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Venere di Lorenzo Lotto
Distinzione
che non sarebbe mai neppure venuta in mente a Giorgione, che tra l'altro
non scriveva affatto, perché i committenti erano tutti amici suoi.
Dunque
è in questo modo che la pittura veneziana ce l'ha fatta?
Accettando
un compromesso?
Apparentemente
sì tanto che a Venezia si continua a parlare di Alto Rinascimento anche
oltre il 1520 con la pittura di Tintoretto (1518-94) e dello stesso
Veronese, morto nel 1588, quando nel resto d'Italia si era passati al
Manierismo.
Ad
uno sguardo più attento tuttavia si scopre una certa differenza tra le
opere che questi stessi pittori esportano per le corti austriache e
spagnole e quelle commissionate dalla città, sotto le quali si intuisce
lo stesso motivo ispiratore di tipo etico che s'intuiva dietro alle
opere commissionate nella Firenze dei Medici.
Osserviamo
per esempio le quattro allegorie che Tintoretto dipinge per il Palazzo
Ducale nel 1570: il tema assegnato era relativamente noioso e cioè la
celebrazione dell'unione e dell'accordo quali virtù indispensabili al
buon governo, ma il pittore, che tra l'altro lavorava "part time"
perché impegnato nella decorazione della scuola devozionale di San Rocco,
esibisce qui un uso raffinato della mitologia greco-romana, facendo
sfoggio di un'inaspettata, quanto profonda vena umanistica.
Il
primo rappresenta le tre Grazie adornate di mirto e di rose in compagnia
di Mercurio, il secondo la celebrazione del matrimonio di Bacco ed Arianna
al cospetto di Venere, il terzo Minerva che caccia Marte, perché Pace ed
Abbondanza possano ben governare ed il quarto infine la fucina di Vulcano,
dove si preparano delle armi. Le quattro allegorie: intelligenza, amore,
pace e lavoro operoso, che si prestano anche ad illustrare le quattro
stagioni ed i quattro elementi, secondo una polivalenza simbolica
particolarmente cara alla cultura rinascimentale, sono molto più legate
fra loro di quanto non appaia ad un primo sguardo. Venere, dea
dell'amore tacitamente eletta protettrice della città, è presente
ovunque: nel primo evocata dal mirto e dalla rosa, nel secondo come
celebrante, nel terzo come compagna di Marte ed unica in grado di
distoglierlo veramente dall'attività bellica, nel quarto come moglie di
Vulcano ed anche protettrice della fucina stessa, poiché l'estrazione e
la lavorazione del rame, e poi per estensione dei metalli in genere erano
consacrati ad Afrodite fin dai tempi in cui era venerata a Cipro, isola
che viveva appunto del commercio di questo metallo.
Ma
è soprattutto con le nozze di Bacco ed Arianna che Venezia celebra il
proprio trionfo, perché sono un chiaro riferimento alla più importante
ed al tempo stesso enigmatica delle proprie feste: il matrimonio col mare,
che nel XVI secolo costituiva infatti il culmine, accuratamente
orchestrato, di una liturgia perfettamente cattolica ed al tempo stesso
squisitamente politica.
Inizialmente
la benedizione rituale dell'Adriatico era una semplice variazione locale
di un rito comune a molte comunità marinare all'inizio della stagione
di pesca e configurandosi come sposalizio identificava il doge come marito
di una sposa marittima del tutto ideale. San Nicolò protegge da sempre la
navigazione, tanto che il convento in suo onore era stato costruito
davanti alla bocca di porto. La prima benedizione in cui furono usati gli
stendardi di vittoria risale all'anno 1000, quando il doge Pietro II
Orseolo partì per una spedizione in Dalmazia che stabilì di fatto il
controllo di Venezia sull'Adriatico. Era l'Ascensione ed in seguito
tutte le vittorie del doge, indipendentemente dal giorno in cui erano
avvenute, furono celebrate in questa stessa festività, ammantandosi
progressivamente del rituale bizantino riservato alle vittorie imperiali:
il cero bianco, i sigilli di piombo, l'ombrello e le trombe d'argento.
Nel 1177 Venezia offrì la propria ospitalità alla riconciliazione tra il
Barbarossa e papa Alessandro III e venne riccamente ricompensata:
l'imperatore concesse ai mercanti veneziani l'esenzione completa dai
dazi imperiali per tutti i territori del suo impero, mentre il papa
trasferiva al patriarca di Grado la giurisdizione ecclesiastica sulla
Dalmazia; la tradizione vuole che in quest'occasione concedesse l'uso
dell'anello nuziale per lo Sposalizio della Sensa, che diventava così
anche una speciale consacrazione del mare, tomba di tutti i dispersi.
Lo
sposalizio non era, almeno in un primo tempo, solo simbolico: Venezia
considerava le colonie come soggette alla sua podestà, proprio come dei
minori in perenne tutela. Nel 1224 Ugolino, vescovo di Ostia, il futuro
papa Gregorio IX, chiese alla città aiuto contro l'imperatore Federico
II ed in quest'occasione convinse il doge a costruire una cappella in
memoria d'una chiesa consacrata alla Vergine distrutta a Gerusalemme dai
Saraceni. Fu subito costruita una chiesa ed un convento per monache
agostiniane, la cui madre badessa riceveva, in segno d'investitura,
proprio l'anello della Sensa. In seguito si perse la memoria di
quest'episodio ed anche il privilegio delle monache fu attribuito alla
volontà di Alessandro III.
A
partire dal XVI secolo la festa inaugurava anche la stagione teatrale, che
durava fino a luglio.
Il
raffronto tra la crescita del mito di Venezia e la sua incidenza
nell'effettiva vita culturale cittadina non sarebbe tuttavia completo
senza l'analisi di un dipinto non particolarmente famoso, ma certo molto
significativo: la "Morte d'Adone" di Sebastiano del Piombo,
attualmente agli Uffizi di Firenze, che secondo Gombrich rappresenta
appunto il noto soggetto mitologico, mentre per André Corboz sarebbe
un'allegoria della morte di Venezia dopo la sconfitta d'Agnadello.
L'episodio
in questione è noto: Adone era un dio Orientale secondo alcuni, un
bellissimo giovane secondo altri, conteso tra Afrodite e Semele e
costretto pertanto da Giove a dividersi tra loro. Marte però, geloso, gli
aizza contro un cinghiale e qui i pareri sono discordi, perché‚ taluno
vuole che Venere lo nascondesse in un cespuglio di rose selvatiche,
candide, che s'arrossarono col sangue del giovane, altri che invece ella
stessa, accorsa in aiuto, rimanesse impigliata in un cespuglio di rose,
tingendole, mentre Adone a terra, nutriva del suo sangue gli anemoni.
In
ogni caso i fiori, fino allora canditi, trassero il loro colore da questa
disgrazia, credenza che molto probabilmente trae origine dall'usanza
antica di guarnire i morti con fiori dal colore cupo, visti come sostituti
del sangue.
Il
dipinto di Sebastiano del Piombo illustra la versione più comune, secondo
la quale Venere stessa resta ferita, Gombrich vede nel dipinto
l'illustrazione d'un episodio della Hypnerotomachia Poliphili = Lotta
d'amore, in sogno, di Polifilo, già diversamente illustrata dalla
Venere di Giorgione. Effettivamente i quadri son quasi contemporanei ed i
due pittori lavoravano per lo stesso gruppo, che comprendeva: Andrea
Loredan, Caterina, Nicolò e Taddeo Contarini, che era stato il
committente dei "Tre filosofi" di Giorgione, Girolamo di Bertuccio,
sovrintendente di Sebastiano del Piombo a San Giovanni Crisostomo. Se il
clima agreste può a tutta prima ricordare lo stesso bosco di Giorgione,
il dipanarsi della vicenda è decisamente più tragico; al sonno immemore
di Venere è susseguito il più tragico dei risvegli, invano Cupido cerca
di consolare sua madre, mentre dietro di lei altre tre donne s'affannano
ed accusano Pan d'aver provocato la tragedia: due sicuramente sono
Persefone e Demetra, l'altra potrebbe essere la sventurata Mirra, madre
dell'eroe.
Tutto
ciò non contrasta affatto con la versione del Corboz, anzi, prova
esattemente l'esistenza d'un intreccio per certi aspetti impossibile a
sciogliersi, tanto che sullo sfondo della scena ritroviamo proprio
un'immagine di Venezia, come se la vicenda si svolgesse in un'isoletta
in vista di piazza San Marco e non è un profilo convenzionale, ma proprio
il palazzo ed il campanile come si presentavano ai tempi in cui fu dipinto
il quadro, prima della costruzione della cuspide 1514.
Certamente
Tiziano dipinge delle favole per i committenti stranieri e lo stesso
faranno il Veronese, Tiepolo e Palma il Giovane, ma quando un nobile
veneziano ordina un'allegoria non ha mai intenzione di raccontare una
favola, a dispetto della sua fama di città frivola e godereccia Venezia
continua a perseguire i suoi ideali culturali anche in piena Controriforma
e più tardi nonostante l'interdetto.
Forse
anche perché accanto al mito tutto profano di Venezia-Venere cresce
anche, e con eguale fervore, la devozione mariana: ad uno sguardo attento
non può sfuggire che fin dal quattrocento gli stessi simboli di Venere
son confluiti nella devozione alla Vergine, che compare soprattutto tra le
rose, ma anche con perle, conchiglie, colombe e lepri.
Nel
1494 "l'Alberto Duro Fiammingo" così l'avevano soprannominato i
veneziani, aveva fatto circolare le sue incisioni per tutta la città:
forse c'era già qualche foglio della "Vita di Maria" che più
tardi, nel 1505 andò a formare un libro devozionale. Quel che è certo è
che Venezia era il luogo adatto per questo tipo di studio, perché la
Chiesa bizantina era da sempre stata più attenta alla vita della Vergine,
con tanti aneddoti che i Vangeli ignoravano completamente: i nomi dei
genitori, Gioachino ed Anna, le circostanze della sua Presentazione al
Tempio, il 21 novembre, festa ortodossa che poi Venezia assorbì nel culto
della Madonna della Salute, il fidanzamento con Giuseppe, la fuga in
Egitto, la purificazione dopo il parto, la leggenda della sua Assunzione,
che solo nel 1950 sarebbe stata proclamata dogma di fede... anticipazioni
coraggiose, di chi conosce bene l'argomento.
Nel
1502 l'edificio di santa Maria degli Albanesi aveva terminato la propria
costruzione e commissionò a Vittore Carpaccio un bel ciclo in onore di
Maria. Le immagini dei due cicli si assomigliano a tal punto, da suggerire
la possibilità che i due pittori lavorassero proprio insieme,
scambiandosi suggerimenti e pareri. La stessa impressione lo fa il
confronto della "Presentazione della Vergine al Tempio" eseguita sia
da Cima da Conegliano che da Tiziano: entrambe presuppongono la conoscenza
della stampa di Dürer e non è escluso che, nel cinquecento, il libro
circolasse per Venezia.
Tedesca,
secondo i più è anche la prospettiva dell'"Assunta" che
rappresenta una novità assoluta. La gigantesca pala di sette metri fu
dipinta da Tiziano nel 1516-1518 per la chiesa dei Frari, dove si trova
tutt'ora. Qui però entra in gioco un complicato giuoco di squadra: già
Mantegna aveva rappresentato una Madonna a braccia aperte, in atto di
salire al cielo, nella Cappella Ovetari della chiesa degli Eremitani a
Padova. Dürer la vide, la copiò ed il modello piacque a sua volta al
Tiziano... nel cinquecento non si usava essere originali, anzi, misurarsi
con un tema già noto era sinonimo di sicurezza nelle proprie capacità,
dati gli inevitabili confronti.
Questa
versione umana di Maria da spessore alla devozione religiosa e se molte
altre città italiane vantavano un legame particolare con la Vergine, non
possono contare sullo stesso legame tra materiale iconografico e feste,
organizzate dalle numerose scuole devozionali, la frequenza con cui le
immagini religiose escono dalla chiesa per animare capitelli ed abitazioni
private forma un legame di confidenza ed al tempo stesso nutre un
importante mercato artistico, non sempre minore.
La
tela forse più rappresentativa di questo connubio rinascimentale fra la
dea dell'amore e la Madonna è "La festa del Rosario", che Dürer
dipinse nel 1506, attualmente custodita alla Narodni Galerie di Praga,
dove in una maestà trionfante di tipo quasi medioevale, vediamo gli
angioletti distribuire ai presenti non già appunto dei rosari... ma
corone di rose, intrecciate secondo i canoni del rituale un tempo
riservato a Venere.
Mary Falco
1) La mia vita ed altri saggi. –
Bari : Laterza, 1967, p. 215: Il problema del Rinascimento.
2)
La civiltà del Rinascimento in Italia. – Firenze: Sansoni, 1968
3 ) Background to the
English Renaissance. – London, 1974
4) De Origine situ et
magistratibus urbis venetae ovvero la Città di Venezia (1493-1530)
ed. A. Caracciolo Aricò. – Milano, 1980
5) Notizia d'opere di disegno
(1521-1543) edito da Morelli, Bassano 1800 e Frizzoni, Bologna 1884.
6)
Giorgione. – Milano: Rizzoli, 1955. –
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