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Uomini nella Storia di Colobraro (LUCA TRIPANI GIURECONSULTO DEL '600)
di Michele Crispino


Stemma gentilizio della famiglia Tripani

È una figura di studioso quasi del tutto sconosciuta, che si incontra soltanto in qualche vecchio repertorio storico-critico dove compare piuttosto fugacemente (C. Minieri Riccio, L. Giustiniani …).
Lucano di nascita, ma vissuto quasi sempre a Caserta e poi a Napoli, fu insigne medico e giurista, nonché poeta e scrittore. Come medico abbiamo di lui vaghi accenni di opere forse soltanto manoscritte o che si proponeva di dare alle stampe, tra cui Historicus politicus progressus jurisdictionis, Consilium medico-politicum de magistratus instauranda valetudine, Sintagma forense de ordine iudiciorum…, mentre del poeta resta un sonetto dedicato alla figlia Prospera, ma si pensa che scrivesse ancora al riguardo, poiché nella prefazione della sua unica opera a noi giunta vengono elargiti, da un letterato del tempo, ampi riconoscimenti ai suoi pregi di poeta. Nel campo invece del pensiero politico-storico-giuridico possediamo un piccolo trattato, dal titolo Idea civilis potestatis, avente per sottotitolo quello di Principis jurisdictionis brevis enarratio.
Una copia di detto libro esiste nella Biblioteca Provinciale di Matera, ed è a questa che abbiamo attinto per illustrare lo scritto del Tripani con una certa ricchezza e proprietà di riferimenti, nell'intento di toglierlo dall'ombra e farlo opportunamente conoscere, giacché lo è solo in minima parte.
Si tratta di un'operetta di argomento politico, con  richiami storici e di diritto, a fondo apertamente moralistico-didattico, che può essere  posta accanto ad altre opere di ugale contenuto scritte nel '600 o di qualche tempo posteriore (di Botero, Zuccolo, Boccalini, Settala e G.A. Brancalasso quest'ultimo di Tursi, per fare il nome soltanto di alcuni più noti), tutte fiorite sulle orme del Principe di Niccolò Machiavelli o sugli stimoli della riflessione politica sempre presente nella cultura italiana sia pure di stampo conformistico.
È scritta con buoni pregi letterari in lingua latina, che era a quel tempo lingua di uso nella trattazione di materia scientifica, sebbene non venisse disdegnato il volgare che aveva ormai tutta una sua rispettabile tradizione presso i dotti e gli uomini di lettere.
Del Machiavelli però, pur nella diversità dello strumento linguistico adoperato, sono ben lontani l'indole e lo spirito inquieto, l'animosità polemica, la spregiudicatezza della osservazione, la profondità ed acutezza di pensiero critico, lo stile rappresentativo efficace ed alieno da lenocini letterari. Il nostro autore scrive nella seconda metà del '600, quando cioè dominava il più aperto e formale ossequio alla politica culturale dei sovrani regnanti nei vari stati d'Italia, e non solo di questa.
Gli intellettuali, tranne rare eccezioni, erano ligi al potere, appartenendo a quella schiera di abili e virtuosi e, perché no, anche convinti ed onesti banditori delle idee della ragion di stato, dei valori dell'ordine costituito, dei principi di legalità e di giustizia assicurati dai governanti e riaffermati come espressione sincera delle idealità del tempo, all'interno di quell'assolutismo monarchico assorbito in tutte le sfere politiche e religiose.
Luca Tripani è, con altri scrittori di quell'età, figlio di un conformismo politico che si respirava a pieni polmoni nella cultura nazionale italiana ispirata alle idee della Controriforma.
Certe affermazioni di lui, come quella che le monarchie sono volute da Dio e sono viste "veluti sidera in cielo, quorum influxus sive boni sive mali in subditos transeunt", fanno chiaramente trasparire le propensioni

dell'autore, che del resto nel corso dell'opera non cessa dal richiamare costantemente principi religiosi di devozione alla Chiesa, al Pontefice ed alle istituzioni sacre. Non per questo, a nostro avviso, lo scrittore perde in importanza ed in qualità di studioso, anzi queste ultime sono spiccate in lui e lo fanno apparire uno squisito conoscitore delle dottrine giuridiche del tempo, un fine intenditore della cultura storica e politica del passato, con solo alcune strane conclusioni. Ad esempio, sono esclusi del tutto nell'analisi i richiami agli autori della tradizione letteraria volgare italiana da Dante al suo tempo, alcuni dei quali veri teorici della scienza politica, esclusi quindi Machiavelli e Guicciardini, nonché altri, dei quali si poteva all'occorrenza riportare qualche giudizio non fosse altro che per contestarlo, e questo non perché, pensiamo, lo scritto del Tripani sia in lingua latina.
L' esclusione di Dante soprattutto appare strana, per una stretta consonanza con le sue idee di fondo (anche in Dante il tema della giustizia è costantemente ripreso); si deve allora pensare che il culto del poeta fiorentino in quel secolo fosse assai in ribasso, il che del resto è vero. Questo aspetto delle continue citazioni da un autore ad un altro, nel vasto panorama del pensiero politico antico e moderno, fa perdere molto del pensiero genuino dell'autore (per le sue affermazioni il Tripani vuole costantemente un appoggio ed un punto preciso di riferimento). Ammirevole invece appare la sua dimestichezza in un largo settore di discipline di sapere antico e contemporaneo a lui.
Fulcro del trattatelo, nonché termine continuo di richiamo, è la virtù della giustizia, la prima delle virtù civili ed il fondamento dell'arte di governare da parte del principe, secondo quanto sostiene Luca Tripani.
Ma, vien da chiedersi a questo punto, chi è il principe a cui l'autore si riferisce? Si può rispondere che, in assoluto, è il sovrano, il re, l'immagine del quale è unicamente fissa davanti ai suoi occhi, attraverso gli esempi che propone a conferma, derivati dalla storia di tutti i tempi, dalla Bibbia, della storia dei monarchi orientali, degli imperatori o re cattolici dell'età moderna.
Se è vero che il termine Princeps è da accogliersi in un'accezione di significato ampio e certamente generico, per Luca Tripani si tratta di figura ben più importante ed elettiva, che è poi quella di capo di una unità politica e geografica corrispondente a regno, a territorio di una ben più vasta dimensione che non sia quella ristretta di piccole signorie feudali o principati moderni; l'autore, del resto, vedeva assai bene rappresentata quella figura nella monarchia regnante a Napoli, sotto la cui giurisdizione cadeva allora buona parte del Mezzogiorno di Italia. Nella fattispecie, i sovrani aragonesi, i re cattolici, l'imperatore Carlo V, il re Ferdinando e qualche altro sovrano importante europeo di quel tempo, vengono di frequente citati  e chiamati a conferma valida di quanto l'autore sostiene.
Non vuole tra l'altro, il nostro, insegnare a qualsiasi principe l'arte di acquistare uno stato nuovo, di allargare quello in possesso, mantenerlo forte e sicuro dai nemici interni ed esterni, o altro del genere, ma in un certo senso vuole riflettere la realtà storico-politica del tempo, lo status presente ed il tipo di organizzazione politica dominante, anzi dare per acquisito da tutti che quelli attuali sono regni e potestà che si possono governare e conservare soltanto con le buone arti dei principi felicemente regnanti. L'astrattezza, la genericità dei princìpi e delle regole di comportamento, nonostante i richiami storici a questo o a quello dei sovrani antichi e moderni, visti soprattutto all'atto di amministrare giustizia, che è primo ed irrinunciabile compito della giurisdizione del principe, testimoniano il semplice intento compendiario che guida l'autore nel concepire e portare a termine la sua fatica. Si procede quasi per nomi di re ed imperatori che incarnarono o incarnano le doti di grandi governatori.

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