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Bruttifoglio, l'eroe spinoso
di Paola Marenco

In un tempo non molto lontano, in un mondo di favola che poi così tanto fiabesco non era, c'era un immenso prato verde, disseminato di bellissimi fiori colorati e profumati; erano tutti differenti l'uno dall'altro e ciascuno di essi, singolare e magnifico, se ne stava li, beato e pacifico a godersi il sole, a refrigerarsi, a nutrirsi di pioggia e a giocare con la brezza che, birichina, si divertiva a danzare nel prato e scompigliare le fronde di ogni singola pianticella.
Ciascuno di questi fiori era un piccolo immenso capolavoro di madre natura e mano a mano che il tempo passava e la primavera donava il suo tepore, nuovi piccoli e fantastici fiorellini sbocciavano un po' ovunque, con spontaneità e allegria.
I fiori adulti, disquisendo fra loro, non appena si accorgevano che una piccola gettata sortiva fuori dal terreno, si divertivano, con fare da grandi intenditori, a far pronostici, tentando di indovinare quale sarebbe stato l'aspetto e il colore del fiorellino non appena sbocciato.
<Oh, guardate laggiù!> agitava la corolla in preda all'euforia una grande margherita dai petali bianchi contornati di sfumature gialle <guardate quel bocciolo ancora racchiuso dalle foglie, quello accanto al grande masso, vicino al giglio bianco, che tenerezza… son certa che domattina, al sorgere del sole, quando si schiuderà, sarà una bellissima rosellina rosa, di quelle rampicanti e che molto presto le faranno compagnia tante deliziose sorelline gemelle.. > proseguiva con voce squillante e argentina mentre un vecchio anemone stirava le foglie sbadigliando e bofonchiando con voce roca <per carità, con tutti questi nuovi germogli non si potrà più riposare, la gioventù è chiassosa, si sa> e in quello stesso istante, sotto gli sguardi curiosi dei fiori adulti, proprio accanto alla piantina di rose, si, proprio accanto al grande masso, faceva capolino dal terreno, timido e imbarazzato un germoglio spuntato da un semino, che debole debole, fuoriusciva per metà dal terreno.. <guardate, guardate> quasi starnazzavano le campanelle in coro <guardate che buffo seme> ridacchiavano burlone <un seme così brutto e buffo non s'era mai visto prima>.
La piccola piantina, così piccola e indifesa, per la timidezza e dalla vergogna, cercava con tutte le sue deboli forze di restare avvinghiata a quel seme, ma ogni suo sforzo pareva vano, cosi che, accompagnata dalle risate di scherno degli abitanti del prato, la sua crescita proseguiva lenta ma costante. Perfino una formica, che si trovava a passare da quelle parti con una grossa briciola di torta sul dorso si fermava a ridere di quel germoglio e con fare da saputella scagliava brutalmente la sua sentenza <.. e dire che io di fiori ne ho veduti, son formica di mondo, ho viaggiato a lungo, ma uno stelo così lungo e sottile e un bocciolo così piccolo e di quel brutto colore non l'ho mai visto prima!.. ehy, tu, lassù> urlava rivolgendosi al nuovo venuto e strizzando l'occhietto a un gladiolo come per preannunciare una burla <ehy tu.. lassù, rispondimi, non sarai per caso anche sordo oltre che brutto?> Il nuovo venuto scuoteva il bocciolo da destra a sinistra e viceversa e non emetteva suono per paura che continuassero a deriderlo.
I giorni trascorrevano lieti per tutti i fiori, tranne che per l'ultimo arrivato che ormai era divenuto argomento di pubblico dominio; perfino il consiglio degli anziani si era riunito per dare un nome a quella specie mai vista prima e dopo tanto farfugliare e confabulare, la decisione era stata presa e sentenziato che il bocciolo era appartenente alla razza delle bruttifere e che il suo nome sarebbe stato Bruttifoglio.
Bruttifoglio si sentiva molto triste, gli altri fiori lo deridevano continuamente e nessuno di loro, mai, nemmeno una volta, si era rivolto a lui con fare gentile ed educato. Era talmente tanto triste che le sue foglie erano divenute caduche, di un brutto colore giallastro e trascorreva le sue giornate ad attingere acqua con le radici mentre piangeva silenziosamente, col bocciolo girato di profilo al sole, per non farsi scorgere dagli altri che invece di quel sole cercavano il tepore sulla corolla, sui petali, per crescere rigogliosi.
Intanto, nel prato, impazzavano le scommesse e tutti si chiedevano cosa mai potesse nascondere quel bocciolo e che razza di fiore sarebbe sbocciato di lì a poco.
Il caso volle che il prato si trovasse in cima ad una vetta dai sentieri impervi e pericolosi e che quel prato, appunto, fosse l'unico luogo ove crescevano i fiori in quel regno. Così, a primavera, cavalieri ardimentosi sfidavano draghi e ogni pericolo per raggiungerlo e cogliere i fiori da donare al re, bene attenti, ogni volta, a non estirpare le radici, in modo di trovarne di nuovi la primavera successiva.
Intanto, Bruttifoglio, in quella splendida mattinata del mese di maggio, aveva dischiuso la sua corolla e stupito tutta la popolazione floreale. I suoi petali erano ricoperti di orrende spine appuntite e gli stami emanavano un fetore terribile. Le roselline rampicanti, li accanto, storcevano il nasino lamentandosi dell'odore e spostando lo sguardo altrove con fare altezzoso <che essere rozzo, brutto e volgare..> mentre il povero Bruttifoglio, sensibile e disperato, continuava a voltare la corolla e a piangere di nascosto.
Quella primavera, anche il re aveva deciso di unirsi ai cavalieri
e la regina, timorosa e

preoccupata, aveva pensato di seguire il suo consorte desiderosa di godere anch'ella della bellezza del famoso e unico prato fiorito.
Lunga e impervia era stata la salita alla vetta; diversi nemici erano periti sotto ai duri colpi delle spade del re e dei cavalieri che ormai stremati raggiungevano il prato in cerca di refrigerio, di riposo e delle fresche acque del ruscello che attraversava il prato, talmente fresche ed invitanti che il re, senza indugio alcuno, privatosi dell'armatura e della spada, vi faceva trionfale ingresso effondendo un sonoro sospiro di sollievo; mentre da dietro un cespuglio sbucava uno strano e minuscolo essere che, di soppiatto, gettava una polverina variopinta sul reggente, per poi fuggire via spedito. Il povero re emetteva un urlo straziante e perdeva i sensi, pareva morto. Subito i cavalieri si precipitavano in suo soccorso prelevandolo dalla riva del ruscello e deponendolo sul prato, mentre la regina, incredula, correva verso di loro in preda al panico. I fiori, straziati dal dolore, piangevano in coro e osservavano il re, privo di sensi, sdraiato accanto al grande masso.
Era una grande perdita, il sovrano era amato benvoluto da tutti sia per la bontà che per la fermezza con le quali metteva in pratica le sue giuste leggi.
La regina, affranta e inginocchiata, si chinava sul marito per donargli un ultimo bacio e sapendosi circondata di splendidi fiori, incurante della scelta, mentre baciava il re, ne strappava uno per poggiarlo sulle labbra del consorte. Il caso volle che il fiore strappato fosse proprio il giovane Bruttifoglio che, triste e addolorato, piangeva a fontanella la triste sorte del re.
Le lacrime di Bruttifoglio colavano sulle labbra appena dischiuse dell'uomo ormai privo di vita e poi nella sua bocca, il fiore non riusciva a smettere di piangere, la sua sensibilità lo rendeva sofferente come non mai prima di quel momento, ignaro, come tutti, che il suo pianto e la sua solitudine fosse premiata da buon Dio con una virtù, quella di guarire ogni male causato dai veleni.
Il re, destatosi di getto, prendeva a tossire convulsamente, scagliando senza volere il povero Bruttifoglio nel ruscello, che trasportato dalla corrente, galleggiava velocemente verso sud.
Il prato diventava all'improvviso teatro di danze e canti, i fiori, felici della resurrezione del re, intonavano canzoni e cori, la regina stringeva forte il marito cercando con lo sguardo quel fiore che aveva salvato la vita al suo sposo, ma nel caos dei festeggiamenti non riusciva a scorgerlo e, desiderosa di premiarlo e rendergli il giusto compenso ordinava ai cavalieri di setacciare il prato e trovarlo a tutti i costi, ma il povero Bruttifoglio ormai era lontano, la corrente del ruscello lo stava trascinando a valle e, stremato dal pianto e saturo di acqua stava per addormentarsi per sempre felice ed appagato d'esser stato utile, seppur la sua vita fosse stata breve e sofferente fino a pochi istanti prima.
Nel tragitto lungo le acque del ruscello, abbandonando la vita lentamente, Bruttifoglio aveva visto alberi e terre arse dal sole, draghi, animali feroci e strani esseri, fin quando privo di sensi era giunto a una piccola ansa e si era arenato fra le fronde di un vecchio tronco d'albero abbattuto. Li era stato raccolto da una bimba molto povera che, conscia dell'esistenza e della rarità dei fiori e non avendone veduti mai dal vivo prima di quel giorno, l'aveva raccolto con cura per farne dono alla sua mamma.
La piccola giungeva a casa con le manine congiunte sulle quali era poggiato esanime Bruttifoglio e porgeva il fiore alla madre, purtroppo tardi, troppo tardi per salvarlo. Il fiore era morto, ma aveva lasciato al mondo un dono, tanti piccoli semi che nel tragitto verso casa, trasportati dalla brezza, si erano sparsi d'attorno e che in un paio di giorni erano germogliati e mostravano rigogliosi al sole i loro petali di spine e le loro corolle ampie. Bruttifoglio aveva ottenuto una decorosa sepoltura, era stato fatto seccare e posto fra le pagine di un libro di favole.
Nel frattempo, la spedizione del re e della regina scendeva a valle, per raggiungere il castello. Il re ormai era in piena forma, tornato al vigore di un tempo e la regina guardava con occhi sognanti il suo re, felice di non averlo perduto. Il fato voleva che si trovassero a passare proprio dinnanzi all'umile dimora della bimba e che il re si accorgesse della presenza dei fiori spinosi sbocciati come per miracolo in quella zona del suo regno brulla e riarsa dal sole. Inutile dire che l'uomo saggio e giusto, udita la storia della bimba e della sua mamma, ordinava ai suoi artigiani di riparare loro la casa e che affidava alle sue due suddite il ruolo di coltivatrici ufficiali di quella nuova specie di fiori che da quel giorno venivano chiamati con un nome bellissimo. Un raggio di sole era apparso ad illuminare la povertà di quella famiglia e la bimba, gioiosa come mai prima di quel giorno, porgeva alla regina il buon Bruttifoglio, ormai secco e disteso fra le pagine di quel libro ormai logoro e consumato dal tempo.
Da quel giorno Bruttifoglio è posto in una teca nella sala reale, in bella vista, perché tutti possano riconoscere che l'apparenza e la bellezza possono essere si qualità, ma di minore importanza e che spesso, dietro ciò che è deriso dalla superficialità, si nascondono le grandi virtù, i meravigliosi doni del Signore.

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