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LE     M A S S I M E
di Alberto Virgilio

da "PENSIERI A ZONZO"

IL SOGNO E LA REALTÀ

Il sogno è la proiezione nell'inconscio della esperienza vissuta.
In una sorta di sbiadita fotocopia, nei sogni si ripetono i timori, le speranze, le ansie e i tormenti della quotidianità, la quale sembra prolungarsi in modo evanescente tra le pieghe della notte.
Mi sono sempre chiesto quale sia la differenza tra il sogno e la realtà. Non ho mai trovato una risposta.
Infatti vi sono sogni così prossimi alla realtà da confondersi con essa, mentre l'immaginazione della mente allo stato di veglia può astrarsi fino al punto di diventare sogno.
Il confine tra i due fenomeni è forse soltanto apparente.

TUTTO È TRANSITORIO E PRECARIO UNIVERSALE ED ETERNO

Il passero che visita il mio terrazzo, la rosa che sboccia nel vaso, il raggio di sole che passa sulla finestra, lo spicchio di luna appeso nel cielo.
Da questi eventi il pensiero ha la esatta misura di quanto tutto sia transitorio e precario e a un tempo universale ed eterno.
Il passero e la rosa vivono la loro giornata di gioia ma presto saranno travolti nel nulla; il sole e la luna percorrono invece sempre gli stessi sentieri, quasi a rappresentare l'eternità.

QUANDO LA BELLEZZA SFIORISCE

Il volto di una bella donna che avvizzisce rattrista più della quercia abbattuta, dello schianto di un castello di fata, del sole che tramonta dopo una giornata radiosa.
La perdita della bellezza trafigge il sentimento nella parte più sensibile, ma subentra il ricordo di quel volto che tiene accesa la fiamma.

CONCLUSIONE

Ho tentato di enucleare i temi più assillanti che premono sulla coscienza dell'uomo durante l'esperienza esistenziale.
Tutte le cose che ho detto possono essere ritenute vere o non vere, meritevoli di consenso o dissenso, di approvazione o di riprovazione.
A me basta averle dette.

RILETTURA DEI "PENSIERI"
di Alberto Virgilio

Dopo cinque anni dalla pubblicazione rileggo il libretto dei miei "Pensieri a zonzo".
Ringrazio l'amico rag. Pietro Giovanni Lucarelli, Direttore di questa Rivista, per avere riportato tutte le riflessioni racchiuse nel piccolo opuscolo. Esse restano tuttora valide e non ho nulla da aggiungere. Si tratta di massime tratte da un'esperienza di oltre mezzo secolo di vita nella Capitale, maturata sia nell'esercizio della mia professione di magistrato conclusa ai vertici della Corte Suprema di Cassazione, sia negli ambienti culturali di Roma, specialmente nel settore letterario e della poesia. Pietro mi chiede un commento al mio libretto. Posso dire che la dote più preziosa che ho inteso valorizzare é sicuramente quella dell'umiltà con la quale mi sono sempre comportato in ogni momento della mia vita. Devo molta gratitudine alla Capitale e ad altre città (Torino, Siena, Pisa, Bari, Caserta, Taormina, ecc.) per i prestigiosi riconoscimenti che hanno voluto elargirmi sia nella materia giuridica che nel campo letterario, ma di tali pur gradite manifestazioni non ho mai ritenuto di mostrarmi orgoglioso. Ricordo invece con soddisfazione alcuni episodi che ancora allietano il mio spirito. Quando giunse il giorno del mio collocamento in pensione, i colleghi della Corte di Cassazione vollero salutarmi con grande affetto in una cerimonia che fu per me commovente, anche perché vi parteciparono personalità accademiche e della cultura. Ma soprattutto sono rimasti impressi nella mia memoria due circostanze: l'emozione della donnetta che curava le pulizie nel Palazzo di giustizia, la quale mi ringraziò con le lagrime agli occhi per averle sempre chiesto della sua salute (ella soffriva di reumatismi) e il sincero rammarico dei carabinieri che prestavano servizio nel corridoio antistante il mio ufficio. Andavo spesso con loro a prendere il caffé al bar e di tale mio atto di cordialità erano ammirati e grati. Le persone più semplici e buone hanno sempre suscitato in me sentimenti di fraterna amicizia e comprensione. Forse questo profilo della mia vita, in tutte le situazioni in cui mi sono trovato ad operare, costituisce il fulcro, la lezione morale che mi spinse a scrivere i "Pensieri". A conclusione di questo mio commento non posso fare altro che riportare quanto scrissi a pag. 36 del libretto: La statura morale dell'uomo si rivela nei momenti del successo. Quale che sia la posizione che abbia conquistato nella società egli deve saper mantenere il senso dell'umiltà e della moderazione, mostrando la consapevolezza che occupa un posto di responsabilità e di servizio e non di arroganza o sopraffazione. Mi auguro che questa concezione guidi tutti coloro che sono chiamati a servire la collettività.

Roma, gennaio 2005

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