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Siamo nell'anno del Signore 2007, anche
nella vecchia terra di Colobraro ricompaiono storie di mille anni fa,
infatti compaiono articoli su giornali che ripercorrono storie vecchie
almeno di un millennio.
È il caso che riguarda Colobraro, circa la
sua storia antica. Prima apprendiamo dagli "Atti del Convegno
Internazionale di Studio, 13–15 giugno 1991" promosso dall'Università
della Basilicata e diretto dal Magnifico Rettore Cosimo Damiano Fonseca, e
poi la "Rivista
Storica Lucana", Volume I, fascicolo IV–V Marzo-Aprile 1901.
Le cose forse non dette sulla "Diocesi
di Tursi-Anglona nell'intervento di Vera Von Falkenhausen a riguardo
dell'epoca normanno– svevo: terra d'incontro tra greci e latini". Si
dovevano riferire al nostro castello il quale era stato sede di una
importantissima riunione segreta di capi di stato presieduta nientemeno che
dal Papa Urbano II che nei primi
giorni di settembre del 1092, era in visita a Pietro I Pappacarbone che
l'aveva conosciuto a Cluny, poi arrivò a Cava dei Tirreni con un seguito di
cardinali, vescovi, principi e baroni, compreso il duca Ruggero,
seguì poi la visita
in Calabria,
e al ritorno dalla Calabria si fermò alla Basilica di Anglona.
Le notizie sono riportate: nella storia della vita di Pietro I Pappacarbone
e nel volume "
Guida ai luoghi pierriani–Tursi città di Pierro di Elisabetta Boccardi-.
È certo il dato che afferma la visita del
Papa ad Anglona per la riedificazione della Diocesi e forse anche per
sondare gli animi dei principi della Chiesa e laici sull'opportunità di
realizzare una Santa Alleanza per liberare il Santo Sepolcro e la Terra
Santa tutta.
Solo tre anni dopo, nel Sinodo di Clermont
Ferrant, in Francia, cioè il 27 novembre 1095 annuncia la sua prima Crociata
per liberare appunto il Santo Sepolcro e la Terra Santa.
Ancora, in questo inizio del 2007, veniamo in possesso di un articolo, sia pure in
fotocopia apparso, sulla "Rivista Storica Lucana" Volume I, fascicolo IV–V Marzo-Aprile 1901, che ripercorre le
stesse vicende di quella crociata ed assegna le terre adiacenti alla chiesa
di San Nicola di Peratico a Pietro I Pappacarbone dell'Abazia di S. Maria
di Cersosimo (Basilicata) per meriti di accoglienza e ristoro dei Crociati
di ritorno dai combattimenti in Terra Santa. Il donatore questa volta è
l'Ammiraglio Margarito da Brindisi. I tenimenti di "Colubrari", che Margarito,
o Margaritone, dona sono terreni demaniali che il Re Guglielmo il Buono ha
elargito al nostro ammiraglio per i suoi servizi.
Altre voci raccontano che il castello
della Santa Alleanza (da noi così nominato per l'accordo raggiunto e forse qui
avvenuto), successivamente fu anche sede di ritiro e riposo appunto dei crociati di
ritorno dalla loro missione in Terra Santa visto la sua imprendibilità e
poi per il punto di osservazione.
Albereda castellana di Colubrari e
Pollicori aveva donato dette territori a Giovanni Falcone confratello di Pierto I
Pappacarbone dell'Abazia di Santa Maria di Cersosimo nel 1117–1122, mentre
la donazione di Margarito avviene nel 1192; quindi uno pseudo Tancredi che partito
proprio da Colobraro con un suo gruppo di cavalieri per la prima crociata è
possibile identificarlo col Tancredi Massimiano, scrivano, notaio e poi Re
succeduto a Guglielmo il Buono.
Forse per questa generosa iniziativa ed ospitalità
praticata dai religiosi colobraresi il Re Guglielmo il Buono assegna a
Pietro I Pappacarbone la Chiesa di San Nicola di Peratico. Per mano del suo
Ammiraglio dette terre, come noi abbiamo già menzionato nella nostra
pubblicazione on line "Uomini nella Storia di Colobraro furono donate". Ora, come atto
integrativo alle nostre affermazioni pubblichiamo per intero l'articolo di cui sopra.
"Margaritone da
Brindisi ed un suo nuovo documento riguardante la Lucania, (1192).
Io non so bene, o meglio non ricordo, in questo momento, quali notizie
biografiche gli storici ed i cronisti brindisini ci abbiano tramandate sul
conto di Margarito o Margaritone da Brindisi, il noto Conte di Malta e
grande Ammiraglio, che fiorì sotto gli ultimi Re Normanni, alla fine del
secolo XII, e che si vuole che abbia terminato assai miseramente i suoi
giorni, prigioniero in Germania. Penso e credo, però, che tutto quanto, o -
possiamo dire, forse con maggior sicurezza - il meglio che nelle storie e
nelle cronache esista riguardo a questo personaggio, si trovi raccolto e
pubblicato da Giambattista Lezzi nel suo articolo intitolato appunto
"L'Ammiraglio Margarito da Brindisi", che vide la luce nel 1899 sulle
colonne della seconda strenna stampata in Napoli dall'Italia Marinara. |
Se è proprio così, noi, da quel tanto che il
Lezzi ci fa sapere, e come questi giustamente osserva, verremmo ad essere
"affatto all'oscuro della carriera percorsa dal nostro Eroe nei primi anni
della sua vita"; lo
conosceremmo prima generale che semplice soldato.
Privi, infatti, d'ogni
altra notizia dei suoi casi precedenti, lo troviamo già condottiero di varie ed
importanti spedizioni navali compiutesi sotto il governo di Guglielmo il
Buono, il quale si giovò, e molto senza dubbio, dell'opera di Margaritone
per proteggere, soprattutto, e sovvenire la navigazione dei Crociati in
Terrasanta.Nel 1185 lo vediamo ancora a capo della grande armata che Re Guglielmo
mandava in Grecia per punire il crudele Andronico; ed in questa occasione
sappiamo che il nostro Ammiraglio prese e saccheggiò Durazzo, Tessalonia ed
altri paesi dei Greci.
Nè bisogna dimenticare la
parte notevole, senza dubbio, che Margaritone ebbe nell'elevare e sostenere sul Trono
Tancredi (un fratello suo, di nome Massimiano, fu scrivano e notaio nella
corte di costui, e poscia segretario di Guglielmo III), coll'affrontare e
col danneggiare, in vari punti dei nostri mari, la flotta di Enrico, il
quale si portava alla conquista del Regno col soccorso dei Genovesi e dei
Pisani.
Ma, purtroppo, anche le sue sorti dovevano mutarsi e volgere in peggio col
fortunoso declinare della gloriosa dinastia normanna cui Margaritone, con una prova assai
bella di carattere immutabile, volle scompagnare e condividere l'estrema
rovina: e gli toccò d'andare prigioniero, forse anche accecato, in Germania,
dove, stando alle notizie forniteci dai cronisti, avrebbe finito di lenta
agonia i suoi giorni, in qualche duro carcere.
Tipo ammirabile di valoroso guerriero, dunque, e d'uomo a tutta prova fedele
alla sua signoria: ecco le due caratteristiche peculiari onde rifulse agli
occhi dei suoi contemporanei l'Ammiraglio brindisino, degno anche oggi della
nostra postuma ammirazione. Ma qui a noi preme, a dire il vero, di considerare e di
mettere in rilievo non tanto il valore e la fedeltà di Margaritone, quanto
la sua generosità, la sua liberalità, la sua pietà.
Pietoso egli fu, sì, possiamo affermarlo con sicurezza, liberale e
generoso, checché ne
pensi e ne dica in contrario Sicardo Vescovo di Cremona, che ce lo presenta
invece come un vero e proprio pirata, come un gran pirata " allorché narra
la sorpresa che dall'augusta Costanza fece presso Salerno il nostro Ammiraglio; quantunque, in seguito, con tutti gli onori dovuti al di lei grado, la
conducesse a Palermo al Re Tancredi".
E della pietà, della generosa liberalità di Margaritone abbiamo le prove più
certe, i documenti più incontestabili.
Non fu lui, infatti, (giova ricordarlo) che nel 1193 donò il Casale di Cremastro in Sicilia all'Archimandrita di Messina? Non fu lui
che l'anno
seguente rilasciò alla Cattedrale di Brindisi tre case ed alquanto terreno,
ch'egli possedeva in quella città? E non fondò pure lui il Monastero dei Premonstratesi, detto,dal sito dove sorse, di Santa Maria de Parvo
Ponte, che
Celestino III si degnò poi di esentare da qualsiasi giurisdizione e volle
prendere sotto l'immediata protezione della Sede Apostolica? Orbene, a
queste donazioni, già note finora, fatte da Margaritone in favore di questo
o di quell'ente religioso, ci piace, a rendere più insigne ancora la
sua benemerenza, aggiungere la notizia di una nuova importante offerta, registrata
in un documento membranaceo che tuttora si conserva inedito nei preziosi
archivi della Badia benedettina di Cava dei Tirreni.
È una pergamena scritta in caratteri normanni (si conserva pure, un po'
sciupato, il sigillo pendente in cera verde), che ci trasmette il diploma
autentico con cui il nostro Ammiraglio donava a San Nicola di Peratico o
Peratico, in Basilicata, "oggi Colobraro" alcune sue terre demaniali
poste nelle vicinanze della stessa chiesa la quale fin dal 1117 o dal 1122
era stata concessa dalla nobile Albereda Castellana di Colubrari e Pollicori
non ricordo bene se direttamente all'abate Cavense Pietro I Pappacarbone,
ovvero all'Abbazia di S. Maria di Cersosimo (Basilicata), la quale si
sa che era uno dei più notevoli monasteri benedettini dipendenti, nell'Italia
Meridio-nale, dalla Congregazione di Cava (*).
(*) Sui Monasteri Benedettini, dipendenti dalla
SS. Trinità di Cava nella Lucania, prepariamo uno studio, che vedrà
probabilmente, la luce in questo stesso periodico. Gioverà forse alquanto un
tal lavoretto, a nostro giudizio, alla storia del feudalesimo o del
monachesimo lucano nei secoli del basso Medio Evo.
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