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Stemma
gentilizio della famiglia Tripani
È una figura di studioso quasi del tutto sconosciuta, che si incontra
soltanto in qualche vecchio repertorio storico-critico dove compare
piuttosto fugacemente (C. Minieri Riccio, L. Giustiniani …).
Lucano di nascita, ma vissuto quasi sempre a Caserta e poi a Napoli, fu
insigne medico e giurista, nonché poeta e scrittore. Come medico abbiamo di
lui vaghi accenni di opere forse soltanto manoscritte o che si proponeva di
dare alle stampe, tra cui Historicus politicus progressus jurisdictionis,
Consilium medico-politicum de magistratus instauranda valetudine, Sintagma
forense de ordine iudiciorum…, mentre del poeta resta un sonetto
dedicato alla figlia Prospera, ma si pensa che scrivesse ancora al riguardo,
poiché nella prefazione della sua unica opera a noi giunta vengono
elargiti, da un letterato del tempo, ampi riconoscimenti ai suoi pregi di
poeta. Nel campo invece del pensiero politico-storico-giuridico possediamo
un piccolo trattato, dal titolo Idea civilis potestatis, avente per
sottotitolo quello di Principis jurisdictionis brevis enarratio.
Una copia di detto libro esiste nella Biblioteca Provinciale di Matera, ed
è a questa che abbiamo attinto per illustrare lo scritto del Tripani con
una certa ricchezza e proprietà di riferimenti, nell'intento di toglierlo
dall'ombra e farlo opportunamente conoscere, giacché lo è solo in minima
parte.
Si tratta di un'operetta di argomento politico, con
richiami storici e di diritto, a fondo apertamente
moralistico-didattico, che può essere posta accanto ad altre opere di ugale contenuto scritte nel
'600 o di qualche tempo posteriore (di Botero, Zuccolo, Boccalini, Settala
e G.A. Brancalasso quest'ultimo di Tursi, per fare il nome soltanto di
alcuni più noti), tutte fiorite sulle orme del Principe di Niccolò
Machiavelli o sugli stimoli della riflessione politica sempre presente nella
cultura italiana sia pure di stampo conformistico.
È scritta con buoni pregi letterari in
lingua latina, che era a quel tempo lingua di uso nella trattazione di
materia scientifica, sebbene non venisse disdegnato il volgare che aveva
ormai tutta una sua rispettabile tradizione presso i dotti e gli uomini di
lettere.
Del Machiavelli però, pur nella diversità dello strumento
linguistico adoperato, sono ben lontani l'indole e lo spirito inquieto,
l'animosità polemica, la spregiudicatezza della osservazione, la
profondità ed acutezza di pensiero critico, lo stile rappresentativo
efficace ed alieno da lenocini letterari. Il nostro autore scrive nella seconda metà del '600, quando cioè
dominava il più aperto e formale ossequio alla politica culturale dei
sovrani regnanti nei vari stati d'Italia, e non solo di questa.
Gli intellettuali, tranne rare eccezioni, erano ligi al potere, appartenendo
a quella schiera di abili e virtuosi e, perché no, anche convinti ed onesti
banditori delle idee della ragion di stato, dei valori dell'ordine
costituito, dei principi di legalità e di giustizia assicurati dai
governanti e riaffermati come espressione sincera delle idealità del tempo,
all'interno di quell'assolutismo monarchico assorbito in tutte le sfere
politiche e religiose.
Luca Tripani è, con altri scrittori di quell'età, figlio di un
conformismo politico che si respirava a pieni polmoni nella cultura
nazionale italiana ispirata alle idee della Controriforma.
Certe affermazioni di lui, come quella che le monarchie sono volute da Dio e
sono viste "veluti sidera in cielo, quorum influxus sive boni sive mali
in subditos transeunt", fanno
chiaramente trasparire le propensioni |
dell'autore, che del resto nel corso dell'opera non cessa dal richiamare
costantemente principi religiosi di devozione alla Chiesa, al Pontefice ed
alle istituzioni sacre. Non per questo, a nostro avviso, lo scrittore perde in importanza ed in
qualità di studioso, anzi queste ultime sono spiccate in lui e lo fanno
apparire uno squisito conoscitore delle dottrine giuridiche del tempo, un
fine intenditore della cultura storica e politica del passato, con solo
alcune strane conclusioni. Ad esempio, sono esclusi del tutto nell'analisi
i richiami agli autori della tradizione letteraria volgare italiana da Dante
al suo tempo, alcuni dei quali veri teorici della scienza politica, esclusi
quindi Machiavelli e Guicciardini, nonché altri, dei quali si poteva
all'occorrenza riportare qualche giudizio non fosse altro che per
contestarlo, e questo non perché, pensiamo, lo scritto del Tripani sia in
lingua latina.
L' esclusione di Dante soprattutto appare strana, per una stretta
consonanza con le sue idee di fondo (anche in Dante il tema della giustizia
è costantemente ripreso); si deve allora pensare che il culto del poeta
fiorentino in quel secolo fosse assai in ribasso, il che del resto è vero. Questo aspetto delle continue citazioni da un autore ad un altro, nel vasto
panorama del pensiero politico antico e moderno, fa perdere molto del
pensiero genuino dell'autore (per le sue affermazioni il Tripani vuole
costantemente un appoggio ed un punto preciso di riferimento). Ammirevole
invece appare la sua dimestichezza in un largo settore di discipline di
sapere antico e contemporaneo a lui.
Fulcro del trattatelo, nonché termine continuo di richiamo, è la virtù
della giustizia, la prima delle virtù civili ed il fondamento dell'arte
di governare da parte del principe, secondo quanto sostiene Luca Tripani.
Ma, vien da chiedersi a questo punto, chi è il principe a cui l'autore si
riferisce? Si può rispondere che, in assoluto, è il sovrano, il re,
l'immagine del quale è unicamente fissa davanti ai suoi occhi, attraverso
gli esempi che propone a conferma, derivati dalla storia di tutti i tempi,
dalla Bibbia, della storia dei monarchi orientali, degli imperatori o re
cattolici dell'età moderna.
Se è vero che il termine Princeps è da accogliersi in un'accezione di
significato ampio e certamente generico, per Luca Tripani si tratta di
figura ben più importante ed elettiva, che è poi quella di capo di una
unità politica e geografica corrispondente a regno, a territorio di una ben
più vasta dimensione che non sia quella ristretta di piccole signorie
feudali o principati moderni; l'autore, del resto, vedeva assai bene
rappresentata quella figura nella monarchia regnante a Napoli, sotto la cui
giurisdizione cadeva allora buona parte del Mezzogiorno di Italia. Nella fattispecie, i sovrani aragonesi, i re cattolici, l'imperatore Carlo
V, il re Ferdinando e qualche altro sovrano importante europeo di quel
tempo, vengono di frequente citati e
chiamati a conferma valida di quanto l'autore sostiene.
Non vuole tra l'altro, il nostro, insegnare a qualsiasi principe l'arte
di acquistare uno stato nuovo, di allargare quello in possesso, mantenerlo
forte e sicuro dai nemici interni ed esterni, o altro del genere, ma in un
certo senso vuole riflettere la realtà storico-politica del tempo, lo
status presente ed il tipo di organizzazione politica dominante, anzi dare
per acquisito da tutti che quelli attuali sono regni e potestà che si
possono governare e conservare soltanto con le buone arti dei principi
felicemente regnanti. L'astrattezza, la genericità dei princìpi e delle regole di
comportamento, nonostante i richiami storici a questo o a quello dei sovrani
antichi e moderni, visti soprattutto all'atto di amministrare giustizia,
che è primo ed irrinunciabile compito della giurisdizione del principe,
testimoniano il semplice intento compendiario che guida l'autore nel
concepire e portare a termine la sua fatica. Si procede quasi per nomi di re ed imperatori che incarnarono o incarnano le doti
di grandi governatori.
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