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UOMINI NELLA STORIA DI COLOBRARO, (Francesco Carafa Principe di Colobraro)
di Michele Crispino


Francesco Carafa Principe di Colobraro

I Carafa della Stadera, uno dei cinque rami di una delle più nobili e ricche famiglie napoletane del passato, si insediarono nel feudo di Colobraro nella seconda metà del '500, quando Scipione Cicinello, che lo aveva avuto da Eleonora Comite, lo concesse in dono alla figlia Eleonora, andata sposa di Giovanni Battista Carafa.
Per due secoli e più (tale è il periodo storico durante il quale i Signori Carafa esercitarono il dominio sulla terra di Colobraro) il feudo, passando di mano in mano dai discendenti diretti o strettissimi congiunti sempre della stessa famiglia, perviene a Francesco nel 1710: questi che era ancora bambino, lo amministra sotto tutele della madre Caterina Carafa. Nato ai primi del secolo, o forse anche negli ultimi anni di quello precedente, e poi divenuto maggiorenne contrasse nel 1724 matrimonio con donna Faustina Pignatelli, padrona del feudo di Tolve, in provincia di Potenza, avuto in dote dal padre Girolamo Pignatelli.
Ma i Carafa da tempo non abitavano più a Colobraro, bensì a Formicola, in terra di Lavoro (Caserta), dove possedevano un feudo più ricco ed importante, con altre terre vicine.
Il titolo di principi di Colobraro, come si diceva allora, lo avevano ottenuto con Carlo Carafa ai primi del '600, ma il titolo era più che altro motivo di legittimo orgoglio e lustro della famiglia, perché le entrate ed i tributi ricavati dall'amministrazione diretta erano ben modesti se i vari Signori, da Fabio Carafa in poi, si erano trasferiti a Formicola per governare quella baronia che comprendeva altri feudi vicini più redditizi, quali Pontelatone, Liberi, Castel di Sasso...(G. Fusco, da Studi Lucani).
Francesco Carafa, Principe di Colobraro, che è poi il secondo di questa famiglia che porta tale nome ed ovviamente anche il titolo, fu uomo di lettere e poeta, autore di un libro di poesie che gli valse la stima, l'ammirazione e l'amicizia di molti studiosi del tempo, i quali vissero in rapporti epistolari con lui, con frequenti scambi di scritti e visite a Formicola. Qui Francesco, nel Palazzo baronale costruito nel '400 da Diomede Carafa, precettore del re Ferdinando I d'Aragona, e da lui ingrandito nel '700, diede vita ad una sezione dell'Arcadia, denominata il "Il Caprario" facente parte della "colonia" di Napoli ben più importante e nota col nome di Arcadia Sebetia.
Nell'Arcadia, questa ideale società letteraria dei pastori, centro di ritrovo di letterati, poeti e studiosi del tempo, sarà accolto Francesco col nome di Idasio, mentre egli prima, quando ancora non ne faceva parte, si firmava con quello di Fidesio di sua scelta personale.
Il libro di rime del Carafa, per quanto attentamente esaminato, non fa intravedere il più lontano legame biografico con la terra di Colobraro e neppure con Tolve, se si eccettua il ricordo di un breve soggiorno fatto a Tolve, in Basilicata, per visitare il feudo della moglie, durante il quale, come dichiara in un sonetto scritto per tale occasione, avverte profonda nostalgia per la sua terra di baronia Formicola, specialmente per il suo Caprario (oggi monte Maggiore) e la campagna circostante, amena e salutare, col Volturno che scorre non lontano, dove si era chiuso a vivere in solitario ritiro, praticando la caccia e dando sfogo, come dirà, ai suoi vagheggiamenti poetici; il paesaggio del luogo lucano era aspro  e ventoso e tutto questo gli faceva rimpiangere la dolcezza delle sue terre e la mitezza del clima campano.
Sappiamo però che, durante il suo dominio, il feudo di Colobraro venne ceduto (in affitto o anche venduto, ma la cosa rimane incerta) al barone Niccolò Donnaperna che, come si legge nella Relazione del Gaudioso, riportante notizie e dati sui paesi della Basilicata del 1736, era Signore di Colobraro, con entrata annua di 600 ducati di cui 160 pagati alla Regia Corte.
Quanto alla moglie del Carafa donna Faustina Pignatelli, Principessa di Colobraro e Duchessa

di Tolve, è noto che, dopo la morte del marito avvenuta nel 1746 (quindi Francesco non andrà molto avanti negli anni), si ritirerà a vivere nel feudo di Tolve per amministrarlo direttamente e per difenderlo dalle pretese di quella "università", nella quale, come si legge in un'allegazione di Domenico Potenza pubblicata a Napoli nel 1751, "pochi cittadini malpoderosi, rimpinguandosi con le rendite della sua terra, riducevano all'ultima depressione la povera gente, mentre donna Faustina cercava con ogni cura di riparare ai disordini".
Avrà, la medesima donna Faustina, noie anche per debiti ed imposizioni varie, che gravavano sul figlio Michele il quale, alla morte del padre e dopo qualche anno di possesso del fratello primogenito Giuseppe, l'aveva ricevuto da questi in cambio di un  vitalizio cui non farà sempre onore, in aggiunta ad altre difficoltà finanziarie sorte per costituire di adeguata dote la sorella Anna Teresa che si fa monaca. (G. Fusco, citato).
Il libro di Francesco Carafa, dal titolo Rime varie, è un ricco documento autobiografico, dal quale si può ricavare il ritratto completo dell'uomo con il suo mondo, i suoi diletti, i suoi sogni poetici e gli amori ideali, anche le noie quotidiane del feudatario costretto a comporre liti ed a ridurre all'obbedienza o punire qualche vassallo riottoso o disonesto, le sue frequenti occupazioni di caccia, gli eventi familiari più importanti, come il matrimonio con la nobildonna Faustina dei Principi Pignatelli, la partecipazione alla guerra in Sicilia combattuta tra l'impero e la Spagna, alcune visite a Napoli fatte da lui presso gli amici "pastori" dell'Arcadia, altre ricevute da letterati di fama (si legge tra gli altri un sonetto del Crescinbeni in cui le lodi rivolte al Carafa sovrabbondano); non  mancano infine piccoli fatti e vari momenti che lo fanno essere partecipe della vita del tempo, o come semplice spettatore o anche come protagonista interessato di diventare fenomeni (una prolungata siccita che sta rovinando la campagna, una pioggia continua che non lascia mietere il grano, una sollevazione in Formicola che egli riesce a domare, l'uccisione di un cinghiale da parte di un vecchio, il ritrovamento dopo 80 anni del teschio dell'avo Giuseppe ucciso durante la rivoluzione napoletana del Masaniello...).
Francesco Carafa possiede una buona cultura letteraria e poetica, nutrita con studi giovanili a Napoli avendo sempre tra le mani, come dice nell'ampia e decorata prefazione, secondo il linguaggio e la moda del tempo, l'avvocato Niccolò Maria di Fusco, le rime ora di Angelo di Costanzo, ora di Azzio Sincero Sannazzaro, di Bernardino Rota, di Ascanio Pignatelli, di Ferrante Carafa, tutti figli della stessa patria, Napoli, e tutti più o meno scrittori petrarchisti e fedeli seguaci del bembismo classicheggiante o anche virtuosi del concettismo che riversano a piene mani nello schema metrico del sonetto, in prevalenza.
Le rime del Carafa avevano avuto una prima pubblicazione (forse non tutte) con l'edizione del Caprario, cui seguirà a distanza di un solo anno una seconda più ampia e più arricchita pubblicazione a Firenze, che è poi quella qui esaminata, con richiami al suo contenuto più generale.
Nella prefazione del libro si tessono le lodi del poeta che possiede doti principesche, è inoltre un amabile signore dei tempi, amante solo delle lettere e dotato di "quel gentile rispetto che egli usa in ogni luogo, tempo e ogni ceto di persone".
Conosciamo anche i suoi gusti e gli autori preferiti. Infatti al di sopra degli altri poeti porta venerazione per il "divino" Torquato, ma ciò non impedisce che abbia frequenti legami con Dante, col Petrarca in particolare e con l'Ariosto, di cui si possono trovare qua e là veri e propri calchi di interi versi.
Le sue rime rispecchiano un predominio della fantasia ed "un natural foco" come dice il generoso prefatore, il quale inoltre dichiara che le Canzoni e gli Idilli prevalgono sopra gli altri componimenti, che sono per lo più sonetti (ben 328) e inoltre cantate, ottave, sestine e quartine. Tale copiosa raccolta riflette vari tempi di composizione, dalle rime giovanili e prime esercitazioni poetiche ad altre di pensiero più maturo, o di mente più serena, che scrive frequentando i poeti della tradizione letteraria passata e quelli del suo tempo con i quali dichiara però di non voler entrare in gara.

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