effettivamente faceva salti di gioia: doveva annoiarsi non poco accanto alla madre malinconica dalla salute malferma e la prospettiva d'accompagnare uno sconosciuto in giro per la città in festa era senza dubbio molto allettante. Comunque gli lasciò scivolare lo stesso in tasca un paio di monete d'oro, dato che a lui non servivano!
Gli piacque la grande piazza e la torre romana dalle solide basi quadrate che tutti chiamavano "campanile". La grandiosità un po' fredda degli edifici latini, che lo avevano intimidito al suo arrivo a Roma, era qui temperata dal grande uso di statue e di stendardi che animavano i grandi spazi... e poi c'era il mare. S. Marco avrebbe passato l'intera giornata a guardare le belle navi che si dondolavano sull'acqua azzurra che fronteggiava la Piazzetta: c'era un traffico discreto di galee e galeazze, con le grandi vele ammainate e condotte interamente a remi dentro il bacino, mentre poco lontano, dietro alla punta della Dogana, Marco gli indicò una fregata ed una corvetta che dondolavano dolcemente, ancorate al fondo, nonché uno splendido sciabecco, con una velatura, il ragazzo non mancò di fargliela notare, che associava abilmente le vele latine a quelle quadrate. Marco aveva un'attenzione particolare per questa nave, perché, gli confidò, su uno sciabecco era imbarcato suo padre.
Dalle navi alla riva si snodava un'intenso viavai di barche piatte e lunghe, mentre altre barche, d'ogni forma e dimensione, attraversavano velocemente il bacino, quasi senza smuovere l'acqua.
Si trovava in compagnia di un conoscitore esperto, che gli raccontò con grande piacere come nel 1300, durante non si sa bene che guerra, l'Arsenale veneziano avesse approntato 100 navi in cento giorni, notizia che pareva in realtà un po' esagerata, ma fu ampiamente compensata da altre più comprensibili e concrete: gli indicò i burchielli, che ogni mattino portavano alla città l'acqua dolce e pura del Brenta, perché in laguna non c'erano fonti vive, gli descrisse, perché quel giorno di festa non c'erano, i pescherecci che prima dell'alba riversavano sul mercato di Rialto ondate argentee di pesce fresco, catturato durante la notte, larghe barche provenienti da Chioggia, dal Lido, da Sant'Erasmo cariche di carciofini da mangiar crudi ed altre verdure coltivate nella sabbia salmastra delle isole e naturalmente gli spiegò che tutte le gondole erano nere, per voto, dai tempi oscuri della grande peste, nonché, tornando ai velieri, l'uso di quegli strani "fanò" di poppa, che secondo il Santo non dovevano servire a molto, dato che non illuminavano la rotta, ma che invece distinguevano famiglia e grado del comandante ed infine le precauzioni prese per far muovere le grandi navi sul basso fondale del bacino. - Avete bravi carpentieri, - osservò il santo - la curvatura dei legni è perfetta! -
Il bambino rise con voce argentina - Ma no signore! - gli spiegò - nel bosco di San Marco, in Cadore, gli alberi crescono direttamente curvi! -
Con un brivido, il santo "vide" il bosco che portava il suo nome: non c'era più nulla di naturale in esso. Gli alberi crescevano curvi sotto i pesi artificiali e venivano recisi nel fiore degli anni, il sottobosco non esisteva più e gli animali selvatici fuggivano lontani, spaventati dal continuo affaccendarsi degli uomini. Gli parve d'udire il gemito orribile provenire dal legno sciancato e la realtà del mondo nautico si rivelò alla sua mente con crudezza di particolari.
Ora vedeva i galeotti incatenati al proprio posto, sul legno delle navi e persino intere stive popolate di schiavi strappati alla propria terra e portati verso destinazioni sconosciute. "Devo insegnare a questa gente a pregare" si disse con un brivido "i poverini hanno completamente dimenticato la comunione con Dio, che si attua attraverso il rispetto delle sue leggi" e questo era infinitamente più grave dei patti di Leoben o della minaccia di perdere l'indipendenza politica.
Affondò le dita tra i capelli folti del bambino, in una carezza paterna, e ne percepì la mente ardita e pura, dove albergavano solo pensieri puliti. - Marco - disse dolcemente - Ti piacerebbe avere una sorella? -
Il passaggio dalla costruzione delle navi al nuovo argomento stupì un poco il fanciullo, che sgranò gli occhi color dell'acqua su di lui e si strinse nelle spalle: - Purché non muoia come tutte le altre! - rispose, con una specie di collera - La mamma se la prende sempre in un modo! -
Il santo sentì che era suo dovere informarsi cautamente sull'argomento delicato ormai aperto: - É successo molte altre volte? - chiese, anche se vedeva da se' che il triste evento s'era ripetuto più di quanto la memoria infantile potesse ricordare.
Gli interessava appunto mettere a fuoco la traccia che quell'esperienza aveva lasciato nella sua giovane mente. Come in una nebbia dorata percepiva l'immagine felice della gioia in cui era stato generato il primogenito, ma non riusciva a capacitarsi del tutto di ciò che era accaduto in seguito. Il suo sguardo di santo non coincideva perfettamente con quello divino, soprattutto mentre rivestiva un corpo mortale e non riusciva a percepire la fitta rete di complicazioni intessuta attorno a quella giovane donna.
Certamente al centro della malefica ragnatela c'era il marito lontano: ma perché era lontano? Abbandonare una moglie gravida è un'azione riprovevole. Cercò di mettere a fuoco la sua immagine mentre il bambino continuava a parlare, ma la sua descrizione disincantata dei funerali delle sorelle lo distraevano un po'. Non era strano che quegli occhi innocenti fossero così abituati alla morte? Non aveva soltanto visto... aveva accettato. Il legno chiaro delle bare, la fittizia e rarefatta armonia di suoni e colori che aveva accompagnato le tombe al cimitero, quel palpitare del sole nell'acqua attorno alle gondole dei parenti in lacrime, aveva suggerito loro un messaggio deviante. Non la fragilità della vita terrena, ma al contrario, la seducente bellezza di questo mondo transitorio.
Riportò di nuovo la sua attenzione agli abiti raffinati delle persone, alle barche dalla linea perfetta, rifinite con cura da cesellatore, ai palazzi di marmo fiorito che si specchiavano sulla superficie scintillante dell'acqua... improvvisamente lo colse una tristezza infinita. Quella città troppo bella mostrava come immutabile un mondo profondamente bisognoso, al contrario, di essere cambiato.
Chi nell'arida Palestina o nell'affollata Roma imperiale non si era dimostrato impaziente di conoscere il regno dei Cieli? Ma Venezia si proponeva già come un centro di delizie. Anzi, in un certo senso squisitamente materiale lo era. Un posto dove, pagando, sarebbe stato possibile esaudire qualsiasi desiderio... per questo era diventata sterile. Aveva reciso i legami con la terra senza per questo avvicinarsi al Cielo.
D'un tratto fu chiara, davanti ai suoi occhi, l'immagine del padre del bambino che gli stava di fronte: un uomo con gli occhi perennemente contratti per risparmiare alle iridi chiare la vampa implacabile del sole sulla superficie mobile dell'acqua, ma anche con le labbra strette dallo sconforto e dall'amarezza, che non pronunciavano mai una preghiera, perché non avevano mai ottenuto una grazia. Un uomo che, pur faticando, non guadagnava abbastanza per mantenere la sua piccola famiglia e questo, il Santo lo sapeva, era il peggior crimine che si potesse commettere in quella città di marmi e d'oro.
- Marco! - una voce brusca lo riportò alla realtà iniziale - chi è questo signore? -
La domanda era rivolta da un giovane di bell'aspetto, forse anche troppo curato per i gusti del santo, a cui apparve alonato d'una sgradevole parvenza femminea, nonostante la taglia quasi gigantesca che ai suoi tempi aveva caratterizzato i Galati ed i cittadini della Gallia Narbonese. Era lo zio del bambino e lo amava, nonostante le divergenze d'opinione che lo avevano separato dai suoi genitori, ed ora, preoccupato all'idea che il nipote avesse fatto amicizia con uno sconosciuto, insisté per invitarlo a pranzo. Era anche troppo evidente che voleva tenerlo sotto controllo, ma al santo non dispiaceva affatto, perché aveva deciso di seguire quella famiglia da vicino.
- Se Sua Signoria può degnarsi di visitare la nostra umile dimora... -
Si degnò di buon grado. Sarebbe entrato nel cuore di quella famiglia, sanandone gl'intimi contrasti... poi il bene sarebbe lievitato, come il granello di senape della parabola.
La sua mente intanto non si staccava dalla figura del marinaio percepita poco prima e con un brivido di disappunto si accorse che stava rientrando a mani vuote perché aveva perso il suo lavoro, ma per quanti sforzi facesse non riusciva a comprenderne la ragione... e men che meno capiva perché quel giovane così a modo che lo precedeva si fosse macchiato di un peccato tanto grande da mantenersi in aperto contrasto con suo fratello. E contrasto grave doveva esserci se uno andava per mare e l'altro girava per la città impomatato e profumato come una donna!
Così, seguendolo meccanicamente in un vicolo stretto che stroncava all'improvviso ogni rapporto con la riva assolata, cominciò a guardare con occhi diversi la città bella e crudele che tormentava gli alberi per costruire navi eleganti. Il sottoportico buio ed il cortile maleodorante erano già una vendetta della natura ingiustamente storpiata: non un albero, neppure un'erba aromatica cresceva accanto al pozzo dalla grande vera di marmo bianco e per la prima volta in tutta la sua vita il santo provò una specie di smarrimento, come se stesse perdendo un poco il suo contatto con Dio.
- Mio zio avrebbe potuto essere un Procuratore di S. Marco. - stava dicendo intanto il giovane. - Ma purtroppo, immaginerà, l'invidia... inimicizie, appoggi sbagliati... lo dico solo per scusarmi d'introdurla in un ambiente tanto angusto... -
Johanan non si preoccupava più di capire ciò che gli veniva detto, mentre si arrampicavano sui gradini di legno consunto d'una ripida scala interna... neanche la plebe di Roma e d'Alessandria aveva simili strumenti di tortura! Le case a più piani che aveva visitato a avevano tutte scale esterne, che giravano attorno ad un cortile comune, spesso con un pozzo, panni stesi, grida di bambini intenti al gioco e grandi vasi di basilico e rosmarino esposti al sole!
Arrivato alla porta d'ingresso si irrigidì: - Non vorrei separare Marco dalla madre in un giorno di festa! - osservò cortese.
Il giovane era visibilmente contrariato, ma armeggiò un diplomatico sorriso esclamando: - Lei ha ragione! Marco, vai a chiamare la mamma, perché venga a mangiare con noi! -
Il bambino, orribile a dirsi, s'arrampicò per una scala ancor più ripida di quelle percorse insieme. Dove viveva quella povera donna?
Intanto il giovane lo scortava il un locale basso, ingombro di mobili di pregio, finemente intarsiati di marmi e di cristalli, presentandolo a due enormi donne che corsero loro incontro a seno quasi nudo, ne' accennarono a coprirsi vedendo lo straniero; anche per strada aveva notato che i busti delle donne erano straordinariamente stretti e scollati, ma grandi scialli di pizzo mascheravano le carni che ora erano invece esposte senza nessun pudore, certo, anche i romani non procuravano sempre abiti decenti ai servi, ma credeva che in una repubblica cristiana le cose sarebbero andate diversamente.
Le donne furono premurosamente messe al corrente del prossimo arrivo di Marco e di sua madre e la più vecchia fece un smorfia. - Quella! - esclamò con un'alzata di spalle - non festeggia mai niente... son sicura che sta già lavorando... Pensi, Illustrissimo, che quando non c'è suo marito cuce anche alle feste comandate e non ha mai tempo di scambiare una parola con nessuno. -
Il santo provava una simpatia istintiva per la donna fragile ed ammalata che doveva lavorare tanto duramente e rispose: - Il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! - era sicuro che le parole del Maestro avrebbero portato un po' di luce a quelle due sventurate. Che peccato però che un uomo dabbene si tenesse in casa due serve così volgari.
Allora la ragazza sgranò su di lui due occhi tondi ed ottusi che parevano appartenere ad una bambola - Che c'entra il sabato? - obbiettò stupita - Oggi è giovedì! -
Il giovane la spinse lontano protestando: - Zitta, stupida, non sai con chi parli! - e poi, rivolto a lui, - Mi perdoni, la prego, ma quella è buona per una cosa sola! Se permette, vorrei presentarLe mio zio e mio padre; vuole seguirmi? -
La ragazza si gettò piangendo fra le braccia della vecchia ed il santo cominciò a dubitare dell'utilità di far sedere la madre di Marco alla stessa tavola con questo giovane, che alludeva con tanta leggerezza ai suoi rapporti intimi con la propria serva.
In ogni caso seguì il suo ospite in un dedalo di salottini vellutati e sovraccarichi di cristalli che tintinnavano ad ogni passo su un pavimento straordinariamente elastico, ripetendosi le parole del Maestro "Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori", ma il suo pensiero, quasi inavvertitamente, lo riportò allo sciabecco dove il padre di Marco navigava tutto solo.
Cielo basso e plumbeo, gravido di pioggia, mare agitato da un vento gelido che riversava sul marinaio improvvisi bagliori d'argento... Marco conosceva bene quest'aria di tempesta. Era stata un'esperienza del genere nell'attraversata da Pafo a Perge, a scoraggiare il suo primo tentativo d'apostolato. Paolo non glielo aveva mai perdonato del tutto. Ora, a distanza di secoli, comprese il motivo del proprio terrore: quel mare agitato pareva una divinità affatto indipendentemente dal Dio che aveva imparato ad amare e conoscere, il Creatore del cielo e della terra. Certamente doveva aver creato anche le acque, ma la Bibbia, chissà perché, non lo diceva, lo presentava direttamente nell'atto di separarle dalla terra ed affermava anzi che così era iniziato l'ordine della creazione. Per quanto ingenuo e puerile fosse questo pensiero, il mare gli era parso allora una potenza indipendente, una forza malefica in grado di inghiottire a piacimento uomini e cose, sottraendoli all'ordine divino per gettarli nel caos.
I secoli di gioia divina sperimentata nel frattempo riuscirono a fargli comprendere che nella creazione non esistono antagonismi e che il mare non è niente altro che uno splendido elemento naturale. Quella scoperta aveva qualche cosa di esaltante anche per uno spirito ormai completamente libero come il suo. Era come se il suo cuore si dilatasse, abbracciando insieme l'indomito mare in tempesta e l'angusta casetta dove l'ospitavano.
Purtroppo tutti coloro che sedevano a quella tavola erano insensibili alle esperienze divine di cui egli si stava rallegrando: il piccolo Marco era curioso ed attento, ma abituato fin dalla più tenera età a fidarsi solo degli occhi della carne, sua madre un po' troppo vigile e tesa, come se tutto il bene ed il male del mondo potesse raccogliersi nell'improvviso sbalzo d'umore dei suoi parenti e gli altri... al confronto i famosi farisei che a detta del Maestro " hanno orecchie e non sentono, hanno occhi e non vedono" erano persone dalla perspicacia straordinaria.
Se fosse stato per loro non si sarebbe seduto a quella tavola imbandita d'argento e di vetri spruzzati d'oro, ne' avrebbe perso tempo prezioso a nutrire un corpo che fra poche ore avrebbe abbandonato. Non era più deciso della necessità di preservare questa città ricca ed artificiosa da un'umiliazione che tutto sommato avrebbe potuto giovarle ed il proponimento d'insegnare a pregare a questa strana famiglia che sedeva comodamente a tavola, serve comprese, gli sembrava ogni minuto più difficile.
Ma c'era il mare.
Una stretta analogia legava quel mare in tempesta a questa stanza, anzi... alla città intera.
Lo scintillare liquido della luce sull'acqua era riprodotto esattamente dai monili di vetro, l'aria salmastra era la stessa; sulla nave come in ogni casa di Venezia il mare faceva da padrone assoluto ed il suo potere aveva un sapore amaro, irrevocabile.
1700 e più anni prima aveva avuto paura di quella forza sconosciuta ed ora capiva che la città da mille anni soggiaceva esattamente a quell'oscura suggestione che da ragazzo, per un momento, lo aveva vinto.
Il santo sapeva che se fosse riuscito a comunicare al cuore del marinaio sconosciuto la stessa certezza che lo sosteneva ora la nave sarebbe stata salva e forse in un secondo tempo sarebbe stato possibile estendere all'intera città questo equilibrio perfetto tra uomo ed ambiente che il mare rimetteva in discussione ad ogni tempesta. I particolari di quel miracolo gli sfuggivano completamente, ne' ci teneva a perdersi in dettagli inutili. L'essenziale era riuscire a comunicare, almeno ad una persona, la capacità di riconoscere la via della salvezza, sottrarla per sempre alla fascinazione argentea di quel mare creduto onnipotente.
Tornò sulla nave.
Percepiva, nell'anima del marinaio, la capacità di comprendere questo legame, la possibilità di comunicargli la propria esperienza spirituale a distanza, da mente a mente, lontano dalle chiacchiere vuote di quella tavola.
Anzi, gli pareva che quell'anima fosse già sintonizzata con la sua. Forse gran parte di quella confidenza nuova col mare era il marinaio a comunicarla a lui e non il contrario. Finalmente aveva trovato uno spirito in tutto simile al proprio e questo rendeva più facile il suo compito.
Il mare plumbeo si levava in onde gigantesche, che riversava sul ponte fradicio, scuotendo la nave come se fosse stata un giocattolo. La foresta artificiale di alberi spogli, dalle vele ammainate in tutta fretta, richiamava alla sua mente l'immagine crudele di inverni di privazioni e di gelo, quando percorreva a piedi, con Pietro, la campagna romana fattasi d'un tratto deserta, ma questa volta la terra, sotto ai suoi piedi, sobbalzava, come agitata dal sussulto terribile d'un terremoto.
Il gemito dei legni e le grida della gente stipata nella stiva riuscivano di tanto in tanto a coprire il fragore delle onde, in un'alternanza macabra, ma più tenace di tutti era la voce lamentosa ed instancabile del vento.
Il capitano, che s'era messo al timone, ci si aggrappava con tutte le proprie forze, senza riuscire a riprendere, neanche per un attimo, il governo della nave, che beccheggiava violentemente, sempre sul punto di inabissarsi tra le onde, protraendo all'infinito la propria agonia.
D'un tratto, alla luce spettrale dei lampi, vide un uomo venire verso di lui camminando con passo sicuro sul ponte e gli gridò di mettersi a riparo, ma lo sconosciuto pareva non intendere il suo linguaggio e continuò ad avanzare lento e sicuro, con una specie di sorriso errante sulle labbra. A tratti pareva di scorgere un'aura luminosa circondare la sua figura... ma certamente era un effetto della luce, che pioveva bianchissima ed improvvisa tra una nuvola e l'altra, o meglio ancora dei lampi che illuminavano a tratti la scena, per poi riconsegnarla ad un buio ancora più angosciante. Il vento frustava gli abiti fradici e l'acqua si abbatteva su di lui senza riuscire a strapparlo dal suo posto, senza neppure rallentarne il passo, solo, qualche volta, quasi senza parere, egli si attaccava alla balaustra, ad una corda, alla scala... finché lo raggiunse.
Per un attimo un terrore senza nome si impadronì del capitano, convinto di trovarsi di fronte ad un fantasma, ma qualche cosa di vivo, anzi di caldo, in fondo a quegli occhi color dell'acqua, lo convinse del contrario, ancor prima che l'uomo dicesse: - Ho pensato che vi sentiste solo! -
Proprio così. Non aggiunse altro, ma si pose accanto a lui ed appoggiò le mani sul timone, infondendogli una forza tranquilla.
- Che discorsi sono questi? - si irritò il capitano - Non vi preme la vita? - Ma per quanto alterato non poté fare a meno di notare che la nave, sotto la mano dello sconosciuto, s'era spostata abbastanza per salire sull'onda invece che prenderla di fianco ed ora montava rapida, come un fuscello, mentre un lento, ma continuo avanzamento, la manteneva sulla cresta, sfruttando la forza del mare invece di farsi travolgere.
- La mia vita, ora come ora, non vale nulla. - rispondeva intanto, con noncuranza, l'uomo. - Ho perso il mio lavoro e torno a mani vuote in una casa dove invece han bisogno di tutto... -
L'onda ormai si perdeva in una scia di schiuma e un'altra si levava inaspettatamente alla loro sinistra. Quasi senza smettere di parlare lo sconosciuto ripeté la manovra precedente, facendo sollevare nuovamente la nave fino a scorgere un'orizzonte roseo e pulito, fuori dalla tempesta. _Strano: fino a quel momento il capitano non aveva neppure immaginato che ci potesse essere un punto tranquillo, dove non infuriavano gli elementi, e men che meno che fosse possibile raggiungerlo.
- Forse se morissi, - continuava intanto lo sconosciuto - mia moglie e mio figlio dovrebbero essere assistiti dalla Repubblica e... - Le sue parole si persero nel vento.
O forse era il capitano che non le ascoltava affatto. Non era quello che diceva a rendere quell'uomo straordinario, ma il suo perfetto controllo sulla nave. Pareva che prevedesse, con un secondo d'anticipo, ogni movimento dell'acqua e del vento e sapesse sfruttarlo a proprio vantaggio.
Non pioveva più, ma il vento infuriava, sollevando nuvole di schiuma e l'acqua si rovesciava rabbiosa alle loro spalle, mentre la nave procedeva, con uno sforzo prolungato, tra un'onda e l'altra, verso quel lembo d'orizzonte sereno intravvisto appena. - Non ditemi che stavate cercando la morte! - esclamò il capitano e senza accorgersene aveva ormai abbandonato completamente il timone nelle mani dell'altro. Questi sorrise, mentre rispondeva. - No, non la cercavo, ma non ne avevo neppure paura... e così volevo dirvelo. -
- Avete attraversato il ponte sotto le peggiori onde che si siano mai viste per dirmi che non avete paura di morire? - si meravigliò il capitano.
Lo sconosciuto si mise a ridere: - Voi ne avevate tanta - osservò - e mi son fatto un dovere di rassicurarvi. Vedete: non c'è niente di nuovo qua fuori, niente di spaventoso. Solo acqua e cielo. Abbiamo imparato a governare una nave tanti anni fa... durante una tempesta è solo un po' più faticoso. -
Non era la verità... non tutta. Lo sconosciuto si comportava come se mare e cielo fossero una cosa sua, come se la possibilità di morirvi, in realtà, non esistesse. Il sole uscì dalle nuvole all'improvviso e li accecò con una luce bianca ed improvvisa. - Perché avete perso il lavoro? - chiese curioso. Quell'uomo gli pareva tanto in gamba!
Rise di nuovo: - La nave su cui mi ero imbarcato, in realtà, contrabbandava col Turco. La mia parola contro quella d'un equipaggio intero. Non posso denunciarli, ma mi son fatto dare la mia paga e son tornato verso casa. - il suo era il riso amaro di una persona disperata.
- Parlerò ai miei armatori di come mi avete aiutato e vi farò ottenere un buon posto - promise il capitano - e intanto, per tutta la durata del viaggio, sarete il mio secondo... ormai non posso più fare a meno del vostro aiuto. -
Il sole tornava a splendere, riempiendo l'acqua di chiari bagliori ed il Santo trasalì quando la visione scomparve, cedendo il posto ad un anello: il metallo lucente e la grossa pietra incolore sembravano aver inghiottito il mare intero.
- Un diamante montato in platino - spiegò accanto a lui la serva più giovane.
Il pasto era terminato senza che alcuno avesse rimarcato la sua totale assenza dalla conversazione. La vecchia e la madre di Marco stavano sparecchiando la tavola, mentre la ragazza insisteva presso di lui: - Lei è un uomo di chiesa, non pensa che dopo tanti anni di fidanzamento dovrebbe... -
Lo zio di Marco intervenne irato: - La mia "novizia" vorrebbe che la sposassi, così, senza un impiego, una dote, una rendita... e magari dovrei prendere il mare come mio fratello, non le basta che in casa l'abbiano accolta come una figlia e che mia madre le voglia più bene che a me! -
Fidanzata... madre! Improvvisamente la realtà della situazione in cui si trovava colpì il santo, con la violenza di uno schiaffo. La famiglia intera viveva malamente delle rendite del vecchio zio che avrebbe dovuto diventar Procuratore, l'uomo sulla nave s'era sposato giovane, contro il volere dei suoi e per questo aveva dovuto accettare un lavoro modestissimo, per mantenere la propria famiglia, questo sfrontato damerino, invece attendeva che le conoscenze dei suoi gli procurassero qualche rendita o qualche incarico di prestigio ed intanto conviveva pubblicamente con una donna che la famiglia aveva accolto a braccia aperte in qualità di fidanzata, una donnina appetibile di facili costumi, ben al corrente di tutte le tecniche atte ad evitare una gravidanza indesiderata, con una discreta dote e tanta voglia di sposarsi con una festa pubblica e grande.
Inutile dire che nessuna delle due donne della famiglia aiutava mai la madre di Marco, anzi, infierivano sul suo conto, ingigantendo i suoi torti e le sue debolezze, per la paura grande che il piccolo Marco si guadagnasse l'affetto che meritava nel cuore del nonno e dello zio e che questi facessero qualche regalo anche a lei.
Ora il santo sapeva d'aver fatto tutto il possibile per quella strana gente. Aveva raggiunto l'unico che sapesse ascoltare... poco importa se quel mattino non lo aveva invocato nella "messa granda"!
Fin dal primo momento aveva sentito che non era possibile pregare Dio dallo spazio angusto di quella chiesa buia.
Forse quell'uomo era riuscito a sentirlo proprio perché era in mare, lontano dalla fascinazione strana di quella città. Gli altri invece erano completamente sordi alle sue esortazioni. Non poteva far di più.
- Mi dispiace lasciarvi - disse alzandosi - ma non vorrei far tardi alla processione pomeridiana. -
Forse era una bugia. Forse avrebbe solo varcato la soglia e si sarebbe separato per sempre dal suo corpo mortale... non lo sapeva, aveva bisogno d'aria.
- Il Signore andrà in processione senza di noi? - si stupì il piccolo Marco, subito rimproverato dagli adulti per la sua impudenza.
"Lasciate che i bambini vengano a me" aveva detto il Maestro... l'attenzione del santo fu catturata da quel broncio infantile: - Dì a tua madre che usciamo! - gli scappò detto, quasi suo malgrado. I parenti convinsero la madre ad unirsi al gruppo: lo straniero, l'ospite importante, il legato del Vaticano non poteva uscir di casa da solo. Le altre donne avrebbero rigovernato senza di lei.
Così il terzetto si ritrovò in riva.
Mentre pranzavano aveva piovuto; uno di quei temporali estivi rapidi e violenti che rinfrescano spesso le terre di Roma, rinnovandone i colori. Il suo pensiero andò al mare, alla nave, al lavoro nuovo e gli parve d'aver agito bene. Il cielo non era ancora tornato azzurro, ma aveva uno splendore d'opale e l'acqua riluceva a tratti d'una luce bianca, abbagliante, le grandi pietre che pavimentavano la riva brillavano al sole, senza asciugarsi. Provò una specie di commozione, una sorta di strano affetto per quella terra, la sensazione che fosse benedetta. Per un attimo gli parve di condividere la predilezione della Vergine e pensò che forse avrebbe potuto illuminare ad una ad una le menti che governavano questa repubblica, suggerendole la strada giusta per un mondo di pace...
- Volevo parlarvi da sola. - disse d'un tratto la donna, vergognosa ed incerta. Il santo non s'accorse che era passata al voi, mentre seguiva con lo sguardo il bambino che saltava rapido da una pozzanghera all'altra.
Forse aveva esagerato, forse anche in questa famiglia c'era ancora qualcuno con cui comunicare.
- Potete confessare? - Naturalmente fece un gesto d'assenso e sorrise: voleva che la donna le confidasse la propria pena per poterla finalmente sollevare.
Stranamente, però, nessuna delle legittime inquietudini che gravavano su quel cuore di madre stanca uscì dalle sue labbra pallide, che dissero invece: - Si tratta della bambola... ho mentito... non è per un voto che volevo donarla alla Vergine, ma per liberarmene... É magica! -
Da quella donna pudica e raccolta che pensava soltanto al marito ed ai figli, il santo udì la storia più strana che avesse mai sentito. Raccontò come la bambola appartenesse da secoli alla famiglia, come fosse un'eredità tramandata di generazione in generazione e ciascuno le attribuisse il potere di garantire un parto felice. Così, ad ogni gravidanza, la madre novella regalava un abito nuovo alla piccola dea e ne aveva in cambio un figlio sano. Lei per prima s'era rifiutata d'adempiere a quello strano rito e l'idolo s'era vendicato, facendole morire, una dopo l'altra, tutte le sue creature... - Non è vero - l'interruppe vivamente il santo. - Marco è vivo! -
La donna sorrise - Ed è un bambino meraviglioso! - aggiunse con un sorriso, - ma se devo confessarvi tutta la verità è nato quando viveva ancora mia madre: è lei che ha confezionato l'abito che la bambola porta tutt'ora ed ha venduto la propria collana di perle, il dono delle nozze, per adornarla dei gioielli che vi ho mostrato... oro bianco... -
Proprio in quel momento il sole accese il mare d'un bagliore accecante, una luce chiara e vivida, senza calore e per la prima volta il santo si sentì in una terra straniera.
- Tuo marito sta per tornare. - rispose bruscamente con una voce che avrebbe voluto essere solenne - Accanto a lui dimenticherai tutte queste sciocchezze! -
Il viso pallido della donna s'animò d'una specie di risentimento, poi l'idea dell'imminente ritorno del marito, appena profetizzato, la riconciliò col santo, tanto che riacquistò un po' di colore: - Voi non siete come gli altri - osservò piena di gratitudine - le vostre parole sono acqua viva... -
Di nuovo l'acqua attorno a loro s'accese di riflessi, riducendo la terra ad un'ombra scura e sfocata. Marco correva verso di loro, dicendo d'affrettarsi, perché la festa non aspettava.
Si sentì schiacciato da quella corsa sfrenata verso le gioie del mondo, ebbe l'impressione netta che tutti quei riflessi iridati spegnessero la luce della propria fede, maturata in una terra arida e semplice, sotto il caldo sole ambrato del deserto, che lo aveva sostenuto per quasi 1800 anni... D'un tratto l'idea d'intervenire nelle vicende d'un mondo tanto diverso dal suo gli parve ridicola ed assurda.
Gesù Cristo non s'era mai impegnato ad illuminare le menti d'un'assemblea una per una, neppure per evitare una rivoluzione o una guerra, nemmeno per salvare se stesso dalla croce, o per risparmiare dalla distruzione Gerusalemme, che pure amava... e il discepolo, si sa, non è da più del maestro. Il governo del giovane corso non poteva essere peggiore di qualsiasi altro... certo non peggiore di quello che aveva portato la città in questo stato.
Si congedò con un motivo qualsiasi e, di nuovo invisibile, libero dagli assurdi condizionamenti dell'abito settecentesco, prese a salire lentamente verso il Cielo.
Le nuvole del temporale, non ancora dissolte, gli si affollarono intorno, come per circondarlo ed egli s'immerse volentieri nella luce bianca, sperando di cancellare le sensazioni sgradevoli del suo soggiorno terreno.
Ora che le nuvole si stracciavano, anche Venezia aveva un aspetto diverso, niente galere stipate di forzati, nessuna casa di marmo a specchiarsi nell'acqua e neppure una gondola a solcarla... che strano, non si scorgeva neppure la più piccola costruzione dell'uomo. Solo un brillar del sole pallido sull'acqua ed una sinfonia di verdi: ontani, pioppi bianchi, querce, allori, pini marittimi e tamerici risuonavano del canto di mille uccelli selvatici, completamente invisibili sotto alle foglie.
Quel mattino non aveva visto tanti alberi, ne' sentito tanti uccelli cantare.
Una curiosità infantile, la stessa della notte di passione, lo fece tornare indietro, sull'acqua: non era più un uomo e non era ancora tornato ad essere un libero spirito, la sua intelligenza si librava nell'aria salmastra con ali di gabbiano e planò in una realtà completamente mutata.
Una città completamente diversa si stendeva sull'acqua, al posto della prima. Forse neppure una città: poche case sparse tra gli alberi, quasi confuse con quelli, costruite com'erano di legno e paglia, qualche barca dal fondo piatto tirata all'asciutto sulla sabbia dorata, reti stese ad asciugare. Ma che fervore di vita su quel modesto sfondo: gru e cicogne volavano lente verso il nord, gli aironi restavano immobili sui fondali bassi, in attesa del cibo, le rondini gridavano forte, girando concentriche sui tetti, le anatre nuotavano pigre a distanza ravvicinata dalle case, le donne bagnavano matasse di lana colorata nell'acqua salmastra cantando in coro, a voci alterne, che si rispondevano da lontano, senza vedersi, i pescatori silenziosi accomodavano le reti e preparavano le barche per la notte, i bambini a frotte correvano a piedi nudi sulla sabbia bagnata e ridevano allegri per gli scherzi più ingenui, le ragazze raccoglievano erbe e fiori selvatici per preparare infusi ed insalate; quanti fiori, il profumo dolce lo inebriava. Questa era dunque la Serenissima, prima di appesantirsi di marmo e di mosaici e forse solo tornando ad essere così si sarebbe salvata.
Johanan non era così presuntuoso da ritenersi capace di tanto. Solo Dio poteva ricreare un'intera società... o forse la Vergine Santissima, che se non poteva alterare l'ordine del creato, certo sapeva come chiedere a Dio di farlo.
Avrebbe voluto trasferire qui la strana famiglia conosciuta quel giorno. Chissà se Dio poteva concedergli un intervento del genere! In fondo quella povera donna era caduta così in basso da riconoscere potere ad una bambola, perché viveva in una città finta e corrotta. Era certo che qui, con il proprio marito accanto, avrebbe ritrovato il proprio equilibrio fisico e morale. Invocò dunque mentalmente Dio per impetrare questa grazia... ma stranamente non vi riuscì.
Certo, era logico, non si può pregare Dio planando nell'aria con ali di gabbiano. Riacquistò di nuovo peso, forse anche un corpo. Tornò di nuovo a terra, toccò coi piedi scalzi l'erba bagnata di pioggia, si prostrò in quel terreno che odorava forte d'acqua e di mare. Pregò di nuovo. Invocava lo Spirito sulla terra d'alberi ed uccelli, sulle isole di pescatori. Chiedeva a Dio di vivificare la loro esistenza, di riportarli sulla giusta strada. Tutti. Con un pensiero speciale per il piccolo Marco e quella madre bruna e pallida che attendeva una nuova creatura. Umilmente, insistentemente, chiedeva a Dio di innalzarli fino a se'.
Ma Dio non rispose.
Silenzio.
Sotto di di se' percepiva la terra umida e calda del sole primaverile, attorno a se' il soffio fresco dell'aria di mare e sopra, oltre ai voli degli uccelli, un cielo stipato di nuvole, un palpitare di luce e riflessi, come i fuochi d'una veglia pagana. Persino la trasparenza dell'aere s'era fatta densa, uno splendore orientale di giada e cobalto che chiudeva la vista invece di suggerire nuovi spazi, un confine e limite al volo degli uccelli più arditi, tanto che nessuno di loro volava verso l'alto, ma tutti si divertivano in cerchi concentrici sull'acqua. Non si percepiva più l'Aldilà oltre le nuvole soffici di spuma bianca e lo spazio chiuso in cui si trovava assomigliava sempre di più al giardino dell'Eden, tanto da temere da un momento all'altro di imbattersi nell'albero proibito... Ma ne' i pini marittimi, ne' le tamerici che profumavano l'aria ostentavano frutti. Nel piccolo universo, immobile nonostante il brulicar di vita, mancava qualsiasi segno tangibile di un ordine superiore, ogni prova per superare questa realtà appariva strana, fuori luogo.
Sapeva che si trattava solo di un'illusione. Il tempo passato in compagnia di Pietro ed il lungo riposo in Cristo gli avevano insegnato che tutte le cose non sono niente altro che creature dell'Unico Dio, vivo ed operante in ognuna di esse... eppure questa cognizione, ora, apparteneva soltanto al suo intelletto. Certa sapeva che senza la volontà di Dio la realtà che lo circondava non avrebbe potuto esistere, ma era un concetto vuoto. Il mondo intero attorno a se' pareva negarlo, quell'insieme ordinato di terra e di acqua pareva bastare a se stesso. Persino la luce, di solito così indubbiamente proveniente dall'alto, era ora moltiplicata disordinatamente in un gioco sottile di riflessi incrociati.
Per un momento il santo ebbe paura.
La sua vita era sempre stata tesa verso un ordine diverso. A casa, anche nei momenti migliori, l'indigenza gridava la necessità d'un pronto intervento di Dio, ogni gesto, ogni respiro era un'invocazione d'aiuto. Qui per un attimo ebbe la paura infantile d'essere rinchiuso in una specie di prigione dove si ha tutto ciò che occorre per vivere, tranne la libertà d'andarsene.
Di nuovo, con la faccia a terra, invocò Dio.
Aveva dimenticato tutti gli altri, pregava solo per se', per non essere abbandonato.
La sua vita terrena sfilava rapida davanti ai suoi occhi chiusi, fino a "quella notte". Rivide la cena, così come l'aveva spiata da una porta socchiusa, poi uscì e lo seguì nell'orto dei Gezemani e per la prima volta condivise con Lui l'angoscia di essere abbandonato dal padre. L'aria era la stessa, imbalsamata dai profumi dei pini e degli olivi, che assorbivano il sapore agro del mare. Se avesse aperto gli occhi, naturalmente, avrebbe visto la luce. Ma non voleva. Non sapeva che farsene di quel gioco vacuo di riflessi terreni. Era un'anima liberata e voleva tornare a Dio... come il Cristo, quella notte... dopo quasi 1800 anni d'ininterrotta beatitudine si ritrovò a pensare che la volontà divina avesse potuto fallire, abbandonando suo figlio. Anche Pietro lo aveva pensato, quando aveva brandito la spada, per tagliare di netto un'orecchio al soldato, per difendere con le armi il Maestro ed evitargli quella morte infamante. Se solo i discepoli fossero rimasti compatti accanto a lui, se solo avesse potuto trovare il coraggio di seguirlo, dentro il suo lenzuolo che gli faceva da mantello, invece di sgusciare via e fuggire tutto solo nella notte...
Sarebbe cambiata la sua vita, forse, ma neppure un istante di quella del Messia.
Di colpo l'angoscia si sciolse.
Si rialzò, spalancando bene gli occhi sul mare e cielo azzurri che avevano testimoniato la sua agonia.
Il Maestro non soffriva più da tanti anni, aveva riscattato le piccole pusillanimità di uomini mortali e lo avrebbe fatto ancora, fino alla consumazione dei secoli, fino a quel momento conosciuto solo da Dio. L'unica strada possibile per una creatura era unirsi umilmente a Lui, prendere parte al grande disegno facendo la propria parte, senza voler cambiare nulla.
Si avvide allora d'un cambiamento: il paesaggio era diventato deserto e terso, solo un grande leone d'oro volava in silenzio perfetto nel cielo color cobalto e mentre planava maestosamente a terra risentì finalmente le parole del Padre: Pax Tibi Marce, Evangelista meus!
La piccola, ostinata Repubblica aveva ragione: per uno strano, incomprensibile decreto divino, era la terra in cui Marco aveva ritrovato la propria pace.
Proprio per questo non poteva far nulla per aiutarla. Quella pace fuori dal tempo e dallo spazio non aveva nulla a che vedere coi patti di Leoben, o con qualsiasi altro momento politico.
Johanan Marco, detto Santo, tornò a dissolversi nella quiete divina sorridendo un poco della sua assurda pretesa di sostenere la Serenissima nella sua battaglia per il potere temporale. Certo, anche nella beatitudine eterna a cui apparteneva, era rimasta una scintilla d'inquietudine mortale, un po' del bambino che seguiva di nascosto il maestro.
Era un crepuscolo limpido e persino i "mazegni" della Piazzetta parevano penetrati dalla luce color dell'indaco che saliva del mare. La donna camminava lentamente, perché era stanca e temeva per la sua creatura, anche se da anni, ormai, non le capitava di sentirsi così pacata. Marco saltellava inquieto al suo fianco. - Sai mamma. - disse finalmente - credo che oggi abbiamo incontrato un santo! -
Gli accarezzò il capo, anzi, affondò le dita in quei riccioli morbidi e folti che le restituivano ogni volta il gusto di vivere. - Quell'Uomo ha detto che presto tuo padre tornerà. - disse piano, quasi parlando a se stessa - se è vero sapremo che viene da Dio. -
"E saprò anche che la mia gravidanza procederà serenamente." pensò, senza dirlo. Marco non parve soddisfatto della risposta.
- Papà è partito per un lungo viaggio. - osservò - Non devi usare le parole incoraggianti che quel santo ti ha detto per metterlo alla prova. Anche se è molto strano pensare che un santo scenda in terra per "scroccare" un pranzo a noi! -
La donna rise della strana conclusione di suo figlio: - Il pranzo è stato offerto dai tuoi nonni. - lo corresse pacata - Non spetta a noi lamentarcene... anzi, abbiamo trascorso una bella giornata. Forse la nonna ha ragione. Forse non dovrei lavorare durante le feste... -
- Perché cambi discorso? - la rimproverò Marco. - Perché non vuoi parlare di lui? -
Non era mancanza di volontà, ma di capacità. Quell'incontro aveva cambiato la sua vita e non avrebbe neppure saputo dire perché. Certo ora non aveva più paura della bambola... e neppure della riprovazione dei suoi parenti. Si sentiva ad una svolta e pensava che d'ora in poi la sua vita sarebbe stata tutta nuova, ma non avrebbe saputo spiegare come, ne' perché.
Aveva paura che anche solo una parola sbagliata avrebbe rotto l'incanto, facendoli precipitare nella solita realtà.
Forse "incanto" non era la parola giusta... eppure quel mattino aveva supplicato la Madonna di aiutarla e poco dopo quello strano signore le aveva restituito la bambola. Era stata graziata senza neppure dare qualcosa in cambio.
- Mamma, mamma - gridò in quel momento il ragazzo - il "suo" breviario! -
Infatti aveva raccolto da terra un libro rilegato di seta opaca che avrebbe voluto essere nera, ma aveva la stessa luminosità trasparente del cielo stellato. In copertina era incastonato il famoso leone di San Marco realizzato per intero in platino. Ricordava di averglielo visto tra le mani e d'aver pensato che valesse una fortuna.
Marco saltellava intorno a lei, in una danza frenetica. - Non abbiamo il suo indirizzo! - esclamava entusiasta - sarà costretto a tornare a trovarci per averlo! -
Levò gli occhi al cielo e lo trovò straordinariamente simile al libro che stringeva tra le mani: la luna appena sorta e la scia di riflessi tremanti sull'acqua scura, certamente, avevano la stessa luce d'oro bianco del leone incastonato in copertina. - Glielo conserveremo con cura. - disse solenne, come se stesse promettendo fedeltà eterna, accarezzandolo inconsciamente con le lunghe dita, abituate ad affaccendarsi con l'ago. Allora le parve che le parole scolpite nel libro le scendessero lentamente nel cuore " Pax tibi..."
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Tratto da: 'Riflessi... una storia scritta sull'acqua' Filippi, 1997 di Aurora Prestini