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Di
che tipo di povertà si può parlare al giorno d'oggi?
Attualmente, in Italia, non si può più solo parlare di
povertà nel senso "tradizionale" del termine, quella povertà che ha
il volto dei clochard, dei mendicanti, degli extracomunitari di ogni
sesso ed età, dei nomadi, dei tossicodipendenti, degli anziani privi
di pensione, malati e abbandonati a sé stessi. E' doveroso, oggi,
parlare anche di "nuove povertà".
"I nuovi poveri", definiti pure "working poors" sono coloro che, pur avendo
un'occupazione professionale, percepiscono redditi troppo bassi per
poter vivere una vita dignitosa. Sono soggetti che, spesso, tendono
a non mostrare il loro disagio, confinandolo solo alla sfera
familiare, sfuggendo in tal modo alle rilevazioni ufficiali. Eppure,
l'Istat sottolinea che, specifiche tipologie di famiglie e
determinate categorie di individui, subiscono di più rispetto ad
altri periodi di "povertà fluttuante", in cui a causa di una crisi
di occupazione o di una diminuzione del reddito cadono in uno stato
di disagio che si può protrarre anche per lunghi periodi.
I nuovi poveri sono un fenomeno sempre di più in crescita, sia nelle
grandi città, che nei piccoli centri di provincia. Una nuova
emergenza sociale.
C'è una presa di coscienza verso queste nuove forme di povertà? Quali azioni
sul piano istituzionale sono state prese fino ad ora?
Di "nuove povertà" se ne sta sempre più parlando. Tv, Radio, Giornali,
Riviste specializzate attente ai mutamenti sociali e all'ambito del
non-profit stanno, di recente, parlando di chi vive ai margini della
società italiana perché caduto nella rete di una "povertà
incalzante". Eppure, il fenomeno resta ancora ad un livello
conoscitivo, senza che sul fronte istituzionale si siano prese
importanti decisioni, per non parlare del piano legislativo a parte
il tema finanziaria.
E' giusto ricordare, comunque, che i "nuovi poveri" sono uno dei
punti al centro del programma di interventi del Ministero della
Solidarietà Sociale indirizzato alla persone ed ai gruppi
maggiormente esposti al rischio di esclusione sociale. Il Ministero
intende, a tal fine, approfondire la conoscenza sulle reali
dimensioni della povertà e dell'esclusione sociale del paese,
monitorando le condizioni di vita delle famiglie, ponendo in rilievo
le cause ed i rischi della marginalizzazione nell'Italia di oggi.
Allo stesso modo, di recente, il Sindaco di Roma, Walter Veltroni,
in una lettera a nove Ministri, ha posto all'attenzione sei
emergenze che devono essere affrontate e risolte a breve e lungo
termine, tra cui ha inserito "le fasce di estrema povertà".
E' possibile una "soluzione naturale" a questo fenomeno che tende ad
allargarsi, che non sia legata unicamente a manovre finanziarie?
Parlare di "soluzione naturale" è possibile, tenendo conto
che tutte le possibili soluzioni si devono sempre adattare al
contesto sociale a cui si rivolgono e ai soggetti che ne sono
coinvolti. Ma non è un'utopia pensare che, dove lo Stato non arriva,
può arrivare l'uomo attraverso i suoi gesti di solidarietà e di
condivisione. Già ora, la Caritas, come le tante comunità e
associazioni presenti sul territorio a livello locale, offrono un
pasto caldo a chi non se lo può permettere, ma questi tipi di
intervento pur su ampi numeri restano sempre "nucleari", perché non
risolvono il problema dell'esclusione sociale. In tal senso, sarebbe
opportuno trovare delle soluzioni "alternative", che non facciano
solo riferimento a manovre fiscali, ma che siano in grado di far
leva sulle risorse del singolo individuo. L'individuo, infatti,
assieme ai propri simili, può essere generatore di una forza
"collettiva" potente, data proprio dal gruppo che è capace di creare
e da cui si sente accolto. Ed è proprio l'accoglienza che lo libera
dalla sensazione di frustrazione ed emarginazione, anche economica,
oltre che morale.
Ci sono attualmente esempi ricollegabili a questo genere di "soluzioni
naturali" o questa via resta un'utopia?
Ci sono persone in Italia che, già a partire dal 1978, per
primi hanno affrontato il tema dell'emarginazione e dei disagi
derivanti da una situazione di povertà quotidiana, puntando sulla
forza del vivere assieme e dando vita a nuove forme di "aiuto-aiuto"
e di "mutuo soccorso" che hanno preso il nome di "famiglie
solidali". Essi sono Bruno ed Enrica Volpi che, insieme a Massimo e Danila Nicolai e ad un gruppo di Padri Gesuiti, hanno dato luce a
"Comunità e Famiglia": un insieme di "condomini solidali", in cui le
famiglie, pur abitando in propri spazi, condividono i momenti
quotidiani e, talvolta, anche un impegno economico, perché uniti dai
valori di condivisione, libertà ed accoglienza. Accoglienza che,
negli anni, si è anche trasformata in esperienze di affido ed
adozione per molti.
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Il modello dei
coniugi Volpi è
un modello articolato?
Sicuramente. E' un modello articolato e auto-generativo, in
quanto la linfa vitale è data da ogni singolo membro che ne entra a
far parte.
Nel corso di questi 30 anni, il modello dei coniugi Volpi è
diventato un vero e proprio "mondo", tanto da chiamarsi appunto
"Mondo di Comunità e Famiglia" (MCF). Un "Mondo" che si è sviluppato
su varie dimensioni: "le comunità territoriali" e "le comunità
residenziali", seguite a quella originaria di Villappizzone,
moltiplicandosi; "i gruppi di condivisione"; "le associazioni di
volontariato regionali (ACF)" e la "cordata sociale del lavoro",
tutte espressioni di un modello di vita che si è evoluto nel tempo e
che ha visto l'adesione continua di famiglie, nonché l'accoglienza
per lunghi e/o brevi periodi, di decine e decine di persone. La
nascita, poi, della Fondazione "I care" (Mi prendo cura), ha reso
questo modello di "Comunità e Famiglia" capace di potersi misurare
su un altro piano: quello dei "lavori solidali", ossia
l'acquisizione e la ristrutturazione di edifici ai fini della
realizzazione di ulteriori e validi progetti (es: l'accoglienza di
malati psichici, progetto della Caritas Ambrosiana). Attualmente,
"Mondo di Comunità e Famiglia" conta circa 10 "nodi" su tutto il
territorio nazionale (20 regioni e 5 province), dove il modello
delle "famiglie solidali" risulta vincente, tanto da essere stato
adottato anche in certe comunità estere in Spagna, Francia e
Germania. Attualmente, più di 100 famiglie ne fanno parte per un
totale di più di 500 persone, appartenenti a classi sociali
differenti e di provenienza etnica differente.
Quali sono i valori di base di MCF?
"Mondo di Comunità e Famiglia" è la dimostrazione di come l'attuazione di
valori antichi alla pratica di vita quotidiana possa migliorare la
vita del singolo e della singola famiglia. Le comunità, infatti, di Villappizzone, di Basiano, di Berzano di Tortona fondate dai coniugi
Volpi, assieme a tutte le altre, spezzano l'isolamento ed eliminano
la solitudine a cui la società di oggi condanna i gruppi familiari.
In esse, si sviluppa la condivisione, che non è solo sul piano
materiale, ma di ricostruzione di quel capitale sociale che le
famiglie tradizionali possedevano fino all'esplosione della famiglia
nucleare e che, nella società postmoderna, hanno smarrito.
L'elemento centrale del modello è un concetto che, rispetto al
contesto sociale attuale, sembra antico quanto controcorrente. Esso,
infatti, è dato dall'"autopromozione della persona e, quindi, della
famiglia con le sue risorse e fragilità, nella convinzione che essa
sarà utile a se stessa e alla società nella misura in cui potrà
sviluppare appieno i propri "talenti": "io garantisco a te la
possibilità di esprimere tutte le tue possibilità, tu lo garantisci
a me. Insieme possiamo". Il dovere di ognuno è di vivere al
meglio le proprie possibilità; e una diversa qualità della vita
porta a liberare energie e potenzialità, proprio perché l'individuo
è accettato per ciò che è e messo nella condizione di vivere secondo
i suoi ritmi. E ciò che scaturisce dalla convivenza è speso per il
bene di tutti e genera bene.
L'unione tra famiglie aiuta a creare le condizioni perché
ogni famiglia sia se stessa. La famiglia, infatti, in comunità con
le altre esprime potenzialità inaspettate avendo la possibilità di
autopromuoversi. Il grande tesoro che ogni famiglia riscopre è lo
stare assieme, il condividere e l'accogliere, l'essere accolti e
l'aprirsi agli altri; ed è un piacere che con gli anni cresce e si
fortifica, non è solo immediato. Le comunità di famiglie sono
consapevoli che "l'alternativa" non è vivere un'altra realtà, ma
vivere in "un altro modo" ciò che gli altri vivono.
I valori che le famiglie solidali con-divivono sono, quindi, l'auto aiuto e
il mutuo soccorso, la piena fiducia, la disponibilità reciproca, la
sobrietà e la condivisione nell'uso di beni e risorse, la sovranità
e autosufficienza e l'apertura verso l'esterno. Le comunità di
famiglie accolgono questi valori e ciò permette di offrire ad altre
persone, in cerca di "senso" e/o in difficoltà" il calore di un
contesto vero, in cui crescere e ritrovare fiducia e dignità.
In particolare, sono 3 i pilastri su cui si regge MCF: a) l'APERTURA
(religiosa, ideologica, razziale ed economica); b) l'ACCOGLIENZA
(conseguenza inevitabile dell'apertura); c) la CONDIVISIONE (di
vita, di beni, la cassa comune, ecc). E i mattoni di questi pilastri
sono: a) la TOLLERANZA nonostante la diversità; b) la SOVRANITA'
FAMILIARE (autosufficienza economica e decisionale); c)
l'AUTOGESTIONE (l'assegno in bianco dato ad ogni capofamiglia e
indicatore della piena fiducia alla base dei rapporti).
continua a
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