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E Giunone?
S'è visto che la dea romana non è la copia esatta di quella greca, anche
perché suo figlio Marte, abbastanza trascurato nella Grecia Classica, è
invece il padre fondatore della città di Roma.
Ma indipendentemente dalla fama del proprio figlio Giunone è dotata d'una
personalità ricca ed interessante, non più la dea corrucciata per le
infedeltà del marito, ma la fortunata regina d'una terra ubertosa.
L'Italia s'affaccia alla storia come una specie di paradiso terrestre,
terra promessa per i Greci, che collocano alla foce del Po' il mitico
giardino delle Esperidi, ma anche meta ambita dai Celti e dai Germani, che
scendono le Alpi alla ricerca dell'avventura e finiscono per diventare
appassionati estimatori dei prodotti mediterranei. Olio d'oliva, vino di
grado, ferro ed ambra, denti di tricheco spacciati per avorio purissimo,
percorrono chilometri e chilometri a dorso di mulo o stipati nelle stive
delle navi. Una civiltà nuova, quella etrusca, si incarica di far da perno
al commercio. E son proprio gli Etruschi ad introdurre il suo culto nel
mondo latino proprio nella forma della triade: Giove, Giunone e Minerva,
venerati insieme, nello stesso tempio. Un esempio della nuova organizzazione
civile è rappresentato dall'impianto urbano del V sec. a.C. rinvenuto
nei pressi di Marzabotto, in provincia di Bologna, alto 130 m.
sull'Appennino. La città intera sorgeva su una terrazza alluvionale
affacciata sul Reno e nacque evidentemente come un'emanazione della
cittadella sacra, che la sovrasta da un'altura sopraelevata di una dozzina
di metri. Qui avevano sede gli dei, ospitati almeno in tre templi, cui
corrispondevano le tre porte della città, orientate a sud, est ed ovest:
Tinia-Giove, sovrano del Cielo e dio della folgore, alla sua destra la sposa
Uni-Giunone, che accentrava nel suo tempio tutte le attività
femminili, dall'assistenza al parto alla prostituzione sacra. Alla
sinistra del dio troviamo invece l'amata figlia Minerva, protettrice di
tutte le arti maschili e femminili esercitate all'interno della città
stessa e garante della buona armonia della coppia regale. Alle spalle degli
edifici sacri sorgeva una piccola struttura: "l'auguraculum" cioè un
osservatorio da cui era possibile guardare le stelle ed il volo degli
uccelli.
Alla foce del
Sele invece si venera ancora la dea col nome di Era, ma anche qui il clima
mite ispira un diverso tenore alla devozione: uno splendido giardino sacro
in cui si coltivano con successo tutte le specie allora conosciute introduce
in un tempio stipato di tavolette votive per ricordare le innumerevoli
grazie ricevute. Che si chiami Uni, Era o Giunone la dea è in Italia la
signora della vita in tutte le sue forme: si coltivano fiori, si allevano
animali sacri (tra i più famosi le oche ed i pavoni) si curano tutti i
disturbi femminili, si partorisce ed all'occorrenza si allevano bambini
"scomodi" il fatto che vi si eserciti la prostituzione sacra ne fa anche
un potenziale asilo d'amori clandestini. Il fatto che il potere sia
tripartito attenua il dualismo tra maschio e femmina in una più razionale
divisione di compiti: Giove governa, Minerva lavora ed all'occorrenza
combatte, Giunone genera ed allatta.
La triade fu poi introdotta a Roma per volontà di
Numa, il secondo re di Roma secondo la leggenda.
Le dee
etrusche, come d'altra parte quelle celtiche venerate in val Padana, sono
in ogni caso meno aggressive delle sorelle greche: signore incontrastate
della sfera femminile non giungono mai ad un contrasto diretto con l'uomo.
Al contrario, dato che la guerra allontana il marito da casa, la donna ne
diviene implicitamente l'incontrastata padrona, introducendo anche a Roma
la stessa visione bonaria: Ercole godrà d'un culto appassionato fino alle
soglie della conversione al cristianesimo, mentre Ippolito, lo sfortunato
giovane calunniato dalla matrigna e condannato a morte nella tragedia greca,
trova seconda vita nelle selve del Lazio dove, col nome di Virbio, sposerà
la ninfa Aricia. Infine nei vasi e sugli specchi etruschi si comincia a
raccontar la storia dei principi troiani che scamperanno alla caduta della
loro patria e fonderanno una nuova civiltà. Enea è solo il più famoso tra
loro.
Tornando
alle feste di Capodanno impossibile non rilevare un'interessante
coincidenza: tra le fatiche di Ercole ritroviamo appunto l'uccisione del
gigante Caco, che aveva rapito i suoi buoi e li aveva nascosti nel buio
d'una caverna… |
chiara lotta fra luce e tenebre che si svolge appunto nel
cuore dell'inverno, non diversamente da quella del dio indiano Indra per
liberare le vacche rapite dal perfido Vala.
Ecco dunque Giano garante d'un buon inizio che
tuttavia non è del tutto opera sua, come l'arbitro d'una gara
combattuta da altri. Accanto a lui si onorava anticamente la dea Carmenta,
protettrice dei feti, delle gestanti e delle puerpere, sempre insistendo sul
valore di questi mesi invernali come gestazione d'una primavera prossima.
Successivamente questa mansione venne assorbita da Giunone, che assimila una
miriade di divinità minori: Lucina (che fa vedere la luce al neonato)
Opigena (che assiste le partorienti) Cinxia (che modella il cinto da sposa)
Iterduca (che conduce nella nuova casa), la caratteristica dominante della
Giunone romana è il suo legame con la famiglia stessa. Non che le donne
romane non andassero al tempio per i sacrifici, ma gran parte dei
"misteri" femminili un tempo gelosamente custoditi dalle sacerdotesse
ora entrano nella dimora coniugale. La vera "domina" è la signora che
può permettersi di partorire ed allevare i figli in casa, nelle stanze che
diventeranno poi il "gineceo" in cui lo stesso padrone di casa entra
soltanto se invitato. La dimensione domestica ha per il romano
un'importanza maggiore che per l'antico greco o per lo stesso etrusco,
una concezione più vicina al mondo celtico e scandinavo di quanto la storia
politica abbia narrato. I poeti ricordavano con nostalgia i tempi in cui Dei
e Ninfe dei boschi si mostravano con grande facilità ai mortali:
"...Giunone,
dal colle che ora dicono Albano
(allora né nome, né fama aveva, né culto),
guardava il campo, guardava entrambe le schiere
dei Laurenti e dei Teucri e la città di Latino.
E parlò d'improvviso alla sorella di Turno,
dea a dea, ché sui laghi e le correnti sonore
ella regna (tal sacro onore il sovrano del cielo
in cambio della rapita verginità le donava)"
canta Virgilio nell'Eneide Lib. XII vv. 234-141
.
Non per nulla lo spazio domestico sacro, in cui ancora si muovono gli dei,
è proprio il giardino, situato nel cuore della casa, dove oltre alle piante
vive, c'è anche un piccolo altare. Infatti per ristabilire l'intimità
perduta la vita quotidiana è scandita da ritmi di preghiera e sacrifici.
Il rapporto
con gli dei è ricostruito appunto attraverso un'immersione nel tempo
sacro atta a vivificare anche quello profano, scandito attentamente.
L'attenzione dei romani per il calendario, l'attenta divisione tra
giorni fasti e nefasti, derivata dagli Etruschi, ha una tal portata
culturale che duemila anni di cristianesimo non sono riusciti ad imporre un
ritmo diverso e nemmeno a cambiare il nome dei giorni della settimana,
dedicati ancora tutti agli antichi dei.
Se gli inizi sono sacri a Giano le calende lo sono a Giunone… ed eccola
associata a lui nelle feste del nuovo anno, col velo nero della madre di
tutti gli inizi che ricorda Iside. In particolare entrando nel segno dell'Acquario,
che protegge attivamente, siamo anche nel periodo del pavone
animale sacro alla dea e nuovamente simbolo solare.

Pavone
Originario dell'India attraversò la Babilonia, la Persia e tutta l'Asia
Minore per approdare a Samo, nel santuario di Era. Nell'Atene del V sec.
a.C. si pagava un biglietto per ammirarli! Furono i Romani i primi a farne
un animale domestico, che veniva allevato e si riproduceva in cattività. In
tutti i paesi attraversati si distinse per l'abilità dimostrata come
cacciatore spietato di serpenti, tanto che si riteneva che proprio
assimilandone e trasformandone il veleno il pavone producesse le
caratteristiche piume cangianti della sua coda. La sua carne, ritenuta
incorruttibile, era somministrata agli ammalati come medicina. Anche il
cristianesimo primitivo condivideva questo ottimismo e spesso metteva un
pavone nella grotta di Betlemme, nella scena dell'Annunciazione, o due
pavoni che bevevano allo stesso calice come simbolo di rinascita spirituale
ereditato anche dal mondo arabo. Infine ali di pavone erano spesso dipinte
ai Cherubini.
Mary Falco
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