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La cosa vale per tutti, per dotti ed indotti, per docenti
illustri e meno illustri, per professionisti affermati e mercenari di tutti
i mestieri ed attività, insomma vale per uomini e per donne, non però per
bambini, perché non allenati ancora, non addestrati alla vita, alle opere
del giorno e della notte.
A fare sempre lo stesso mestiere, ci si riduce ad un'automatica
ripetitività degli atti, dei gesti e movimenti, ai condizionamenti
irriflessi ed istintivi.
Si parla assai spesso di deontologia professionale, un termine che possiede
un significato ed un rivestimento eufemistico bello e buono; le cose è ben
vero che si compiano in un certo modo, ma giustamente ci si chiede perché
non si prova a compierle in un modo diverso, iniziando così un nuovo metodo,
più redditizio, più razionale, anche se, forse, meno lucrativo? Agendo
sempre in una maniera, che è ripetitiva per tutti e per ogni situazione,
professionale e meno, ne può derivare certamente stima, approvazione,
consenso, successo ed anche danaro.
Chi può smettere tutto ciò? Anche a voler fare diversamente, sussiste
però il rischio di un'uguale deformazione professionale!
Nelle nuove situazioni, nei cambiamenti, totali e parziali, si torna
inevitabilmente allo stato di prima, a compiere cioè degli atti e dei gesti
che diventano abitudinari, ripetitivi, consueti, spontanei, perché in un
certo senso sollecitati sempre da una forza istintiva interna, che
oltretutto è assai difficile da governare.
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Sì, è vero, si potrebbe anche governarla, ma con quali risultati finali? Perché bisogna pur agire in
un certo modo, quale esso sia, ed in tal caso la ripetizione degli atti, dei
gesti, dei movimenti, è del tutto scontata, naturale, irriflessa.
A prescindere poi dagli altri aspetti, che sono tanti e riguardano la
diversità delle persone, le attitudini e la mentalità propria o impropria
di ciascuna (si pensi, ad esempio, al dottorino di ospedale, che è portato
per istinto ad imitare, a ripetere i modi di fare e di dire del primario, persino
quello di incedere o di rispondere come fa lui durante le visite lungo le
corsie ed andando in mezzo agli ammalati), la deformazione si esercita
anzitutto sulle parole; il linguaggio orale infatti, nelle altre
manifestazioni di vita che spesso hanno poco a che fare con la professione
abitualmente svolta, condiziona assai strettamente e questo vale, ad
esempio, nell'uso della parola "crisi", anche quando la cosa non
tocca direttamente l'ammalato che vive una sua particolare condizione di
salute.
Entra in crisi anche il capo di famiglia, e questo avviene allorché giunge
per lui il momento di pagare le tasse e non sa come fare.
Ugualmente è per lo scrittore, che paga il suo tributo alla deformazione
professionale, come del resto per qualunque altra persona che faccia uso
della parola scritta e di quella orale.
Chi non è soggetto ad una qualsiasi forma di deformazione professionale,
allora, scagli la prima pietra, al punto da fare una vera e propria
montagna. |