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Uomini nella Storia di Colobraro 
Gennaro Simeone medico, chirurgo e ricercatore. Un colobrarese da ricordare.
di Pietro Giovanni Lucarelli



Gennaro Simeone 

Gennaro Simeone, terzogenito di Giuseppe Nicola e Maria Capitolo, ebbe i natali in Colobraro il 7  gennaio del 1879.  
Compì i suoi studi a Napoli.
Allievo di Castellino, Bianchi e Cardarelli, dopo gli studi classici,  si laureò brillantemente in medicina e chirurgia.
Particolarmente sensibile allo studio della tubercolosi polmonare – tante vittime mieteva -  si dedicò ad approfondimenti sull'insufficienza aortica e sul pneumotorace. 
In un tempo dove il vivere ed il morire eran parte del probabile quotidiano, nella sua pur breve esistenza di uomo e di medico, fu apprezzato per le sue capacità professionali e per le sue doti umane, germogliate nell'educazione familiare, irrobustite nella formazione umanistica  e consolidate nei sani principi dell'insegnamento del  prof. Giuseppe Moscati, il medico Santo. 
Conseguita la Condotta in Rotondella,  fece della professione medica lo scopo della sua vita.
Lì, come nella sua natia Colobraro, dalla quale mai si distaccò, professò l'arte medica con la passione di una vera e propria missione.

Precursore del moderno concetto di assistenza  sanitaria per soli scopi umanitari, mai curò in ragione di censo. Allestì con le sue sole risorse nella propria dimora colobrarese non solo un ambulatorio medico, ma una vera e propria sala operatoria del tempo,  ove praticò,  pur nei limiti dei  mezzi di cui poteva disporre,  gli interventi che l'urgenza imponeva.   
Un colpo inaspettato a quel cuore che tanto l'aveva ispirato nella vita ed appassionato negli studi, a soli 56 anni, lo strappò alla sua famiglia, alla sua gente, ai suoi pazienti.
La sua non fu una esistenza volta alla ricerca di clamori; il suo impegno professionale ed il suo carattere schivo fecero di lui un professionista serio e rigoroso che alle licenziosità preferiva gli studi, agli svaghi il lavoro.
Non ricercò onorificenze e non ne fu insignito, neanche dopo la sua morte.
Per questo e solo per questo la sua memoria non è giunta ai contemporanei.  
Chi ci ha preceduto, però,  sa che gli fu tributato in vita come in morte il miglior riconoscimento che l'uomo ed il medico poteva agognare: la riconoscenza della gente e la stima,  non solo dei pazienti, ma anche di numerosi colleghi che dai comuni in cui era giunta l'eco della sua perizia,  ignari della  sua improvvisa scomparsa, per dieci anni e più ancora, continuarono ad indicare il suo indirizzo a  malati da curare. 
Memore dell'opera e delle sue doti umane, il nipote Mario Alberto, conseguiti gli studi classici, ne voleva seguire le orme.
Il gravoso compito di responsabilità al quale, giovanetto, fu brutalmente chiamato per la lunga infermità della madre e per la subitanea dipartita di entrambi i genitori, lo costrinsero con rammarico a rinunciarvi. Profuse però nell'insegnamento l'esempio di vita dell'amato Zio.

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