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Poi la maschera demoniaca passò a rappresentare i
personaggi chiave del teatro greco e romano, mentre quella nera (talvolta
addirittura cappuccio) fu adottata dalle confraternite a sfondo religioso,
come primo passo verso l'abbandono dell'individualismo e l'amalgamarsi
del gruppo.
La maschera del carnevale veneziano eredita entrambi questi moduli e
d'entrambi si fa gioco, poiché fin dal medioevo è usata dai nobili per
mescolarsi al popolo e viceversa. Uso "politico" che no era malvisto
dal governo, purché naturalmente risparmiasse giorni e luoghi sacri.
Quest'idea di mascherarsi per non essere riconosciuti suggerirà ben
presto un uso nuovo della maschera, strettamente legato al travestimento
ed all'evasione e del tutto imprevisto nell'epoca tragica. Nascono così
le nuove tipologie: la signora, la cameriera, il vecchio brontolone,
il giovane innamorato… sono le maschere che nella Commedia dell'Arte
sostituiscono i ruoli impegnativi della tragedia classica… ma anche
il primo passo verso il travestimento consapevole di oggi: Arlecchino
e Colombina a Carnevale l'ingenuo, l'intellettuale, l'impegnato nella
vita di tutti i giorni, quando alla maschera di carta pesta si sostituisce
l'abitudine di mostrarsi con un volto adatto all'occasione e non necessariamente
in sintonia con vero io.
La protagonista di questo processo, la maschera nera che copriva il
volto, garantendo l'anonimato a chi la portava, era uno squisito prodotto
artigianale, con "segreti di fabbrica" gelosamente tramandati di padre
in figlio, o almeno di maestro in garzone.
Come tutte le branche artigianali ha dunque subito un brusco tracollo
con la soppressione delle arti operata da Napoleone, che ha interrotto
bruscamente la continuità della tradizione. Per fortuna Amleto Sartori
è riuscito a reinventare la tecnica antica, tramandando al figlio Donato
un prezioso quaderno d'appunti, che è stato il punto di partenza d'una
nuova branca dell'arte.
Oggi le botteghe di maschere non si contano più.
Le migliori procedono secondo la tradizione. Dapprima si realizza un
bozzetto a matita, poi, se il cliente è nuovo, si rileva un calco di
gesso direttamente dal viso, per stabilire bene il punto di contatto
con la maschera. Su questo si realizza un bozzetto di creta e finalmente
una matrice in legno. Stampi di legno per maschere son stati ritrovati
anche nel museo dell'opera di Parigi, mentre invece nella biblioteca
Marciana si sono ritrovati stampi di piombo!
Forse le maschere degli attori professionisti erano realizzate in modo
diverso rispetto a quelle che servivano ai nobili per passatempo… ma
purtroppo tanti particolari della lavorazione sono irrimediabilmente
andati perduti.
Oggi si procede con lo stampo in legno di conifera, preferibilmente
cirmolo. Su questo si concia il cuoio, con l'aiuto di un po' di tannino.
All'epoca si poteva contare sulla collaborazione dei conciapelle. Il
cuoio così trattato viene poi immerso in acqua tiepida per un periodo
che va dai trenta minuti alle due ore. Solo in questo modo si può fare
completamente a meno d'additivi chimici.
Finalmente poi si fissa il cuoio alla matrice con puntine di rame o
d'ottone. L'aria umida della città garantisce da sempre un'asciugatura
molto lenta… quando si procede in un altro clima è necessario usare
un umidificatore!
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Quando il cuoio è asciutto viene modellato con stecche
di bosso stagionato e finalmente battuto con un martello di corno, dapprima
con la parte acuminata e poi con la sezione piatta. A questo punto si
può staccare la maschera, inserendo tra questa e la matrice un'esile
"vergola" di metallo. Solo alla fine si procede alla stesura della vernice
o dell'eventuale ornato.
Nella Venezia dogale si passò gradatamente dalla maschera nera a quella
bianca, più adatta al tricorno ed al grande velo di pizzo delle dame.
Naturalmente anche le botteghe di maschere veneziane producono anche
le più modeste maschere di cartapesta, lavorata con colla, amido, gesso…
e qualche zolletta di zucchero.
Nelle feste di carnevale si sono andati stratificando, col tempo, ricordi
di fatti diversi, magari successi d'inverno… ma che col carnevale non
c'entravano per nulla!
È per esempio il caso della "festa delle Marie" una delle più amate
dal popolo veneziano, una celebrazione gioiosa caduta però in disuso
già nel 1379 e poi ripresa alcuni secoli dopo ma in forma molto ridotta.
La leggenda vuole che nel 943, sotto il doge Pietro Candiano, fosse
ancora uso veneziano celebrare tutti i matrimoni in un solo giorno dell'anno.
Le spose partivano in corteo acqueo dall'Arsenale lungo il rio detto
appunto "delle Vergini" per raggiungere i promessi mariti che le attendevano
con gli invitati alla chiesa di San Nicolò al Lido.
Quell'anno i pirati triestini o narentani, con una temeraria scorreria,
assalirono il corteo in laguna e rapirono le spose con tutti i corredi
e le doti. Dimostrando un'impazienza decisamente per loro infausta,
i razziatori non fuggirono a ripararsi nello sciame di isole dalmate
ma, acquattatatisi a spartire e godere il bottino nella laguna di Caorle,
vennero raggiunti dalla spedizione che gli inferociti veneziani avevano
approntato già poche ore dopo il ratto.
I pirati furono tutti trucidati sul posto, e le spose riportate alla
cerimonia.
Nello spirito di interclassismo che animava la pur oligarchica Serenissima,
per ricordo della fulminea vittoria fu imposto tributo a dodici famiglie
patrizie di provvedere ogni anno alla dote di dodici fanciulle veneziane
povere scelte fra le più belle, nel senso specifico di virtuose che
venivano simbolicamente battezzate come "le Marie".
La festa si svolgeva fra gennaio e febbraio e prevedeva che nel giorno
detto della Purificazione (2 febbraio, appunto) le donzelle andassero
a S. Pietro (di Castello, un tempo Olivolo) dove il vescovo al termine
della messa usciva a benedirle per poi scortarle fino a S. Marco per
incontrare il Doge nella Basilica.
Da lì il Dogado saliva sul Bucintoro e con le Marie si avviava verso
Rialto attraversando il Canal Grande tra le ali di folla del popolo
veneziano che gremiva rive e balconi dei palazzi.
Il corteo si concludeva a S.Maria Formosa, unica chiesa a quell'epoca
dedicata alla Madre di Dio, sotto i cui auspici si era riportata la
vittoria contro i pirati; anche perché così richiese la corporazione
dei "casseleri" (costruttori di casse), i cui uomini avevano dimostrato
gran valore nel salvataggio delle spose.
Per capire l'importanza che in certe epoche della Serenissima rivestì
questa festa è sufficiente ricordare che il Doge Pietro Orseolo alla
sua morte lasciò la terza parte dei suoi averi
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