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Il secondo atto si apre con Masaniello
affranto per l'arresto della moglie; si inseriscono gli Alarbi, altra
componente folclorica, indigeni scalzi tinti di rosso e nero, con in
mano una canna, che avevano il compito di diffondere proclami di strada.
Teresia annuncia la liberazione di Leona e nei dialoghi che seguono
riappare il tema della predizione. L'inserimento della festa della Madonna
del Carmine richiama ancora una volta il riferimento etnico, qui sacro
e profano.
Torellas si rifugia in casa di Masaniello sotto mentite spoglie, mentre
lo stesso è costretto ad occuparsi delle navi degli Spagnoli.
Il terzo atto si apre con una scena con una doppia prospettiva: il palazzo
reale con la visione esterna della piazza e interna di una corte alquanto
sfaccendata. Masaniello rappresenta il tramite tra i due estremi essendo
stato insignito del titolo di Rappresentante dei Napoletani.
Il quarto atto vede Masaniello che già comincia a dare i segni di pazzia.
Il popolo, dapprima lo disconosce, ma, poi, sollecitato da Torellas
lo applaude, tuttavia, dopo alterne vicende, una salve di moschetti
lo uccide Masaniello che, morendo grida Ingrati Napoletani/.
È da evidenziare, in tutta l'opera, l'attenta documentazione storica
e la fusione tra passioni pubbliche e private, cosa che non fu nella
Muta di Portici di Auber, che trattò lo stesso soggetto incentrando
la vicenda su una situazione privata: la seduzione di Fenella, sorella
di Masaniello , da parte di Alphonse, figlio del duca D'Arcos. Tuttavia
la Muta fece dimenticare il Masaniello, sia per il successo tributato
all'artista compatriota, sia per la struttura: grand-opera con
inserimento di balletto, genere più gradito ai Francesi.
La partitura manoscritta del Carafa appartiene al fondo di opere donate
alla biblioteca del S. Pietro a Majella. Infatti, riporta Francesco
Florimo, archiviario del Conservatorio di Napoli, in un incontro avuto
a Parigi con il Carafa nel 1847 che lo aveva pregato di donare alla
biblioteca del Conservatorio napoletano i manoscritti di tutte le sue
opere, insistendo sul fatto che era meglio donare da vivo che lasciare
da morto.
Il Carafa, pur convenendone, non fece nulla e così pure negli altri
quattro incontri che seguirono. Solo venti anni più tardi, nel 1867,
il Florimo ricevette una lettera in cui il Carafa gli comunicava l'invio
dei suoi manoscritti, autografi e non, e nel 1869, attraverso Antonietta
d'Aubertan, che per procura era divenuta esecutrice del Carafa ormai
paralitico, il
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Conservatorio S. Pietro a Majella ricevette in dono
i suoi autografi.
Giova ricordare che esisteva nel Conservatorio un ritratto di Carafa,
di proprietà de Florimo, che fu donato da quest'ultimo al Museo Nazionale
di Napoli nel 1882 unitamente ad una collezione di ritratti di vari
compositori; ed esistono tuttora dei bassorilievi nella sala maggiore
dell'archivio, tra cui quello di Carafa, eseguiti come medaglioni nel
1845 in occasione del III° Congresso degli Scienziati. La loro caratteristica
è che sono disposti in ordine cronologico di morte dei compositori.
Dopo il Masaniello si apre un quinquennio di insuccessi per il Carafa:
lo stile parigino, la voglia di nuovo e il confronto con le opere di
Rossini e Donizzetti oscuravano i suoi lavori, grazie al fatto che in
genere pur salvando la musica, non sempre l'argomento scelto era gradevole.
Inoltre il nostro non seppe adeguarsi al mutamento dell'opera che, dalla
narrazione degli eventi storici, andava via via sempre più incentrandosi
sulle grandi passioni; quindi non fu in grado di dare quel qualcosa
di nuovo, che i Francesi sulla Revue Musicale gli chiedevano
continuamente.
Nel 1834 ottenne la cittadinanza francese e l'anno successivo fu tra
coloro che portarono i lembi della coltre funebre di Bellini, insieme
a Rossini, Cherubini e Päer ai funerali tenutisi il 2 ottobre 1835.
Divenne nel 1837 membro dell'accademia di Belle Arti e direttore del
Ginnasio di Musica Militare nel 1838. Dal 1840 al 1858 insegnò contrappunto
e composizione al Conservatorio di Parigi.
L'ultima sua opera rappresentata fu Therese, nel 1838, da allora
in poi si dedicò solo all'insegnamento e una delle sue ultime apparizioni
al Teatro dell'Opera fu per l'allestimento francese della Semiramide
di Rossini e del balletto da inserire nel corso dell'opera; la cosa
gli valse 15.000 franchi francesi, dal momento che Rossini gli lasciò
i diritti d'autore per la traduzione in francese, grazie all'amicizia
autentica e leale che esisteva tra i due.
Il carattere schietto e rigido che gli derivava dall'educazione militare
lo portò ad essere critico nei confronti dei Francesi e della loro musica
considerata priva di gusto e di melodia. Tuttavia le sue buone idee
tematiche non erano sviluppate e limate a sufficienza e la sua scrittura
appare piuttosto frettolosa.
Sempre galante, era uno dei più assidui frequentatori del foyer del
teatro e della cucina di Rossini.
La paralisi che lo prese nel 1837 lo portò alla morte sopraggiunta il
26 luglio 1872.
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