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NUOVA LETTURA DELLA STORIOGRAFIA DEL CASTELLO DI COLOBRARO
di Pietro Giovanni Lucarelli


Colobraro Castello Carafa

Nel 1092 Papa Urbano II nel visitare le Diocesi del mediterraneo: Grecia, Tunisia, Libia, Albania, Sicilia e Italia meridionale, fa sosta nella Siritide "Heraclea", ove da inizio ai lavori dell'edificio Triabsidato per la fondazione del Santuario di Maria Santissima d'Anglona, Basilica Minore del Giubileo dal 2000.
La notizia della sosta di Papa Urbano II è data da Valentino Pace, in occasione del Convegno Internazionale, dagli Atti del 13 –15 giugno 1991.
Le visite del Pontefice dovevano servire per preparare il terreno allo stesso Papa, per poi fare nel 1095, addì 27 di novembre, tre anni dopo, a Clermont, l'appello della crociata per liberare la Terra Santa.
Va da sé che la sosta in Heraclea era quella che oggi diremmo una visita programmatica per stringere alleanze con i re e cavalieri più vicini alla Terra Santa.
Si potrebbe argomentare che gli incontri più o meno segreti, furono tenuti proprio nel Castello di Colobraro, o come probabilmente fu chiamato dopo tale incontro, "Castello della Santa Alleanza", proprio per la sua sconosciuta identità e grande difficoltà nel raggiungerlo. Fu sede ideale per attività segrete del tempo; ma ben noto ai religiosi e cavalieri cristiani i quali non potevano trascurare questi fattori per la sicurezza del Papa.
A tale proposito pubblichiamo una contemplazione di monsignor Antonio Lavitola, già Arciprete di Noepoli (Pz). 


DAL COLLE DI SAN ROCCO
(contemplazione)


Da questo colle, delizioso e bello, / che in alto spinge sua maestosa fronte, / a contemplar estatica si pasce / l'alma librata in sì giocondo aspetto. / Spingo lontan lo sguardo, e mi si mostra / aspra, nevosa di Pollin la cima / al cielo ergentesi in maestà severa / fra boschi e valli dirupate e brulle. /  Volgo lo sguardo per gli aprichi piani, / per cui si spande l'aura tepente, / che vien dai campi dell'Ionio mar. / Oh! dolce suolo della Magna Grecia! / oh! fertile contrada! io ti saluto! / Quante di prischi tempi alte memorie. / In te scolpite son! Oh Magna Grecia / Bella non pur pel Cielo, che ti arride, / Ancor per la tua storia gloriosa! / Ma or dov'è, dov'è la tua grandezza? / Dov'è la gloria tua? La tua potenza? / Non più nell'armi e nel pensier risplendi / fra i popoli che un tempo, qual regina, / ti ergevi in mezzo a lor temuta e forte, / e nell'opra maestosa e nei responsi! / or fatta serva d'un governo imbelle, / che sotto il vacuo dir di libertate, / a disinganni atroci alfin ti spinge. / Oggi, deh, non più risplendi, taci e dormi! / Ma della Fede il fasto ognor ti arrida, / o bella terra; a ben sperar t'adduca. / Mira con gioia l'Episcopio tuo, / che come torre sta tremendo e forte,/ qual luminoso faro, che riluce / tra fitte nebbie d'oceän furente. / Qui resta ancor, tua gloria e tuo valore, / Qui, donde della Chiesa un angel pio / regge e governa in ministerio Santo /

quest'anglonense fortunato tempio./ Ei con l'imperio della sua parola, / egli coll'opre sue ammirande e giuste / risplenderà. Ed ecco per quest'alme / terre lucane destasi di vita / un soffio nuovo. Quivi a prisca altezza / ei chiamerà il lucanio bel pensiero. / Qui della fede il vivido fulgore, / fugando dell'error le rie tenebre, / bello più ancor farà quest'aureo cielo! / Oh! salve, salve buono e pio Pastore. / Salve Prelato santo. A Te un inno / dal cuor si parta de' festosi figli: / È cantico d'amor, di voti ardenti, / è prece, che di Dio l'alto favore / distenda su di Te felice regno!
16 gennaio 1899.
Se questa contemplazione non la si vuole riferire al Convento di San Rocco di Colobraro, unico sito ove si possono ammirare tutte le cose descritte in questi versi, probabilmente rivolte al Santo Padre Urbano II, per la sosta nella nostra diocesi, si deve almeno elevare a valore di santità il Vescovo di Anglona che visitando  il nostro paese diede nome alla strada che unisce i centri Anglona-Tursi Colobraro (Strada Vescovile) che ancora oggi è chiamata così.
Furono, dunque, i colobraresi i primi, o tra i primi ad accorrere all'appello del pontefice, proprio come dimostra il racconto ancora vivo nel popolo, che i cavalieri partiti da Colobraro per la Terra Santa, al loro ritorno, ognuno di loro portò un sacchetto di terriccio del Santo Sepolcro, per spanderlo poi su una parte di suolo del territorio colobrarese, e sull'area coperta da quel terriccio costruirvi un convento a ricordo di quella missione. Qui c'è da chiarire che il Convento in parola non è quello attuale dei Francescani Minori, bensì quello dell'Abbadia o Laurea Basiliana di Santa Maria di Cir Onofrio, oggi Santa Maria della Neve o Nova, che dir si voglia, oppure la Certosa del Sagittario.
Detto Convento fu abbandonato dalla comunità monastica per frana nel secolo successivo alla sua edificazione, intorno al 1200-1250 in piena campagna crociata, ma tutt'oggi rimane la Chiesa che è stata restaurata recentemente.
Mentre la Certosa, anche se tre parti sono state demolite per ragioni a noi sconosciute, resta il quadrilatero superiore attualmente abitato da civili.
Infatti, solo nel 1579 il Convento dei Francescani Minori fu edificato sulla chiesetta di San Salvatore di cui si conserva solo una Croce ferrea. Il convento fu edificato con gli stessi intenti e modi del primo, in altre parole: piantandovi intorno all'area descritta 40 pini per ricordare i 40 anni di Mosè nel deserto.
Il nostro castello, che alcune fonti fanno risalire al novecento di Roma, con questa chiave di lettura diventa anche una sede di gran rilievo storico, e non solo leggendario, come si vuole far risalire, cioè a un armigero del barone di Caffa che per la morte di un suo soldato, un tale "Colombano" fu chiamato Colobraro, ma di questo noi non conosciamo l'esatta storia e quindi non la raccontiamo.
Una più approfondita storia del maniero colobrarese potrebbe avvenire qualora si ponesse mano al suo restauro, curando particolarmente gli scavi intorno alle fondamenta ed anche svuotando le stanze piene di detriti dei soprastanti vani e muri compresi.
La stessa discendente dei principi Carafa di Colobrano, Rosa Carafa, docente alla Facoltà di Architettura dell'Università di Napoli, in occasione della sua partecipazione all'inaugurazione del Parco Musicale "Michele Enrico Carafa", visitando il Castello ha detto: "Questo maniero andrebbe indagato nelle sue fondamenta visto la sua antichissima origine".
Sono queste le cose che andrebbero fatte con una certa urgenza per riappropriarsi delle radici storiche del nostro popolo.

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