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IL COZZO DI GIUSTIZIA
di Michele Crispino

L'etimo è tipicamente antico, nel dialetto colobrarese, e significa appunto zona, luogo, come tanti altri del territorio comunale, come Cozzo di Tonno, Cozzo della Guardia ed altri ancora.
Ad offrimene l'occasione di parlarne è uno studioso di fatti antichi, un archeologo, che ha scritto anche intorno al nostro paese dicendo delle cose che noi ignoravamo.
È il prof. Lorenzo Quilici, illustre antropologo che io personalmente ho avuto modo di seguire ed al quale spesso mi ispiro, perché ricco di notizie storiche e di riferimenti che sono molto attendibili. Sappiamo, per averlo trovato scritto in qualche riferimento e curiosità storica, che tale denominazione risale al periodo medievale, agli Svevi ed Angioini, ed era il luogo collinare al di fuori dello stretto limite colobrarese, dove vi era l'abitudine di eseguire la condanna a morte di malfattori, gente compromessa per delitti contro le persone o i beni pubblici; maldattori provenienti anche dei centri viciniori a Colobraro, donde il nome che lo giustifica, si hanno notizie che ad esercitare la giustizia, era il conte Alessandro di Andria, di Miglionico, da qui il nome ad un fondo sottostante detto "Migliolo", da Miglionico o da miglio, visto che dista circa un miglio dall'abitato, ma noi crediamo che sia Miglionico a dargli il nome.
Oggi sono ben lontani quei tempi, ma ne rimane soltanto il nome mentre gli eventi non hanno nulla a che fare col medioevo e col costume medievale di esecuzione e di morte. La  notizia, il riferimento, è abbastanza attendibile, se si  pensa a quello che avveniva in lontani tempi quando ai nemici, ai delinquenti che si erano macchiati di un qualche reato più o meno grave, si faceva scontare la colpa con la morte. Oggi il luogo è zona di pace, di opere agricole, di coltivazioni di piante che semmai hanno a che 

fare con la pace, come sono gli ulivi, donatori di bene e di pace agli uomini ed alla popolazione.
Io sono abituato a credere, e non solo io, che gli uomini hanno bisogno di opere di pace, di bene pubblico e perché no anche privato.
Non sono molte nel territorio in parola le piante di ulivo che ispirano la pace e fanno pensare ad opere di bene.
Il luogo di cui si parla è particolarmente adatto alla coltivazione di tali piante, che in verità avrebbero bisogno di essere incrementate nella coltivazione oggi, in quanto assicurano un discreto introito alla gente che pratica l'agricoltura e da essa riceva i redditi che la fanno sopravvivere tranquilla in tempi in cui la carestia o qualche altro malanno accompagnano la vita dei nostri agricoltori.
Se non vi fosse l'agricoltura, la prima e sempre preziosa attività dell'uomo, ci si chiede come si farebbe a vivere, o meglio a sopravvivere.
A mezza costa, sulla collina del monte Calvario, che copre e protegge il paese di Colobraro, dai venti, dalle burrasche e da altri eventi dannosi, esiste ancora una chiesetta oggi ritornata a vivere una vita di restauro e di conservazione al culto religioso della popolazione locale, nota nel tempo passato per ospitare una comunità monastica di religiosi.
Ebbene, tra l'altro si racconta che i confessori di questa comunità avevano la bella e lodevole abitudine di raccomandare ai penitenti di innestare una qualche pianta di olivastro per farla nel tempo diventare vera e propria pianta di ulivo.
Questo particolare si racconta a voce ed io l'ho sentito fare da quella simpatica figura di Giuseppe di Napoli, Peppe della Sagrestana, ora non più vivente tra i colobraresi, ma la cui famiglia continua ancora ad esistere in paese.

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