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CANOVA L'ideale classico tra scultura e pittura Forlì, Musei
San Domenico 25 gennaio – 21 giugno 2009 di Mary Falco |
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"Considerato ...", tra la fine del Settecento
e la prima metà dell'Ottocento, l'artista maggiore del suo tempo e celebrato
come il nuovo Fidia, per aver raggiunto e forse superato la perfezione
degli antichi scultori greci, Antonio Canova seppe riscattarsi dalle
umili origini ottenendo il rispetto e l'omaggio dai grandi della terra.
Nato nel 1757 a Possagno, un villaggio vicino a Treviso, dopo la morte
del padre e il secondo matrimonio della madre, venne affidato bambino
al nonno, uno scalpellino che gli insegnò la difficile arte della scultura.
Ma ad accorgersi del suo genio fu il senatore della Repubblica di Venezia
Giovanni Falier. Grazie a lui ebbe nel 1775 la prima commissione: le
due statue in pietra dell'Orfeo e Euridice realizzate nel 1778, seguite
dal gruppo ancora naturalistico di Dedalo e Icaro, esposto l'anno dopo
con enorme successo alla fiera della "Sensa" = festa dell'Ascensione,
in piazza San Marco. E già su questi primi due gruppi dobbiamo aprire
una parentesi, perché le nostre cognizioni mitologiche non sono certo
quelle dell'epoca: Orfeo era il mitico suonatore di lira o della cetra,
di cui passava per essere l'inventore. Chi non lo riconosce come tale
deve ammettere che prima di lui la cetra aveva solo sette corde e lui
la portò a nove in onore delle Muse, dato che Calliope, la più importante
fra loro, era appunto sua madre. Il suo canto, accompagnato dalla musica
soave dello strumento, placava le fiere dei boschi ed i flutti del mare,
tanto che gli Argonauti lo vollero per se per la loro mitica impresa,
anche se Orfeo era così debole da non saper neppure remare. Quando la
sua bellissima moglie, Euridice, morì, Orfeo riuscì addirittura ad incantare
gli dei degli inferi, ottenendo il permesso di riportarla con se, tra
i vivi, ma ad una condizione: non voltarsi mai per vedere se l'amata
lo seguisse veramente. Inutile dire che lo splendido cantore non seppe
resistere al dubbio d'essere stato ingannato … ed a pochi passi dalla
salvezza si voltò, perdendo Euridice per sempre. L'altro duetto marmoreo
riguarda l'inventore ed architetto Dedalo, col figlio Icaro, generato
da una schiava di palazzo, mentre costruiva il famoso labirinto in cui
imprigionare il Minotauro. Avendo suggerito a Teseo come riuscire a
trovar la via della salvezza dopo aver ucciso il mostro, fu imprigionato
per punizione nel labirinto stesso, col proprio figlio, ma fabbricò
due paia di ali di cera per volare verso la salvezza … Icaro però s'avvicinò
troppo al sole, che sciolse la cera e l'incauto giovane perì nel mare
che circonda l'isola di Samo e che d'allora si chiamò Icario. |
all'antico,
Teseo vincitore del Minotauro, una strepitosa carriera, consacrata dall'impegno
dei due grandi monumenti funerari pontifici, quello di Clemente XIV
per la basilica dei Santi Apostoli (nel 1787) e di Clemente XIII in
San Pietro (nel 1792), dove si confrontava con Bernini. Stabilitosi
definitivamente a Roma nel 1793, alternerà, in un repertorio mitologico
apprezzato dal collezionismo internazionale, dalle corti europee e dai
membri della famiglia Bonaparte, le sculture di carattere grazioso come
la serie degli Amorini, Venere e Adone, Amore e Psiche che si abbracciano,
Amore e Psiche stanti, Ebe, aprendo un'altra fase del suo percorso classico,
con la celebrazione dell'amore e della bellezza, invece che delle glorie
repubblicane. La vicenda d'Amore e Psiche, narrata nelle Metamorfosi
d'Apuleio, è una delle prime favole classiche ammesse nel bagaglio culturale
cristiano, grazie alla metafora trasparente rappresentata dall'anima
umana (Psiche) alla ricerca di Dio (Amore) visto non tanto come potenza,
quanto come carità. Ebe è meno nota. Figlia di Zeus ed Era, condivideva
con la sorella Ilizia un relativo anonimato: la coppia regale, come
s'usava in Grecia, non aveva occhi che per il maschio, Ares, il quale
poi come ben si sa, per tutto ringraziamento, fomentava discordie e
guerre. Le due sorelle dunque vivevano nell'ombra, ne' si ha notizia
d'una loro ribellione a questo destino un po' anonimo, ma certo tranquillo:
Ilizia è un genio femminile, che facilita il parto, assistendo in primo
luogo sua madre. Ebe, che già il nome qualifica come personificazione
della giovinezza, ha mansioni anche meno impegnative: serve il nettare
ai banchetti degli dei, prepara il bagno di Ares, aiuta Era ad attaccare
il carro, quando la regina degli dei vuole manifestarsi ai mortali.
All'arrivo di Ganimede la funzione di coppiera degli dei le viene tolta,
ma è compensata da un bel matrimonio: quando Ercole riesce ad accedere
all'Olimpo, Ebe infatti lo sposa, garantendogli l'eterna giovinezza.
Così diventa moglie e madre, anche se ne' Alessiarete, ne' Aniceto diventeranno
famosi, pur essendo maschi … d'altra parte ad Ercole s'attribuivano ben
settanta paternità, per cui la concorrenza era particolarmente agguerrita!
Un profilo umano appena distinguibile, ma un significato filosofico
profondo; la giovinezza è questo: assenza d'ogni preoccupazione e responsabilità …
cioè una cosa che noi esseri umani non riusciamo neppure ad immaginare,
se non come premio appunto per un eroe, alla fine d'una vita travagliata.
Se con queste figure Canova diventa a buon diritto il cantore dell'amore
e della bellezza, non trascura quelle del genere eroico come i due Pugilatori
e il Perseo trionfante, collocato nel 1802 al posto dell'Apollo del
Belvedere che era stato trasferito a Parigi. Qui lo scultore si recò
nell'autunno dello stesso anno per modellare il busto di Napoleone,
poi rappresentato nel 1806, in una scultura colossale, come Marte pacificatore.
Il Monumento funerario di Maria Cristina, struggente rappresentazione
del tempo, della vita e della morte, collocato nella chiesa degli Agostiniani
di Vienna nel 1805, e il successo delle sue opere, soprattutto della
Maddalena penitente e della statua sedente della madre dell'imperatore
al Salon di Parigi del 1808, segnano definitivamente la gloria di Canova.
Da Parigi lo scultore si reca anche a Londra, dove vide i marmi del
Partenone portativi da lord Elgin, e commentò: "ammiro in essi la verità
della natura congiunta alla scelta delle forme belle. Tutto qui spira
vita con una evidenza con un artifizio squisito … i nudi sono vera bellissima
carne …". continua a pag.18 |