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MITOLOGIA GIANO E GIUNONE
di Mary Falco

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E Giunone?
S'è visto che la dea romana non è la copia esatta di quella greca, anche perché suo figlio Marte, abbastanza trascurato nella Grecia Classica, è invece il padre fondatore della città di Roma.
Ma indipendentemente dalla fama del proprio figlio Giunone è dotata d'una personalità ricca ed interessante, non più la dea corrucciata per le infedeltà del marito, ma la fortunata regina d'una terra ubertosa. L'Italia s'affaccia alla storia come una specie di paradiso terrestre, terra promessa per i Greci, che collocano alla foce del Po' il mitico giardino delle Esperidi, ma anche meta ambita dai Celti e dai Germani, che scendono le Alpi alla ricerca dell'avventura e finiscono per diventare appassionati estimatori dei prodotti mediterranei. Olio d'oliva, vino di grado, ferro ed ambra, denti di tricheco spacciati per avorio purissimo, percorrono chilometri e chilometri a dorso di mulo o stipati nelle stive delle navi. Una civiltà nuova, quella etrusca, si incarica di far da perno al commercio. E son proprio gli Etruschi ad introdurre il suo culto nel mondo latino proprio nella forma della triade: Giove, Giunone e Minerva, venerati insieme, nello stesso tempio. Un esempio della nuova organizzazione civile è rappresentato dall'impianto urbano del V sec. a.C. rinvenuto nei pressi di Marzabotto, in provincia di Bologna, alto 130 m. sull'Appennino. La città intera sorgeva su una terrazza alluvionale affacciata sul Reno e nacque evidentemente come un'emanazione della cittadella sacra, che la sovrasta da un'altura sopraelevata di una dozzina di metri. Qui avevano sede gli dei, ospitati almeno in tre templi, cui corrispondevano le tre porte della città, orientate a sud, est ed ovest: Tinia-Giove, sovrano del Cielo e dio della folgore, alla sua destra la sposa Uni-Giunone, che accentrava nel suo tempio tutte le attività femminili, dall'assistenza al parto alla prostituzione sacra. Alla sinistra del dio troviamo invece l'amata figlia Minerva, protettrice di tutte le arti maschili e femminili esercitate all'interno della città stessa e garante della buona armonia della coppia regale. Alle spalle degli edifici sacri sorgeva una piccola struttura: "l'auguraculum" cioè un osservatorio da cui era possibile guardare le stelle ed il volo degli uccelli.
Alla foce del Sele invece si venera ancora la dea col nome di Era, ma anche qui il clima mite ispira un diverso tenore alla devozione: uno splendido giardino sacro in cui si coltivano con successo tutte le specie allora conosciute introduce in un tempio stipato di tavolette votive per ricordare le innumerevoli grazie ricevute. Che si chiami Uni, Era o Giunone la dea è in Italia la signora della vita in tutte le sue forme: si coltivano fiori, si allevano animali sacri (tra i più famosi le oche ed i pavoni) si curano tutti i disturbi femminili, si partorisce ed all'occorrenza si allevano bambini "scomodi" il fatto che vi si eserciti la prostituzione sacra ne fa anche un potenziale asilo d'amori clandestini. Il fatto che il potere sia tripartito attenua il dualismo tra maschio e femmina in una più razionale divisione di compiti: Giove governa, Minerva lavora ed all'occorrenza combatte, Giunone genera ed allatta.
La triade fu poi introdotta a Roma per volontà di Numa, il secondo re di Roma secondo la leggenda.
Le dee etrusche, come d'altra parte quelle celtiche venerate in val Padana, sono in ogni caso meno aggressive delle sorelle greche: signore incontrastate della sfera femminile non giungono mai ad un contrasto diretto con l'uomo. Al contrario, dato che la guerra allontana il marito da casa, la donna ne diviene implicitamente l'incontrastata padrona, introducendo anche a Roma la stessa visione bonaria: Ercole godrà d'un culto appassionato fino alle soglie della conversione al cristianesimo, mentre Ippolito, lo sfortunato giovane calunniato dalla matrigna e condannato a morte nella tragedia greca, trova seconda vita nelle selve del Lazio dove, col nome di Virbio, sposerà la ninfa Aricia. Infine nei vasi e sugli specchi etruschi si comincia a raccontar la storia dei principi troiani che scamperanno alla caduta della loro patria e fonderanno una nuova civiltà. Enea è solo il più famoso tra loro.
Tornando alle feste di Capodanno impossibile non rilevare un'interessante coincidenza: tra le fatiche di Ercole ritroviamo appunto l'uccisione del gigante Caco, che aveva rapito i suoi buoi e li aveva nascosti nel buio d'una caverna…

chiara lotta fra luce e tenebre che si svolge appunto nel cuore dell'inverno, non diversamente da quella del dio indiano Indra per liberare le vacche rapite dal perfido Vala.
Ecco dunque Giano garante d'un buon inizio che tuttavia non è del tutto opera sua, come l'arbitro d'una gara combattuta da altri. Accanto a lui si onorava anticamente la dea Carmenta, protettrice dei feti, delle gestanti e delle puerpere, sempre insistendo sul valore di questi mesi invernali come gestazione d'una primavera prossima. Successivamente questa mansione venne assorbita da Giunone, che assimila una miriade di divinità minori: Lucina (che fa vedere la luce al neonato) Opigena (che assiste le partorienti) Cinxia (che modella il cinto da sposa) Iterduca (che conduce nella nuova casa), la caratteristica dominante della Giunone romana è il suo legame con la famiglia stessa. Non che le donne romane non andassero al tempio per i sacrifici, ma gran parte dei "misteri" femminili un tempo gelosamente custoditi dalle sacerdotesse ora entrano nella dimora coniugale. La vera "domina" è la signora che può permettersi di partorire ed allevare i figli in casa, nelle stanze che diventeranno poi il "gineceo" in cui lo stesso padrone di casa entra soltanto se invitato. La dimensione domestica ha per il romano un'importanza maggiore che per l'antico greco o per lo stesso etrusco, una concezione più vicina al mondo celtico e scandinavo di quanto la storia politica abbia narrato. I poeti ricordavano con nostalgia i tempi in cui Dei e Ninfe dei boschi si mostravano con grande facilità ai mortali:
"...Giunone, dal colle che ora dicono Albano (allora né nome, né fama aveva, né culto), guardava il campo, guardava entrambe le schiere dei Laurenti e dei Teucri e la città di Latino.
E parlò d'improvviso alla sorella di Turno, dea a dea, ché sui laghi e le correnti sonore ella regna (tal sacro onore il sovrano del cielo in cambio della rapita verginità le donava)"
canta Virgilio nell'Eneide Lib. XII vv. 234-141 . Non per nulla lo spazio domestico sacro, in cui ancora si muovono gli dei, è proprio il giardino, situato nel cuore della casa, dove oltre alle piante vive, c'è anche un piccolo altare. Infatti per ristabilire l'intimità perduta la vita quotidiana è scandita da ritmi di preghiera e sacrifici.
Il rapporto con gli dei è ricostruito appunto attraverso un'immersione nel tempo sacro atta a vivificare anche quello profano, scandito attentamente.
L'attenzione dei romani per il calendario, l'attenta divisione tra giorni fasti e nefasti, derivata dagli Etruschi, ha una tal portata culturale che duemila anni di cristianesimo non sono riusciti ad imporre un ritmo diverso e nemmeno a cambiare il nome dei giorni della settimana, dedicati ancora tutti agli antichi dei.
Se gli inizi sono sacri a Giano le calende lo sono a Giunone… ed eccola associata a lui nelle feste del nuovo anno, col velo nero della madre di tutti gli inizi che ricorda Iside. In particolare entrando nel segno dell'Acquario, che protegge attivamente, siamo anche nel periodo del pavone animale sacro alla dea e nuovamente simbolo solare.


Pavone

Originario dell'India attraversò la Babilonia, la Persia e tutta l'Asia Minore per approdare a Samo, nel santuario di Era. Nell'Atene del V sec. a.C. si pagava un biglietto per ammirarli! Furono i Romani i primi a farne un animale domestico, che veniva allevato e si riproduceva in cattività. In tutti i paesi attraversati si distinse per l'abilità dimostrata come cacciatore spietato di serpenti, tanto che si riteneva che proprio assimilandone e trasformandone il veleno il pavone producesse le caratteristiche piume cangianti della sua coda. La sua carne, ritenuta incorruttibile, era somministrata agli ammalati come medicina. Anche il cristianesimo primitivo condivideva questo ottimismo e spesso metteva un pavone nella grotta di Betlemme, nella scena dell'Annunciazione, o due pavoni che bevevano allo stesso calice come simbolo di rinascita spirituale ereditato anche dal mondo arabo. Infine ali di pavone erano spesso dipinte ai Cherubini.

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