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In un tempo non molto lontano, in un mondo di favola che
poi così tanto fiabesco non era, c'era un immenso prato verde,
disseminato di bellissimi fiori colorati e profumati; erano tutti
differenti l'uno dall'altro e ciascuno di essi, singolare e magnifico,
se ne stava li, beato e pacifico a godersi il sole, a refrigerarsi, a
nutrirsi di pioggia e a giocare con la brezza che, birichina, si
divertiva a danzare nel prato e scompigliare le fronde di ogni singola
pianticella.
Ciascuno di questi fiori era un piccolo immenso capolavoro di madre
natura e mano a mano che il tempo passava e la primavera donava il suo
tepore, nuovi piccoli e fantastici fiorellini sbocciavano un po'
ovunque, con spontaneità e allegria.
I fiori adulti, disquisendo fra loro, non appena si accorgevano che una
piccola gettata sortiva fuori dal terreno, si divertivano, con fare da
grandi intenditori, a far pronostici, tentando di indovinare quale
sarebbe stato l'aspetto e il colore del fiorellino non appena sbocciato.
<Oh, guardate laggiù!> agitava la corolla in preda all'euforia una
grande margherita dai petali bianchi contornati di sfumature gialle
<guardate quel bocciolo ancora racchiuso dalle foglie, quello accanto al
grande masso, vicino al giglio bianco, che tenerezza… son certa che
domattina, al sorgere del sole, quando si schiuderà, sarà una bellissima
rosellina rosa, di quelle rampicanti e che molto presto le faranno
compagnia tante deliziose sorelline gemelle.. > proseguiva con voce
squillante e argentina mentre un vecchio anemone stirava le foglie
sbadigliando e bofonchiando con voce roca <per carità, con tutti questi
nuovi germogli non si potrà più riposare, la gioventù è chiassosa, si
sa> e in quello stesso istante, sotto gli sguardi curiosi dei fiori
adulti, proprio accanto alla piantina di rose, si, proprio accanto al
grande masso, faceva capolino dal terreno, timido e imbarazzato un
germoglio spuntato da un semino, che debole debole, fuoriusciva per metà
dal terreno.. <guardate, guardate> quasi starnazzavano le campanelle in
coro <guardate che buffo seme> ridacchiavano burlone <un seme così
brutto e buffo non s'era mai visto prima>.
La piccola piantina, così piccola e indifesa, per la timidezza e dalla
vergogna, cercava con tutte le sue deboli forze di restare avvinghiata a
quel seme, ma ogni suo sforzo pareva vano, cosi che, accompagnata dalle
risate di scherno degli abitanti del prato, la sua crescita proseguiva
lenta ma costante. Perfino una formica, che si trovava a passare da
quelle parti con una grossa briciola di torta sul dorso si fermava a
ridere di quel germoglio e con fare da saputella scagliava brutalmente
la sua sentenza <.. e dire che io di fiori ne ho veduti, son formica di
mondo, ho viaggiato a lungo, ma uno stelo così lungo e sottile e un
bocciolo così piccolo e di quel brutto colore non l'ho mai visto
prima!.. ehy, tu, lassù> urlava rivolgendosi al nuovo venuto e
strizzando l'occhietto a un gladiolo come per preannunciare una burla <ehy
tu.. lassù, rispondimi, non sarai per caso anche sordo oltre che
brutto?> Il nuovo venuto scuoteva il bocciolo da destra a sinistra e
viceversa e non emetteva suono per paura che continuassero a deriderlo.
I giorni trascorrevano lieti per tutti i fiori, tranne che per l'ultimo
arrivato che ormai era divenuto argomento di pubblico dominio; perfino
il consiglio degli anziani si era riunito per dare un nome a quella
specie mai vista prima e dopo tanto farfugliare e confabulare, la
decisione era stata presa e sentenziato che il bocciolo era
appartenente alla razza delle bruttifere e che il suo nome sarebbe
stato Bruttifoglio.
Bruttifoglio si sentiva molto triste, gli altri fiori lo deridevano
continuamente e nessuno di loro, mai, nemmeno una volta, si era rivolto
a lui con fare gentile ed educato. Era talmente tanto triste che le sue
foglie erano divenute caduche, di un brutto colore giallastro e
trascorreva le sue giornate ad attingere acqua con le radici mentre
piangeva silenziosamente, col bocciolo girato di profilo al sole, per
non farsi scorgere dagli altri che invece di quel sole cercavano il
tepore sulla corolla, sui petali, per crescere rigogliosi.
Intanto, nel prato, impazzavano le scommesse e tutti si chiedevano cosa
mai potesse nascondere quel bocciolo e che razza di fiore sarebbe
sbocciato di lì a poco.
Il caso volle che il prato si trovasse in cima ad una vetta dai
sentieri impervi e pericolosi e che quel prato, appunto, fosse l'unico
luogo ove crescevano i fiori in quel regno. Così, a primavera, cavalieri
ardimentosi sfidavano draghi e ogni pericolo per raggiungerlo e cogliere
i fiori da donare al re, bene attenti, ogni volta, a non estirpare le
radici, in modo di trovarne di nuovi la primavera successiva.
Intanto, Bruttifoglio, in quella splendida mattinata del mese di
maggio, aveva dischiuso la sua corolla e stupito tutta la popolazione
floreale. I suoi petali erano ricoperti di orrende spine appuntite e gli
stami emanavano un fetore terribile. Le roselline rampicanti, li
accanto, storcevano il nasino lamentandosi dell'odore e spostando lo
sguardo altrove con fare altezzoso <che essere rozzo, brutto e
volgare..> mentre il povero Bruttifoglio, sensibile e disperato,
continuava a voltare la corolla e a piangere di nascosto.
Quella primavera, anche il re aveva deciso di unirsi ai cavalieri
e la regina, timorosa e |
preoccupata,
aveva pensato di seguire il suo consorte desiderosa di godere anch'ella
della bellezza del famoso e unico prato fiorito.
Lunga e impervia era stata la salita alla vetta; diversi nemici erano
periti sotto ai duri colpi delle spade del re e dei cavalieri che ormai
stremati raggiungevano il prato in cerca di refrigerio, di riposo e
delle fresche acque del ruscello che attraversava il prato, talmente
fresche ed invitanti che il re, senza indugio alcuno, privatosi
dell'armatura e della spada, vi faceva trionfale ingresso effondendo un
sonoro sospiro di sollievo; mentre da dietro un cespuglio sbucava uno
strano e minuscolo essere che, di soppiatto, gettava una polverina
variopinta sul reggente, per poi fuggire via spedito. Il povero re
emetteva un urlo straziante e perdeva i sensi, pareva morto. Subito i
cavalieri si precipitavano in suo soccorso prelevandolo dalla riva del
ruscello e deponendolo sul prato, mentre la regina, incredula, correva
verso di loro in preda al panico. I fiori, straziati dal dolore,
piangevano in coro e osservavano il re, privo di sensi, sdraiato accanto
al grande masso.
Era una grande perdita, il sovrano era amato benvoluto da tutti sia per
la bontà che per la fermezza con le quali metteva in pratica le sue
giuste leggi.
La regina, affranta e inginocchiata, si chinava sul marito per donargli un
ultimo bacio e sapendosi circondata di splendidi fiori, incurante della
scelta, mentre baciava il re, ne strappava uno per poggiarlo sulle
labbra del consorte. Il caso volle che il fiore strappato fosse proprio
il giovane Bruttifoglio che, triste e addolorato, piangeva a fontanella
la triste sorte del re.
Le lacrime di Bruttifoglio colavano sulle labbra appena dischiuse
dell'uomo ormai privo di vita e poi nella sua bocca, il fiore non
riusciva a smettere di piangere, la sua sensibilità lo rendeva
sofferente come non mai prima di quel momento, ignaro, come tutti, che
il suo pianto e la sua solitudine fosse premiata da buon Dio con una
virtù, quella di guarire ogni male causato dai veleni.
Il re, destatosi di getto, prendeva a tossire convulsamente, scagliando
senza volere il povero Bruttifoglio nel ruscello, che trasportato dalla
corrente, galleggiava velocemente verso sud.
Il prato diventava all'improvviso teatro di danze e canti, i fiori,
felici della resurrezione del re, intonavano canzoni e cori, la regina
stringeva forte il marito cercando con lo sguardo quel fiore che aveva
salvato la vita al suo sposo, ma nel caos dei festeggiamenti non
riusciva a scorgerlo e, desiderosa di premiarlo e rendergli il giusto
compenso ordinava ai cavalieri di setacciare il prato e trovarlo a tutti
i costi, ma il povero Bruttifoglio ormai era lontano, la corrente del
ruscello lo stava trascinando a valle e, stremato dal pianto e saturo di
acqua stava per addormentarsi per sempre felice ed appagato d'esser
stato utile, seppur la sua vita fosse stata breve e sofferente fino a
pochi istanti prima.
Nel tragitto lungo le acque del ruscello, abbandonando la vita
lentamente, Bruttifoglio aveva visto alberi e terre arse dal sole,
draghi, animali feroci e strani esseri, fin quando privo di sensi era
giunto a una piccola ansa e si era arenato fra le fronde di un vecchio
tronco d'albero abbattuto. Li era stato raccolto da una bimba molto
povera che, conscia dell'esistenza e della rarità dei fiori e non
avendone veduti mai dal vivo prima di quel giorno, l'aveva raccolto con
cura per farne dono alla sua mamma.
La piccola giungeva a casa con le manine congiunte sulle quali era
poggiato esanime Bruttifoglio e porgeva il fiore alla madre, purtroppo
tardi, troppo tardi per salvarlo. Il fiore era morto, ma aveva lasciato
al mondo un dono, tanti piccoli semi che nel tragitto verso casa,
trasportati dalla brezza, si erano sparsi d'attorno e che in un paio di
giorni erano germogliati e mostravano rigogliosi al sole i loro petali
di spine e le loro corolle ampie. Bruttifoglio aveva ottenuto una
decorosa sepoltura, era stato fatto seccare e posto fra le pagine di un
libro di favole.
Nel frattempo, la spedizione del re e della regina scendeva a valle,
per raggiungere il castello. Il re ormai era in piena forma, tornato al
vigore di un tempo e la regina guardava con occhi sognanti il suo re,
felice di non averlo perduto. Il fato voleva che si trovassero a passare
proprio dinnanzi all'umile dimora della bimba e che il re si accorgesse
della presenza dei fiori spinosi sbocciati come per miracolo in quella
zona del suo regno brulla e riarsa dal sole. Inutile dire che l'uomo
saggio e giusto, udita la storia della bimba e della sua mamma, ordinava
ai suoi artigiani di riparare loro la casa e che affidava alle sue due
suddite il ruolo di coltivatrici ufficiali di quella nuova specie di
fiori che da quel giorno venivano chiamati con un nome bellissimo. Un
raggio di sole era apparso ad illuminare la povertà di quella famiglia e
la bimba, gioiosa come mai prima di quel giorno, porgeva alla regina il
buon Bruttifoglio, ormai secco e disteso fra le pagine di quel libro
ormai logoro e consumato dal tempo.
Da quel giorno Bruttifoglio è posto in una teca nella sala reale, in
bella vista, perché tutti possano riconoscere che l'apparenza e la
bellezza possono essere si qualità, ma di minore importanza e che
spesso, dietro ciò che è deriso dalla superficialità, si nascondono le
grandi virtù, i meravigliosi doni del Signore. |