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LE PORTE DEL PECCATO I SETTE VIZI CAPITALI
Biagio Gugliotta

I Vizi capitali rappresentano una delle categorie morali che denotano una condotta negativa rispetto ad un sistema di valori codificato a livello naturale e trascendentale e sono fonte di peccato e di condanna morale per le religioni e di " cattivo piacere" per i moralisti.
Essi hanno suscitato l'interesse dell'etica, dell'arte e della filosofia.
Pagine memorabili sono state scritte da Aristotele, Tommaso d'Aquino, Freud ecc …
I vizi capitali compaiono in Aristotele che li definisce "abiti del male".
Al pari delle virtù che sono il loro antipodo, derivano dalla ripetizione di azioni che formano nel soggetto che le compie una sorta di "abito" che lo inclina in una certa direzione.
Nel medioevo i vizi sono stati visti come un'opposizione della volontà umana alla volontà divina.
Nell'Età dei Lumi la differenza tra vizi e virtù perde importanza, poiché anche i vizi come le virtù, concorrono allo sviluppo industriale, commerciale ed economico.
Dopo il periodo illuminista i vizi compaiono in alcune opere di Kant che vede nel vizio un'espressione della tipologia umana o di una parte del carattere.
Da "l'antropologia pragmatica" di Kant nell'ottocento sono stati scritti grandi trattati di psicologia umana.
I vizi diventano la manifestazione della "psicopatologia" dell'individuo.
Essi diventano quindi malattie dello spirito.
Nell'ambito di un'esaustiva ed analitica esplicazione del vizio, si colloca il bel libro di Granfraco Ravasi dal titolo "Le porte del peccato", i sette vizi capitali, il quale ci porta passo dopo passo ad una comprensione di questo problema attingendo non solo dalla teologia ma anche dall'arte, dal cinema ecc…
I principali vizi capitali oggetto di trattazione sono: la superbia, l'avarizia, la lussuria, l'ira, la gola, l'invidia e la pigrizia che sono presenti nella maggior parte degli individui.
Vi sono anche i vizi di mente che rappresentano uno stato di infermità mentale ed i vizi di legge che possono denotare una non conformità ai dispositivi di legge o ad una norma (per esempio i vizi di legittimità).
Tra i vizi fonte di peccato vi è l'avarizia che è presente in alcuni individui che sono attaccati esclusivamente al "Dio danaro" e non sono disposti a donare una parte dei loro averi per una giusta causa.
A tal fine ci viene in mente il romanzo di Giovanni Verga "La roba" in cui Mazzarò diventato ricco, diventa avaro ed attaccato alle sue proprietà tant'è che vorrebbe portarsi nella tomba tutti i suoi averi per non lasciarli ad altri.
Da questo romanzo si evince che la maggior parte degli individui è portata all'avere e non all'essere come direbbe Eric Fromm.

Ma non va sottovalutato l'ira che è la mancanza di autocontrollo dell'individuo che lo porta ad essere irrazionale ed a commettere azioni peccaminose come l'omicidio, l'infanticidio ed il parricidio una delle peggiori piaghe della società, e l'invidia insita in alcuni individui che li porta a volere il male altrui e che sono disposti a tutto pur di riuscire nell'intento..
Mentre la pigrizia non si può definire un peccato in quanto rappresenta una deformazione del carattere della persona che viene dequalificata al cospetto della società (basti pensare ai pigri nello studio e nel lavoro).
Sulla base di questa triste realtà siamo portati a chiederci: Ma si stanno davvero aprendo le porte del peccato? Sembrerebbe proprio di si in questa società neodecadente ed imbarbarita che ha perso il senso della religione e della morale nonché il rispetto per l'altrui persona (genitori ed anziani).
Sulla base delle affermazioni bibliche, Dio verrà sulla terra a giudicare i buoni ed i cattivi per cui bisogna essere vigili in quanto non si sa quando verrà l'ora del giudizio per cui gli individui dovrebbero riflettere e cercare di eliminare i vizi che sono fonte di peccato.
L'autore di questo libro rivela una robusta base culturale e competenze non solo nel campo teologico e filosofico, ma anche psicanalitico e letterario.
Uno dei vizi più attuali è la lussuria che Gianfranco Ravasi sottolinea che essa passa da una sorta di paradigma strutturale della sessualità che ha il suo asse portante , a differenza degli animali nella simbolicità che significa assegnare alla relazione sessuale una molteplicità di valori che travalicano il puro e semplice congiungimento carnale.
Il suo esplicativo excursus fa riferimento alla filosofia greca (Aristotele), si sostanzia con richiami a Dante e Boccaccia ma anche a D'Annunzio, Milton, Malaparte, Flaubert facendo continuo riferimento alla morale biblica ed alla errata stratificazione ascetico puritana di un tempo che pesava nelle scelte di tante famiglie provocando una reazione irriflessiva (si vedano le cronache dei giorni nostri che considerano gli eccessi come logica risposta ai freni sociali e familiari di un tempo).
Per queste ragioni Ravasi si ispira alle radici della morale biblica oltre che all'antropologia dell'uomo e della donna come immagine di Dio.
In conclusione possiamo affermare che il libro è interessante ed attuale ed affronta coraggiosamente il difficile problema sessuale sviscerato da tanti studiosi e scrittori e ancora oggi, uno degli argomenti chiave dell'uomo moderno stretto tra sesso, eros ed amore dando a quest'ultimo un riferimento importante come congiunzione non solo amorosa di due esseri che intendono affrontare la vita con la parabola del Cantico dei Cantici con la proposizione biblica che ha travalicato i millenni.

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