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Don Peppe Ferrauto
Profilo di Don Peppe Ferrauto: la sua nascita avvenne a Colobraro
(MT), nell'anno 1900, dal padre Vincenzo e dalla madre Clementina Romano.
Era l'ultimo di ben 7 fratelli, di cui una sola femmina. Se si esclude
qualche breve periodo, visse il resto della sua vita nel paese nativo.
Non coltivò studi particolari, pur avendo frequentato da ragazzo dei
corsi di pittura nella città di Taranto. La sua famiglia era di condizione
agiata e di provenienza signorile, legata alla famiglia tursitana dei
Picolla, i quali erano a loro volta imparentati con i Donnaperna, baroni
di Colobraro. Si appassionò fin da ragazzo alla pittura e poi alla fotografia,
nei quali campi ebbe modo di manifestare il suo talento naturale, emergendo
tra i suoi coetanei e fratelli. Uno di questi, Federico, il primo dei
fratelli, emigrò assai giovane negli Stati Uniti di America, ritornando
solo in vecchiaia in Italia e si stabilì a Vicenza ospite del fratello
Angelo. I due fratelli gemelli, Oreste ed Angelo, seguirono una volta
adulti la vita militare; uno di essi, Oreste, combatté al fronte nella
prima guerra mondiale come tenente degli alpini e si conquistò, per
atti di valore sul campo, una medaglia di argento. L'altro, Angelo si
arruolò ben presto nella polizia e ne percorse la carriera fino ad arrivare
al grado di sottufficiale maresciallo maggiore.
Il fratello Prospero fece gli studi medi a Taranto e poi, frequentando
l'Università a Bari, si laureò in Farmacia, esercitando successivamente
l'attività nella stessa città di Taranto dove si sposò. Il terzo dei
fratelli, Nicola, ugualmente da giovane si arruolò nell'Arma dei Carabinieri
ed in essa, passando da una stazione ad un'altra come sottufficiale
dell'Arma, dopo essersi sposato ed aver avuto dalla moglie Anna Melli,
ben cinque figli maschi, tutti attivi in varie attività professionali,
rientrò alla fine in paese per badare all'amministrazione dei beni di
famiglia e svolgere per un periodo anche una certa attività politico-amministrativo
a benefico dei suoi concittadini, il che egli fece con scrupolo
ed onestà, nonché grande disinteresse personale.
Anche don Peppe, come già detto, non si mosse quasi mai dal suo paese
d'origine e qui visse si può dire il resto della sua vita, pur avendo
avuto una parentesi coniugale e persino un figlio, che ora vive a Vicenza
con la madre Renata Ciucci.
Non vi furono, durante la sua vita, fatti assai significativi, ma egli
chiuso nel proprio paese nativo qui ebbe modo di esprimere le sue doti
di artista per lo più autodidatta. Fornito da madre natura di una intelligenza
vivace e di particolare sensibilità d'animo, possedeva tra l'altro la
dote di saper trarre dal suo ingegno i mezzi e i modi per far sorridere
gli altri e specialmente gli amici che lo frequentavano assiduamente.
Era però spesso di umor nero, ma tuttavia sapeva convertire tali momenti
in occasione di allegria e di scherzi, dove si può dire riversava la
sua genialità e la sua costante inventiva, architettandone di ogni specie.
Giunse tra l'altro a combinare uno straordinario scherzo, quello di
far pervenire, attraverso la mediazione di un amico burlone, la benedizione
papale ad un gruppo di fedeli colobraresi che, nell'anno santo del Giubileo
1933, erano andati a Roma e qui nientemeno notati (ma la cosa era ovviamente
inventata) dall'allora Papa Pio XI e da questi ricordati con speciale
benedizione e con la segnalazione dei nomi e dei cognomi, il che commosse
e fece prostrare in ginocchio gli interessati che ascoltavano la notizia
per radio.
Il suo forte però erano le sedute spiritiche, che combinava con amici
fidati.
L'organizzatore capo era sempre don Peppe e con lui agivano, spesso
e per lo più, l'allora studente universitario Alberto Virgilio, il futuro
procuratore generale onorario della Corte di Cassazione, e l'insegnante
Francesco Modarelli. Un gruppetto di amici, ad una certa ora della sera,
si riuniva in casa Ferrauto per assistere alle sedute.
Veniva creata l'atmosfera idonea con l'impiego di strani congegni, quali
lanterne magiche, lampi di magnesio, camere oscure ed altro. Sul più
bello di una normale conversazione, la luce improvvisamente si spegneva
e di lì a poco si udivano strani rumori provenienti dal soffitto o da
qualche vano interno della casa. Il clima di sospetto e di inquietudine,
per gli ignari, veniva favorito ad arte da chi, trovandosi vicino alla
vittima, ne eccitava dapprima l'ansiosa attesa ed
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infine una specie di panico e di smarrimento generale.
A questo punto il fantasma faceva lentamente la sua comparsa nella sala.
Quella sera la vittima designata era l'arciprete del paese, il quale
strano a dirsi credeva ciecamente negli spiriti. All'apparire infatti
dello spirito evocato, egli, dopo aver inutilmente lanciati gli anatemi
d'obbligo nel nome di Dio, della Santissima Vergine e dei santi protettori
locali Antonio e Nicola, si accasciò pallido e svenuto sul divano.
Ma poi presto si riprese, tra lo stupore dei presenti che temevano il
peggio.
Ripetere ancora il gioco con lui, magari un'altra volta, sarebbe stato
estremamente rischioso.
Ma, ritornando un po' indietro nel tempo e riferendoci al suo aspetto
di provetto fotografo nel quale intendiamo particolarmente seguirlo,
diciamo che giovanissimo si applicò alla fotografia e poi visti i buoni
risultati, divenne per così dire il fotografo ufficiale del paese.
Molti si rivolgevano a lui per farsi riprendere in foto per tessere
e carte di identità, in immagini da inviare ai parenti lontani di America,
in riuscite pose che l'artista escogitava per esprimere la sua arte
a beneficio e compiacimento personale di chi ricorreva a lui. L'arte
fotografica, nei primi decenni del '900, si può dire che fosse ancora
modesta, in qualità tecniche, soprattutto di fronte ai risultati di
oggi, ma il nostro don Peppe si ingegnava in mille modi per renderla
accetta alla gente.
Se le famiglie abitanti oggi in Colobraro riuscissero a fare una possibile
raccolta di foto dei loro figli, genitori, nonni ed interi gruppi familiari,
allora risulterebbe ben chiaro che quelle foto sono tutte uscite dalle
abili mani di don Peppe Ferrauto. Ci si rivolgeva a lui anche dai paesi
vicini e da parte dei forestieri di passaggio, ed egli si compiaceva
non poco della sua arte, che esercitava più per diletto che per vero
mestiere professionale.
Si può dire pertanto che non esiste angolo del paese, non edificio pubblico
e privato, chiesa ed altro ancora, spazio libero, suolo o terreno occupato,
che non conoscesse l'impronta di una macchina fotografica manovrata
da lui.
Gli eventi pubblici, le riunioni di folla per occasioni patriottiche
o per feste religiose, le inaugurazioni di piazze, di monumenti,
di strade, le fiere paesane, gli scorci più suggestivi dell'abitato,
tutto trovava il modo di apparire consacrato in felici pose nate dalla
mano del nostro fotografo.
È mancata l'occasione, per non dire la volontà, di fare finora un
qualche serio inventario di tutto il materiale da lui prodotto, mentre
ci rimane soltanto una qualche immagine conservata oggi dai molti nipoti
e da qualche raro raccoglitore.
Noi, da parte nostra, ne riproduciamo soltanto alcune tra le tante e
certamente le migliori che siamo riusciti a rintracciare, per fornire
un piccolo saggio della sua bravura. Alcune delle stesse ci restituiscono
il clima, il colore, le angolature, gli scorci più singolari di allora,
il paesaggio esterno, il volto delle persone, il vestire e la moda del
tempo, ma insieme alle immagini anche la ricchezza e le migliori qualità
nonché il sorridente buon umore dell'autore, oggi purtroppo vivo solo
nel ricordo personale di qualche anziano del paese.
Maestro d'arte nel campo della fotografia, non minore artista fu don
Peppe in quello della pittura, che in verità le sue opere solo occasionalmente
sono presentate al pubblico e più precisamente agli amici.
Di quadri da lui dipinti ne esistono soltanto pochi, e quei pochi posseduti
o meglio dispersi tra i diversi nipoti, che oggi li conservano con cura
gelosa, come altrettanto fanno per parecchie altre lastre metalliche
o di vetro su cui sono impresse riproduzioni da lui fatte.
Nel ritratto di vita e di opere che noi abbiamo delineato di questo
straordinario e quasi ormai dimenticato figlio di Colobraro, abbiamo
voluto rendere omaggio ad un uomo, ad un artista che, per tempi e per
i risultati da lui conseguiti, si può giustamente ritenere un autentico
precursore, soprattutto se si considera il piccolo centro montano in
cui visse nel primo cinquantennio del '900, tenuto inoltre conto dei
pochi ed insufficienti mezzi di cui allora si disponeva, dei limiti
di ogni genere da cui era condizionata la sua vita, soprattutto la sua
precaria salute, ma non certamente il suo ardente spirito, che alla
fine riusciva ad evadere libero, non frenato in alcun modo dalle tante
restrizioni imposte, per manifestarsi nelle forme più originali e talora
aperte alla più sfrenata allegria e divertimento.
A conclusione, mi si dice, da parte di chi lo ha ben conosciuto e frequentato,
che era una creatura sensibilissima e piena di grande umanità, talora
soggetta a momenti di acuta tristezza e malinconia, che però alla fine
riusciva a superare per mutarla i atteggiamenti di sorriso, di ironia,
di allegria la più aperta ed esuberante.
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