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insistendo per conservare la propria tradizione, che aveva fatto del linguaggio
pittorico uno strumento devozionale, fu costretta a renderlo inattaccabile
ed ortodosso con una rigida opera di depurazione. Nacque così la
distinzione, sino a qualche anno prima inconcepibile, tra pittura religiosa
e laica, che poteva illustrare le allegorie pagane solo a patto di
dichiararle innocue citazioni filologiche. Se Tiziano continua a produrre
questo tipo di pittura, è sollecito a spiegare in tutte le sue lettere che
si tratta di "favole”, quadri di carattere esclusivamente ludici, ben
distinti dalle opere religiose, per le quali s’attiene esattamente ai
dettami della Controriforma. Distinzione che non sarebbe mai neppure venuta
in mente a Giorgione, che tra l’altro non scriveva affatto, perché i
committenti erano tutti amici suoi.
E passare dagli
affreschi cittadini alle tele per i sovrani stranieri è una delle
conseguenze della bufera che ha travolto la "città dipinta” in bilico tra il
papato e l’impero ormai luterano. Ad uno sguardo più attento infatti si
scopre una certa differenza tra le opere esportate nelle corti austriache e
spagnole e quelle commissionate dalla città.
Lutero aveva fatto una vera e propria
dichiarazione di guerra non solo all'arte, ma a tutto il mondo medievale che
l'aveva prodotta: alla stessa concezione di artista come uomo saldamente
inserito nella propria corporazione, che serve Dio col lavoro delle proprie
mani.
La crisi spirituale del XVI
secolo mette gli artisti di fronte a interrogativi fino allora in parte
sconosciuti e in parte risolti da un'autorità indiscussa, creando |
quel tipico dissidio fra
costrizione e libertà, che era completamente estraneo all'artista medievale
e diventa invece una componente essenziale dell'uomo moderno.
La prima conseguenza, del tutto
inaspettata, di questa mentalità è una straordinaria fioritura dell'arte
profana... anzi, una sacralizzazione del profano stesso.
Infatti, superato il primo entusiasmo per
il rigore ascetico, il vuoto emotivo provocato dalla rinuncia
all'esteriorità medievale, popolata d'immagini e di colori, viene riempito
d'oggetti considerati innocui, nonché da un nuovo gusto per la casa, la
famiglia, le memorie del proprio passato, che trasformano le cose in feticci
e gli antenati in altrettanti santi. Le case stesse assumono un nuovo ruolo,
diventando il fulcro della vita sociale, al posto della chiesa, ed
assorbendone anche in parte le funzioni sacre. In opposizione agli ideali
ascetico-monastici, la famiglia è infatti rilanciata come unica vocazione
naturale dell'individuo ed accentra in se’ ogni affetto.
Venezia, religiosa, ma laica si trova fin
qui allineata con gli ideali dei riformatori.
L'arte così «prodotta» è diversa dalla
precedente; la pittura, soprattutto, separata bruscamente dalla necessità
d'accompagnare preghiere e canti sacri, riscopre un gusto nuovo per i fiori,
il paesaggio, il ritratto... quest'ultimo anzi sostituisce a pieno titolo,
nelle case, lo spazio un tempo riservato ai quadri devozionali. A tal
proposito va osservato che Venezia col "Ritratto di cavaliere” eseguito da
Carpaccio 1510 produce il primo esempio a figura intera di tutta la
penisola. E per tornare a Tiziano nel 1534 abbiamo addirittura uno scontro,
sia pure solo per lettera, con la marchesa Isabella, che pretendeva di
fargli eseguire il proprio ritratto basandosi sul dipinto di Francesco di
Francia, eseguito nel 1511, mentre il maestro veneziano voleva effettuare le
tradizionali sedute di posa. I suoi ritratti infatti erano richiesti in
tutt’Europa e spesso il maestro lascia Venezia per eseguirli sul posto,
novità assoluta.
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