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fatto comprendere la tecnica innovativa di Tiziano nel
rendere forme e atmosfere. E che si può sintetizzare così: "Tiziano ha usato
un sacco di colori per creare l'impressione di un monocromo". Le analisi
hanno rivelato che Tiziano usava vari tipi di colori dall'inizio del dipinto
che nello sviluppo soffocava o riduceva o mitigava. Sugli alberi ci sono
verdi intensi modificati da marroni e neri. E nel cielo e nella pelle della
ninfa è stata scoperta una profusione di colori. L'ambientazione nel bosco è
la parte più affascinante. In una materia colorata senza segno e
consistenza, piena di bagliori rossastri e azzurri, un baluginamento di luci
che fa pensare ad una tempesta, appare un albero troncato di netto, rami
spezzati e una "ardita capretta" intenta a mangiare le foglie dell'unico
ramo frondoso. Il dipinto è intitolato "Ninfa e pastore", ma Gentili afferma
dal 1980 che si tratta di "Bacco e Arianna" perché la "ninfa è distesa su di
una pelle di leopardo e quelli che il pastore ha in testa sono pampini di
vite" che richiamano piuttosto la figlia di Minosse e Bacco che l'amò e rese
immortale.
C'è una bella storia dietro a questo dipinto e interessa l'Italia. Giovanna Nepi Scirè ricorda che alla fine del Settecento il dipinto arrivò agli
Uffizi quale scambio per disegni toscani che mancavano al museo di Vienna.
Solo che l'allora direttore non lo giudicò all'altezza, lo rimandò indietro
e al suo posto accettò "un 'crostone' attribuito al Giorgione: il ritratto
del cosiddetto Gattamelata.
La mostra chiude con quello che potrebbe essere l'ultimo dipinto di
Tiziano, la grande "Pietà" (3,78 per 3,47), dipinta anche con i polpastrelli
per la fatica di tenere il pennello fra le dita, datata all'anno della
morte. L'artista la plasmò nel pieno dell'epidemia di peste, che portò via
prima il figlio Orazio e poi fece soccombere anche la tempra leonina del
vecchio patriarca. Diciamo plasmò perché l'analisi capillare della materia
pittorica ha rivelato al recente restauro ben dieci strati di colore, con
una ricerca angosciosa e continua. - È un dipinto privato che Tiziano aveva
pensato per la sua tomba, ma che in una certa fase cercò anche di vendere –
ci dice la Nepi Scirè - Divenuto poi una sorta di voto, nella speranza,
purtroppo disillusa, di salvare sé stesso e il figlio dall'epidemia che
imperversava in città.
Tiziano la voleva sulla propria tomba ai Frari, affiancata da altri
due suoi capolavori. La "Pietà" ha una monumentale architettura, colori
spenti, atmosfera angosciata e angosciante. Nella mostra è ancora più
impressionante, perché la tela non ha cornice e fa corpo unico con la parete
grigio antracite dell'allestimento. Figura dominante in primo piano è la
Maddalena che urla all'umanità (a noi) che
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Cristo è morto per salvarci.
E il San Girolamo ai
piedi del corpo livido del Cristo ha il volto del vecchissimo maestro. Per
le divergenze con i frati che non volevano coprire un Crocifisso al quale la
gente era molto devota, Tiziano lasciò incompleto il dipinto che fu portato a termine "reverenter"
da Palma il Giovane come si ricava dalla scritta in basso. Palma dipinse
anche l'angelo volante reggicero, ma le analisi del restauro del 1954 hanno
dimostrato che il suo intervento è minore di quanto le fonti facevano
supporre. Nel 1814 la "Pietà" è arrivata alle Gallerie dell'Accademia … ed è
stato acquistato! Con grande soddisfazione la Nepi Scirè, sovrintendente al
Polo Museale lagunare.
Nella produzione pittorica dell'ultimo Tiziano emerge un processo interiore
quasi parossistico, mai pago dell'opera compiuta, che da' veramente il là
alla pittura moderna. Talmente innovativo da non essere capito dai
contemporanei e dallo stesso Vasari, che definisce brillantemente
l'innovazione tizianesca come "pittura a macchia", sottostimandone però il
valore e facendo scontare al povero, ultimo Tiziano, fino a tempi critici
non così lontani, una sorta di "pregiudizio vasariano". Con le debite,
grandissime eccezioni, Bernard Berenson in testa. È proprio nel 1550 che,
coscientemente, un Tiziano nel pieno del successo e della maturità artistica
decide di cambiare registro. Ce lo racconta ancora la Nepi Scirè: «Abbiamo
una testimonianza documentale in una lettera del Maestro del 1550. Egli
risponde a chi gli imputa di non imitare Raffaello, Michelangelo e Correggio,
di non volerlo fare per un duplice motivo. Innanzitutto per non voler essere
ricordato come loro imitatore, non sentendosi alla loro altezza (cosa non
vera, dato che aveva già abbondantemente dimostrato di non temere
confronti). Ma è la seconda affermazione che ci fa capire le sue
motivazioni, il voler conquistarsi la fama come innovatore. Aprendo così la
porta a tutta la pittura moderna, talmente, tanto moderno da non poter
essere allora compreso. E in questo suo ripensamento c'è certamente anche
una profonda crisi esistenziale e personale. Per il Rinascimento che stava
finendo, per la vecchiaia che sopraggiungeva, per quella sua bottega che era
destinata a finire male, in quanto vedeva chiaramente che i suoi figli non
erano gran che. La pittura di questo suo ultimo periodo ha una grande
sensualità, il colore è addirittura carezzevole, ma vede coesistere alla
sensualità anche la grande drammaticità dei quadri mitologici e religiosi. È
una produzione molto misteriosa.
A questa stagione
ultima di Tiziano è dedicata appunto questa mostra eccezionale, che conta 28
capolavori; Rodolfo Vasari ne "Il sole 24" fa presente che non esiste mostra
che, per quanto marginale o improvvisata, non spari nel titolo la parola
"capolavori". Tanto per rinfrescare la memoria cita addirittura il
vocabolario Devoto-Oli: dicesi capolavoro, "Opera di grande eccellenza; la
migliore di una serie di opere". Ma riconosce che la mostra di Venezia i
capolavori li espone veramente, una di quelle mostre che, come la precedente
dedicata a Giorgione, è destinata ad essere citata nei futuri studi
storico-artistici. Nata, come la precedente, dalla collaborazione fra la
Sovrintendenza
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