logo_fen_mini.jpg (4384 byte) Pagina 18

Uomini nella Storia di Colobraro (M. E. Carafa)
di Amalia Mariano

continua da pagina 8

Il secondo atto si apre con Masaniello affranto per l'arresto della moglie; si inseriscono gli Alarbi, altra componente folclorica, indigeni scalzi tinti di rosso e nero, con in mano una canna, che avevano il compito di diffondere proclami di strada. Teresia annuncia la liberazione di Leona e nei dialoghi che seguono riappare il tema della predizione. L'inserimento della festa della Madonna del Carmine richiama ancora una volta il riferimento etnico, qui sacro e profano.
Torellas si rifugia in casa di Masaniello sotto mentite spoglie, mentre lo stesso è costretto ad occuparsi delle navi degli Spagnoli.
Il terzo atto si apre con una scena con una doppia prospettiva: il palazzo reale con la visione esterna della piazza e interna di una corte alquanto sfaccendata. Masaniello rappresenta il tramite tra i due estremi essendo stato insignito del titolo di Rappresentante dei Napoletani.
Il quarto atto vede Masaniello che già comincia a dare i segni di pazzia. Il popolo, dapprima lo disconosce, ma, poi, sollecitato da Torellas lo applaude, tuttavia, dopo alterne vicende, una salve di moschetti lo uccide Masaniello che, morendo grida Ingrati Napoletani/.
È da evidenziare, in tutta l'opera, l'attenta documentazione storica e la fusione tra passioni pubbliche e private, cosa che non fu nella Muta di Portici di Auber, che trattò lo stesso soggetto incentrando la vicenda su una situazione privata: la seduzione di Fenella, sorella di Masaniello , da parte di Alphonse, figlio del duca D'Arcos. Tuttavia la Muta fece dimenticare il Masaniello, sia per il successo tributato all'artista compatriota, sia per la struttura: grand-opera con inserimento di balletto, genere più gradito ai Francesi.
La partitura manoscritta del Carafa appartiene al fondo di opere donate alla biblioteca del S. Pietro a Majella. Infatti, riporta Francesco Florimo, archiviario del Conservatorio di Napoli, in un incontro avuto a Parigi con il Carafa nel 1847 che lo aveva pregato di donare alla biblioteca del Conservatorio napoletano i manoscritti di tutte le sue opere, insistendo sul fatto che era meglio donare da vivo che lasciare da morto.
Il Carafa, pur convenendone, non fece nulla e così pure negli altri quattro incontri che seguirono. Solo venti anni più tardi, nel 1867, il Florimo ricevette una lettera in cui il Carafa gli comunicava l'invio dei suoi manoscritti, autografi e non, e nel 1869, attraverso Antonietta d'Aubertan, che per procura era divenuta esecutrice del Carafa ormai paralitico, il

Conservatorio S. Pietro a Majella ricevette in dono i suoi autografi.
Giova ricordare che esisteva nel Conservatorio un ritratto di Carafa, di proprietà de Florimo, che fu donato da quest'ultimo al Museo Nazionale di Napoli nel 1882 unitamente ad una collezione di ritratti di vari compositori; ed esistono tuttora dei bassorilievi nella sala maggiore dell'archivio, tra cui quello di Carafa, eseguiti come medaglioni nel 1845 in occasione del III° Congresso degli Scienziati. La loro caratteristica è che sono disposti in ordine cronologico di morte dei compositori.
Dopo il Masaniello si apre un quinquennio di insuccessi per il Carafa: lo stile parigino, la voglia di nuovo e il confronto con le opere di Rossini e Donizzetti oscuravano i suoi lavori, grazie al fatto che in genere pur salvando la musica, non sempre l'argomento scelto era gradevole. Inoltre il nostro non seppe adeguarsi al mutamento dell'opera che, dalla narrazione degli eventi storici, andava via via sempre più incentrandosi sulle grandi passioni; quindi non fu in grado di dare quel qualcosa di nuovo, che i Francesi sulla Revue Musicale gli chiedevano continuamente.
Nel 1834 ottenne la cittadinanza francese e l'anno successivo fu tra coloro che portarono i lembi della coltre funebre di Bellini, insieme a Rossini, Cherubini e Päer ai funerali tenutisi il 2 ottobre 1835. Divenne nel 1837 membro dell'accademia di Belle Arti e direttore del Ginnasio di Musica Militare nel 1838. Dal 1840 al 1858 insegnò contrappunto e composizione al Conservatorio di Parigi.
L'ultima sua opera rappresentata fu Therese, nel 1838, da allora in poi si dedicò solo all'insegnamento e una delle sue ultime apparizioni al Teatro dell'Opera fu per l'allestimento francese della Semiramide di Rossini e del balletto da inserire nel corso dell'opera; la cosa gli valse 15.000 franchi francesi, dal momento che Rossini gli lasciò i diritti d'autore per la traduzione in francese, grazie all'amicizia autentica e leale che esisteva tra i due.
Il carattere schietto e rigido che gli derivava dall'educazione militare lo portò ad essere critico nei confronti dei Francesi e della loro musica considerata priva di gusto e di melodia. Tuttavia le sue buone idee tematiche non erano sviluppate e limate a sufficienza e la sua scrittura appare piuttosto frettolosa.
Sempre galante, era uno dei più assidui frequentatori del foyer del teatro e della cucina di Rossini.
La paralisi che lo prese nel 1837 lo portò alla morte sopraggiunta il 26 luglio 1872.

pagina 17

sommario

pagina 19