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IL MIO PAESE
di Michele Crispino

Ogni uomo ha un suo paese natale, che gli ha dato vita in un lontano giorno.
Lui non  se lo rammenta più, ma io dico che senza grande sforzo mentale, riesce alla fine a venirne a capo, ricordandone il nome, in quale parte dell'emisfero boreale, oppure australe, il tempo che faceva quel giorno che venne alla luce del sole per intraprendere il suo cammino, corto o lungo che sia .
Questo non si può stabilire subito. Manca il giusto metro per farlo.
Il mio paese è Colobraro, un microscopico paese, come direbbe Aldo Palazzeschi, che diede vita e fama al suo "Rio Bo", di cui ancora oggi si ricordano gli ammiratori, ammesso che ve ne siano certuni.
I poeti sanno fare di questi miracoli. Io no, perché non sono un poeta, ma semmai un semplice dilettante di sensazioni e di qualche sentimento.
Ho dovuto cercare molto nell'anagrafe e presso le persone interessate del vicinato per riuscire a capire.
Quando ebbi gli occhi per capire e poi distinguere le cose, scoprii allora, che Colobraro, il mio paese, è terra di Lucania, non quella antica, del tempo dei Romani, che oggi chiamiamo con il lungo appellativo geografico di Basilicata, nome che non mi piace molto perché troppo lungo, inoltre lungo a pronunciarsi. È però nome bello, il nome del mio paese, e questo a me e a tante altre persone basta.
C'è forse una grande differenza tra Roma e Milano ed il microscopico paese nel quale sono nato come tanti altri colobraresi? A proposito del termine microscopico, chiariamo un po' le cose. Se la sua origine è remota, storica, come ho appurato, non è un piccolo paese, ma sarebbe stato nel tempo una possibile grande città.
Dalla sua nascita ad oggi sono passate, di là, tante persone, che vi sono nate e vissute a lungo e poi magari andate via, perché chiamate altrove dalla sorte.
Sarebbe quindi, se vogliamo, una piccola metropoli, senza con questo averne i titoli effettivi. 

Ha dato vita, infanzia  e fanciullezza a me e a tanti altri come me, che poi sono andati lontano, e questo mi basta, perché non si dica che io sono un apolide, senza un luogo di nascita. 
Eh no, la nascita ed il luogo di nascita non sono una mera utopia, un non senso, ma una concreta realtà.
Questo a me basta ed avanza.
Se poi di questa vita vi sono stati o vi saranno forse giorni sereni o tempestosi, giorni sorrisi dalla fortuna o quelli baciati dalla sfortuna, non sta a noi giudicare, perché poche volte le cose dipendono da noi.
La vita, quale che sia, dice qualcuno, cerchiamo di viverla senza troppi crucci o pensieri.
Questi ultimi tolgono il piacere di vivere e fanno precipitare nel grigiore, nella nebbia senza magari una qualche inversione di marcia, un forte mutamento di rotta.
Ma io non ho più la macchina, neanche la patente, che è scaduta da tempo, e non ho più alcuna voglia di rinnovarla, e per tante mie ragioni personali.
Conviene star contenti al "quia", secondo la bella terzina dantesca (Purgatorio 3°, 37) che mette alla pari molte cose storte.
Sta, purtroppo, subentrando la nebbia degli anni, quella di forte spessore, sulla quale non vi è più alcun rimedio medico o paramedico.
Ma tornando al paese di nascita, io me lo rivedo bello e sorridente, come in una bella giornata di sole, senza vento e neppure una piccola nube lontana che ben presto può mutare "loco"  e posizione e compromettere tutto.
La nebbia qui non esiste e se talora compare, ma è piuttosto fenomeno raro, è colpa della diga di Monte Cotugno, che è alquanto vicina e genera talora lo strano fenomeno.
Nel caso sopravvenga fitta, folta e disturbante, conviene attendere e non  spingersi ad attraversarla, perché sarebbe pericoloso.
Mi accontento, perciò, di fermarmi e semmai immaginarmi quel ridente paese natale, che vive sulla sommità di un colle e nella perennità di un ricordo, quello che mantiene il cuore sempre giovane, speranzoso ed aperto al sole ed alle luci radiose dell'avvenire.

Vicenza, Natale 2005

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