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ANTONIO BRUNO E IL DONO DELLA POESIA 
di Daniele Calvi

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Il miracolo della poesia. Che nasce direttamente nel cuore di ognuno di noi. E ha trovato non a caso nella cultura e nella tradizione occidentale il suo simbolo più coerente ed efficace nel mito di Omero, l'aedo cieco e girovago.
Il caso di Antonio, inoltre, ci aiuta a mettere in luce un altro importante elemento. Come ebbe modo di ricordare anche Eugenio Montale nel discorso tenuto presso l'Accademia di Svezia nel 1975, in occasione del conferimento del Premio Nobel, probabilmente la poesia è scaturita, nella notte dei tempi, dalla necessità di aggiungere un suono vocale, cioè un segno più squisitamente umano, al ritmo martellante delle musiche primitive. Recitare poesie divenne allora un vero e proprio rito collettivo i cui partecipanti, sollecitati dall'incalzare della musica, accompagnavano i versi del poeta con il canto o il battito delle mani. La simbiosi tra parole e suono, quindi, è all'origine della poesia e rimarrà un dato costante per molti secoli,  anche dopo l'introduzione in Grecia della scrittura alfabetica (VIII sec. a. C.), se è vero che la stessa definizione di poesia lirica deriva dal nome di un noto strumento musicale. E continuerà a  sopravvivere in altre epoche ed altri periodi della storia, manifestandosi ad esempio nella poesia provenzale e trobadorica di età medievale, o in molte forme più recenti di poesia popolare, come quella dei cantastorie o degli odierni cantautori. Forse, bisognerebbe a questo punto far presenti le differenze tra una "poesia colta" e una "poesia popolare" o "popolareggiante" segnata fortemente dalla musica, ma il discorso ci porterebbe inutilmente lontano. Ricordare la comune parentela della poesia con la musica ci è servito soltanto per mettere in risalto ancora una volta il talento naturale di Antonio per la versificazione poetica. Talento che non gli deriva dall'erudizione. Ma ha certamente a che fare con il suo spiccato interesse per gli strumenti musicali, coltivato fin da ragazzo con eccellenti risultati. Perché - e lui stesso non ha difficoltà ad ammetterlo - Antonio non appartiene alla schiera dei "poeti laureati", come, con malcelata diffidenza, Montale definiva gli scrittori abituati a fare sfoggio di cultura e di retorica. E pur non conoscendo alla perfezione i più sofisticati espedienti della metrica, possiede quell'innato senso del ritmo verbale che, accanto alla capacità di creare immagini originali e di forte valore evocativo, costituisce l'ingrediente indispensabile dell'autentica poesia.
Anche nei componimenti dei maggiori poeti contemporanei, infatti, sebbene prevalgano i versi liberi, le rime siano rare e la struttura ritmica meno regolare che in passato, si avverte con chiarezza la ricerca di particolari effetti fonici e sonori che rendono il discorso poetico molto diverso da quello della prosa.
Basti pensare al fatto che mentre nel linguaggio comune la maggior parte delle frasi viene costruita secondo l'ordine logico soggetto-predicato-complemento, nel verso lirico quest'ordine risulta spesso modificato, proprio nell'intento di produrre cadenze musicali e maggiore efficacia espressiva.
C'è una sensibile differenza fra la frase "questa collina così selvaggia mi è sempre piaciuta" e "sempre caro mi fu quest'ermo colle". In effetti dicono la stessa cosa: quella collina isolata, disabitata e brulla, mi è sempre piaciuta. Ma la seconda frase è un "verso", e chi la scrive è un "poeta". E' un poeta perché le cose che ha da dirci le dice in una forma che è diversa dal nostro parlare quotidiano. Una forma che in questo caso lo ha indotto a spostare il complemento e il soggetto e gli ha fatto scovare un aggettivo -ermo-  fuori dalla "norma". E' un poeta proprio perché fa qualcosa che è fuori dalla norma. Fa, appunto, poesia. E, Dio solo sa quanto ci sia ancora bisogno di vera poesia.

Soprattutto ora che la lettura non si esprime più ad alta voce e si è fatta solitaria e silenziosa. Ora che la poesia si è trasformata da cerimonia corale a fatto privato, divenendo nel contempo fenomeno di massa e processo interiore. Ora che, quando sono chiamate a definire chi sono i poeti, molte persone spesso rispondono che i poeti sono uomini tristi, ripiegati su se stessi e che la poesia suscita dubbi e incertezze angosciose, inquietanti. E' vero, la poesia è sempre apparsa un luogo privilegiato nel quale l'uomo "parla con se stesso" impegnandosi in un dialogo che  contiene interrogativi e domande di portata universale e perfino filosofica: chi sono io?, qual è il senso della mia vita?, Che nome posso dare alle sensazioni che provo?
Forse è proprio questo il compito principale della poesia da sempre: rappresentare l'io nella sua affannosa e a volte convulsa ricerca di un senso da dare al mondo e alla vita. Ma ciò equivale a dire che la poesia non ha limiti e può parlare di qualsiasi cosa. E in effetti è proprio così, e una storia universale della letteratura lo dimostrerebbe facilmente. La poesia è stata in ogni cultura la più antica forma di espressione artistica attraverso il linguaggio e ha affrontato gli argomenti più disparati. Rappresentare e descrivere la realtà, abbiamo detto: ma questa non è che una delle relazioni possibili tra la lingua poetica e il reale. Ne esiste almeno un'altra, ancora più interessante da scoprire. Per avvicinarla, dobbiamo rifarci al significato etimologico della parola poesia. Essa viene da un verbo greco, poiéo, che fra le varie accezioni, ha quella di "creare", "inventare" qualcosa dal nulla.

Questo verbo si usava anche per indicare l'atto di edificare una casa , oppure voleva dire "far sì che" una cosa accada. E una delle doti più affascinanti della poesia, a pensarci bene, è proprio quella di inventare una realtà e un mondo, facendola apparire dal nulla. Spesso, infatti, la poesia ci comunica non il riflesso o la fedele rappresentazione di qualcosa che esiste davvero, ma ciò che vive solo nell'immaginazione del poeta e, attraverso le sue parole, anche nella nostra. Ogni volta che leggiamo una poesia entriamo per così dire, rubando un termine alla fantascienza, in un "universo parallelo", dove tutto può essere molto simile al mondo reale,  eppure è essenzialmente diverso e "nuovo". Come riesce il poeta, o meglio la poesia, a realizzare questo miracolo? Torniamo a una parola chiave: immaginazione. La poesia può esistere  perché esistono l'immaginazione del poeta e quella del lettore, due mondi che s'incontrano. Ma sono proprio e solo le parole a "metterli in comunicazione". Nella grande poesia, infatti, nessun particolare è casuale o gratuito, nessuna parola può essere trascurata e il compito del lettore, estremamente gratificante alla fine, è quello di "costruire la casa" (poiéo), cioè il "senso universale" del mondo, insieme al poeta, con i mattoni delle sue parole ed il cemento dei nostri significati.
Prima di chiudere, ammesso che ne abbia ancora il tempo e non siate già morti di noia, vorrei brevemente percorrere un'ultima pista, quella del poeta che "diventa consapevole del proprio mestiere" e,  per questa ragione cerca l'io nel valore delle parole. Da oltre un secolo, i poeti si chiedono se sia davvero possibile comunicare con la poesia l'affannosa ricerca di se stessi e di rapporti autentici con gli altri uomini. Non a caso, per Cesare Pavese il mestiere di poeta fu tutt'uno con il "mestiere di vivere". Accanto a chi ha ancora fiducia nel linguaggio poetico, c'è chi pensa invece che le parole siano segni ormai vuoti e logori: semplici sillabe che possono solo suggerire, nella migliore delle ipotesi, come dei barlumi improvvisi, piccoli frammenti di conoscenza. Se, ad esempio, Ungaretti, proprio  alla vigilia di un'epoca dominata dalla funesta retorica dei totalitarismi, riscopre nel fango della trincea il valore evocativo della parola, isolandola nel verso fra pause di silenzio (" poesia / è il mondo l'umanità / la propria vita / fioriti dalla parola / la limpida meraviglia / di un delirante fermento / Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso"), Montale, preferisce sottolineare la difficoltà di esprimere con la poesia certezze e verità assolute sul destino degli uomini travolti da una crisi che sembra scuotere le stesse fondamenta della civiltà. ("Non chiederci la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari e risplenda come un croco / perduto in mezzo a un polveroso prato (...) Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, / sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. / Codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.").
Una volta fecero questa domanda - che cos'è la poesia - a Franco Fortini, scrittore e poeta. Rimase perplesso: "E' come se dovessi rispondere a che cos'è l'uomo o a che cos'è il mondo". Più brillante e spiritoso si dimostrò Mario Luzi, che rispose: "la poesia aggiunge vita alla vita: una vita al quadrato". Montale, invece, affermò: "Che cos'è una poesia lirica? Per mio conto non saprei definire quest'araba fenice, questo mostro, quest'oggetto determinatissimo, concreto, eppure impalpabile perché fatto di parole, questa strana convivenza della musica e della metafisica, del ragionamento e dello sragionamento, del sogno e della veglia".
Il fatto è che nessun testo, nessun libro, nessuna pagina scritta può esistere senza un interlocutore. La poesia ha bisogno di qualcuno a cui parlare, altrimenti diventa un oggetto muto e insignificante. Questa verità è stata sempre chiara ai poeti. Lo è al punto che non esiste testo poetico, nemmeno un semplice frammento, che non preveda un lettore o qualcuno che ascolti.
Ogni volta che il poeta dice "io", infatti, si rivolge a un "tu", spesso senza nome o senza volto, talvolta invece con le sembianze di una persona a lui ben nota. Lo fa semplicemente per ubbidire ad un impulso, a un'esigenza insopprimibile, connaturata ad ogni essere umano: entrare in  relazione con l'altro. Quando Leopardi parla a Silvia, non parla anche al lettore, a tutti i suoi lettori?  E ancora. 
Anche quando il poeta dice "tu" pensando a se stesso, il dialogo non diviene mai un monologo, ma una forma d'introspezione e di affascinante dello sdoppiamento. E' come se il poeta dicesse: parlo con me stesso, ma quello che voglio raggiungere, che mi interessa veramente sei "tu". Ovviamente questa affermazione vale solo nel caso della poesia onesta. 
Che cos'è una poesia onesta? Ce lo dice Umberto Saba in un breve saggio del 1911, pubblicato postumo e intitolato "Cosa resta ancora da fare ai poeti": "La poesia onesta è quella che non dice una sola parola che non corrisponda perfettamente alla sua visione.
Al contrario è poesia disonesta quella che finge passioni che non ha, e commette peccati contro lo spirito al solo e ben meschino scopo di ottenere una strofa più appariscente, un verso più clamoroso."
Una lezione che Antonio Bruno, poeta vero, ha appreso molto bene.

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