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In realtà si tratta di
Pietro Caliari (1532-1558), detto Veronese, uno dei più felici interpreti
della scuola veneziana del '500 accanto a Tiziano e Tintoretto. Per
celebrarlo degnamente al Museo Correr, in piazza San Marco, dal 13 febbraio
al 29 maggio è aperta la mostra "Paolo Veronese: miti, ritratti,
allegorie", curata da Giandomenico Romanelli e Claudio
Strinati (catalogo Skira) e realizzata in collaborazione col Musée du
Luxembourg, Venezia Musei, il sostegno di Banca Aletti e la collaborazione
della Fondazione Corriere della Sera. Allestita negli splendidi ambienti
della reggia napoleonica, l'esposizione propone una trentina di capolavori a
soggetto profano per lo più mai esposti in tempi moderni. Un'altra grande
novità è costituita dallo spazio espositivo al primo piano del museo
Correr, che comprende, oltre al
Salone delle feste, un'ampia e suggestiva ala della reggia neoclassica di
piazza San Marco, che costituirà una scoperta per molti e che, dopo la
mostra, sarà oggetto di un
importante intervento di restauro diretto dalla Soprintendenza per i Beni
Architettonici PPSAD di Venezia e Laguna.
Si tratta di opere
provenienti da collezioni e musei europei e americani, in molti casi mai
esposte in tempi moderni in Italia, attraverso le quali indagare i caratteri
peculiari del suo lavoro e la grande carica innovativa di questo artista
che, con assoluta originalità, rappresenta in termini emblematici il
carattere e la singolarità della Venezia del suo tempo. Una selezione di
opere di carattere profano, dalle allegorie alle eroine bibliche, dai
ritratti alle scene mitologiche, che sono un inno alla bellezza, al lato
edonistico e mondano della vita dell'alta società; l'esposizione è
incentrata infatti sulla produzione non religiosa dell'artista
cinquecentesco, considerato dagli esperti il rappresentante per eccellenza
della "pittura profana". Manuela
Malaguti ricorda come sia stato osservato che Veronese porta alle
ultime conseguenze l'empirismo visivo di Carpaccio e che supera sia la
tradizione tonale veneta che il luminismo di Tintoretto. La sua formazione
"provinciale" ne ha affinato la componente manierista e la pratica del
mosaico ne può aver influenzato la tecnica pittorica. Al di là delle
riflessioni della critica, l'arte di Paolo Veronese sembra ancora tutta
centrata in quella sconcertante frase riportata dai verbali
dell'Inquisizione relativi al processo del 1573, quando alla richiesta di
spiegazioni circa la presenza in un "Ultima cena" di buffoni, ubriachi,
pappagalli, nani, tedeschi e simili scurrilità, il pittore risponde: "Nui
pittori si pigliamo licenzia che si pigliano i poeti et i matti". Veronese
contribuì in maniera fondamentale alla creazione e all'affermazione del mito
di Venezia. In quel periodo l'élite della Serenissima procedette a un
tentativo di rilancio ideologico di Venezia, vista come città perfetta,
esempio di equilibrio istituzionale. Le sconfitte politiche e militari di
inizio secolo avevano reso impossibile un recupero reale in termini
economici. Allora si preferì giocare sul mito. Con la sua pittura votata
alla più spettacolare celebrazione del potere, Veronese ne fornì la
rappresentazione. Si servì con libertà e spregiudicatezza lieve
dell'allegoria - strumento principe, assieme al mito, per la pittura
politica e celebrativa. Trattò con virtuosistica teatralità le scene
mitologiche e amorose, già ricche di languore e sensualità e in più colme di
velluti e damaschi, sete e piume, corazze e mantelli al vento, gioielli,
argenti e porpora.
Fornì agli esponenti della classe dirigente, che nei ritratti cercavano
l'eternità, le più sorprendenti scenografie.
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Nelle
sue opere Venezia risplende come una dea, è il luogo della ricchezza e del
bello, lo stato perfetto ed eterno di una società elegante e sensuale.
Pittura votata alla più
spettacolare celebrazione dell'epifania del potere, dando corpo –e
anima, talvolta- alle più mirabolanti scenografie della classe dirigente di
uno stato "perfetto ed eterno", essa contribuisce in maniera
fondamentale alla creazione e
all'affermazione del mito di Venezia,
fornendo forme e colori i più smaglianti e seducenti per convincere
che Venezia è, anche, il luogo della ricchezza e del bello.
Vi è, poi il Veronese delle
scene mitologiche e amorose, poesie pittoriche in atmosfere sensuali,
languide, non prive d'ironia nelle citazioni. Significativa è infine la
selezione di ritratti, in cui Veronese rappresenta, indaga, decifra
caratteri e passioni, sa cogliere e mostrare la leggerezza di un sentimento
e la delicatezza di un gesto. Qui l'artista offre la parte più segreta e
partecipata della sua produzione profana: i personaggi – pur nella
coscienza del proprio alto destino - parlano con l'osservatore, entrano
nella dimensione del tempo che scorre fuori dalla beatificazione laica del
mito politico e ideologico, cercano di essere se stessi .
Ma non è tutto! Fabrizia
Callegaro ricorda che nel 1854 Eugène Delacroix scrisse entusiasta: "C'è
un uomo che riesce a far chiaro senza violenti contrasti, che dipinge il
plein-air, che ci fu sempre detto esser cosa impossibile: quest'uomo è
Paolo... Io devo tutto a Paolo Veronese."
E se questa è la geniale e
sorprendente intuizione del capostipite del Romanticismo, poco più tardi
anche la critica ufficiale scoprirà che il Veronese applica le regole dei
toni complementari assai prima che la fisica ne stabilisca i principi
scientifici. Con due secoli d'anticipo sulla pittura contemporanea, Paolo
abolisce il nero dalla tavolozza e utilizza le ombre colorate, complementari
e subordinate al colore di riferimento. Il suo è l'istinto certo
dell'artista abituato ad attingere a piene mani dalla città del colore
per eccellenza, ma c'è chi vede nella sua pennellata un'anticipazione della
dottrina divisionista, pur precisando che nell'arte veronesiana nulla è
meccanico, virtuosistico o complicato, ma puramente istintivo, privo di
progetti e calcoli vigilati. Un amore scontato, dunque, quello degli
impressionisti per la pittura di Paolo Veronese e con esiti particolarmente
felici in Renoir, che oltre all'impiego di una inesauribile gamma di rosa e
azzurri, sembra condividere con il maestro veneto l'adesione vitalistica e
sensuale al soggetto.
Con la dovuta prudenza nasce
la tentazione di accostare l'epopea della Venezia rinascimentale a quella
altrettanto tenace della Parigi fin de siècle: Veronese e Renoir, testimoni
affidabili di un mirabolante teatro del mondo, scintillante di luci e
popolato di una umanità vociante e spregiudicatamente mondana. Un mondo
deliberatamente consegnato ai posteri mediante una poetica che confida tutta
nel colore, quale veicolo più immediato e autorevole del sentimento.
Se la realtà dipinta è per
definizione destinata a subire gli attacchi incrociati della storia e le
mutazioni del gusto, l'arte può confidare nel tempo e nella condizione
astratta di durata. Se l'impressionismo di Renoir è determinante nella
creazione della leggenda parigina, il colorismo di Veronese è l'artefice
indiscusso del Mito di Venezia ed è indicativo che entrambi ricorrano a
immagini istantaneamente comprensibili, giustificabili appieno nella sola
presenza e senza la necessità di un significato.
continua a pagina 32
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