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COLOBRARO. –
Come ogni anno per tre
giorni, in gennaio, si svolge la festa di Sant'Antonio Abate, quest'anno
dal 17 al 21 in coincidenza della domenica.
Sabato sera si è fatto il tradizionale fuoco all'aperto nella piazza
dell'Annunziata, qui si sono adunate poche persone, solo quelle più
portate alla "crapuloneria": infatti, anche questa volta quello che era un
momento di folclore e cultura popolare si è trasformato solo in
consumismo per una sonora abbuffata.
Nulla ha ottenuto il buon parroco nel sollecitare le "pecorelle" alla
devozione per i santi: quando lo stomaco è sazio lo spirito si assuefà e
lascia prevalere quello dell'alcool.
Insomma, ogni anno i fedeli sono
sempre meno ed anche i crapuloni: vuoi per il freddo, vuoi per l'età
avanzata, non si fa più neppure la grande mangiata.
Parlavamo di folclore e di cultura popolare, sì, perché la vista del
falò in piazza suscitava uno spettacolo formidabile e i ceppi benedetti,
sul far del giorno che seguiva, venivano portati a casa e conservati per un
anno intero, e poi riportati l'anno successivo per ringraziare ancora il
Santo dei contadini per il buon raccolto e la protezione degli animali
domestici, che un tempo aiutavano l'uomo in modo essenziale nei lavori
dei campi e nel trasporto delle derrate a casa.
Alla speciale benedizione impartita da don Giovanni Lippolis, quest'anno,
vi erano solo tre cavalli e tre asini per "grazia ricevuta".

benedizione di asini e cavalli
Gli
altri animali che un tempo venivano condotti alla presenza del Santo,
numerosissimi, non vi erano per niente. Oggi non vi era neppure il più
anziano della comunità colobrarese a prevedere il buon esito dell'anno
nuovo, come era uso fare fino agli anni cinquanta del secolo scorso o se
volete millennio.
L'occasione del fuoco portava una raccolta di
esperienze fatte negli anni passati per interpretare alcune folate di
vento che allontanavano il fumo: le stesse scintille di fuoco vivo
venivano interpretate in base alla configurazione delle stesse per
trarne indicazioni di segno buono o cattivo che sia.
Dunque, le tradizioni finiscono, le culture si perdono, la fede si
assopisce e a nulla vale un affettuoso e sentito richiamo da parte del
pastore di questa assonnata comunità. |
Francavilla in Sinni, 4 febbraio 2007. -
La parrocchia del Buon Pastore di Policoro ha
organizzato per l'intera Diocesi di Tursi- Lagonegro sulla vita, una serata di preghiera e
di informazione presso il Cineteatro "Columbia" della cittadina del medio Sinni.
Introduce i lavori dell'incontro don Salvatore Di Pizzo, dando un forte
senso alla giornata con dei canti appropriati sul tema della vita umana.
I lavori sono iniziati con la relazione di don Leo il quale ha fatto
emergere: "La contraddizione presente in parte dell'intellighenzia e della
politica occidentale che vuole estendere il terreno dei diritti, mentre li
calpesta nei più deboli".
Di questo hanno disquisito chi per un verso chi per l'altro don
Leonardo Santorsola della diocesi di Matera, esperto di bioetica, e il
religioso domenicano padre Renato D'Andrea profondo conoscitore di
musiche sacre e professore di teologia e lui stesso cantautore: sono molto
conosciuti i suoi canti liturgici da vari decenni, elogiato ed invitato a
cantare alla presenza di Giovanni Paolo II.
Don Leonardo ha chiosato sulla morte di Piergiorgio Welby e come questa è stata
strumentalizzata dalla politica, portando ad esempio la volontà di salvare a
tutti i costi "Caino", ma intanto hanno ucciso "Abele".
Ha puntualizzato, a questo riguardo, don Leonardo: "Ciò che i radicali
stanno tentando, strumentalizzando la sofferenza di un uomo, è di far
passare l'idea che l'eutanasia sia la risposta alla sospensione
dell'accanimento terapeutico, estendendo quest'ultimo concetto anche al
sostegno vitale, quale la respirazione artificiale... Certamente il parere
dell'ammalato va considerato, ma esso non è sufficiente per stabilire se
continuare o meno una terapia: il medico non è un notaio, in scienza e
coscienza è lui che deve stabilire se si tratta di accanimento terapeutico."
Padre Renato D'Andrea ha continuato ad orientare la riflessione sulla pace e
sulla vita con canti appropriati come i momenti di preghiera.
Sono intervenuti come laici due coniugi rappresentanti
l'associazione diocesana per la pastorale della famiglia, portando una
esperienza vissuta in prima persona sulla possibilità di procreare anche
quando ci sono difficoltà oggettive di portare a termine la gravidanza.
A chiuso la giornata "amare e desiderare la vita" il Vescovo
mons.
Francesco Nolè, rincuorando i presenti perché diventino messaggeri di pace e
fautori della vita, evidenziandone il male con profondo discorso teologico,
impartendo alla fine la sua benedizione.
Un grande e caloroso abbraccio del pubblico ha salutato gli oratori ma in
modo particolare monsignore vescovo.
I lavori sono stati esaltati da un religioso silenzio e totale attenzione da
parte di tutti i convenuti. |