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L’ultimo Tiziano e la sensualità della pittura
Venezia, Gallerie dell’Accademia 26 gennaio – 20 aprile 2008
di Mary Falco

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insistendo per conservare la propria tradizione, che aveva fatto del linguaggio pittorico uno strumento devozionale, fu costretta a renderlo inattaccabile ed ortodosso con una rigida opera di depurazione. Nacque così la distinzione, sino a qualche anno prima inconcepibile, tra pittura religiosa e laica, che poteva illustrare le allegorie pagane solo a patto di dichiararle innocue citazioni filologiche. Se Tiziano continua a produrre questo tipo di pittura, è sollecito a spiegare in tutte le sue lettere che si tratta di "favole”, quadri di carattere esclusivamente ludici, ben distinti dalle opere religiose, per le quali s’attiene esattamente ai dettami della Controriforma. Distinzione che non sarebbe mai neppure venuta in mente a Giorgione, che tra l’altro non scriveva affatto, perché i committenti erano tutti amici suoi.
E passare dagli affreschi cittadini alle tele per i sovrani stranieri è una delle conseguenze della bufera che ha travolto la "città dipinta” in bilico tra il papato e l’impero ormai luterano. Ad uno sguardo più attento infatti si scopre una certa differenza tra le opere esportate nelle corti austriache e spagnole e quelle commissionate dalla città.
Lutero aveva fatto una vera e propria dichiarazione di guerra non solo all'arte, ma a tutto il mondo medievale che l'aveva prodotta: alla stessa concezione di artista come uomo saldamente inserito nella propria corporazione, che serve Dio col lavoro delle proprie mani.
La crisi spirituale del XVI secolo mette gli artisti di fronte a interrogativi fino allora in parte sconosciuti e in parte risolti da un'autorità indiscussa, creando

quel tipico dissidio fra costrizione e libertà, che era completamente estraneo all'artista medievale e diventa invece una componente essenziale dell'uomo moderno.
La prima conseguenza, del tutto inaspettata, di questa mentalità è una straordinaria fioritura dell'arte profana... anzi, una sacralizzazione del profano stesso.
Infatti, superato il primo entusiasmo per il rigore ascetico, il vuoto emotivo provocato dalla rinuncia all'esteriorità medievale, popolata d'immagini e di colori, viene riempito d'oggetti considerati innocui, nonché da un nuovo gusto per la casa, la famiglia, le memorie del proprio passato, che trasformano le cose in feticci e gli antenati in altrettanti santi. Le case stesse assumono un nuovo ruolo, diventando il fulcro della vita sociale, al posto della chiesa, ed assorbendone anche in parte le funzioni sacre. In opposizione agli ideali ascetico-monastici, la famiglia è infatti rilanciata come unica vocazione naturale dell'individuo ed accentra in se’ ogni affetto.
Venezia, religiosa, ma laica si trova fin qui allineata con gli ideali dei riformatori.
L'arte così «prodotta» è diversa dalla precedente; la pittura, soprattutto, separata bruscamente dalla necessità d'accompagnare preghiere e canti sacri, riscopre un gusto nuovo per i fiori, il paesaggio, il ritratto... quest'ultimo anzi sostituisce a pieno titolo, nelle case, lo spazio un tempo riservato ai quadri devozionali. A tal proposito va osservato che Venezia col "Ritratto di cavaliere” eseguito da Carpaccio 1510 produce il primo esempio a figura intera di tutta la penisola. E per tornare a Tiziano nel 1534 abbiamo addirittura uno scontro, sia pure solo per lettera, con la marchesa Isabella, che pretendeva di fargli eseguire il proprio ritratto basandosi sul dipinto di Francesco di Francia, eseguito nel 1511, mentre il maestro veneziano voleva effettuare le tradizionali sedute di posa. I suoi ritratti infatti erano richiesti in tutt’Europa e spesso il maestro lascia Venezia per eseguirli sul posto, novità assoluta.

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