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La Lucania (dal latino: lucus-i = bosco
sacro; lucus-us: lux = luce) già abitata dagli Entri all'interno, fu
colonizzata sulla fascia costiera dai Greci; fu occupata dai Lucani,
imparentati con i Sanniti, (secc. VIII-V a.C.); fu assoggettata dai Romani
nel 272 a. C. si ribellò durante le guerre di Pirro. Ormai devastata da
Annibale, nel 216 a. C., spopolata dalle stragi di Silla e dalla malaria, la
Lucania formò infine, con il Bruzio, la terza regione augustea. Alla caduta
dell'impero romano, subì diverse invasioni barbariche. Contesa nell'alto
Medio Evo, tra Bizantini, Goti e Longobardi, fu poi conquistata dai
Normanni, che nel 1130 fecero di Melfi la loro capitale e mutarono il nome
di Lucania in Basilicata (dal greco basileos: terra di re). Ora si chiama
sia Lucania, che Basilicata.
Nel dialetto
lucano, le parole sono concatenate tra loro, senza soluzione di continuità,
per cui non sono immutabili, con le finali ben definite, ma cambiano, a
seconda della posizione, della cadenza, dell'inflessione fonetica,
nell'ambito della stessa frase. Essendosi attenuate ed essendo cadute le
vocali finali, neutralizzandosi nell'ë per poter distinguere il genere ed il numero, si ricorre all'apofonia
quantitativa e qualitativa: Es. jondë:
sporca è il femminile di jundë
= sporco, vùeskë
= boschi è il plurale di voskë
= bosco, come nei verbi forti in tedesco, nella coniugazione tematica in greco e nei
verbi irregolari in inglese. C'è anche un largo uso dei plurali in - ora,
come nel latino corpora: Es. cäsë
= càsërë.
Nei verbi manca il condizionale, per il quale si
ricorre a perifrasi dei verbi volere, avere, potere. La fine delle parole
può subire delle modifiche nel contesto, ricorrendo alla metafonia (ë/a): Es. fìgghjëmë
u scéttabbànnë(mio figlio il banditore) diventa fìgghjëma Ggjuwànn ë u scéttabbànnë (mio figlio Giovanni il banditore), per l'influsso della sillaba
successiva. Con la
sonorizzazione e il dileguo delle consonanti sorde intervocaliche, queste
sono le peculiarità, che distinguono il lucano dalle altre plaghe
dialettali, con diverse caratteristiche. Àw panajìërë, al cimitero;
u scéttabbànnë, il banditore; u panärë, il paniere; u
zappatòwrë, lo zappatore; i tèmbë ròssë, le collinette rosse;
a shascéttëlë, la navetta con spola; i cusquaséddë, le
barzellette; u vuccìërë, il beccaio; cäpësòttë, capovolto;
a l'ëndrasàttë, all'improvviso; 'mbétë la tèrrë, ai piedi della
terra; l'appìëttë l'acìëddë, la salita dell'uccello; drét
a lë mìërvëlë, dietro i merli, ecc. non
sono semplici denominazioni di luoghi, persone, cose, ma riferimenti precisi
ad una storia vissuta in terra lucana. Questi vocaboli, nel contesto evocano
all'istante aromi, suoni, sapori di un tempo lontano nello spazio, ma vivo e
vegeto nell'archivio dell'immaginario collettivo, soprattutto nelle
coincidenze e nelle assonanze tra i vari idiomi locali, tra l'italiano ed il
dialetto, tra la musica e la poesia. In essi, c'è un pathos travolgente, una
tensione dinamica ed una ispirazione continua, che comunicano l'estro della
favola mitica, la magia del mistero profondo, l'incantesimo della grazia
divina e la gioia di vivere in un nuovo incantesimo. È tutto un mondo di
fiaba e di mito, di verità e leggenda, di reale e fantastico, che torna a
rivivere intatto, ogni qualvolta si mette in moto il meccanismo della
tradizione orale. L'attuale tendenza di abolire i dialetti, per uniformarsi alla lingua
italiana unitaria, ha fatto scattare il campanello d'allarme, per cui
all'università è sorta la facoltà di dialettologia, con varie tesi di laurea
in dialetto, ed alcuni studiosi hanno scritto saggi, dizionari e
poesie in vernacolo, come Albino Pierro di Tursi e Mimì Belloccio di
Ferrandina, tra i più grandi. Io stesso, con il vate ferrandinese, io stesso
ho compilato l'Antologia "Ferrandina tra penna e pennello" riscuotendo un
grande successo di pubblico e di critica. A frotte, Lucani e non accorrevano
nelle piazze, con entusiasmo, a sentirmi declamarne i versi, dandomi così lo
sprone ad intraprendere e a portare a termine la traduzione di tutta la
Divina Commedia di Dante Alighieri, dal fiorentino al ferrandinese che,
derivando soprattutto dal napoletano, è accessibile non solo agli abitanti
della Lucania, ma anche a quelli di tutti gli altri paesi. Tra i vari
dialetti italiani, c'è una forte assonanza ed una tenace unità d'intenti,
nei proverbi, nelle sentenze, nei motti, nelle espressioni idiomatiche,
negli indovinelli, che riportano all'unico ceppo della lingua madre latina,
con influssi greci, spagnoli, portoghesi e arabi.
L'energia vitale del
dialetto lucano consiste nell'arricchimento e nell'aggiornamento continuo
della lingua parlata e della sua diffusione, tramite l'apporto dei moderni
mezzi di comunicazione. Lo stesso dialetto presenta una differenza
sostanziale a seconda che sia in bocca ed un emigrante o ad un natio, per la
staticità arcaica nel primo e la mobilità dinamica nell'altro, pur essendo
originari della stessa terra natia.
La verginità creativa consiste
nell'invenzione di nuovi vocaboli, nuovi modi, nuove espressioni che,
incuneandosi nel ceppo principale, apportano sempre nuova linfa all'annosa
pianta della tradizione popolare. L'archivio della memoria storica non è più
affidato soltanto alla labile mente degli uomini, ai cicli storici dei
cantastorie, ai canti carnevaleschi delle matinate, ma anche ai
libri, ai cd rom, ad internet. La mia Divina Commedia è di tipo arcaista e
viene pubblicata dalle riviste bimestrali Boè per l'Inferno, La Fenice on
line, per il Purgatorio, Euroarte per il Paradiso e quotidianamente, in
internet
www.lafenice-mt.it e da RCS libri, in
www.diablogando.it nei blogs di "Sensazioni Visive" per il Purgatorio,
di "Divina Commedia", per l'Inferno e de "Il Paradiso", per il Paradiso, con
il compendio in HUB della Mediapolis e nell'Eco del Chiaro di Mammola (RC).
In essa ho potuto riversare tutta la saggezza, la sagacia e la perspicacia
della gente lucana, in un'affabulazione vecchia e nuova, antica e moderna,
orale e scritta. I riti, i sogni, i miti di tutta la tradizione lucana
rivivono intatti, nell'alternarsi di gioie e dolori, croci e delizie, guai e
piaceri del corpo e dell'anima, della conoscenza e dell'immaginazione. Per
me esule "lontano dal natio borgo selvaggio" esprimermi in lucano è come,
per il ghibellin fuggiasco Dante Alighieri, parlare in fiorentino, tra
compaesani, nella selva oscura dell'inferno, nell'ascesa al monte del
purgatorio e nella trasfigurazione sull'alto Empireo. È come incontrarsi tra
amici d'infanzia in terra straniera, riconoscersi tramite il dialetto e
riandare i vecchi tempi dell'infanzia beata, del paradiso eccelso, senza
conflitti mondiali, disagio sociale e dilagante inquinamento materiale e
spirituale. La mia sete di sapere è stata saziata dalla lettura dell'opera
omnia del divino poeta e, soltanto nella sua Divina Commedia, il dialetto
lucano viene elevato a nobili sentimenti, a egregie virtù e ad assoluti
concetti di spessore universale. Si torna così al dolce incanto della poesia
pura, espressa nell'idioma della civiltà contadina, risalente all'età
dell'oro, prima dell'avvento del villaggio globale, dell'effetto serra, dei
tempi moderni e destinata a sfidare l'incuria degli uomini, la furia degli
elementi ed i limiti ristretti delle vanità terrene.
Gianni Latronico
Translation by Robert Rowley
The Dialect of Basilicata or Lucania
Lucania (from the Latin: lucus-i = sacred forest; lucus-us: lux = light) was already inhabited in the interior, when it was colonized on the southern coastline by the Greeks; the land was occupied by the Lucani, who were related to the Samnites,(VIII-V Centuries B.C.); Lucania, subdued by the Romans in 272 B.C., rebelled during the Pyrrhic Wars. Nearly devasted by Hannibal, in 216 B.C., decimated by the massacres of Sulla and malaria, Lucania finally formed, with the Bruzio, the third Augustan region. With the fall of the Roman Empire, the territory endured various barbaric invasions. Sought after in the High Middle Ages, between Byzantines, the Goths and Longobards, it was then conquered by the Normans; in 1130 they made Melfi their capital and changed the name of Lucania to Basilicata (from the Greek basileos: king earth). Today it is called Lucania rather than Basilicata.
In the Lucanian dialect, words are not arranged with a definitive syntax, for which they are unchangeable, with well-defined endings; but they change, according to position, to cadence, to phonetic inflection, within the very same sentence. The word endings, being attenuated and unstressed, are neutralized in the ë, distinguishing gender and number by falling back upon quantitative and qualitative apophony: Ex. jondë = dirty is the feminine form of jundë = dirty; vùeskë = forests is the plural of voskë = forest, like in the strong verbs in German, the thematic conjugation in Greek and the irregular verbs in English. There is also a wide use of the plural form in –ora, as in the Latin corpora: Ex. cäsë = càsërë. The verbs lack the conditional tense, falling back upon periphrasis, using the verbs to want, to have, to be able. The end of the words can undergo modifications in the context, resorting to umlaut (ë/a): Ex. fìgghjëmë u scéttabbànnë (my son the auctioneer) becomes fìgghjëma Ggjuwànnë u
scéttabbànnë (my son Giovanni the auctioneer), due to the influence of the following syllable. With the voicing and dispersion of the silent intervocalic consonants, these are the peculiarities that distinguish the lucanian from the other regional dialects with diverse characteristics. Àw panajìërë, to the cemetary; u scéttabbànnë, the auctioneer; u panärë, the basket; u zappatòwrë, the digger; I tèmbë ròssë, the red hills; a shascéttëlë, the shuttle with bobbin; i cusquaséddë, the jokes; u vuccìërë, the butcher; cäpësòttë, upside down; a l'ëndrasàttë, all of a sudden; ` mbétë la tèrrë, at the foot of the earth; l'appìëttë l'acìëddë, the flight of the bird; drét a lë mìërvëlë, behind the blackbirds, etc. is not simply the names of places, human beings, things, but specific references to a history lived in Terra Lucana. These words, in context, instantly evoke aromas, sounds, taste of a distant time, but alive and kicking in the archives of the collective imagination, above all the similarities and the consonances between the various local languages, the Italian and the dialect, the music and the poetry. In them, there is an overwhelming pathos, a dynamic tension and a continuous inspiration, that communicates the spirit of mythical fables, the magic of profound mysteries, the spell of divine grace and the joy of living in a new enchantment. It is all a world of fable and myth, of truth and legend, the real and the fantastic, that
returns to live again intact, whenever the mechanism of oral traditions is put in motion. The tendency to abolish dialects, in order to conform to a unitary Italian language has set off alarms, to which the university's dialectology faculty has responded, with several bachelor's theses in dialect, and some students have written essays, dictionaries and poetries in the vernacular, like Albino Pierro of Tursi and Mimì Bellocchio of Ferrandina, amongst the greatest. I, too, with the Ferrandina poet, have compiled the anthology "Ferrandina tra penna e pennello." Now the magazine La Fenice presents "Il Dizionario del dialetto colobrarese-italiano" for public consumption. A dialect that rightly or wrongly is said to derive from the Ionian dialect with which Tirteo wrote his exhortations to fight. It is certain that in this dialect many words can be found to have derived from Greek. Three good writers, Peter Lucarelli, Francisco D' Oronzio, Maria Antonietta Lucarelli have completed an immensely rewarding labor of love to compile this dictionary, translate into Italian the words and idiomatic expressions typical of their native vernacular.
This grand work will be posted online, in the next special number of "La Fenice", at its website: www.lafenice-mt.it , of which the undersigned Gianni Latronico is artistic director. |