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Si fa strada una nuova concezione di
quest'arte, che potremmo definire borghese e utilitaristica, ma è
semplicemente ispirata alla nuova vita semplice del riformato: il soggetto
non è più un potenziale idolo, ma semplicemente una realtà da documentare,
per conoscerla meglio, confrontarla, discuterla insieme agli altri.
L'arte
da privilegio di pochi, diventa uno strumento alla portata di tutti, per
gioire del bello, e comunicarlo eventualmente ad altri.
Se già nel basso
Medioevo si fa sempre più incerta la distinzione tra arte stessa e
artigianato, poiché in ogni casa si producono oggetti d'alta qualità, ora i
progressi scientifici rendono addirittura possibile la riproduzione su vasta
scala di varie forme d'arte: la carta, i colori chimici, le macchine e poco
più tardi la fotografia renderanno la bellezza patrimonio comune,
togliendole spesso ogni sacralità.
Potremmo dire quasi, con una punta
d'esagerazione, che con la Riforma luterana inizia un complesso movimento
che toglierà, è vero, le immagini dalle chiese, ma solo per moltiplicarle
nelle case e più tardi sui rotocalchi!
Ben diversa è la risposta del Concilio di
Trento.
La Chiesa cattolica riserva infatti
all'arte una parte importantissima nel culto, non soltanto per mantenersi
fedele alla tradizione cristiana del Medioevo e del Rinascimento e per
accentuare anche esteriormente il contrasto col protestantesimo, ma perché
per prima si rende conto di come l'arte stessa, se ben usata, si presti a
diventare un'efficace strumento di "propaganda fide".
Con quattrocento anni
d'anticipo rispetto alle moderne tecniche pubblicitarie e di persuasione di
massa, il papato sembra rendersi conto che se c'è la famigerata carta
stampata che parla all'intelletto della gente, esistono anche linguaggi più
sofisticati, che giungono direttamente al cuore.
La Chiesa d'ora in poi
disciplinerà i propri artisti, ma ciò non toglie che il cristiano, a
differenza dell'ebreo "errante" a cui originariamente era destinata la
legge, sia abituato a muoversi in uno spazio che oggi definiremmo
«multimediale», in cui le suggestioni culturali non vengono soltanto dalla
parola, che pure la stampa ha recentemente potenziato, ma dalla musica, dal
canto, dalla pittura, dalla scultura a tutto tondo, dall'architettura, dal
godimento della natura stessa, così come l'Umanesimo italiano ha appena
insegnato.
L'estrema modernità della scelta cattolica, anche se non da tutti
compresa e ben gestita, consiste nella decisione di avvalersi di tutta la
cultura che l'Europa ha prodotto negli ultimi 1500 anni, analizzando e
giudicando tutto, è vero, ma senza scartare nulla a priori.
Non mancano anche fra i cattolici gli
asceti intransigenti che sanno rinunciare a ogni cosa, basta pensare a San
Francesco o a Santa Teresa, ma a differenza di tante sette di riformatori
dell'una o dell'altra parte, la Chiesa romana nel suo insieme si rifiuta di
respingere come malvagia in sé qualsiasi forma d'arte, e in primo luogo la
tanto deprecata pittura, ma crede fermamente nella possibilità di
distinguere in ogni prodotto della mente umana un aspetto positivo come tale
perseguibile e uno negativo, che va eliminato.
La lotta contro il male dunque condannerà |
l'arte
frivola e licenziosa, ma saprà usare per i propri scopi ogni forma d'arte
positiva.
Naturalmente questo nuovo scopo la
modifica profondamente, limitando la completa libertà espressiva goduta fino
a quel momento. Le opere destinate alle chiese vengono infatti sottoposte
alla sorveglianza dei teologi e i pittori, specialmente nelle imprese di una
certa importanza, sono obbligati ad attenersi strettamente alle istruzioni
dei loro consiglieri ecclesiastici.
Il fenomeno è ulteriormente complicato dal
fatto che la «scelta cattolica» è accettata e condivisa dai grandi Stati
assolutisti che proprio allora stanno nascendo, per i quali la religione
stessa diventa a sua volta non tanto o non sempre un valore in sé quanto
efficace strumento per la propria politica sempre espansionistica e
accentratrice.
In altre parole: i sovrani cattolici difendono il Papa, è
ovvio, ma utilizzano anche la fede come strumento di autolegittimazione,
nonché di controllo sui sudditi, in nome di una preoccupazione per
l'ortodossia che non sempre è sincera.
Gli ultimi anni della vita di Tiziano vale
a dire il periodo che va dal 1550 al 27 agosto 1576, giorno della morte
ufficialmente per febbre, più probabile per peste, a Venezia nella
casa-studio di Biri Grande, sono veramente una rappresentazione grafica di
quella che è stata la trasformazione della coscienza italiana in questi
anni, in cui la penisola ha perso il primato culturale europeo.
Quella dell'Accademia è la terza mostra
dedicata a questo periodo.
La prima a Belluno, a cura di Lionello
Puppi, una mostra coraggiosa che è stata premiata, al di là delle
aspettative, da 104 mila visitatori (più i venti mila di Pieve di Cadore).
La seconda a Vienna, al Kunsthistorisches, a cura di Sylvia Ferino-Pagden,
responsabile del "Rinascimento italiano" al museo: una mostra imponente con
50 Tiziano da mezzo mondo.
Questa mostra è in collaborazione con il polo
museale veneziano diretto da Giovanna Nepi Scirè ed ora si è trasferita in
forma ridotta alle Gallerie (catalogo Marsilio).
A chi fa osservare le
assenze, la soprintendente furibonda ribatte che "la mostra non ha sponsor,
perché a Venezia nessuno investe sulle mostre, ma solo sui restauri".
E che
"solo le Assicurazioni Generali l'hanno aiutata" per i costi crescenti delle
assicurazioni.
Per chi ha presente le masse plastiche e
incise di Tiziano, "linee chiare e definite", nette nel disegno, colori
chiari e luminosissimi del periodo giovanile si prepara un piccolo trauma
iniziale.
Negli ultimi venticinque anni la pennellata di Tiziano si fa
sempre più aperta fino ad arrivare alla "pittura di macchia" secondo il
Vasari, si disfa, si scioglie, colore fra colori e su colori.
Opere
"talmente multicolori da sembrare monocrome" (come "Ninfa e pastore" in
mostra).
E i profili si fanno indistinti. L'atmosfera si fa carica di
proiezioni. Un capovolgimento che "stupiva, irritava e persino
scandalizzava" con quelle opere sentite "non finite". E bisognava arrivare
ai nostri tempi affinché un "operare così vario anche all'interno di uno
stesso dipinto" venisse interpretato (ma non da tutti) "come uno strumento
efficacissimo per enfatizzare il dramma, la poesia e i sentimenti".
La
sensualità della pennellata di Tiziano ha il fulcro nella bellezza del corpo
femminile. "Col tempo essa si carica sempre più di un'espressività
spirituale e mistica del dolore, che preannunciano la visione della morte
dell'anziano artista".
Tiziano continua la meditazione sulla propria
esistenza ed arte anche nella "Punizione di Marsia", opera del 1570,
capolavoro celeberrimo (2,20 per 2,04), arrivato dall'arcivescovado di Kromèriz, nella Repubblica Ceca.
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