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Com'è difficile comportarsi bene!
di Mary Falco

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Il regno dei cieli è uno spazio da cui il male è escluso, mentre cercare di sconfiggerlo direttamente è già dargli corpo e valore. A differenza delle figure divine del mondo classico, il Dio degli Ebrei non ha un carattere ambivalente, per cui il fatto stesso di mettersi al suo servizio separa automaticamente dalle forze del male. La legge dettata direttamente da Dio a Mosé ha aperto al popolo ebraico questa nuova strada, difficile, ma diretta.
La novità assoluta della predicazione di Cristo consiste nella consapevolezza del fatto che anche la legge, seguita troppo alla lettera, smette di essere una strada per giungere a Dio e si trasforma in un idolo. La povertà di spirito acquista un'importanza fondamentale all'interno di questa prospettiva, perché dato che è riconosciuta a Satana, fin dall'episodio delle tentazioni di Gesù, la possibilità di possedere le cose materiali, il distacco da esse permette di "uscire dal suo raggio d'azione". Questo distacco è tanto completo che neppure la virtù va ricercata per se stessa, ma solo come prova evidente del favore di Dio: ai discepoli contenti di essere finalmente riusciti a cacciare i demoni, infatti, Gesù non rivolge complimenti, ma quasi un rimprovero: "…io vi ho dato il potere di calpestare serpenti e scorpioni e di vincere tutta la potenza del nemico, senza riportarne nocumento alcuno. Pure non state a rallegrarvi d'aver soggetti gli spiriti, ma rallegratevi piuttosto che i vostri nomi siano scritti nel Cielo." (Luca. - 10,19-20)
Si tratta sempre dello stesso intento morale: un altro aspetto di quel superamento completo del male, che si attua solo realizzando "in toto" una dimensione diversa.
Per il Cristo storico comunque credere in Dio coincideva con una totale adesione personale al sacro spinta fino a diventare sua copia vivente, in grado di compiere miracoli e guarigioni, che tra l'altro non contavano nulla in sé, ma solo come prove della grazia di Dio; dopo la devastante esperienza della morte in croce, i discepoli che iniziarono la predicazione abbassarono impercettibilmente la meta: il cristiano si sforza di somigliare a Gesù crocifisso nella speranza d'una risurrezione, che è rimandata alla sua seconda venuta. I miracoli diventano sempre meno importanti dunque, rispetto alla costruzione d'un mondo migliore che sarà completato da un diretto intervento di Dio.
In un primo tempo i cristiani si differenziarono dagli ebrei per la minore importanza data alla realtà biologica, vista solo in funzione dell'attesa. Tutti gli aspetti della legge atti a fondare un'armonia terrena sono trascurati in favore d'un più intenso fervore spirituale: la castità è più importante della fecondità, la pace interiore migliore della salute, la purezza prende decisamente il posto della pulizia materiale. Con la caduta di Gerusalemme a opera di Tito nel 70 d.C. e la successiva politica di confisca dei beni e di soppressione delle libertà individuali messa in atto dall'Impero Romano, la morale ebraica si trova scalzata dalla sua terra e pur restando fondamentalmente fedele ai dettami della legge mosaica evolve, talora inconsapevolmente, verso forme meno concrete. L'etica di una popolazione ormai sottomessa non ha infatti un ruolo politico, e gli stessi valori tendono a trasfigurarsi, la vita mistica, un tempo vocazione di pochi e vissuta sempre come un impegno sociale, si estende a tutta la popolazione ebraica, esule e bisognosa di stringere con Dio un legame diverso da quello possibile per chi abita già la terra promessa.
I cristiani al contrario, dopo un periodo di persecuzioni, videro riconosciuta la loro religione nel 313 con l'editto di Milano, questo portò ad un impercettibile scambio delle parti che divenne progressivamente sempre più significativo nella storia d'Europa: passati i primi tempi d'effettiva attesa messianica i credenti si convinsero che il loro primo compito fosse quello di costruire un mondo migliore in terra, anzi che sarebbero stati giudicati proprio sul lavoro svolto, spostando sempre di più l'attenzione dal regno dei cieli all'attuazione d'una nuova realtà.
Non dimentichiamo che a proposito dell'impero Romano, Gesù Cristo aveva negato qualsiasi ostilità col famoso: "Date a Cesare quel che è di Cesare.", (Matteo. 22,15-22 - Marco '12,15-17 e Luca 20,19-26), ma alla base di questo cambiamento sta anche il fatto che il cristianesimo fin da principio viene accolto non tanto dagli Ebrei, quanto dai Pagani.
Ecco così Roma sovrapporsi inavvertitamente a Gerusalemme, senza mai riuscire a sostituirla veramente, ma suggerendo via via agli stessi testi sacri un'interpretazione sempre più occidentale.
La costruzione materiale dei luoghi di culto doveva diventare lo spazio di questo scambio,

perché i Cristiani, non avendo in un primo tempo ne' sedi ne' scritture proprie, si trovarono ad utilizzare a piene mani strutture e moduli espressivi appartenenti al mondo romano, sforzandosi d'adattarle ai nuovi valori. Si tratta di una classe di perseguitati, che si riunisce in locali messi a disposizione da qualche benefattore e si esprime, per i primi tempi, soprattutto nel linguaggio volutamente simbolico delle iscrizioni tombali. Quando esce allo scoperto s'ispira apertamente all'oriente, introducendo dapprima gli elementi mediati dalla tradizione greco bizantina e poi, dopo le Crociate, direttamente a Gerusalemme, ma non più per tornarvi, ne' per renderle il ruolo di capitale, bensì per riportarla sotto l'influenza di Roma, che come sede del papato era considerata il centro della cristianità.
Portando la sua parola a Roma la chiesa offriva la salvezza ad un popolo nuovo. Naturalmente gli Apostoli vi si erano recati perché la nuova religione conquistasse la capitale, ma data l'esiguità dei mezzi a disposizione e soprattutto la semplicità del messaggio evangelico, così facile ad essere interpretata come ingenuità, fu per molti aspetti la capitale a conquistare i cristiani; la Chiesa che ne risultò era un organismo completamente nuovo, innestato nel tronco robusto della civiltà latina.
E quella dei tronchi robusti è soltanto parzialmente una metafora! In origine la vegetazione Italiana era la più fitta del Mediterraneo: le pianure producevano alloro, mirti, faggi, le colline querce e castagni (prima pianta esotica della storia, naturalizzata con successo dai romani ai tempi di Cesare), le montagne abeti e pini. La terra, d'origine vulcanica, era più fertile di quella del Nord Europa, ed il clima, a differenza di quello Greco, non arrivava mai ad essere arido perché il ricchissimo manto forestale si spingeva fino alla riva del mare.
Che senso aveva a Roma parlare d'una voce che grida nel deserto? Chiaramente poteva solo essere un simbolo lontano! Qui però iniziò eccezionalmente presto anche lo sfruttamento del territorio, .in Italia il disboscamento metodico che inizia nel 2.000 a.C. Tra 1.800 ed il .700 a.C. con l'introduzione del ferro da parte degli etruschi e dei mercanti greci, il degrado ambientale è ormai ad un punto tale che fanno comparsa ufficiale la siccità e la malaria.
Ma gli agricoltori latini non reagirono commerciando o guerreggiando coi vicini. Armati di utensili assolutamente primitivi essi compirono veri e propri miracoli d'ingegneria idraulica: scavarono nel tufo canali sotterranei e gallerie, innalzarono argini, tagliarono nella viva roccia uno sbocco artificiale per il lago di Albano, guadagnando si e no qualche acro di terra, poiché si pensava alla terra non come denaro, ma come vita sacra che deve essere salvata. E la sacralità di questa terra, la necessità di lavorarla in gruppo, penetrò in seguito anche la morale cristiana.
Quando nel IV secolo, di fronte al perdurare dell'erosione della terra, Roma adottò misure di tipo per così dire "mediterraneo" cominciando a sostituire il manto originario con viti ed oliveti si diffuse di pari passo la religione dionisiaca ed il culto ad una casta Atena, chiamata Minerva. Infine si cominciò la conquista dei territori limitrofi per avere altro spazio, ma questa decisione doveva produrre un cambiamento economico e sociale: una classe rurale depressa e scoraggiata divenne una vera e propria borghesia agricola, dotata di amor proprio e patriottismo…il romano diventò un piccolo proprietario libero, cittadino di pieno diritto. Questa trasformazione doveva dare una svolta alla morale pubblica e privata: a differenza del cittadino greco, geloso del proprio ruolo e dell'ordine che lo garantiva, il romano manifesta uno spiccato sincretismo culturale. Poiché il suo scopo materiale è quello di guadagnare altra terra ed altri mercati, guarda con simpatia alle altre civiltà, a patto che queste accettino di entrare nel proprio ordine economico.
Il romano porta dunque alle estreme conseguenze quel movimento di espansione semi pacifica che era già stato caratteristico di un altro popolo di agricoltori: i Celti, tanto che con molti Celti, come quelli della Gallia Cisalpina, fu possibile instaurare un accordo senza ricorrere alle armi.
Fu proprio questo proletariato convinto del valore della terra e del lavoro a convertirsi al cristianesimo. A costoro non fu letto un vangelo come quello di oggi, ma trasmesso un messaggio orale da un gruppo di persone, gli Apostoli, di cultura ebraica, e da discepoli di cultura greca.

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