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Le uscite fuori porta del popolo scolastico
avverso al recente decreto ministeriale, presente nelle piazze, in aula
aperta dinanzi alle sedi di presidio, suggeriscono una nota sulla condizione
dell'istruzione pubblica. L'argomento è di attualità.
Rilevante è l'importanza della scuola, non per essere la culla, della
libertà libera, ma specialmente perché prolungamento della famiglia,
palestra di vita, laboratorio dove vien fuori l'uomo, il cittadino:
eleva ed educa l'intelligenza, la volontà.
L'istruzione è diventata patrimonio comune: il suo influsso ha ripercussioni
profonde.
La scuola statale soggiace da tempo alla crisi, non solo economica e
passeggera, ma sostanziale, d'indirizzo e di metodo.
È un fatto che nella classifica di collocazione occupiamo posti non
proprio lusinghieri, e che il nostro ordinamento è sorto attraverso
vicende tramontate.
In questi decenni sono subentrati diversi decreti per l'insegnamento,
che però non hanno tolto il disagio esistente, ma l'hanno forse accresciuto
per la carenza di un piano organico di riforma da applicare nei rami
della cultura.
Sembra che manchi altresì l'inserimento di punti pedagogici che diano
il necessario, vigoroso, indirizzo alla scuola, e la riformino, la vivifichino.
Si sosta ancora nel campo dell'astrattismo. Le indicazioni di riforma
delineate dalla Carta Costituzionale restano tuttora formali.
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Il relativo presidio svolge ruolo soltanto
amministrativo, con conseguente stasi e ricorrenti disordini. Va promossa
la formazione scolastica degli studenti.
I docenti non possono essere occupati in altre attività e professioni;
devono occuparsi della ricerca scientifica, dei corsi di aggiornamento
che fanno superare l'insegnamento riassuntivo, né possono avere contatti
solo di cattedra con gli allievi.
Ridiamo allo Stato la propria originaria figura e grandezza, sbarazzandolo
delle ingombranti impalcature burocratiche. Riconosciamo in esso l'istituzione
voluta per procurare il bene comune, la difesa, il coordinamento dei
diritti naturali dei cittadini. Rispettiamo il legittimo potere, vogliamo
che promuova educazione e cultura.
Però non è infallibile: gli insegnanti sono dei semplici uomini soggetti
a sbagliare, pregiudizi, errori.
La chiara visione del problema, dell'immensa portata ed improrogabile
soluzione, deve spingere ad un'azione metodica, efficace. Si tratta
di far luce di verità su errori. Più che occupare spazi sociali, quasi
mal sopportati dalla pubblica opinione, organizziamo conferenze, congressi;
in formiamo per difendere le idee, i contenuti, il pensiero forte, il
prestigio, prima ancora di fare crociate di interessi economici o valutazioni
di stretta natura retributiva, pur giuste anche queste. Allo Stato non
si chiedono privilegi, esenzioni e favori. Si vuole ciò che spetta agli
studenti ed è nel loro interesse morale, culturale ed economico concedere.
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