logo_fen_mini.jpg (4384 byte) Pagina 19
L'ultimo Tiziano e la sensualità della pittura
Venezia, Gallerie dell'Accademia 26 gennaio – 20 aprile 2008
di Mary Falco

continua da pagina 18

danaed.jpg

Si fa strada una nuova concezione di quest'arte, che potremmo definire borghese e utilitaristica, ma è semplicemente ispirata alla nuova vita semplice del riformato: il soggetto non è più un potenziale idolo, ma semplicemente una realtà da documentare, per conoscerla meglio, confrontarla, discuterla insieme agli altri.
L'arte da privilegio di pochi, diventa uno strumento alla portata di tutti, per gioire del bello, e comunicarlo eventualmente ad altri.
Se già nel basso Medioevo si fa sempre più incerta la distinzione tra arte stessa e artigianato, poiché in ogni casa si producono oggetti d'alta qualità, ora i progressi scientifici rendono addirittura possibile la riproduzione su vasta scala di varie forme d'arte: la carta, i colori chimici, le macchine e poco più tardi la fotografia renderanno la bellezza patrimonio comune, togliendole spesso ogni sacralità.
Potremmo dire quasi, con una punta d'esagerazione, che con la Riforma luterana inizia un complesso movimento che toglierà, è vero, le immagini dalle chiese, ma solo per moltiplicarle nelle case e più tardi sui rotocalchi!
Ben diversa è la risposta del Concilio di Trento.
La Chiesa cattolica riserva infatti all'arte una parte importantissima nel culto, non soltanto per mantenersi fedele alla tradizione cristiana del Medioevo e del Rinascimento e per accentuare anche esteriormente il contrasto col protestantesimo, ma perché per prima si rende conto di come l'arte stessa, se ben usata, si presti a diventare un'efficace strumento di "propaganda fide".
Con quattrocento anni d'anticipo rispetto alle moderne tecniche pubblicitarie e di persuasione di massa, il papato sembra rendersi conto che se c'è la famigerata carta stampata che parla all'intelletto della gente, esistono anche linguaggi più sofisticati, che giungono direttamente al cuore.
La Chiesa d'ora in poi disciplinerà i propri artisti, ma ciò non toglie che il cristiano, a differenza dell'ebreo "errante" a cui originariamente era destinata la legge, sia abituato a muoversi in uno spazio che oggi definiremmo «multimediale», in cui le suggestioni culturali non vengono soltanto dalla parola, che pure la stampa ha recentemente potenziato, ma dalla musica, dal canto, dalla pittura, dalla scultura a tutto tondo, dall'architettura, dal godimento della natura stessa, così come l'Umanesimo italiano ha appena insegnato.
L'estrema modernità della scelta cattolica, anche se non da tutti compresa e ben gestita, consiste nella decisione di avvalersi di tutta la cultura che l'Europa ha prodotto negli ultimi 1500 anni, analizzando e giudicando tutto, è vero, ma senza scartare nulla a priori.
Non mancano anche fra i cattolici gli asceti intransigenti che sanno rinunciare a ogni cosa, basta pensare a San Francesco o a Santa Teresa, ma a differenza di tante sette di riformatori dell'una o dell'altra parte, la Chiesa romana nel suo insieme si rifiuta di respingere come malvagia in sé qualsiasi forma d'arte, e in primo luogo la tanto deprecata pittura, ma crede fermamente nella possibilità di distinguere in ogni prodotto della mente umana un aspetto positivo come tale perseguibile e uno negativo, che va eliminato.
La lotta contro il male dunque condannerà

l'arte frivola e licenziosa, ma saprà usare per i propri scopi ogni forma d'arte positiva.
Naturalmente questo nuovo scopo la modifica profondamente, limitando la completa libertà espressiva goduta fino a quel momento. Le opere destinate alle chiese vengono infatti sottoposte alla sorveglianza dei teologi e i pittori, specialmente nelle imprese di una certa importanza, sono obbligati ad attenersi strettamente alle istruzioni dei loro consiglieri ecclesiastici.
Il fenomeno è ulteriormente complicato dal fatto che la «scelta cattolica» è accettata e condivisa dai grandi Stati assolutisti che proprio allora stanno nascendo, per i quali la religione stessa diventa a sua volta non tanto o non sempre un valore in sé quanto efficace strumento per la propria politica sempre espansionistica e accentratrice.
In altre parole: i sovrani cattolici difendono il Papa, è ovvio, ma utilizzano anche la fede come strumento di autolegittimazione, nonché di controllo sui sudditi, in nome di una preoccupazione per l'ortodossia che non sempre è sincera.
Gli ultimi anni della vita di Tiziano vale a dire il periodo che va dal 1550 al 27 agosto 1576, giorno della morte ufficialmente per febbre, più probabile per peste, a Venezia nella casa-studio di Biri Grande, sono veramente una rappresentazione grafica di quella che è stata la trasformazione della coscienza italiana in questi anni, in cui la penisola ha perso il primato culturale europeo.
Quella dell'Accademia è la terza mostra dedicata a questo periodo.
La prima a Belluno, a cura di Lionello Puppi, una mostra coraggiosa che è stata premiata, al di là delle aspettative, da 104 mila visitatori (più i venti mila di Pieve di Cadore).
La seconda a Vienna, al Kunsthistorisches, a cura di Sylvia Ferino-Pagden, responsabile del "Rinascimento italiano" al museo: una mostra imponente con 50 Tiziano da mezzo mondo.
Questa mostra è in collaborazione con il polo museale veneziano diretto da Giovanna Nepi Scirè ed ora si è trasferita in forma ridotta alle Gallerie (catalogo Marsilio).
A chi fa osservare le assenze, la soprintendente furibonda ribatte che "la mostra non ha sponsor, perché a Venezia nessuno investe sulle mostre, ma solo sui restauri".
E che "solo le Assicurazioni Generali l'hanno aiutata" per i costi crescenti delle assicurazioni.
Per chi ha presente le masse plastiche e incise di Tiziano, "linee chiare e definite", nette nel disegno, colori chiari e luminosissimi del periodo giovanile si prepara un piccolo trauma iniziale.
Negli ultimi venticinque anni la pennellata di Tiziano si fa sempre più aperta fino ad arrivare alla "pittura di macchia" secondo il Vasari, si disfa, si scioglie, colore fra colori e su colori.
Opere "talmente multicolori da sembrare monocrome" (come "Ninfa e pastore" in mostra).
E i profili si fanno indistinti. L'atmosfera si fa carica di proiezioni. Un capovolgimento che "stupiva, irritava e persino scandalizzava" con quelle opere sentite "non finite". E bisognava arrivare ai nostri tempi affinché un "operare così vario anche all'interno di uno stesso dipinto" venisse interpretato (ma non da tutti) "come uno strumento efficacissimo per enfatizzare il dramma, la poesia e i sentimenti".
La sensualità della pennellata di Tiziano ha il fulcro nella bellezza del corpo femminile. "Col tempo essa si carica sempre più di un'espressività spirituale e mistica del dolore, che preannunciano la visione della morte dell'anziano artista".
Tiziano continua la meditazione sulla propria esistenza ed arte anche nella "Punizione di Marsia", opera del 1570, capolavoro celeberrimo (2,20 per 2,04), arrivato dall'arcivescovado di Kromèriz, nella Repubblica Ceca.

continua a pagina 20

pagina 18 sommario pagina 20