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da pagina 11 Il
miracolo della poesia. Che nasce direttamente nel cuore di ognuno di noi. E
ha trovato non a caso nella cultura e nella tradizione occidentale il suo
simbolo più coerente ed efficace nel mito di Omero, l'aedo cieco e
girovago.
Il caso di Antonio, inoltre, ci aiuta a mettere in luce un altro importante
elemento. Come ebbe modo di
ricordare anche Eugenio Montale nel discorso tenuto presso l'Accademia di
Svezia nel 1975, in occasione del conferimento del Premio Nobel,
probabilmente la poesia è scaturita, nella notte dei tempi, dalla necessità
di aggiungere un suono vocale, cioè un segno più squisitamente umano, al
ritmo martellante delle musiche primitive. Recitare poesie divenne allora un
vero e proprio rito collettivo i cui partecipanti, sollecitati
dall'incalzare della musica, accompagnavano i versi del poeta con il canto o
il battito delle mani. La simbiosi tra parole e suono, quindi, è
all'origine della poesia e rimarrà un dato costante per molti secoli,
anche dopo l'introduzione in Grecia della scrittura alfabetica (VIII
sec. a. C.), se è vero che la stessa definizione di poesia lirica deriva
dal nome di un noto strumento musicale. E continuerà a
sopravvivere in altre epoche ed altri periodi della storia,
manifestandosi ad esempio nella poesia provenzale e trobadorica di età
medievale, o in molte forme
più recenti di poesia popolare, come quella dei cantastorie o degli odierni
cantautori. Forse, bisognerebbe a questo punto far presenti le differenze
tra una "poesia colta" e una "poesia popolare" o "popolareggiante"
segnata fortemente dalla musica, ma il discorso ci porterebbe inutilmente
lontano. Ricordare la comune parentela della poesia con la musica ci è
servito soltanto per mettere in risalto ancora una volta il talento naturale
di Antonio per la versificazione poetica. Talento che non gli deriva
dall'erudizione. Ma ha certamente a che fare con il suo spiccato
interesse per gli strumenti musicali, coltivato fin da ragazzo con
eccellenti risultati.
Perché - e lui stesso non
ha difficoltà ad ammetterlo - Antonio non appartiene alla schiera dei
"poeti laureati", come, con malcelata diffidenza, Montale definiva
gli scrittori abituati a fare sfoggio di cultura e di retorica. E pur non
conoscendo alla perfezione i più sofisticati espedienti della metrica,
possiede quell'innato senso del ritmo verbale che, accanto alla capacità di
creare immagini originali e di forte valore evocativo, costituisce
l'ingrediente indispensabile dell'autentica poesia.
Anche nei componimenti dei maggiori poeti contemporanei, infatti, sebbene
prevalgano i versi liberi, le rime siano rare e la struttura ritmica meno
regolare che in passato, si avverte con chiarezza la ricerca di particolari
effetti fonici e sonori che rendono il discorso poetico molto diverso da
quello della prosa.
Basti pensare al fatto che mentre nel linguaggio comune la maggior parte
delle frasi viene costruita secondo l'ordine logico
soggetto-predicato-complemento, nel verso lirico quest'ordine risulta spesso
modificato, proprio nell'intento di produrre cadenze musicali e maggiore
efficacia espressiva.
C'è una
sensibile differenza fra la frase "questa collina così
selvaggia mi è sempre piaciuta"
e "sempre caro mi fu quest'ermo colle". In
effetti dicono la stessa cosa: quella collina isolata, disabitata e brulla,
mi è sempre piaciuta. Ma la seconda frase è un "verso", e chi la
scrive è un "poeta". E' un poeta perché le cose che ha da dirci
le dice in una forma che è diversa dal nostro parlare quotidiano. Una forma
che in questo caso lo ha indotto a spostare il complemento e il soggetto e
gli ha fatto scovare un aggettivo -ermo-
fuori dalla "norma". E' un poeta proprio perché fa
qualcosa che è fuori dalla norma. Fa, appunto, poesia. E, Dio
solo sa quanto ci sia ancora bisogno di vera poesia.
Soprattutto ora che la
lettura non si esprime più ad alta voce e si è fatta solitaria e
silenziosa. Ora che la poesia si è trasformata da cerimonia corale a fatto
privato, divenendo nel contempo fenomeno di massa e processo interiore. Ora
che, quando sono chiamate a definire chi sono i poeti, molte persone spesso
rispondono che i poeti sono uomini tristi, ripiegati su se stessi e che la
poesia suscita dubbi e incertezze angosciose, inquietanti. E' vero, la
poesia è sempre apparsa un luogo privilegiato nel quale l'uomo "parla
con se stesso" impegnandosi in un dialogo che
contiene interrogativi e domande di portata universale e perfino
filosofica: chi sono io?, qual è il senso della mia vita?, Che nome posso
dare alle sensazioni che provo?
Forse è proprio questo il compito principale della poesia da sempre:
rappresentare l'io nella sua affannosa e a volte convulsa ricerca di un
senso da dare al mondo e alla vita. Ma ciò equivale a dire che la poesia
non ha limiti e può parlare di qualsiasi cosa. E in effetti è proprio così,
e una storia universale della letteratura lo dimostrerebbe facilmente. La
poesia è stata in ogni cultura la più antica forma di espressione
artistica attraverso il linguaggio e ha affrontato gli argomenti più
disparati. Rappresentare e descrivere la realtà, abbiamo detto: ma questa
non è che una delle relazioni possibili tra la lingua poetica e il reale.
Ne esiste almeno un'altra, ancora più interessante da scoprire. Per
avvicinarla, dobbiamo rifarci al significato etimologico della parola
poesia. Essa viene da un verbo greco, poiéo, che fra le varie
accezioni, ha quella di "creare", "inventare" qualcosa
dal nulla. |
Questo verbo
si usava anche per indicare l'atto di edificare una casa , oppure voleva
dire "far sì che" una cosa accada. E una delle doti più
affascinanti della poesia, a pensarci bene, è proprio quella di inventare
una realtà e un mondo, facendola apparire dal nulla. Spesso, infatti, la
poesia ci comunica non il riflesso o la fedele rappresentazione di qualcosa
che esiste davvero, ma ciò che vive solo nell'immaginazione del poeta e,
attraverso le sue parole, anche nella nostra. Ogni volta che leggiamo una
poesia entriamo per così dire, rubando un termine alla fantascienza, in un
"universo parallelo", dove tutto può essere molto simile al mondo
reale, eppure è essenzialmente
diverso e "nuovo". Come riesce il poeta, o meglio la poesia, a
realizzare questo miracolo? Torniamo a una parola chiave: immaginazione. La
poesia può esistere perché
esistono l'immaginazione del poeta e quella del lettore, due mondi che
s'incontrano. Ma sono proprio e solo le parole a "metterli in
comunicazione". Nella grande poesia, infatti, nessun particolare è
casuale o gratuito, nessuna parola può essere trascurata e il compito del
lettore, estremamente gratificante alla fine, è quello di "costruire
la casa" (poiéo), cioè il "senso universale" del
mondo, insieme al poeta, con i mattoni delle sue parole ed il cemento dei
nostri significati.
Prima di chiudere, ammesso che ne
abbia ancora il tempo e non siate già morti di noia, vorrei brevemente
percorrere un'ultima pista, quella del poeta che "diventa
consapevole del proprio mestiere" e,
per questa ragione cerca l'io nel valore delle parole. Da oltre un
secolo, i poeti si chiedono se sia davvero possibile comunicare con la
poesia l'affannosa ricerca di se stessi e di rapporti autentici con gli
altri uomini. Non a caso, per Cesare Pavese il mestiere di poeta fu
tutt'uno con il "mestiere di vivere". Accanto a chi ha ancora fiducia
nel linguaggio poetico, c'è chi pensa invece che le parole siano segni
ormai vuoti e logori: semplici sillabe che possono solo suggerire, nella
migliore delle ipotesi, come dei barlumi improvvisi, piccoli frammenti di
conoscenza. Se, ad esempio, Ungaretti, proprio
alla vigilia di un'epoca dominata dalla funesta retorica dei
totalitarismi, riscopre nel fango della trincea il valore evocativo della
parola, isolandola nel verso fra pause di silenzio (" poesia / è il
mondo l'umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida
meraviglia / di un delirante fermento / Quando trovo / in questo mio
silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso"),
Montale, preferisce sottolineare la difficoltà di esprimere con la poesia
certezze e verità assolute sul destino degli uomini travolti da una crisi
che sembra scuotere le stesse fondamenta della civiltà. ("Non
chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a
lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo
a un polveroso prato (...) Non domandarci la formula che mondi possa
aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo
oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.").
Una volta fecero questa domanda - che cos'è la poesia - a Franco Fortini,
scrittore e poeta. Rimase perplesso: "E' come se dovessi rispondere a
che cos'è l'uomo o a che cos'è il mondo". Più brillante e spiritoso
si dimostrò Mario Luzi, che rispose: "la poesia aggiunge vita alla
vita: una vita al quadrato". Montale, invece, affermò: "Che
cos'è una poesia lirica? Per mio conto non saprei definire quest'araba
fenice, questo mostro, quest'oggetto determinatissimo, concreto, eppure
impalpabile perché fatto di parole, questa strana convivenza della musica e
della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della
veglia".
Il fatto è che nessun testo, nessun libro, nessuna pagina scritta può
esistere senza un interlocutore. La poesia ha bisogno di qualcuno a cui
parlare, altrimenti diventa un oggetto muto e insignificante. Questa verità
è stata sempre chiara ai poeti. Lo è al punto che non esiste testo
poetico, nemmeno un semplice frammento, che non preveda un lettore o
qualcuno che ascolti.
Ogni volta che il poeta dice "io", infatti, si rivolge a un
"tu", spesso senza nome o senza volto, talvolta invece con le
sembianze di una persona a lui ben nota. Lo fa semplicemente per ubbidire ad
un impulso, a un'esigenza insopprimibile, connaturata ad ogni essere umano:
entrare in relazione con
l'altro. Quando Leopardi parla a Silvia, non parla anche al lettore, a
tutti i suoi lettori? E ancora.
Anche quando il poeta dice "tu" pensando a se stesso, il dialogo
non diviene mai un monologo, ma una forma d'introspezione e di affascinante
dello sdoppiamento. E' come se il poeta dicesse: parlo con me stesso, ma
quello che voglio raggiungere, che mi interessa veramente sei
"tu".
Ovviamente questa affermazione
vale solo nel caso della poesia onesta.
Che cos'è una poesia onesta? Ce lo dice Umberto Saba in un breve saggio del
1911, pubblicato postumo e intitolato "Cosa resta ancora da fare ai
poeti": "La poesia onesta è quella che non dice una sola
parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione.
Al contrario è poesia disonesta quella che finge passioni che non ha, e
commette peccati contro lo spirito al solo e ben meschino scopo di ottenere
una strofa più appariscente, un verso più clamoroso." Una
lezione che Antonio Bruno, poeta vero, ha appreso molto bene.
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