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Carnevale!
di Mary Falco

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Poi la maschera demoniaca passò a rappresentare i personaggi chiave del teatro greco e romano, mentre quella nera (talvolta addirittura cappuccio) fu adottata dalle confraternite a sfondo religioso, come primo passo verso l'abbandono dell'individualismo e l'amalgamarsi del gruppo.
La maschera del carnevale veneziano eredita entrambi questi moduli e d'entrambi si fa gioco, poiché fin dal medioevo è usata dai nobili per mescolarsi al popolo e viceversa. Uso "politico" che no era malvisto dal governo, purché naturalmente risparmiasse giorni e luoghi sacri. Quest'idea di mascherarsi per non essere riconosciuti suggerirà ben presto un uso nuovo della maschera, strettamente legato al travestimento ed all'evasione e del tutto imprevisto nell'epoca tragica. Nascono così le nuove tipologie: la signora, la cameriera, il vecchio brontolone, il giovane innamorato… sono le maschere che nella Commedia dell'Arte sostituiscono i ruoli impegnativi della tragedia classica… ma anche il primo passo verso il travestimento consapevole di oggi: Arlecchino e Colombina a Carnevale l'ingenuo, l'intellettuale, l'impegnato nella vita di tutti i giorni, quando alla maschera di carta pesta si sostituisce l'abitudine di mostrarsi con un volto adatto all'occasione e non necessariamente in sintonia con vero io.
La protagonista di questo processo, la maschera nera che copriva il volto, garantendo l'anonimato a chi la portava, era uno squisito prodotto artigianale, con "segreti di fabbrica" gelosamente tramandati di padre in figlio, o almeno di maestro in garzone.
Come tutte le branche artigianali ha dunque subito un brusco tracollo con la soppressione delle arti operata da Napoleone, che ha interrotto bruscamente la continuità della tradizione. Per fortuna Amleto Sartori è riuscito a reinventare la tecnica antica, tramandando al figlio Donato un prezioso quaderno d'appunti, che è stato il punto di partenza d'una nuova branca dell'arte.
Oggi le botteghe di maschere non si contano più.
Le migliori procedono secondo la tradizione. Dapprima si realizza un bozzetto a matita, poi, se il cliente è nuovo, si rileva un calco di gesso direttamente dal viso, per stabilire bene il punto di contatto con la maschera. Su questo si realizza un bozzetto di creta e finalmente una matrice in legno. Stampi di legno per maschere son stati ritrovati anche nel museo dell'opera di Parigi, mentre invece nella biblioteca Marciana si sono ritrovati stampi di piombo!
Forse le maschere degli attori professionisti erano realizzate in modo diverso rispetto a quelle che servivano ai nobili per passatempo… ma purtroppo tanti particolari della lavorazione sono irrimediabilmente andati perduti.
Oggi si procede con lo stampo in legno di conifera, preferibilmente cirmolo. Su questo si concia il cuoio, con l'aiuto di un po' di tannino. All'epoca si poteva contare sulla collaborazione dei conciapelle. Il cuoio così trattato viene poi immerso in acqua tiepida per un periodo che va dai trenta minuti alle due ore. Solo in questo modo si può fare completamente a meno d'additivi chimici.
Finalmente poi si fissa il cuoio alla matrice con puntine di rame o d'ottone. L'aria umida della città garantisce da sempre un'asciugatura molto lenta… quando si procede in un altro clima è necessario usare un umidificatore!

Quando il cuoio è asciutto viene modellato con stecche di bosso stagionato e finalmente battuto con un martello di corno, dapprima con la parte acuminata e poi con la sezione piatta. A questo punto si può staccare la maschera, inserendo tra questa e la matrice un'esile "vergola" di metallo. Solo alla fine si procede alla stesura della vernice o dell'eventuale ornato.
Nella Venezia dogale si passò gradatamente dalla maschera nera a quella bianca, più adatta al tricorno ed al grande velo di pizzo delle dame.
Naturalmente anche le botteghe di maschere veneziane producono anche le più modeste maschere di cartapesta, lavorata con colla, amido, gesso… e qualche zolletta di zucchero.
Nelle feste di carnevale si sono andati stratificando, col tempo, ricordi di fatti diversi, magari successi d'inverno… ma che col carnevale non c'entravano per nulla!
È per esempio il caso della "festa delle Marie" una delle più amate dal popolo veneziano, una celebrazione gioiosa caduta però in disuso già nel 1379 e poi ripresa alcuni secoli dopo ma in forma molto ridotta.
La leggenda vuole che nel 943, sotto il doge Pietro Candiano, fosse ancora uso veneziano celebrare tutti i matrimoni in un solo giorno dell'anno. Le spose partivano in corteo acqueo dall'Arsenale lungo il rio detto appunto "delle Vergini" per raggiungere i promessi mariti che le attendevano con gli invitati alla chiesa di San Nicolò al Lido.
Quell'anno i pirati triestini o narentani, con una temeraria scorreria, assalirono il corteo in laguna e rapirono le spose con tutti i corredi e le doti. Dimostrando un'impazienza decisamente per loro infausta, i razziatori non fuggirono a ripararsi nello sciame di isole dalmate ma, acquattatatisi a spartire e godere il bottino nella laguna di Caorle, vennero raggiunti dalla spedizione che gli inferociti veneziani avevano approntato già poche ore dopo il ratto.
I pirati furono tutti trucidati sul posto, e le spose riportate alla cerimonia.
Nello spirito di interclassismo che animava la pur oligarchica Serenissima, per ricordo della fulminea vittoria fu imposto tributo a dodici famiglie patrizie di provvedere ogni anno alla dote di dodici fanciulle veneziane povere scelte fra le più belle, nel senso specifico di virtuose che venivano simbolicamente battezzate come "le Marie".
La festa si svolgeva fra gennaio e febbraio e prevedeva che nel giorno detto della Purificazione (2 febbraio, appunto) le donzelle andassero a S. Pietro (di Castello, un tempo Olivolo) dove il vescovo al termine della messa usciva a benedirle per poi scortarle fino a S. Marco per incontrare il Doge nella Basilica.
Da lì il Dogado saliva sul Bucintoro e con le Marie si avviava verso Rialto attraversando il Canal Grande tra le ali di folla del popolo veneziano che gremiva rive e balconi dei palazzi.
Il corteo si concludeva a S.Maria Formosa, unica chiesa a quell'epoca dedicata alla Madre di Dio, sotto i cui auspici si era riportata la vittoria contro i pirati; anche perché così richiese la corporazione dei "casseleri" (costruttori di casse), i cui uomini avevano dimostrato gran valore nel salvataggio delle spose.
Per capire l'importanza che in certe epoche della Serenissima rivestì questa festa è sufficiente ricordare che il Doge Pietro Orseolo alla sua morte lasciò la terza parte dei suoi averi

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