|

Giano
Col
solstizio che cade il 21 o 22 dicembre, le giornate raggiungono la durata
minima e le notti la massima estensione possibile. È il periodo delle
tenebre, comunemente noto come inverno, dal verbo "hiemo" indoeuropeo
far freddo, essere in tempesta, da cui la saggezza popolare farà derivare
"hibernum" la brutta stagione. Più a nord si sale nell'emisfero
boreale e più la tradizionale divisone dell'anno in quattro stagioni
perde di significato; in Scandinavia ne esistono solo due: un lungo e
gelido inverno ed una brevissima e luminosa estate. Già a metà ottobre
dunque cadono le "notti d'inverno", dedicate agli spiriti familiari
o "Disir" donne bellissime, dotate di poteri ultraterreni, di cui gli
autori di saghe parlano continuamente, ma senza mai scendere nei dettagli
d'una descrizione fisica. Probabilmente le parole erano ritenute
inadeguate per questi personaggi eterei, strettamente legate al concetto
della fertilità e votate alla prosperità della stirpe che proteggevano.
Il loro nome deriva dall'alto tedesco itis e dall'antico inglese ides,
termine usato per definire le donne di rango o le vergini. Se non tutti
erano dotati della necessaria sensibilità per vederle, comunicare con
loro in sogno era invece facilissimo… spesso poi invece che in forma
umana apparivano sotto forma d'animali del clan, in tal caso però non
si trattava di un presagio felice: la cosa migliore era che si
presentassero in abiti chiari e su cavalli bianchi
Altro grande protagonista delle notti d'inverno era il dio Freyr,
protettore dei raccolti, della pace e della sensualità in tutte le sue
forme. Niente tuttavia arriva a chiarire che rapporti intercorressero tra
loro. Forse le disir erano troppo deboli per relazionarsi veramente col
dio… tutto fa intendere che fossero di poco superiori agli uomini del
clan che proteggevano: un po' un misto fra i santi e gli angeli custodi
dei cattolici… che sono festeggiati egualmente in ottobre, al 2.
La festa loro dedicata era di carattere strettamente privato: si celebrava
in casa, o al massimo in un piccolo altare domestico eretto in giardino,
ed era riservata a parenti ed amici intimi, con cui, inutile dirlo, si
mangiava e beveva allegramente. Una volta convenuti gli ospiti si
chiudevano porte e finestre e non si doveva più aprire a nessuno, pena la
morte.
Per la maggior parte degli antichi l'inverno coincideva dunque con la
sospensione delle attività e maggior tempo per la famiglia e gli amici.
Il Capodanno al primo gennaio è una novità assoluta proposta dai Romani:
le società dell'epoca, tutte agricolo pastorali, facevano iniziare
tutto in primavera, con la buona stagione; i Celti avevano addirittura
introdotto l'usanza d'un doppio rito: la buona stagione, da passare
all'aperto, iniziava il primo maggio e quella cattiva il primo novembre,
che era dunque collegato all'idea della morte e del rapporto con
l'aldilà.
Porre l'inizio dell'anno proprio nel cuore dell'inverno,
considerando il solstizio l'effettivo inizio del tempo, risponde ad una
logica astratta che ben s'accorda appunto con la mentalità
organizzatrice di Roma, ma rappresenta anche uno sforzo di staccarsi dalla
terra e dai ritmi naturali.
Secondo Dario Sabbatucci però anche l'anno romano inizia in primavera e
per l'appunto con le idi di marzo dedicate a Giove, garante
dell'ordine cosmico, ma prima si attraversa una fase delicata, una
specie di lunga alba preparatoria, che richiedeva l'intervento di
un'entità speciale: Giano.
Si tratta senza dubbio di una delle più antiche divinità del pantheon,
le sue leggende sono tutte romane e strettamente legate alle origini della
città, tanto che alcuni mitografi pensano che si trattasse proprio di un
antico re locale entrato nel mito solo dopo la sua morte. Ipotesi
suffragata dal fatto che i suoi riti si celebravano nella "Regia"
del Foro Romano antica casa del re di Roma. Per qualche altro
invece si tratta d'una divinità della Tessaglia esiliato a Roma per
motivi politici. Infine qualcuno racconta che accolse in Lazio Saturno
fuggitivo, dopo la sua sconfitta ad opera di Giove e che dal dio umiliato,
ma pur sempre potente, ebbe la giurisdizione di tutti i periodi di
passaggio da un ordine all'altro.
Oggi si ricorda solo la sua caratteristica testa bifronte, con un volto
barbuto e vecchio e l'altro giovane.
In ogni caso protegge le soglie, gli inizi, il tempo che resta sospeso tra
la fine di un ordine e l'inizio dell'altro, il più famoso era quello
dalla pace alla guerra. Il suo nome, formato sulla base y-a di derivazione
indoeuropea, designava letteralmente il passaggio, da cui appunto il
latino ianua=porta ed il sanscrito yana, via.
Nella festa a lui dedicata il sacerdote sacrificava un ariete nero
offrendo farro mescolato a sale ed una focaccia dal caratteristico nome di
"ianual" preparata con farina, uova, olio, e cacio grattugiato ben
cotta al forno, che doveva ingraziarsi il dio perché proteggesse i futuri
raccolti.
|
Poi
si invitavano a pranzo gli amici più cari e ci si scambiavano doni
augurali: miele, datteri e fichi in un vaso candido e ramoscelli
d'alloro… infine si correva al lavoro, perché era ritenuto
malaugurante iniziare nell'ozio!
Ma la festa di capodanno stava a significare in fondo che il gran periodo
della paura era passato, cade infatti un po' dopo il solstizio e non in
stretta coincidenza con esso. Sappiamo che il calendario cristiano ha
voluto assorbire queste ricorrenze pagane, facendo coincidere o quasi il
solstizio invernale con la nascita di Gesù (per avere una coincidenza
perfetta la festa dovrebbe essere mobile, come la Pasqua, ma in questo
caso sarebbe inevitabilmente meno solenne in un mondo che ha bisogno di
programmare tutto) ed il capodanno con la sua circoncisione.
In realtà la nascita di un fanciullo divino nel cuore dell'inverno,
quale speranza di un mondo nuovo, è ben precedente al cristianesimo e
coincide perfettamente con i riti pagani dedicati al sole… e nel giorno
del sole tra l'altro il Cristo storico risorge, cosicché non è stato
davvero difficile per la Chiesa far coincidere perfettamente il miracolo
con le attese messianiche di altri popoli.
Se infatti il rapporto naturale fra padre e figlio è da sempre
conflittuale, una religione sensibile ai fattori psicologici come quella
greco-romana non poteva davvero sfuggire alla tentazione di far poggiare
il mondo con tutti i suoi problemi sui veri rapporti di parentela e invece
adorare un eroe che fosse del tutto estraneo alla famiglia naturale…
anzi addirittura un bastardo!
Tali sono Dioniso ed Ercole, per citare soltanto i due più famosi e basta
gettare uno sguardo alle leggi arcaiche della famiglia, con una vera e
propria ossessione per la legittimità, per capire la portata
rivoluzionaria di queste figure e del culto ad essi tributato.
E le mogli legittime che ne pensavano?
Alla The National Gallery di Londra è custodito tra gli altri un
capolavoro poco noto del

Via Lattea
Tintoretto:
"L'origine della Via Lattea"
dipinta nel 1580 circa per l'imperatore Rodolfo II e custodita
gelosamente nel castello di Praga fino all'arrivo delle truppe svedesi,
nel 1648.
Vi è raffigurato un episodio della turbolenta vita coniugale
dell'augusta coppia: Giove approfitta del sonno di Giunone per
attaccarle al seno suo figlio Ercole, partorito dalla mortale Alcmena,
perché solo succhiando dal petto divino il bimbo può aspirare
all'immortalità; ma il piccolo è straordinariamente vorace e la dea si
sveglia di soprassalto, parte del latte viene spruzzato in cielo, dove da
origine appunto alla Via Lattea e parte cade a terra dove crescono
immediatamente dei gigli. E per una strana coincidenza la parte terrena
della leggenda manca al dipinto originale, che fu danneggiato e dovette
essere ridotto. L'episodio può essere ricostruito nella sua interezza
soltanto grazie alle copie che furono realizzate: un disegno anonimo di
proprietà dell'Accademia di Venezia ed una libera riproduzione di Joris
Hoefnagel, attivo a Praga a partire dal 1590. Comunque è un racconto
tardivo, che i Romani hanno tratto da Diodoro Siculo, Apollodoro e
Teocrito; rappresenta un'elaborazione della leggenda più antica,
rigorosamente greca, secondo cui Alcmena abbandonò il figlio in un campo
fuori dalle mura di Tebe, in quella che oggi si chiama "pianura
di Eracle". La regina era infatti una donna virtuosa e non
avrebbe mai accettato di tradire il proprio marito, ma fu ingannata da
Zeus, che ne prese le sembianze e quando si rese conto del fatto, temendo
la giusta collera di Era, così i greci chiamavano la dea, preferì
appunto abbandonarlo.
Ma per fortuna (qualcuno racconta che s'erano accordate prima) proprio
in quel momento giunsero nella piana a passeggio Atena ed Era. – Guarda
mia cara – esclamò la prima prendendolo tra le braccia – che bimbo
eccezionalmente robusto! Sua madre deve aver perduto il senno per
abbandonarlo così! Suvvia, tu che hai tanto latte, danne un poco a questa
povera creatura! –
L'epilogo è lo stesso: il piccolo morde la dea ignara, ed ecco apparire
le stelle in cielo, i gigli in terra… ed anche Alcmena tremante, a cui
Atena affida il bimbo, raccomandando di averne cura e di crescerlo bene,
secondo la volontà del grande Zeus, che vuole farne un eroe e migliorare
attraverso di lui il genere umano.
Era,
la dea del cielo e della fecondità terrestre, sposa e sorella di Zeus,
non poteva infatti essere completamente estromessa dal progetto del
marito, tanto che Eracle non riuscirà a salire all'Olimpo finché lei
non solo accetterà la sua esistenza, ma lo adotterà solennemente. E c'è
di più: il nome greco Eracle in realtà significa "gloria di Era".
Dunque l'azione più rimarchevole della dea sarà accettare il bastardo
del marito? A prima vista l'episodio è gravemente antifemminista, ma
non dimentichiamo che senza il suo latte l'eroe, con tutta la sua forza,
sarebbe rimasto un mortale fra tanti, nonostante la volontà
dell'augusto genitore.
Il rapporto tra i due coniugi rappresenta dunque un momento importante e
tutt'altro che banale della religione greca.
Continua a
pagina 20 |