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Michele Enrico Carafa (giovane)
Carafa de Colobrano, Michele Enrico, Francesco, Vincenzo,
Aloisio, Paolo nacque il 17 novembre 1787 in Napoli come secondo figlio
di Giovanni, principe di Colobraro e duca d'Alvito, e di Teresa Lembo,
divenuta, in seconde nozze, principessa di Caramanico. In Qualità di
cadetto fu avviato alla carriera militare e iscritto nel collegio militare
di Napoli.
Il padre dilettante di musica, intuendo le buone attitudini musicali
del figlio lo affidò alle cure di un certo Fazzi, organista mantovano,
che gli insegnò i primi rudimenti dell'arte dei suoni: proseguì poi
gli studi con Francesco Ruggi, allievo del Fenaroli, al Conservatorio
S. Maria di Loreto.
È da precisare che anche se il Florimo lo inserisce, ai fini di una
schematizzazione, nella schiera dei compositori del S. Maria di Loreto,
gli studi del Carafa, furono condotti privatisticamente. La scelta di
quel conservatorio non fu casuale, infatti, i Carafa erano protettori
di quell'istituzione sin dal lontano 1565, quando Alfonso Carafa, Cardinale
ed arcivescovo di Napoli, si occupò personalmente dell'allora spedale
Santa Maria di Loreto, costituito nel 1523, affinché ai ragazzi ospitati,
oltre ad un'educazione musicale, fosse insegnato un mestiere, per poterli
mettere a bottega.
Già nel 1802 aveva composto l'operetta: "Il Fantasma" rappresentata
nel 1805 nel teatrino del principe di Caramanico (secondo marito della
madre) e, costretto a recarsi a Parigi nel 1806, ebbe modo di prendere
lezioni da Luigi Cherubini, per la composizione, e da Karlbrenner, per
il pianoforte, quivi compose l'opera in un atto "Musicomania".
Fu proprio in quel momento che Giovanni di Colobraro, resosi conto che
il figlio dedicava troppe energie alla musica, lo mise di fronte alla
realistica condizione di cadetto: non potendo ereditare il patrimonio,
era necessario che si procurasse da vivere attraverso una carriera dignitosa
per il suo rango.
Quindi, Michele riprese la carriera militare ed entrò nell'esercito
francese come luogotenente degli Ussari della guardia. Prigioniero nella
battaglia di Campotenese (1806) fu poi liberato e nominato Scudiero
del Re. Partecipò alla spedizione in Sicilia e si guadagnò i gradi di
capitano e la decorazione dell'Ordine delle due Sicilie.
Rientrato a Napoli, sposò nel 1808 Antonietta d'Aubertan, e riprese
gli studi musicali sotto la guida del Fenaroli. Sempre tramite intercessione
paterna, al seguito di Gioacchino Murat, partecipò alla campagna di
Russia e fu insignito della Legion d'onore da Napoleone in persona,
dopo la battaglia di Ostrowno e poi nominato Barone del Regno.
Gli avvenimenti politici che videro nel 1814 la caduta di Gioacchino
Murat e la Restaurazione Borbonica, portarono all'interdizione dei Carafa
e alla confisca dei loro beni, in quanto accusati di essere repubblicani.
Fu cosi che il N. fu costretto a lasciare definitivamente la carriera
militare.
Esordì con "Il vascello d'occidente" - Teatro del Fondo 1814
- e poi fu consacrato come operista con la messa in scena dell'opera
Gabriella di Vergy su libretto di Andrea Leone Tottola, data
al Teatro del Fondo il 3 luglio 1816, dal momento che in quell'anno
era bruciato il San Carlo.
L'opera ebbe un successo pari all'Otello di Rossini che si rappresentava
quell'anno in quello stesso teatro. Tanto è vero che Rossini, una decina
d'anni più tardi, ebbe modo di dire: "il nostro don Michele ha avuto
un bell'ingegno dalla natura ed è un valente compositore perché sono
pregi della sua musica la spontaneità e facilità delle melodie; l'orchestrazione,
se qualche volta si mostra povera e negletta, sa rialzarsi con begli
effetti. Però, non lo dico per vanità, egli ebbe torto di nascere mio
contemporaneo". " Senza né volerlo né pensarlo egli doveva contrapporre
quasi sempre una mia ad una sua produzione.
In questa lotta nella quale io trionfava, sempre non perché la mia musica
fosse migliore della sua, ma perché il mondo vuole sempre incensare
un primo in tutti i rami dello scibile, egli restava secondo, meno la
Gabriella in cui entrambi ci battemmo sullo stesso terreno senza
che l'uno restasse vincitore dell'altro; nel rimanente la vittoria fu
sempre mia".
Già da queste parole possiamo evincere quella che sarà, non una critica,
ma una caratteristica della musica del Carafa. È pur vero che dall'analisi
delle suo opere traspare una certa facilità di melodia, ma allo stesso
tempo l'orchestrazione appare negletta, frettolosa e
poco brillante.
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D'altra parte egli vive in un'epoca dominata da personaggi
quali Rossini, Bellini, Auber, Halevy, dei quali era comunque amico.
Rossini, pur riconoscendone la grandezza, con quella caratteristica
tipica dei compositori egocentrici, dice
che la vittoria fu sempre sua, tranne la Gabriella che per alcuni
brani divenne popolarissima, tanto che né Donizetti, né Mercadante,
riuscirono ad oscurarla musicando lo stesso soggetto.
Consacrato ormai operista, affrontò il pubblico di altre città: Milano
e Venezia gli diedero molta risonanza e fu nel 1821 che decise di recarsi
a Parigi dove trionfò con la Jeanne D'Arc a Orleans. Dopo aver
toccato Roma, fu a Parigi nel 1823 che diede l'opera in un atto Le
Valet de Chambre, vero e proprio capolavoro, che lo ricompensò degli
insuccessi avuti nei confronti del suo più caro amico e rivale Gioacchino
Rossini.
Conclusasi a Venezia con il Parìa la sua carriera italiana, decise
di stabilirsi definitivamente a Parigi, nel 1827. Il Sangarido,
andato in scena qualche settimana dopo il suo arrivo, fu un fiasco.
Diversa sorte ebbe invece il Masaniello, rappresentato il 27
dicembre di quell'anno al teatro dell'Opera-comique di Parigi su libretto
di Moreau e Lafortelle; il successo fu tale che l'opera venne rappresentata
per 136 sere consecutive.
È opportuno fare una breve sosta sul soggetto Masaniello. La
fortuna di Masaniello non fu un fenomeno esclusivo della cultura ottocentesca;
il mondo culturale prestò attenzione al pescatore napoletano sin dalla
seconda metà del XVII sec. In quest'epoca gli eventi napoletani legati
alla rivoluzione del 1647 vengono trattati in sintonia con le vicende
contemporanee. È il caso del Masaniello furioso su libretto di
Bartold Feind, e musica di Keiser, dato ad Amburgo nel 1706 che
ricorda per metafora, le angherie inferte al popolo amburghese dal sindaco
Meuerer tra il 1684 e il 1686.
Masaniello subisce un processo di mitizzazione divenendo simbolo della
lotta del popolo contro il tiranno, e finisce per acquisire, di volta
in volta, le caratteristiche proprie dei tempi e dei luoghi. Nell'Ottocento,
questo mito diventa l'emblema tipico dell'eroe romantica: occhi neri
capelli biondi, il viso arso dal sole e ancor di più il suo amor patrio
e la figura dello stereotipo napoletano.
Tutte queste caratteristiche si ritrovano nel Masaniello o Le pêcheur
napoletain. Dramma storico per definizione, rivela l'intento dei
librettisti di riallacciarsi al filone teatrale ottocentesco che attinge
al romanzo storico.
A questo punto è doveroso chiarire quali erano i generi in voga nell'Ottocento:
sul finire del Settecento dominavano la tragedie-lirique e l'opera-comique;
la prima era di genere elevato e nasceva dall'innesto della musica sulla
tragedia; l'atmosfera aulica era costituita dai luoghi comuni della
storia della Grecia, del mito e da uno spettacolo ricco di coreografie,
tale da dar luogo, in seguito, ad una varietà autonoma quale l'opera-ballet.
La tragedie-lirique era interamente in musica e si distingueva dall'opera-comique
nella quale erano incluse delle scene di prosa (qui il termine comico
viene usato nel senso greco di realistico). Quando cominciò ad abbandonarsi
il soggetto classico per quello storico venne fuori il grand-opera
opera historique. In senso stretto, i grand-opera erano le
opere commissionate dall'Opera o Accademia Reale di Musica di Parigi,
che era espressione della societè francese della Restaurazione e della
borghesia del Secondo Impero. Gli spettacoli erano predisposti per tempo
e guidati politicamente anche attraverso la stampa.
A queste forme bisogna aggiungere il melodramma popolare e dalla contaminazione
che ne segue con il grand-opera filieranno il dramma storico
e il dramma romantico. La narrazione degli eventi del 1647 è a fondamento
dell'azione teatrale che nasce dalla rivoluzione seguita alla nuova
gabella sulla frutta imposta dal duca D'Arcos, vicerè di Napoli il 7
luglio di quell'anno. L'iconografia si riferisce ad immagini stereotipe
della città, nate dall'amore per l'esotico ed il pittoresco, tanto che
ad esempio l'ultima scena si svolge sul porto di Napoli con la vista
del mare, mentre il Vesuvio è in eruzione.
La prima scena vede una città filtrata da riflessi esterofili e frammenti
popolari esaltati: fruttivendoli, pescatori e popolani ed è in questo
ambiente che si inseriscono Matteo, Teresia e Leona, rispettivamente
fratello, sorella e moglie di Masaniello. Sulla scena arriva Calatravio,
esattore delle imposte e amante respinto di Leona, ad annunciare la
nuova tassa e da qui il malcontento. Nel frattempo si inserisce l'intrigante
Ruffino che, per vendicarsi degli Spagnoli, adula il conte di Terellas,
lì in vacanza, ed individua in Masaniello un cospiratore indigeno da
manovrare a piacimento.
Nel loro colloquio si ode più di una volta il motivo dominante dell'opera:
il giorno in cui sarò sovrano, il trono diverrà la mia tomba.
Nella mischia che segue viene arrestata Leona.
Continua
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