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L'ultimo Tiziano e la sensualità della pittura
Venezia, Gallerie dell'Accademia 26 gennaio – 20 aprile 2008
di Mary Falco

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Ma forse è soltanto una favola, una delle tante fiorite attorno a due grandi che dovevano diventare un po' il simbolo del Rinascimento veneziano.
Giorgione è certamente tra i primi a staccarsi dalla tradizione e diventerà una leggenda con la sua prematura morte, nel 1510.
Tiziano, al contrario, nella sua lunga vita ha modo d'incarnare gli ideali del secolo in tutte le sue sfumature ed è quindi inevitabile che la fantasia romantica abbia acceso un po' di polemica rivalità intorno a queste due figure, che nel 1508 troviamo a lavorare insieme ad un ciclo d'affreschi destinati ad essere letteralmente "inghiottiti" dalle nebbie di Venezia, tanto che oggi ne sono visibili soltanto due frammenti, ricoverati pietosamente all'Accademia: la nuda di Giorgione, a tinte infuocate perché faceva parte del giardino delle Esperidi, e la Giustizia di Tiziano una figura più "paciosa" che assomiglia più ad una buona madre di famiglia che ad una dea.
Ma è un po' l'impressione che ci fanno tante bellezze matronali dell'epoca, dipinte (lo ha scoperto la chimica moderna) con la stessa biacca che le gentildonne veneziane si mettevano sul viso … e che a contrasto con la leggenda di un passato più genuino del presente è molto più velenosa dei fondotinta di oggi!

I due "immigrati", anche il Giorgione veniva da Castelfranco, per taluni addirittura da Bergamo, lavorano alla costruzione di un mito. Venezia s'affaccia al cinquecento con un volto ormai perfetto, così come l'ha immortalata la veduta prospettica di Jacopo de Barbari, iniziata almeno nel 1498 per conto di Antonio Kolb, mercante di Norimberga, a cui fu venduta per la somma di tre ducati. Già da qualche anno la città faceva capolino nei quadri dei più famosi pittori, soprattutto Vittore Carpaccio e Gentile Bellini, ma la veduta del Barbari è una sorta di presentazione ufficiale, che illustra finalmente le relazioni dei pellegrini e i vari repertori storico-geografici dei fortunati che, avendo visitato la città, la raccontavano stupefatti.
"Quelli che non l'ha veduta bramano di vederla e intender come si governi, quelli che l'han veduta non finiscono di lodarla" scrive Marin Sanudo il Giovane che ci informa anche di come la città contasse 150.000 anime circa, numero altissimo per l'epoca, superato soltanto dalla città di Napoli, con case e palazzi valutati dai 20.000 ducati in su, soprattutto nella zona di Rialto e san Marco. I più prestigiosi, naturalmente, sono i palazzi affacciati al Canal Grande, dalle mura affrescate, che valgono alla città il soprannome di "urbs picta", con comignoli tondi e caratteristiche terrazze di legno sospese sui tetti dette "altane", frequenti soprattutto negli appartamenti senza giardino, scale di pietra viva, balconi e finestre di "vetro cristallino" prodotto in grande quantità dai vetrai di Murano. Gli interni han camere tappezzate dai caratteristici cuoi dorati e sbalzati, mobili di pregio, vasi e tappeti orientali ... insomma un alto tenore di vita, di cui gli ambasciatori veneziani all'estero parlano con un po' di compassione per il paese ospitante ed un chiaro disprezzo per la tirchieria spagnola.
Col Rinascimento si fanno strada concezioni più ardite del tempo e dello spazio e gli accadimenti biblici sono illustrati alla luce del nuovo sapere prospettico ed architettonico, mentre il corpo umano viene raffigurato in tutta la sua pienezza.

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