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Francesco Carafa

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Ritroviamo insomma in Francesco Carafa una voce assai fedele di scuola arcadica, dotata di cultura classica, che stempera il suo sentimento non certamente molto robusto in soliloqui dimessi, in sfoghi sereni e blandi, in qualche impennata moralistica, in un aperto virtuosismo di parole e giochi di immagini, talvolta in presenza di qualche serio concetto che lo induce a riflettere.
Il lessico e lo stile, si diceva, sono propri dei poeti dell'Arcadia bene assimilati e bene espressi, ma l'ispirazione poetica è perseguita soprattutto sulle orme del Petrarca.
Due sono le donne ispiratrici delle sue fantasie poetiche, la prima è Nice, la seconda è Clori. Per Nice il poeta, ancora giovane ventenne, ha perso proprio la testa se per lei, come apertamente dichiara, è venuto in forte contrasto con la sua famiglia e con gli stessi amici.
Ma poi ben presto si accorge del "delirare", si pente dei suoi lunghi errori, prova ed impara alla fine "solo il retto amare".
Su Clori e il sentimento che questa gli ispira si sofferma più a lungo, descrivendo i tempi dell'innamoramento, poi tessendo con insistenza le lodi della sua bellezza e infine accompagnandola con partecipazione dolorosa nei momenti della di lei malattia e successiva morte.
Ma a noi interessa soprattutto l'uomo che si riflette attraverso il canto poetico ed in questo caso la sua biografia presenta ricchi spunti di interesse e di stimolante curiosità.
Entra, ad esempio, nella sua famiglia come sposa dello stesso Francesco donna Faustina, di illustre casato gentilizio, ed il poeta mette tutto il suo impegno per cantare le lodi della bellezza e della sua cultura; dirà di essere il duro guerriero, che si piega ai cenni di un occhio amato. Passa qualche tempo e desidera avere un figlio; la sospetta gravidanza della moglie lo fa essere trepido ed ansioso.
Quando poi ben presto il sospetto si muta in certezza, eccolo allora sfrenarsi e dire che per lui si apre una nuova scena, come "Notte che fugge innanzi il sole".
Per la seconda gravidanza della moglie (forse la prima non era stata portata a termine, oppure nasce una bambina, quella che poi andrà monaca dando pensieri per l'appannaggio di lei alla madre donna Faustina ed al fratello Michele, ma non è molto chiaro il riferimento), allora Francesco eleva al Signore un'accorata preghiera perché gli dia una prole maschile; nasce infatti Giuseppe e quindi il poeta compone il canto di lode e di ringraziamento per essere stati assicurati l'onore, la discendenza e la continuità della famiglia e dell'illustre casato.
Un sonetto poi per il figlio dormiente nella culla fa trasparire tutta la tenerezza del padre, sommersa però in un mare di figure desunte dalla mitologia.
Vita quindi di un padre, di un padre giustamente contento e felice, è quella di Francesco Carafa, il tranquillo barone di Formicola.
Compare inoltre anche il sentimento affettuoso del familiare, che ad esempio per la partenza in Germania del conte don Giovanni Carafa, suo fratello minore, è prodigo in più di qualche sonetto di consigli e di auguri per procacciar la gloria delle armi. Quando a lui, non ne è desideroso, anzi nell'unica occasione in cui esercita il duro mestiere delle armi, e cioè nella guerra di Sicilia in cui si fece un certo onore combattendo per l'espugnazione di Francavilla, dichiara al ritorno di essere ben lieto di appendere la spada nell'armeria per potersi dedicare pienamente al mestiere di pacifico signore che si diletta di caccia ed amministra le sue terre, senza per questo dimenticare la sua forse più vera vocazione che è quella di inseguire la sua Musa ispiratrice e comporre sonetti per Nice o per Clori o in lode di qualche altra bella dama del tempo.
Ricorrono anche altre piccole occasioni e fatti del giorno che il poeta non manca di tradurre in versi, semplici o spontanei che siano qualche volta o più spesso con tortuosi giri di parola, in

omaggio al virtuosismo retorico di scuola classica ed arcadica. Ad esempio, si scaglia contro i cattivi poeti o biasima qualche disonesto amministratore, oppure celebra con opportune parole il gioco del pallone "grosso" che probabilmente praticava sollevando il braccio "armato a gareggiar col sole" mentre il pallone vola sublime nel cielo, inoltre fa un'amabile ironia di sé quando in una battuta di caccia non riesce a tirare neppur un colpo, al contrario di "un debole vecchio" che uccide un robusto cinghiale, o infine lamenta con tristi accenti la perdita di un cane sbranato da due cinghiali. È, la sua, la giornata che scorre lieve e serena, senza scosse e drammi, mentre è intento a vivere la vita del signore di campagna che si diletta di poesia e tutte le diverse occasioni e momenti oziosi trasferisce in una specie di diario poetico, ricorrendo alla trasfigurazione dei casi e dei nomi con il corredo costante della storia e più spesso della mitologia classica la più lambiccata ed esasperata, facendo anche uso di un facile scontato moralismo.
Così, quando di ritorno dalla guerra nella baronia di Formicola trova che sono sorti dei torbidi, non fa altro che ricordare l'esempio di Mosè, il quale disceso dal monte Sinai per andare a "prender legi dal Fattor delle cose" vede che le plebe rea ha innalzato altri altari e si è stoltamente abbandonata alla idolatria; ma il barone, che ha conosciuto il cuore perfido ed indegno di questa ingrata gente, saprà punirla senza alcun ritegno. E come altri poeti e scrittori della tradizione classica volgare muovono in frequenti accuse contro il barbarico suolo, esaltando il "latin sangue gentile", così il nostro in un sonetto si scaglia contro la sede imperiale trasferita in Germania e si duole perché il Campidoglio è privo di un "regnatore augusto" e il Tevere non scorre più "adorno di palme" come una volta.
(Il principe di Colobraro è molto sensibile alla bellezza e fascino femminile, che da perfetto gentiluomo qual è e da poeta di gusto e sentimento arcadico, canta assai spesso rivestendo la donna di belle immagini e di colori primaverili cari alla tradizione poetica.
Celebrando il fascino di donna Faustina Pignatelli, sua sposa, parla di tante sublimi virtù congiunte ad una "beltà perfetta" e dice di lei che è stata mandata come "divino dono del cielo"; tutto ciò non impedisce al poeta di coltivare altri amori ideali, esaltando la propria Nice, donna bellissima ma spesso ingrata, infedele e quindi motivo di sofferenza per il fedele e tenero amante. Se poi le donne non sono frutto della immaginazione poetica, che è portata a vederle e descriverle come improvvise apparizioni celesti in un paesaggio di amena campagna e nelle vesti di umili e vaghe pastorelle, ma sono creature reali, come la principessa di Belmonte, o altra ammirata dama (Lucinda), in onore delle quali compone dei sonetti, allora la lode non manca di raggiungere il più acceso virtuosismo e gli accenni della più esagerata adulazione, facendole apparire più belle e splendenti di Venere o più sapienti di Minerva. Il florilegio della sua voluminosa raccolta potrebbe continuare ben oltre e vedremmo così, a distanza di circa tre secoli quali ci separano da Francesco Carafa, felicemente restituito a noi il ritratto di un poeta dimesso, umile, e devoto alla sua Musa, che non cerca allori, non brama di poggiar più in alto nel seggio con altri poeti di ben più illustre fama, ma vuole semplicemente narrare "i casi sua vita per proprio diletto e prendersi a gioco il tempo avverso", come dichiara al cortese lettore nel sonetto iniziale della raccolta.
Vedremo, inoltre, soprattutto il ritratto fedele del tranquillo feudatario del luogo, che amministra le terre baronali rendendo giustizia e merito ai sudditi devoti e colpendo, altrettanto giustamente i vassalli indegni ed i nemici, colui che saluta con sentimento elegiaco "le selve Caprarie", teatro un tempo di anni felici ed in cui il suo braccio forte "riportò de i cinghial palme vittrici", vivendo tra "ombrosi e taciturni errori e gustando, lieto, dolci momenti".

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