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CANOVA L'ideale classico tra scultura e pittura Forlì, Musei San Domenico
25 gennaio – 21 giugno 2009

di Mary Falco

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scrivendone all'amico Quatremère de Quincy:
"…le opere di Fidia sono una vera carne, cioè la bella natura …".
In queste parole è presente in sintesi l'idea di arte che accompagnò, per poco meno di mezzo secolo, la vita e l'opera dello scultore. Prima che negli archetipi consegnatici dalla storia, prima che nei venerabili modelli degli antichi, le ragioni dell'arte stanno nella "bella natura" perché – è ancora Canova a parlare – "sempre sono stati gli uomini composti di carne flessibile, e non di bronzo". Neanche di marmo, veramente! Trasformare il marmo in carne morbida e viva sarà la sua principale abilità, ma anche eternizzare quella carne, conferendogli eterna giovinezza! "Bella natura è lo splendore di un giovane corpo femminile, è la sensazione di immortalità che la giovinezza ci consegna per un attimo; bella natura sono i sentimenti di amore, di tenerezza, di mestizia che attraversano i pensieri e le azioni degli uomini. Bella natura è il mito che si fa carne e diventa accessibile ai sogni e ai desideri di ognuno." spiega Antonio Paolucci nel suo contributo al catalogo dal titolo "L'ideale classico" in cui osserva ancora: "Come Raffaello, tre secoli prima, Canova regalò al mondo la consolazione della Bellezza. I grandi della terra lo capirono e gli dimostrarono immensa gratitudine. Nei tempi drammatici e calamitosi che videro la fine dell'Antico Regime, la Rivoluzione, l'Impero, le atroci guerre napoleoniche e la Restaurazione, Antonio Canova fu per tutti lo scultore, senza altre specificazioni. Lo fu per i papi di Roma come per Napoleone, per i parenti, per le donne, per i marescialli dell'Imperatore; lo fu per i milords inglesi come per i granduchi russi, per l'autocrazia degli zar come per la democrazia virtuosa d'America." Quest'universalità del suo genio fu per così dire riconosciuta con la nomina, avvenuta nel 1802, da parte di papa Pio VII, a Ispettore Generale delle Antichità e Belle Arti dello Sato della Chiesa, un ruolo che ai suoi tempi aveva avuto Raffaello, ma che ora lo investe di un'enorme responsabilità nella salvaguardia, in tempi difficili, del patrimonio artistico italiano. Sarà lui, in questa veste, a negoziare e ottenere nel 1815 a Parigi la restituzione delle opere d'arte che i francesi avevano requisito dopo il Trattato di Tolentino nel 1797. Non dimentichiamo infatti che nella primavera del 1796 un esercito francese, al comando di Napoleone Bonaparte, irrompendo nella Valle Padana, sbaragliava austriaci e truppe locali.. Fra le prede guerra compaiono, per la prima volta in modo esplicito, anche le opere d'arte. Il governo di Parigi le vuole nel suo splendido museo dedicato all'arte universale, le requisisce, le porta via. Comincia allora una storia, fatta di espropriazioni, di furti, di salvataggi fortunosi, di recuperi, che si concluderà solo dopo Waterloo, nel 1815: una storia avvincente, che "tesori" spostati, dipinti, incisioni, documenti racconteranno in questa mostra "Malatestiana" fra febbraio e giugno 2009. Protagonisti indiscussi di questa vicenda, sul versante italiano, sono un papa cesenate, Pio VII Chiaramonti, e il maggiore fra i "geni" del tempo, Antonio Canova. Sarebbe toccata a loro la "missione impossibile" di ricostituire in buona parte il Museo Italia e di fondare, nella penisola, il moderno concetto di patrimonio culturale." Così, quando nel 1822 lo scultore morì a Venezia, gettò nel cordoglio tutta l'Italia, impreparata alla scomparsa di un simbolo di orgoglio e di unità nazionali. Si deve a Canova la prima rappresentazione moderna del nostro paese, con l'Italia piangente nel Monumento funerario di Vittorio Alfieri in Santa Croce a Firenze, nella quale riconoscersi. Perché questa Mostra è a Forlì? La risposta forse più esauriente ci viene da Fernando Mazzocca nel suo contributo alla cartella stampa: "Forlì può definirsi con orgoglio città "canoviana". Il grande scultore ha infatti eseguito –fatto davvero eccezionale- tre capolavori per personaggi forlivesi. Prima di tutto la nuova versione dell'Ebe, una delle sue opere più popolari, realizzata tra il 1816 e il 1817 per la contessa Veronica Guarini, arrivata nella prima metà del Novecento, dopo avventurose vicissitudini, nei Musei Civici di Forlì. Era stata preceduta nel 1814 dalla Danzatrice col dito al mento destinata, per interessamento del piacentino Pietro Giordani, uno dei più grandi amici e

certamente il maggiore interprete critico di Canova, al banchiere Domenico Manzoni e andata dispersa dopo la morte del proprietario in un atroce fatto di sangue, il cui mistero rimane ancora insoluto. La vicenda verrà sublimata dallo stesso Canova nella bellissima Stele funeraria di Domenico Manzoni ancora conservata nella chiesa della Santissima Trinità, inserita nella sezione della mostra dedicata allo "scultore filosofo e il tema della morte". A partire da queste opere fondamentali la mostra, la più impegnativa e completa a lui dedicata dopo quella di Venezia del 1992, intende ripercorrere attraverso una serie di capolavori esemplari la carriera del grande scultore, ponendo per la prima volta a confronto le sue opere, marmi, gessi, bassorilievi, bozzetti, dipinti e disegni con i modelli antichi cui si è ispirato e con i dipinti contemporanei con i quali si è confrontato. L'Ebe viene esposta accanto alle due statue antiche, l'Arianna con la pantera allora agli Uffizi, e la ellenistica Danzatrice di Tivoli, ma anche, in un paragone davvero strepitoso, con il Mercurio di Giambologna con cui Canova si è misurato nel rendere il difficile motivo della figura in volo. Ma il significato dell'Ebe di Forlì viene chiarito confrontandola con la prima rappresentazione del tema, l'Ebe sulla nuvola dell'Ermitage. Dal prestigioso museo russo vengono altri capolavori, come la Danzatrice con le mani sui fianchi, la prima di una serie e il riferimento per ripercorrere il tema della musica e della danza, fondamentale nel percorso dello scultore, come dimostrano anche le straordinarie tempere di Bassano che si potranno finalmente rivedere dopo un decisivo restauro. Questa rassegna sviluppa, per la prima volta, il rapporto tra la scultura e la pittura, non solo per quanto riguarda i dipinti dello stesso Canova, ma anche degli artisti da lui influenzati, come il caso di Francesco Hayez, le cui danzatrici realizzate per la decorazione di Palazzo Reale a Venezia sono ispirate a quelle canoviane. Ma anche la sensuale Maddalena del 1825 ripropone uno dei capolavori di Canova, la Maddalena penitente inviata dall'Ermitage. Mentre la presenza di capolavori assoluti come la Venere italica, che doveva sostituire la celebre Venere medicea trasferita a Parigi, o i due Pugilatori vaticani, rappresenta il motivo centrale della gloria di Canova celebrato, per la sua capacità di interpretare il bello ideale classico, come il nuovo Fidia, ma anche il nuovo Raffaello. L'Autoritratto canoviano degli Uffizi viene dunque collocato, in un incontro straordinario e emozionante, a fianco di quello del grande urbinate." Una grande (e l'aggettivo, una volta tanto, è del tutto appropriato) rassegna racconterà tutte queste cose e soprattutto mostrerà i capolavori riuniti a San Domenico, a partire dal 25 gennaio 2009. Si tratta della mostra "Canova. L'ideale classico tra scultura e pittura" promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, curata da Antonio Paolucci, Fernando Mazzocca e Sergéj Androsov e con l'allestimento di Wilmotte e Alessandro Lucchi; la mostra si configura come la più impegnativa e completa esposizione sino ad oggi dedicata al maestro veneto, dopo quella di Venezia del 1992. A Forlì si potranno ammirare 160 opere. Attraverso una serie di capolavori esemplari, l'esposizione forlivese ripercorrerà l'intera carriera del "moderno Fidia", ponendo per la prima volta a confronto le sue opere (marmi, gessi, bassorilievi, bozzetti, dipinti e disegni), oltre che con i modelli antichi cui si è ispirato, anche con i dipinti di artisti a lui contemporanei con i quali si è confrontato. Da Canova al grande neoclassicismo internazionale, con un focus di partenza – Forlì - ben localizzato ma non locale. Una mostra che spazierà dalla scultura alla pittura, proponendo anche alcuni, altissimi confronti con Raffaello e Tiziano, e altri capolavori di quel "classico" che fu fonte di ispirazione per molti artisti tra l'ultimo Settecento e il primo Ottocento. Come s'è visto sopra per Forlì, Canova creò tre capolavori. Innanzitutto una versione di Ebe, una delle sue opere più popolari, realizzata tra il 1816 e il 1817 per la contessa Veronica Guarini. Il confronto tra le due diverse versioni di Ebe, quella di Forlì e quella dove la figura è rappresentata su una nuvola, appartenuta all'Imperatrice Giuseppina moglie di Napoleone, evidenzia come il grande scultore seppe trasporre nel marmo l'audace motivo della figura in volo.

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