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TIROCINIO
di Michele Crispino

La vita è tutto un continuo tirocinio. Se l'uomo sa, non sa però abbastanza, e deve pertanto andare specie se giovane ad apprendere a scuola di altri, che sono più abili di lui in una determinata materia o campo del sapere.
"Nessuno nasce imparato" dice un vecchio adagio popolare, che è poi una perfetta idiozia logico-grammaticale, tollerata perché al suo interno, se vogliamo riportare le cose alla giusta dimensione di significato ed al corretto uso del vocabolo, l'espressione presenta una forte dosa di saggezza.
È solito andare dal maestro falegname il giovane garzone, il quale impara subito il mestiere e nel giro di qualche mese apprende e ne sa in qualche caso più del maestro stesso; è solito ugualmente appoggiarsi all'avvocato il giovane praticante, che nel giro di qualche anno diventa procuratore legale, superando per questo un apposito esame e, allora, per non essere più sfruttato dal suo principale mette su uno studio legale per conto suo e diventa, in un certo senso, suo concorrente, anche per la via di una qualche discrepanza di interessi professionali, il che è spiegabile e del resto consentito.
Tutte le professioni e mestieri, tutte le attività umane, comportano un periodo necessario di apprendimento e di tirocinio, più o meno lungo.
Un tempo, alquanto lontano però, a voler andare a scuola per apprendere un mestiere, si pagava in danaro e a beneficiarne era naturalmente il maestro artigiano, al quale andava un beneficio, perché vendeva in un certo

senso, la sua arte a chi non la conosceva e cercava di impararla.
Il principio rispondeva ad una ben precisa regola, quella che presiede ad ogni attività economica, quale che essa sia, fondata sempre sulla regola della domanda e dell'offerta.
Oggi si sono capovolti i ruoli, o meglio le posizioni di principio e di comportamento, perché a pagare non sono più i giovani tirocinanti o praticanti, bensì i maestri d'arte, di professioni e di mestieri; è per questo che molti professionisti o artigiani non accettano di buon grado i giovani di studio o garzoni di bottega, i quali pretendono, fin dal primo giorno di ingresso, un equivalente economico, e non sempre un modesto ingaggio.
Le arti e le professioni sono anch'esse asservite al principio del guadagno, il che vale in tutti i sensi, nel rispetto questa volta di una legge non scritta ma sempre e comunque normalmente praticata, quella che dice "io ti do una cosa a te, e tu mi dai una cosa a me" (i maligni aggiungono "tu mi dai due cose a me", e per l'aggiunta non si è affatto nel torto, perché gli affari non si concludono mai alla pari, bensì nel rispetto di un margine in più di utile).
Nel mestiere del contadino però non vige la stessa consuetudine del tirocinio.
Il figlio non va alla scuola del padre, si fa per dire, e non riscuote nessuna mercede d'obbligo.
In futuro potrà vederne i benefici.
C'è però chi obbietta che il figlio del contadino oggi non fa più il mestiere del padre, e la cosa non gli dispiace del tutto.

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