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3 Il regno dei cieli è uno spazio da cui il male è escluso, mentre
cercare di sconfiggerlo direttamente è già dargli corpo e valore. A
differenza delle figure divine del mondo classico, il Dio degli Ebrei non ha
un carattere ambivalente, per cui il fatto stesso di mettersi al suo
servizio separa automaticamente dalle forze del male. La legge dettata
direttamente da Dio a Mosé ha aperto al popolo ebraico questa nuova strada,
difficile, ma diretta.
La novità assoluta della predicazione di Cristo consiste nella
consapevolezza del fatto che anche la legge, seguita troppo alla lettera,
smette di essere una strada per giungere a Dio e si trasforma in un idolo.
La povertà di spirito acquista un'importanza fondamentale all'interno di
questa prospettiva, perché dato che è riconosciuta a Satana, fin
dall'episodio delle tentazioni di Gesù, la possibilità di possedere le
cose materiali, il distacco da esse permette di "uscire dal suo raggio
d'azione". Questo distacco è tanto completo che neppure la virtù va
ricercata per se stessa, ma solo come prova evidente del favore di Dio: ai
discepoli contenti di essere finalmente riusciti a cacciare i demoni,
infatti, Gesù non rivolge complimenti, ma quasi un rimprovero: "…io vi
ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni e di vincere tutta la
potenza del nemico, senza riportarne nocumento alcuno. Pure non state a
rallegrarvi d'aver soggetti gli spiriti, ma rallegratevi piuttosto che i
vostri nomi siano scritti nel Cielo." (Luca. - 10,19-20)
Si tratta sempre dello stesso intento morale: un altro aspetto di quel
superamento completo del male, che si attua solo realizzando "in toto"
una dimensione diversa.
Per il Cristo storico comunque credere in Dio coincideva con una totale
adesione personale al sacro spinta fino a diventare sua copia vivente, in
grado di compiere miracoli e guarigioni, che tra l'altro non contavano
nulla in sé, ma solo come prove della grazia di Dio; dopo la devastante
esperienza della morte in croce, i discepoli che iniziarono la predicazione
abbassarono impercettibilmente la meta: il cristiano si sforza di somigliare
a Gesù crocifisso nella speranza d'una risurrezione, che è rimandata
alla sua seconda venuta. I miracoli diventano sempre meno importanti dunque,
rispetto alla costruzione d'un mondo migliore che sarà completato da un
diretto intervento di Dio.
In un primo tempo i cristiani si differenziarono dagli ebrei per la minore
importanza data alla realtà biologica, vista solo in funzione
dell'attesa. Tutti gli aspetti della legge atti a fondare un'armonia
terrena sono trascurati in favore d'un più intenso fervore spirituale: la
castità è più importante della fecondità, la pace interiore migliore
della salute, la purezza prende decisamente il posto della pulizia
materiale. Con la caduta di Gerusalemme a opera di Tito nel 70 d.C. e la
successiva politica di confisca dei beni e di soppressione delle libertà
individuali messa in atto dall'Impero Romano, la morale ebraica si trova
scalzata dalla sua terra e pur restando fondamentalmente fedele ai dettami
della legge mosaica evolve, talora inconsapevolmente, verso forme meno
concrete. L'etica di una popolazione ormai sottomessa non ha infatti un
ruolo politico, e gli stessi valori tendono a trasfigurarsi, la vita
mistica, un tempo vocazione di pochi e vissuta sempre come un impegno
sociale, si estende a tutta la popolazione ebraica, esule e bisognosa di
stringere con Dio un legame diverso da quello possibile per chi abita già
la terra promessa.
I cristiani al contrario, dopo un periodo di persecuzioni, videro
riconosciuta la loro religione nel 313 con l'editto di Milano, questo portò ad un impercettibile
scambio delle parti che divenne progressivamente sempre più significativo
nella storia d'Europa: passati i primi tempi d'effettiva attesa
messianica i credenti si convinsero che il loro primo compito fosse quello
di costruire un mondo migliore in terra, anzi che sarebbero stati giudicati
proprio sul lavoro svolto, spostando sempre di più l'attenzione dal regno
dei cieli all'attuazione d'una nuova realtà.
Non dimentichiamo che a proposito dell'impero Romano, Gesù Cristo aveva
negato qualsiasi ostilità col famoso: "Date a Cesare quel che è di
Cesare.", (Matteo. 22,15-22 - Marco '12,15-17 e Luca 20,19-26), ma alla
base di questo cambiamento sta anche il fatto che il cristianesimo fin da
principio viene
accolto non tanto dagli Ebrei, quanto dai Pagani.
Ecco così Roma sovrapporsi inavvertitamente a Gerusalemme, senza mai
riuscire a sostituirla veramente, ma suggerendo via via agli stessi testi
sacri un'interpretazione sempre più occidentale.
La costruzione materiale dei luoghi di culto doveva diventare lo spazio di
questo scambio,
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perché i
Cristiani, non avendo in un primo tempo ne' sedi ne' scritture proprie, si
trovarono ad utilizzare a piene mani strutture e moduli espressivi
appartenenti al mondo romano, sforzandosi d'adattarle ai nuovi valori. Si
tratta di una classe di perseguitati, che si riunisce in locali messi a
disposizione da qualche benefattore e si esprime, per i primi tempi,
soprattutto nel linguaggio volutamente simbolico delle iscrizioni tombali.
Quando esce allo scoperto s'ispira apertamente all'oriente, introducendo
dapprima gli elementi mediati dalla tradizione greco bizantina e poi, dopo
le Crociate, direttamente a Gerusalemme, ma non più per tornarvi, ne' per
renderle il ruolo di capitale, bensì per riportarla sotto l'influenza di
Roma, che come sede del papato era considerata il centro della cristianità.
Portando la sua parola a Roma la chiesa offriva la salvezza ad un popolo
nuovo. Naturalmente gli Apostoli vi si erano recati perché la nuova
religione conquistasse la capitale, ma data l'esiguità dei mezzi a
disposizione e soprattutto la semplicità del messaggio evangelico, così
facile ad essere interpretata come ingenuità, fu per molti aspetti la
capitale a conquistare i cristiani; la Chiesa che ne risultò era un
organismo completamente nuovo, innestato nel tronco robusto della civiltà
latina.
E quella dei tronchi robusti è soltanto parzialmente una metafora! In
origine la vegetazione Italiana era la più fitta del Mediterraneo: le
pianure producevano alloro, mirti, faggi, le colline querce e castagni
(prima pianta esotica della storia, naturalizzata con successo dai romani ai
tempi di Cesare), le montagne abeti e pini. La terra, d'origine vulcanica,
era più fertile di quella del Nord Europa, ed il clima, a differenza di
quello Greco, non arrivava mai ad essere arido perché il ricchissimo manto
forestale si spingeva fino alla riva del mare.
Che senso aveva a Roma parlare d'una voce che grida nel deserto?
Chiaramente poteva solo essere un simbolo lontano! Qui però iniziò
eccezionalmente presto anche lo sfruttamento del territorio, .in Italia il
disboscamento metodico che inizia nel 2.000 a.C. Tra 1.800 ed il .700 a.C.
con l'introduzione del ferro da parte degli etruschi e dei mercanti greci,
il degrado ambientale è ormai ad un punto tale che fanno comparsa ufficiale
la siccità e la malaria.
Ma gli agricoltori latini non reagirono commerciando o guerreggiando coi
vicini. Armati di utensili assolutamente primitivi essi compirono veri e
propri miracoli d'ingegneria idraulica: scavarono nel tufo canali
sotterranei e gallerie, innalzarono argini, tagliarono nella viva roccia uno
sbocco artificiale per il lago di Albano, guadagnando si e no qualche acro
di terra, poiché si pensava alla terra non come denaro, ma come vita sacra
che deve essere salvata. E la sacralità di questa terra, la necessità di
lavorarla in gruppo, penetrò in seguito anche la morale cristiana.
Quando nel IV secolo, di fronte al perdurare dell'erosione della terra, Roma
adottò misure di tipo per così dire "mediterraneo" cominciando a
sostituire il manto originario con viti ed oliveti si diffuse di pari passo
la religione dionisiaca ed il culto ad una casta Atena, chiamata Minerva.
Infine si cominciò la conquista dei territori limitrofi per avere altro
spazio, ma questa decisione doveva produrre un cambiamento economico e
sociale: una classe rurale depressa e scoraggiata divenne una vera e propria
borghesia agricola, dotata di amor proprio e patriottismo…il romano diventò
un piccolo proprietario libero, cittadino di pieno diritto. Questa
trasformazione doveva dare una svolta alla morale pubblica e privata: a
differenza del cittadino greco, geloso del proprio ruolo e dell'ordine che
lo garantiva, il romano manifesta uno spiccato sincretismo culturale. Poiché
il suo scopo materiale è quello di guadagnare altra terra ed altri mercati,
guarda con simpatia alle altre civiltà, a patto che queste accettino di
entrare nel proprio ordine economico.
Il romano porta dunque alle estreme conseguenze quel movimento di espansione
semi pacifica che era
già stato caratteristico di un altro popolo di agricoltori: i Celti, tanto che
con molti Celti, come quelli della Gallia Cisalpina, fu possibile instaurare un
accordo senza ricorrere alle armi.
Fu proprio questo proletariato convinto del valore della terra e del lavoro a
convertirsi al cristianesimo. A costoro non fu letto un vangelo come quello di
oggi, ma trasmesso un messaggio orale da un gruppo di persone, gli Apostoli, di
cultura ebraica, e da discepoli di cultura greca.
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