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Mulas e gli Ossi di seppia: quando la fotografia incontra la poesia
di Sara Polito

L'esperienza che mi ha portato a Settembre in Basilicata, in qualità di assistente di Antonella Pagano, mi ha fatto conoscere meglio una terra potentemente artistica, culla in cui nasce questo giornale. Percorrendo le strade del suo entroterra ne sono rimasta affascinata: ho visto rilievi brulli, oliveti, calanchi, composti in modo tale da fare la felicità di un fotografo. E anche io mi sono sbizzarrita a cogliere i colori e le forme insolite di quella terra, condotta fin lì al seguito di un'altra arte: la poesia. Nel soggiorno lucano la fotografia ha fatto da cornice alla poesia. Ma c'è stato un grande fotografo italiano, Ugo Mulas, che le ha fatte davvero incontrare scattando una serie di foto per la Rivista Pirelli ispirate agli Ossi di seppia montaliani. Nel 1962 si è recato a Monterosso, nelle Cinque Terre, laddove Montale trascorreva le estati della sua fanciullezza, in quel paesaggio marino ligure che sarà lo sfondo (e il simbolo) della sua prima raccolta poetica. Abbiamo qui un esempio di cosa succede quando il linguaggio fotografico e quello poetico vengono a contatto: non un corto circuito tra i due mezzi espressivi ma una osmosi che arricchisce l'uno e l'altro. Mulas ha dedicato gran parte del suo lavoro all'arte, basti pensare che è stato il fotografo ufficiale della Biennale di Venezia dal 1954 al 1972, quando rappresentava l'appuntamento più prestigioso per l'arte contemporanea. Durante la sua – purtroppo - breve carriera (si è spento nel 1973 a quarantacinque anni), ha immortalato artisti eterogenei, stranieri e italiani: da Duchamp a Fontana, da Ungaretti agli artisti pop americani. Ha collaborato, tra gli altri, con Giorgio Strehler dando inizio ad un modello di fotografia di teatro secondo i principi brechtiani dello straniamento. Il suo ultimo lavoro, "Le verifiche", testimonia lo spessore dell'uomo che si è celato dietro alla macchina: in questa serie di immagini procede ad una riflessione sul suo lavoro e sulla fotografia stessa, meditando sugli elementi costitutivi dell'operazione fotografica e il loro valore in sé. Una ricerca anche di carattere esistenziale. E' stata sua l'iniziativa di scattare delle fotografie per illustrare i versi di Montale (le due qui riportate sono prese dal sito ufficiale di Ugo Mulas). Ciò che lo aveva maggiormente colpito era stata la possibilità di conoscere e ritrarre i luoghi che avevano ispirato il poeta. Nelle pubblicazioni che lo vedono protagonista, racconta di quanto amasse questo autore e in particolare i suoi "Ossi di seppia", tanto da conoscerne quasi tutti i componimenti a memoria, da vero appassionato. L'intento di Mulas però non è stato solo quello di documentare. Non voleva riproporre, senza aggiungervi niente, le immagini che il testo delinea.
Il suo obiettivo è stato quello di scattare, dopo lungo lavoro di meditazione e concentrazione, fotografie che cogliessero piuttosto il clima reso dal poeta: la bellezza selvaggia e inospitale di quelle aspre terre, il mare che attrae e respinge con il suo canto antico … A quei paesaggi Montale ha affidato il compito di farsi segno e indice del proprio male di vivere, e le foto di Mulas ripropongono il sentimento che il poeta ha infuso nei versi. Nel libro di Quintavalle "Ugo Mulas", il fotografo dichiara infatti che sarebbe stato facile «cadere nella banalità, perché alcuni versi sono già così visualizzati che tentare di renderli figurativamente con una foto non aggiungerebbe nulla al senso dei versi stessi, sarebbe solo una ripetizione».

L'operazione che ha compiuto è allora diversa e creativa: ha aggiunto poesia alla poesia, con i toni del bianco e nero ha ricreato visivamente quelle atmosfere, donandogli la bidimensionalità che il mezzo fotografico permette.
Mulas non voleva "verificare" l'effettiva presenza di ciò che il poeta aveva cantato.
Con sensibilità è andato oltre la superficie e ha carpito l'essenza del componimento poetico. Questo era il suo proposito. Ha fatto risuonare in sé i versi del poeta fino a riuscire a comprenderne i sentimenti. Ha cercato quei motivi che ritornano come un filo conduttore in "Ossi di seppia" (specie nel poemetto "Mediterraneo"): il desiderio di diventare parte indistinta di quell'infinito mare sempre in movimento, il dilaniarsi tra ribellione e ripulsa, indolenza e slancio vitale, desiderio di vivere e inerzia. Dagli scritti di Mulas si apprende come egli si ponesse dietro all'obiettivo con il desiderio di capire ciò che vedeva per poi renderlo fotograficamente; in ogni immagine c'è la sua riflessione ed il suo punto di vista. Il lavoro del fotografo non può essere solo una registrazione passiva, perché questi crea utilizzando ciò che ha davanti ai suoi occhi, con la ricettività della sua personalità. In questo caso Mulas ha reso un servizio al poeta e a chi ama quei versi: nei sassi in primo piano, gremiti dall'abbraccio possente del mare, si ritrova il grido del poeta «avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale/ siccome i ciottoli che tu i,/ mangiati dalla salsedine;/ scheggia fuori del tempo, testimone/ di una volontà fredda che non passa». Il fotografo ha ritrovato i simboli che hanno ispirato il poeta. Ecco allora le scaglie di mare (del "Meriggiare pallido e assorto"), il tremolio della superficie marina scintillante come frammenti di metallo.
C'è più di una immagine qui: c'è l'animo del poeta, interpretato dagli occhi del fotografo, nella pianta che si erge sola contro la distesa salina, infinita. Nel raccontare la genesi di una di queste fotografie, si trova la profondità del lavoro dell'artista. Mulas narra, nel libro di Quintavalle, di essere stato appostato per ore con l'obiettivo fisso verso il basso, ad una riva sabbiosa. Vi era un uomo in costume che prendeva il sole. Ad un certo punto l'omino si gira, pancia all'aria, gambe e braccia divaricate, in una posizione che ricorda al fotografo una presenza ricorrente negli "Ossi di seppia": «… Allora ho fatto questa fotografia dove c'è questo piccolissimo omino che puoi scambiare anche per una enorme stella marina su questa spiaggia. Allora mi sono venuti in mente quei versi bellissimi di una delle ultime poesie dove dice "… sballottati come un osso di seppia dalle ondate, svanire a poco a poco, diventare un albero rugoso o una pietra levigata dal mare, nei colori fondersi dei tramonti, sparir …"; cioè questa specie di metamorfosi che lui vai sognando, di diventare un sasso levigato dal mare». Queste dichiarazioni portano a interrogarsi sul valore di tali fotografie, quasi una sorta di poesia nella poesia, mentre un punto interrogativo di Carlo Belli invita a riflettere: «… E questa rara facoltà di saper arrestare l'attimo quando è bello, che altro è se non pura poesia?».
Per "Ossi di seppia": "Monterosso", 1962

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Ossi di seppia

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