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L'ultimo Tiziano e la sensualità della pittura
Venezia, Gallerie dell'Accademia 26 gennaio – 20 aprile 2008
di Mary Falco

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fatto comprendere la tecnica innovativa di Tiziano nel rendere forme e atmosfere. E che si può sintetizzare così: "Tiziano ha usato un sacco di colori per creare l'impressione di un monocromo". Le analisi hanno rivelato che Tiziano usava vari tipi di colori dall'inizio del dipinto che nello sviluppo soffocava o riduceva o mitigava. Sugli alberi ci sono verdi intensi modificati da marroni e neri. E nel cielo e nella pelle della ninfa è stata scoperta una profusione di colori. L'ambientazione nel bosco è la parte più affascinante. In una materia colorata senza segno e consistenza, piena di bagliori rossastri e azzurri, un baluginamento di luci che fa pensare ad una tempesta, appare un albero troncato di netto, rami spezzati e una "ardita capretta" intenta a mangiare le foglie dell'unico ramo frondoso. Il dipinto è intitolato "Ninfa e pastore", ma Gentili afferma dal 1980 che si tratta di "Bacco e Arianna" perché la "ninfa è distesa su di una pelle di leopardo e quelli che il pastore ha in testa sono pampini di vite" che richiamano piuttosto la figlia di Minosse e Bacco che l'amò e rese immortale.
C'è una bella storia dietro a questo dipinto e interessa l'Italia. Giovanna Nepi Scirè ricorda che alla fine del Settecento il dipinto arrivò agli Uffizi quale scambio per disegni toscani che mancavano al museo di Vienna. Solo che l'allora direttore non lo giudicò all'altezza, lo rimandò indietro e al suo posto accettò "un 'crostone' attribuito al Giorgione: il ritratto del cosiddetto Gattamelata.
 La mostra chiude con quello che potrebbe essere l'ultimo dipinto di Tiziano, la grande "Pietà" (3,78 per 3,47), dipinta anche con i polpastrelli per la fatica di tenere il pennello fra le dita, datata all'anno della morte. L'artista la plasmò nel pieno dell'epidemia di peste, che portò via prima il figlio Orazio e poi fece soccombere anche la tempra leonina del vecchio patriarca. Diciamo plasmò perché l'analisi capillare della materia pittorica ha rivelato al recente restauro ben dieci strati di colore, con una ricerca angosciosa e continua. - È un dipinto privato che Tiziano aveva pensato per la sua tomba, ma che in una certa fase cercò anche di vendere – ci dice la Nepi Scirè - Divenuto poi una sorta di voto, nella speranza, purtroppo disillusa, di salvare sé stesso e il figlio dall'epidemia che imperversava in città.
Tiziano la voleva sulla propria tomba ai Frari, affiancata da altri due suoi capolavori. La "Pietà" ha una monumentale architettura, colori spenti, atmosfera angosciata e angosciante. Nella mostra è ancora più impressionante, perché la tela non ha cornice e fa corpo unico con la parete grigio antracite dell'allestimento. Figura dominante in primo piano è la Maddalena che urla all'umanità (a noi) che

Cristo è morto per salvarci.
E il San Girolamo ai piedi del corpo livido del Cristo ha il volto del vecchissimo maestro. Per le divergenze con i frati che non volevano coprire un Crocifisso al quale la gente era molto devota, Tiziano lasciò incompleto il dipinto che fu portato a termine "reverenter" da Palma il Giovane come si ricava dalla scritta in basso. Palma dipinse anche l'angelo volante reggicero, ma le analisi del restauro del 1954 hanno dimostrato che il suo intervento è minore di quanto le fonti facevano supporre. Nel 1814 la "Pietà" è arrivata alle Gallerie dell'Accademia … ed è stato acquistato! Con grande soddisfazione la Nepi Scirè, sovrintendente al Polo Museale lagunare.
Nella produzione pittorica dell'ultimo Tiziano emerge un processo interiore quasi parossistico, mai pago dell'opera compiuta, che da' veramente il là alla pittura moderna. Talmente innovativo da non essere capito dai contemporanei e dallo stesso Vasari, che definisce brillantemente l'innovazione tizianesca come "pittura a macchia", sottostimandone però il valore e facendo scontare al povero, ultimo Tiziano, fino a tempi critici non così lontani, una sorta di "pregiudizio vasariano". Con le debite, grandissime eccezioni, Bernard Berenson in testa. È proprio nel 1550 che, coscientemente, un Tiziano nel pieno del successo e della maturità artistica decide di cambiare registro. Ce lo racconta ancora la Nepi Scirè: «Abbiamo una testimonianza documentale in una lettera del Maestro del 1550. Egli risponde a chi gli imputa di non imitare Raffaello, Michelangelo e Correggio, di non volerlo fare per un duplice motivo. Innanzitutto per non voler essere ricordato come loro imitatore, non sentendosi alla loro altezza (cosa non vera, dato che aveva già abbondantemente dimostrato di non temere confronti). Ma è la seconda affermazione che ci fa capire le sue motivazioni, il voler conquistarsi la fama come innovatore. Aprendo così la porta a tutta la pittura moderna, talmente, tanto moderno da non poter essere allora compreso. E in questo suo ripensamento c'è certamente anche una profonda crisi esistenziale e personale. Per il Rinascimento che stava finendo, per la vecchiaia che sopraggiungeva, per quella sua bottega che era destinata a finire male, in quanto vedeva chiaramente che i suoi figli non erano gran che. La pittura di questo suo ultimo periodo ha una grande sensualità, il colore è addirittura carezzevole, ma vede coesistere alla sensualità anche la grande drammaticità dei quadri mitologici e religiosi. È una produzione molto misteriosa.
A questa stagione ultima di Tiziano è dedicata appunto questa mostra eccezionale, che conta 28 capolavori; Rodolfo Vasari ne "Il sole 24" fa presente che non esiste mostra che, per quanto marginale o improvvisata, non spari nel titolo la parola "capolavori". Tanto per rinfrescare la memoria cita addirittura il vocabolario Devoto-Oli: dicesi capolavoro, "Opera di grande eccellenza; la migliore di una serie di opere". Ma riconosce che la mostra di Venezia i capolavori li espone veramente, una di quelle mostre che, come la precedente dedicata a Giorgione, è destinata ad essere citata nei futuri studi storico-artistici. Nata, come la precedente, dalla collaborazione fra la Sovrintendenza

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