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da pagina 13 Il
principe di Colobraro e duca d'Alvito, Francesco Saverio Carafa, figlio di
Michele Carafa
e di Alfonsina Gallio Trivulzio, eletto erede universale dallo zio Carlo
Tolomeo con testamento del 10 giugno 1799, si trovò ad avere le due qualità
di successore nella primogenitura e di erede dell'ultimo possessore. Ciò
diede luogo alla successione nel fedecommesso primogeniale in suo favore.
Francesco Saverio, desideroso di concludere
amichevolmente una così annosa pendenza, si rivolse il 16 agosto del 1803
gli amministratori del Luogo Pio Trivulzio; ricordando i titoli delle sue
competenze e la storia di quanto è precorso, presentò lo stato del
patrimonio dello zio Gaetano con tre tabelle complessive dei beni descritti
ed attività che riteneva a lui devoluti, pretendendo che le sue competenze
fossero computate in due milioni di lire milanesi.
In seguito a detta "amichevole petizione" si tennero alcune
riunioni con gli amministratori e i legali del Luogo Pio Trivulzio. Nella
prima sessione venne altresì rilevato che nell'eredità dell'ultimo duca d'Alvito
vi aveva delle pretese anche Giovanni Pignatelli, duca di Monte Calvo,
figlio di Marianna Gallio Trivulzio e di Carlo Pignatelli.
Francesco Saverio Carafa, benché ritenesse che nessuna ragione potesse
competere al predetto duca di Monte Calvo, presentò la transazione fatta in
Napoli il 2 gennaio 1805 con atto rogato dal notaio Gaetano Cani, nella
quale Giovanni Pignatelli rinunciava a tutte le ragioni e diritti che gli
potevano competere sia sopra i beni liberi che fedecommissari e di qualsiasi
altra natura si fossero trovati nell'eredità dell'ultimo duca d'Alvito,
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tanto nel regno di Napoli, quanto nello stato Pontificio, nel Milanese e in
Piemonte.
Successivamente si tennero altre riunioni, nelle quali
da parte del Luogo Pio si avanzarono molte eccezioni e rilievi sullo stato
del patrimonio del principe Gaetano e sulle tabelle presentate; il Luogo Pio
sosteneva che il detto patrimonio con la liquidazione presentata da
Francesco Saverio Carafa
risultava passivo piuttosto che attivo.
Le parti, desiderose di troncare ogni questione ed ultimare ogni reciproca
pretesa, con il concorso dei rispettivi legali, pervennero in via di
transazione a patti e convenzioni da rispettare dalle parti stesse e dai
successori "in perpetuum" nella sostanza patrimoniale.
Francesco Saverio Carafa Gallio
Trivulzio, principe di Colobraro e duca d'Alvito, doveva rinunciare, a
titolo di transazione, a tutte le pretese nonché a qualsiasi altra ragione
che gli potesse competere, secondo le disposizioni testamentarie del
principe Antonio Gaetano, sul patrimonio descritto nelle precedenti
petizioni; per contro, ed a contemplazione della rinuncia di Francesco
Saverio, gli amministratori del Luogo Pio dovevano rinunciare a tutte le
pretese che il detto Luogo Pio poteva avere contro il principe di Colobraro,
impegnandosi a corrispondergli, una tantum, la somma di lire milanesi
82.000.
Queste le modalità concordate per il
pagamento: al Carafa, già titolare dell'utile dominio, gli amministratori
del Luogo Pio vendono per lire 48.000 la ragione del diretto dominio che il
Luogo Pio può avere sul palazzo di via Rugabella in base allo strumento del
7 ottobre 1662, rogato dal notaio
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