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Caravaggio ospita Caravaggio dal 17 gennaio al 29 marzo 2009
di Riccardo Moretti

Caravaggio
DIDASCALIE CARAVAGGIO
Cena in Emmaus 01 Michelangelo Merisi da Caravaggio Cena in Emmaus
olio su tela, cm 141 × 196,2
Londra, The National Gallery

Ma perché tanto interesse per il Caravaggio a Brera e a Milano in particolare? In che cosa consiste il legame dell'artista con la sua città d'origine? A queste domande risponde Sandrina Bandera, Soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Milano, nonché Direttore della Pinacoteca di Brera. "Forse può essere d'aiuto la collocazione di questa mostra in prossimità alle sale dedicate al Cinquecento veneto e lombardo (i leonardeschi milanesi e i pittori bresciani, bergamaschi e cremonesi). Fin dal Cinquecento una radice comune legò indubbiamente Brescia, Bergamo, Cremona e Milano nell'interesse per l'indagine empirica e ottica sulla natura e sui suoi fenomeni, come gli effetti di luce sia naturali sia artificiali e per le soluzioni tecniche connesse a questa visione. Sulla scia del Foppa, a Brescia Savoldo e Moretto dettero il via a queste tendenze sia attraverso una forte influenza giorgionesca, sia attraverso una resa della peculiarità della dignità umana, come nel Moretto, anche nelle situazioni più povere e umili. Sempre dalle stesse zone geografiche muoveva i suoi passi Lorenzo Lotto, altro artista presente nelle medesime sale, con le sue "violente sgrammaticature" e la sua "instabilità emotiva" (secondo una terminologia coniata dalla Gregori). Tutti questi artisti furono punti di riferimento per la formazione del giovane Caravaggio che non vennero mai meno negli anni della maturità quando egli, in una Roma fortemente classicheggiante e accademica, si presentò come il campione della caratterizzazione non idealizzata, del disinteresse per il bello, dell'uso di modelli tratti dalla strada, di soggetti non accademici, come la natura morta, cioè di quella società e di quell'ambiente che gli storici della Controriforma amano classificare come "low church". Fa sentire la necessità di una riflessione anche un vero e proprio confronto che, all'interno della Pinacoteca, si instaura tra le opere del Caravaggio e la pittura dell'Italia settentrionale. Nei dipinti di Vincenzo Foppa e di Vincenzo Campi (per citare un esempio per il Quattrocento e uno per il Cinquecento), anche nei soggetti sacri la rappresentazione della realtà si caratterizzava per una lettura analitica di tipo fiammingheggiante, con una forte propensione alla visione naturalistica e spesso con un compiacimento quasi sensuale, così che si deve ipotizzare che tali esperienze siano state fondamentali per la maturazione del Caravaggio quale pittore di nature morte. Ma non si dimentichi il legame fortissimo del Caravaggio con la sua terra d'origine nella scelta dei soggetti e nel metodo di rappresentarli, come tramite della concezione totalizzante del rapporto con la natura che lo distinse. Sembra difficile che il Caravaggio non conoscesse la rappresentazione vegetale della Sala delle Asse e non avesse prestato attenzione, quando era giovane artista in fase di formazione, al Cenacolo e alla natura morta delle stoviglie e dei pani sulla tavola davanti al Cristo benedicente e non avesse osservato l'ardita e raffinata realizzazione di Leonardo nella rappresentazione della trasparenza dei bicchieri. A ciò si aggiunga che proprio Leonardo e la sua teoria costituiscono il filo conduttore del Trattato della Pittura di Giovan Paolo Lomazzo, pubblicato in anni coincidenti con il periodo milanese del Merisi e per altro una delle poche fonti di studio diffusa nelle botteghe degli artisti dell'Italia settentrionale, che sappiamo in genere lontani dalle teorie accademiche. Anche altri particolari del naturalismo caravaggesco trovano riscontro nella lezione di Leonardo, come lo studio del vero indipendente dai canoni della bellezza classica e la teoria degli affetti, l'una e l'altra fondamentali per comprendere la portata nella pittura tra Cinque e Seicento delle Cene in Emmaus del Caravaggio, non solo, ma anche per capire il distacco tra la sensibilità giovanile (qui rappresentata dai due dipinti della collezione Borghese e del Metropolitan Museum of Art) e la dimensione radicale della maturità, visibile negli altri due dipinti, dove ogni elemento risulta investito di valori ben più profondi ed etici. Per finire, il legame del Caravaggio con la città dei due Borromeo si coglie se si pensa che il cardinal Federigo trasferì a Milano la famosa Canestra dell'Ambrosiana in anni molto precoci, individuando in tale capolavoro varie coincidenze con il suo gusto di collezionista, di uomo di studi progressisti e di teologo. Sicuramente in lui doveva convivere l'apprezzamento e il fascino sia per la rappresentazione di fiori come qualcosa di molto prossimo al naturalismo della pittura nordica, sia anche per la precisione nella rappresentazione quasi scientifica delle specie botaniche. Ma non era sicuramente estranea una visione più profonda e spirituale che vedeva nel creato, e pertanto nei fiori, nelle cose semplici dell'attività umana, un elemento per la ricreazione della mente, per lo sviluppo di un piacere quasi sensoriale nella preghiera, e un riflesso della diffusione nel mondo della bontà divina, secondo una concezione diffusa nella Devotio moderna, che ambedue i Borromeo praticarono. Questa piccola mostra si propone di risvegliare nel pubblico non solo l'interesse per la pittura del Caravaggio, ma anche la comprensione (e quindi l'appropriazione morale) nel saperne cogliere – attraverso l'esercizio del confronto fra quattro dipinti molto significativi – l'evoluzione e la straordinaria ascesa verso una sempre più crescente capacità di rappresentazione drammatica." Tanto piccola è dunque la mostra? Che cosa vedremo? Rispondono insieme Mina Gregori, Amalia Pacia curatrici della mostra. La Pinacoteca di Brera apre le celebrazioni del bicentenario con una mostra presentata nella sala XV dedicata alla celebre Cena in Emmaus di Caravaggio, giunta ad arricchire le collezioni del museo nel 1939, grazie anche al contributo dell'associazione Amici di Brera e dei Musei Milanesi. L'opera, realizzata nei pressi di Roma intorno al 1606, è messa eccezionalmente a confronto con l'altra versione dello stesso tema, eseguita dal pittore nel 1601 e concessa in prestito dalla National Gallery di Londra. La prima Cena, commissionata da Ciriaco Mattei, appare debitrice della tradizione pittorica lombarda del Cinquecento. Attorno a una tavola imbandita, alla presenza di un oste, Cristo spezza il pane e col gesto benedicente si rivela ai due attoniti pellegrini di Emmaus. La luce fortemente convergente evidenzia in modo uniforme lo spazio prospettico e le azioni, e dà risalto alla realistica natura morta, carica peraltro di valenze allegoriche e significati eucaristici e salvifici. La versione della Pinacoteca di Brera della Cena in Emmaus, presente dal 1624 nella collezione del principe Patrizi di Roma, è dipinta da Caravaggio circa quattro anni dopo la Cena di Londra, quando l'artista si rifugia nel feudo laziale di Marzio Colonna, subito dopo l'omicidio di Ranuccio Tomassoni il 28 maggio 1606. L'artista sceglie di ritrarre un momento immediatamente successivo a quello rappresentato nella versione Mattei: il pane è già stato spezzato e Gesù benedice i discepoli congedandoli. In questa scena più essenziale e immersa nel buio, l'unica fonte di luce, fortemente laterale, sottolinea in maniera selettiva e puntuale l'intensità dei gesti, più semplici e naturali, e le espressioni concentrate degli astanti, rivelando un cambiamento di linguaggio che caratterizzerà tutte le opere seguenti. Accompagnano la presentazione affiancata delle due Cene altri due dipinti appartenenti alla fase giovanile del maestro lombardo, il Concerto e il Ragazzo con canestro di frutta, concessi in prestito rispettivamente dal Metropolitan Museum di New York e dalla Galleria Borghese di Roma, che hanno inteso in questo modo partecipare alle celebrazioni braidensi. Il Giovane con canestro di frutta è appartenuto a Giuseppe Cesari, detto Cavalier d'Arpino, pittore presso la cui bottega Caravaggio lavora appena arrivato a Roma. Ma già nel 1607, a seguito del sequestro dei suoi beni, l'opera entra a far parte delle collezioni del cardinale Scipione Borghese. Nel dipinto, realizzato tra il 1593 e il 1594 presso la bottega del D'Arpino, un giovane a mezza figura regge una bellissima natura morta, riprodotta con straordinaria aderenza alla realtà, che anticipa la celebre Canestra di frutta, oggi alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Il Concerto del museo newyorchese è una delle prime opere eseguite a Roma dal giovane artista per il cardinale Francesco Maria Del Monte, citata persino dal suo rivale Giovanni Baglione come "una musica di alcuni giovani

ritratti dal naturale" dipinta "assai bene".
La tela subisce molti passaggi di proprietà già nel Seicento fino a essere acquistata dal Metropolitan Museum nel 1953.
L'opera, datata al 1594-1595, è particolarmente significativa nel percorso di Caravaggio, che sperimenta forse per la prima volta una composizione a più figure, ritraendo probabilmente, piuttosto che quattro modelli diversi, lo stesso ragazzo atteggiato in pose differenti. Il tema centrale è la musica, che deriva dalla tradizione veneta dei Concerti, inaugurata da Giorgione e Tiziano, mentre la presenza di un Eros con grappolo d'uva ha suggerito alla critica anche diverse interpretazioni allegoriche del soggetto. Nell'adiacente sala XVIII è esposto il dipinto del maestro di Caravaggio Simone Peterzano, Venere e Cupido con due satiri in un paesaggio, normalmente non visibile per ragioni di spazio e per l'occasione presentato in relazione con le opere dell'allievo. Con questa mostra dedicata alla Cena in Emmaus del Caravaggio, che costituisce uno dei capolavori più amati dal pubblico, si inaugura, come s'è detto, l'anno delle celebrazioni per il bicentenario della Pinacoteca di Brera. Eseguito nel 1606, il dipinto di Brera è presentato all'interno di un percorso espositivo con altri tre dipinti del Caravaggio, esemplificativi della sua evoluzione. Due opere giovanili, il Concerto del Metropolitan Museum di New York, databile probabilmente 1594-1595, eseguito per il cardinal Del Monte, dove l'artista sperimenta una composizione complessa, probabilmente derivata dall'ambiente venezianeggiante conosciuto attraverso il suo maestro milanese, Simone Peterzano, poi il Ragazzo con canestro di frutta della Galleria Borghese, già di proprietà del Cavalier d'Arpino, l'artista di grandissima fama che ospitò il giovane Caravaggio al momento del suo arrivo a Roma nella sua bottega dove, tra l'altro, eseguì nature morte e soggetti che a lui, di formazione e di esperienza lombarda e non accademica, dovevano evidentemente essere particolarmente consoni, e infine la Cena in Emmaus della National Gallery di Londra del 1601-1602. I saggi di questo catalogo costituiscono una lettura di facile comprensione sui temi più importanti di questi dipinti. Si aggiunge uno studio, ricavato da documenti inediti, sulla vicenda dell'acquisizione, avvenuta tra il 1939 e il 1940, della Cena in Emmaus a opera degli Amici di Brera cui non fu estraneo l'ex soprintendente di Milano, Ettore Modigliani, allontanato a causa delle leggi antisemitiche. Dalla determinazione che si legge nella lettera di Ettore Modigliani, inviata al ministro Giuseppe Bottai, si prefigura il destino quasi ineluttabile, da contestualizzare nella tragedia di quel momento storico, che il Caravaggio della collezione Patrizi si aggiungesse al fondo di pittura caravaggesca che già esisteva in Pinacoteca. "Le due cene in Emmaus a confronto" è il titolo del saggio scritto per catalogo da Mina Gregori. All'aprirsi del Seicento il Caravaggio aveva lasciato il palazzo del cardinale Del Monte e abitava presso il cardinale Gerolamo Mattei. In quel periodo si dedicò a soggetti sacri e per Ciriaco Mattei dipinse, come ricorda il biografo Giovanni Baglione (1642), insieme a un San Giovanni Battista, "quando N. Signore andò in Emaus, & all'hora che s. Thomasso toccò co'l dito il costato del Salvatore", riprendendosi ai testi evangelici di Luca (16: 12-13; 24: 13-25) e di Giovanni (20: 24-29). Sebbene l'appartenenza al Mattei dell'Incredulità di san Tommaso sia tutt'altro che certa, i due dipinti sono stilisticamente prossimi e si collegano tra loro riguardando ambedue il periodo post mortem del Cristo, quando apparve agli apostoli in carne e ossa. È questa una circostanza che offre una delle letture della Cena in Emmaus oggi a Londra, la prima delle due redazioni del soggetto dipinte dal Caravaggio. Coloro che danno pressoché esclusiva importanza all'influenza dei committenti potranno pensare che il suo trasferimento presso il cardinale Mattei abbia avuto un peso rilevante nel cambiamento che si nota nelle scelte tematiche del Caravaggio, prevalentemente rivolte ai soggetti religiosi. È possibile che il cardinale gli abbia offerto i suoi consigli e imposto le sue preferenze, ma nella Cena in Emmaus come nell'Incredulità di san Tommaso i soggetti e la loro realizzazione sono direttamente implicati nella concezione che il Merisi ebbe della sua pittura, difendendola vivacemente, come riferisce Karel van Mander (1604) che negli stessi anni aveva avuto notizia delle manifestazioni anche verbali di un Caravaggio già affermato, "che fa cose meravigliose". Rappresentati a mezza figura, il Cristo al centro, seguendo una tradizione radicata nella pittura italiana, e i due pellegrini di Emmaus, Cleofa e a destra il suo compagno spesso identificato con Pietro o con Luca, sono situati a distanza ravvicinata rispetto allo spettatore: siedono al tavolo ricoperto dal tappeto sul quale è disposta la bianca tovaglia secondo un'iconografia di origine veneta (come altri particolari, ad esempio, l'oste con la berretta che ha un precedente nel dipinto già Gonzaga oggi al Louvre di Tiziano) e la cui ricaduta in primo piano è una soluzione adottata nel giovanile quadro dei Bari e lo sarà in seguito nel Cavadenti. Nella Cena in Emmaus come in queste opere la concentrazione degli attori disposti intorno al tavolo asseconda l'intento del Caravaggio di condurre l'occhio del riguardante al centro dell'azione e verso gli oggetti a cui qui sono affidati i messaggi simbolici del tema. Nel quadro londinese la tensione rattenuta ha un'ulteriore finalità, quella di rappresentare la sorpresa dei due pellegrini nel momento in cui scoprono l'identità di Colui che li aveva accompagnati nel cammino senza rivelarsi. L'interpretazione del soggetto punta su reazioni emotive che si esprimono con atteggiamenti eloquenti nella loro evidenza fisica e si è osservato che la gestualità svela riferimenti a Leonardo e alle teorie albertiane dei moti, viste nel loro fondamento naturalistico. Allo stesso modo il Cristo si impone nel gesto eucaristico di benedire il pane e il miracolo è duplice nella letterale osservanza del testo evangelico e ancor più nella capacità di realizzarlo nella presenza reale del Risorto grazie allo strepitoso potere della sua pittura. È lui, il Caravaggio, a far rivivere, a risuscitare il Cristo. In analogia con questi intenti, il tema del san Tommaso incredulo fonda sulla rappresentazione ravvicinata del Cristo risorto che si presenta miracolosamente dopo la morte nel consesso degli apostoli, e l'attenzione è rivolta al suo corpo ferito. Nell'interpretazione dei due miracoli il Caravaggio ha dunque puntato sulla loro manifestazione fisica, e nella Cena in Emmaus anche sulla sorpresa dei pellegrini e sui gesti che collaborano a rendere l'illusione della scena reale mediante sottili inganni prospettici, le braccia aperte e la mano proiettata verso di noi del pellegrino di destra, il gesto di Cleofa che a sinistra sta per sollevarsi per la sorpresa dalla sedia Savonarola (simile a quella su cui è assiso san Matteo nella prima redazione) e il suo gomito, con la manica strappata, sfora il nostro spazio infrangendo la barriera della superficie dipinta. Le sottili vibrazioni dell'acqua e del vino nei recipienti di vetro (un particolare che si nota anche nel Bacco degli Uffizi) e la precaria collocazione del cesto di frutta sul bordo del tavolo e lì lì per cadere accompagnano i moti istantanei dell'evento. Per la Cena in Emmaus siamo venuti a conoscenza nel 1990, grazie alle ricerche di Francesca Cappelletti e di Laura Testa2, del pagamento al Caravaggio il 7 gennaio 1602 della notevole somma di 150 scudi "p. il quadro de N.S. in fractione panis", che fu dunque presumibilmente eseguito nel tardo 1601. Nel novembre dello stesso 1601 il Caravaggio fu saldato per i due dipinti destinati alla cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. La Conversione di san Paolo, il solo a noi noto dei due quadri, oggi nella collezione Odescalchi, manifesta una stretta contemporaneità e una altrettanto stretta affinità con la Cena in Emmaus londinese nell'evidenza fisica e persino illusiva dei protagonisti, e soprattutto del Cristo, ricorrendo, come scriveva il Van Mander, al modello vivo. Alla collocazione all'aprirsi del secolo del dipinto Mattei contribuisce anche la somiglianza del vecchio canuto che impersona il pellegrino di destra con il modello usato per altri dipinti di quegli anni. Nella Conversione di san Paolo Odescalchi la presenza e persino il peso del corpo del Cristo sono sottolineati dal gesto dell'angelo che interviene a sorreggerlo e dal ramo schiantato dell'albero. Anche il braccio proteso del Cristo e il gesto enfatico di Paolo che porta le mani agli occhi abbagliati dalla visione hanno la stessa efficacia ottenuta con mezzi analoghi di quelli del Risorto e dei pellegrini nel quadro londinese. L'interpretazione del soggetto biblico come una monumentale scena di genere riprendendosi al precedente del Moretto da Brescia è stata notata dal Longhi. Secondo un osservatore difficile come il Berenson la Cena in Emmaus Mattei è un punto d'arrivo del pittore: "in nessun altro quadro egli

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