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ANTONIO BRUNO E IL DONO DELLA POESIA 
di Daniele Calvi

Conferenza tenuta da Daniele Calvi il 29.12.2005 per la presentazione del libro di Antonio Bruno.
"I sussurri del vento" (Otma edizioni, Milano, 2005) organizzata dalla Pro Loco di Colobraro.

Quando, poco più di un anno fa, Antonio scelse di farmi leggere quelle che lui, per pudore e modestia, faceva perfino fatica a definire poesie, mi colpì soprattutto la sua discrezione. "Daniele", mi disse, "ho scritto degli appunti, delle semplici annotazioni, prendendo spunto da qualche mia esperienza e riflessione personale, ma anche da proverbi, modi di dire, espressioni popolari, che sentivo fin da bambino a Colobraro. Mi piacerebbe che tu le leggessi. Con comodo, senza fretta, per dirmi cosa ne pensi". Quando, dicevo, Antonio ha deciso di consegnarmi i suoi quaderni che contenevano, in realtà, come poi avrei scritto nella prefazione di questo libro, l'eco interiore degli eventi più significativi e importanti della sua vita - quella che gli scrittori romantici con un po' di retorica potrebbero definire "la storia di un'anima" - tra noi esisteva da tempo una cordiale e sincera amicizia. Nata con la complicità dell'incantevole paesaggio e delle fresche serate estive colobraresi. Serate così gradevoli da metterti in corpo la voglia di passeggiare e chiacchierare fino a tardi con gli amici, per goderti la pace e la bellezza mozzafiato del panorama, lasciandoti andare magari a confidenze che, nell'anonima e frenetica routine della città, non trovano mai interlocutori attenti e interessati o più semplicemente disposti ad ascoltare. Durante queste lunghe camminate che, consentendoci una licenza poetica, potremmo definire "conversative", o più correttamente dedicate alla conversazione, avevo avuto modo di apprezzare alcune evidenti qualità di Antonio: la sua innata abilità di narratore, che spesso si traduce in una vera e propria arte dell'aneddoto, del racconto comico e della barzelletta, il gusto intelligente per la battuta vivace e spiritosa, il carattere generoso e gioviale, la profonda sensibilità umana che lo spinge talvolta all'introspezione e alla malinconia. Tutte doti che mi rendevano piacevole la sua compagnia e gradita la sua amicizia. Doti che ho ritrovato pienamente espresse nelle sue poesie.
E non ho faticato a capire - non ci voleva del resto una particolare perspicacia - perché Antonio avesse pensato proprio a me quando finalmente dopo tanti anni si era deciso a levarle dal cassetto in cui le teneva gelosamente custodite per farle leggere a qualcuno. In primo luogo, perché nella cerchia dei suoi amici, ero quello più lontano dall'ambiente in cui era nato e cresciuto. Quell'ambiente dove tutti, perfino le pietre, direbbe Verga, ci conoscono e al quale, proprio per questo, per una forma di naturale e comprensibile riservatezza, tendiamo a nascondere le nostre passioni segrete, quelle che contano di più, sulle quali abbiamo investito una parte importante del nostro io e a cui ci sentiamo maggiormente affezionati. La paura di essere giudicati e criticati e di vedere compromessa la nostra reputazione finisce sempre col prevalere in questi casi sulla speranza del plauso e del consenso. Sbagliamo a farlo, perché quando qualcosa vale, a dispetto dell'antico monito "nessuno è profeta in patria", prima o poi viene apprezzata anche da chi ci ha conosciuto fin dall'infanzia o, addirittura, prima che nascessimo, avendo frequentato magari i nostri genitori e perfino i nostri antenati. Come testimonia l'iniziativa di questa sera e l'apprezzamento che molti colobraresi hanno già mostrato per il libro di Antonio.
La seconda ragione per cui ho avuto l'onore di essere scelto da Antonio come "primo lettore" dei suoi testi poetici è perché appartengo a quella categoria di persone - e non so ancora dopo tanti anni se considerarla una fortuna o una disgrazia - che per mestiere si occupano di una cosa totalmente inutile sul piano pratico, quanto meno nella logica materialistica e produttivistica che caratterizza la società del nostro tempo. Sto parlando della letteratura. Che, appunto, non serve a nulla, non si propone mai uno scopo preciso, una finalità concreta e che mi sforzo ogni giorno, con molte inevitabili delusioni per la verità e qualche rara soddisfazione, di proporre agli studenti nel suo abito migliore. Quello della gioia e del divertimento. Del piacere, cioè, che ognuno di noi, con qualche opportuno accorgimento, potrebbe trarre da due attività guardate invece solitamente con sospetto e qualche punta di fastidio e insofferenza: leggere e scrivere. Perché, nonostante tutto, mi sostiene ancora l'illusione che nelle pagine degli scrittori e dei poeti sia possibile trovare il sugo - come direbbe il Manzoni- cioè il senso più autentico della vita umana. La quale, per citare un altro grande autore, assomiglia se la guardiamo bene ad una malattia, ma a differenza delle altre è sempre mortale.
Dunque, quando Antonio si è rivolto a me ritengo lo abbia fatto perché, prima di convincersi a rendere pubbliche le sue secrete carte sentiva il bisogno di un parere qualificato. Del giudizio di un esperto. E io lo ringrazio ancora una volta di tanta considerazione, che non merito, ma soprattutto per avermi reso partecipe di una scoperta che non esito a definire straordinaria. Non mi riferisco soltanto alla qualità dei suoi versi che ho avuto modo in altre occasioni di mettere in evidenza. E a questo punto consentitemi un'auto citazione perché al momento non saprei trovare parole diverse con cui definire e commentare le sue poesie.

Perciò confermo quanto avevo scritto nella presentazione del suo libro. E cioè che attraverso un lessico apparentemente dimesso e forme stilistiche semplici e convenzionali, Antonio Bruno ha saputo dar vita a un canzoniere lirico tutt'altro che banale: con linearità espressiva e chiarezza di immagini, i suoi versi raccontano temi modernissimi, come il conflitto a volte drammatico tra l'io e il mondo, la difficoltà di comunicare emozioni e sentimenti, le gioie effimere e i molteplici schianti dolorosi della vita, l'aspirazione spesso delusa a un rapporto solidale con gli altri. Nei motivi della sua esperienza umana e poetica, insomma, possiamo riconoscerci tutti, ritrovando nelle ansiose domande che Antonio rivolge sia alle umili cose terrene che a quelle celesti gli stessi frequenti interrogativi che ci poniamo di fronte al mistero dell'esistenza. Perché, anche quando mette a nudo gli aspetti più profondi e più controversi del suo animo, egli rimane un "poeta naturale", che predilige scorci, persone e oggetti comuni della vita. Il tema più ricorrente dei suoi versi è, infatti, la volontà di sentirsi dentro la vicenda di tutti: vi cercheremmo invano pose intellettualistiche, concetti velleitari, sensazioni eccezionali, intuizioni esclusive, espressioni ermetiche. Antonio Bruno ama i termini d'uso quotidiano, le "trite parole" di ogni giorno. Come Saba - se è lecito azzardare un paragone illustre - anch'egli si lascia incantare dalla rima "amore/fiore", la più antica, ma anche la più difficile del mondo. E, come Pascoli, ha saputo conservare anche da adulto il suo "io fanciullo, quello che parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle (...) quello che piange e ride senza perché, di cose che sfuggono ai nostri sensi e alla nostra ragione, quello che (...) rende tollerabile la felicità e la sventura, temperandole d'amaro e di dolce, e facendone due cose ugualmente soavi al ricordo. Egli fa umano l'amore (...) tra un bramire di belve". Per questo, la sua è, per usare un'altra definizione di Saba, una poesia "onesta", che si scioglie in versi solo per soddisfare il bisogno di una sincera passione interiore, senza tentare mai, per meschini motivi di ambizione o di successo, di apparire più vasta e più colta di quanto essa sia. E solo chi sa cogliere quanto di bello e suggestivo c'è nella vita e nella natura, può capire quale grandezza d'animo occorra per mantenersi puri ed onesti di fronte a se stessi. Un giudizio che, ripeto, sono pronto a sottoscrivere di nuovo, soprattutto dopo aver letto anche le bellissime poesie che Antonio ha continuato a scrivere da allora, con passione ancora più robusta e qualche ferro del mestiere in più nel suo arco. E che spero possano presto essere raccolte in una nuova pubblicazione.
Ma, dicevo, la scoperta più importante che ho compiuto grazie ai suoi testi è un'altra. E cercherò, se mi concedete ancora un po' della vostra pazienza, di spiegarla. Di lui mi aveva colpito subito lo stravagante connubio tra la passione per la poesia e la sua professione. Antonio ha lavorato, infatti, per molti anni come tecnico dell'Ilva, l'impianto siderurgico più grande d'Italia. Ma non era un tecnico qualsiasi. Antonio, infatti, aveva un compito davvero speciale e delicato: faceva - ora che è in pensione lo possiamo tranquillamente rivelare - le radiografie ai tubi di acciaio, per valutarne esattamente lo spessore e il grado di purezza. Anche da lui, insomma, e dal suo giudizio, poteva dipendere la tenuta di un'impalcatura o della componente meccanica di un'auto o di un aereo. Un lavoro di responsabilità che spesso si svolgeva di notte.
E si sa, la notte è amica dei poeti. Ebbene, molte delle sue poesie sono nate lì, in acciaieria, di notte, durante le pause tra una radiografia e l'altra o in attesa di cominciare il proprio turno di lavoro. Beh! non so cosa ne pensiate voi, ma a me l'immagine di un tecnico in camice bianco alle prese con sofisticati sistemi di verifica e controllo che trascorre i rari momenti di riposo scrivendo poesie, affidando cioè le proprie emozioni e i propri ricordi ad una penna e ad un foglio di carta, è sembrata, per usare un'espressione leopardiana "poetichissima in sé" (non è un errore ortografico, badate bene, ma un arcaismo). E mi ha fatto venire alla mente, sempre a proposito di Leopardi, una figura assai particolare. 
Quella del pastore errante dell'Asia, il semplice e ingenuo interlocutore della luna, a cui il grandissimo poeta affida mirabilmente tutte le sue meditazioni sul senso del tempo e del destino, sul significato del vivere, sul rapporto tra gli esseri viventi e l'universo, sul mistero e il dolore che accompagnano da sempre il cammino dell'uomo. Come interprete di queste angosciose domande destinate a rimanere senza risposta, Leopardi non ha scelto un filosofo, un letterato, un intellettuale, ma un umile pastore errante, una creatura primitiva, capace di provare come tutti noi il tormento esclusivamente umano del pensiero, ma anche di stabilire, diversamente da noi, un immediato e istintivo contatto con la misteriosa, quasi sacrale bellezza dell'universo.
Proprio questo richiamo a Leopardi che era sorto in me dall'immagine di Antonio, in fabbrica, alle prese con la sua passione poetica, questa sorta d'illuminazione analogica, questo accostamento mentale spontaneo con la famosa lirica leopardiana, mi ha portato a capire la vera rivelazione che i suoi componimenti mi avevano dischiuso.
Quei versi annotati in fretta su un'agenda sgualcita erano il frutto genuino di un miracolo antico quanto l'uomo.

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