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La vita è tutto un continuo tirocinio.
Se l'uomo sa, non sa però abbastanza, e deve pertanto andare specie
se giovane ad apprendere a scuola di altri, che sono più abili di lui
in una determinata materia o campo del sapere.
"Nessuno nasce imparato" dice un vecchio adagio popolare, che è poi
una perfetta idiozia logico-grammaticale, tollerata perché al suo interno,
se vogliamo riportare le cose alla giusta dimensione di significato
ed al corretto uso del vocabolo, l'espressione presenta una forte dosa
di saggezza.
È solito andare dal maestro falegname il giovane garzone, il quale impara
subito il mestiere e nel giro di qualche mese apprende e ne sa in qualche
caso più del maestro stesso; è solito ugualmente appoggiarsi all'avvocato
il giovane praticante, che nel giro di qualche anno diventa procuratore
legale, superando per questo un apposito esame e, allora, per non essere
più sfruttato dal suo principale mette su uno studio legale per conto
suo e diventa, in un certo senso, suo concorrente, anche per la via
di una qualche discrepanza di interessi professionali, il che è spiegabile
e del resto consentito.
Tutte le professioni e mestieri, tutte le attività umane, comportano
un periodo necessario di apprendimento e di tirocinio, più o meno lungo.
Un tempo, alquanto lontano però, a voler andare a scuola per apprendere
un mestiere, si pagava in danaro e a beneficiarne era naturalmente il
maestro artigiano, al quale andava un beneficio, perché vendeva in un
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senso, la sua arte a chi non la conosceva
e cercava di impararla.
Il principio rispondeva ad una ben precisa regola, quella che presiede
ad ogni attività economica, quale che essa sia, fondata sempre sulla
regola della domanda e dell'offerta.
Oggi si sono capovolti i ruoli, o meglio le posizioni di principio e
di comportamento, perché a pagare non sono più i giovani tirocinanti
o praticanti, bensì i maestri d'arte, di professioni e di mestieri;
è per questo che molti professionisti o artigiani non accettano di buon
grado i giovani di studio o garzoni di bottega, i quali pretendono,
fin dal primo giorno di ingresso, un equivalente economico, e non sempre
un modesto ingaggio.
Le arti e le professioni sono anch'esse asservite al principio del guadagno,
il che vale in tutti i sensi, nel rispetto questa volta di una legge
non scritta ma sempre e comunque normalmente praticata, quella che dice
"io ti do una cosa a te, e tu mi dai una cosa a me" (i maligni aggiungono
"tu mi dai due cose a me", e per l'aggiunta non si è affatto nel torto,
perché gli affari non si concludono mai alla pari, bensì nel rispetto
di un margine in più di utile).
Nel mestiere del contadino però non vige la stessa consuetudine del
tirocinio.
Il figlio non va alla scuola del padre, si fa per dire, e non riscuote
nessuna mercede d'obbligo.
In futuro potrà vederne i benefici.
C'è però chi obbietta che il figlio del contadino oggi non fa più il
mestiere del padre, e la cosa non gli dispiace del tutto.
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