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Uomini nella Storia di Colobraro: famiglia Marsico - Lomonaco
di Pietro Giovanni Lucarelli 


Tenente
Vincenzo Lomonaco

Questa famiglia di grandi Ufficiali e patrioti è originaria di Montalbano Jonico patria di Francesco Lomonaco, Professore, Patriota, Letterato, Scienziato benemerito dell'Italia, il quale meritò per il suo ultimo gesto eroico un sonetto di Alessandro Manzoni che recita:

A FRANCESCO LOMONACO

Come il divo Alighier l'ingrata Flora
errar fea, per civil rabbia sanguigna,
pel suol, ci liberal natura inflora,
ove spesso il buon nasce, e rado alligna,

Esule egregio, narri, e Tu pur ora
duro esempio ne dai, Tu, cui maligna
sorte sospinse, e tiene incerto ancora
in questa di gentil alme matrigna.

Tal premj, Italia, i tuoi migliori, e poi
che pro se piangi, e 'l cener freddo adori,
e al nome vôto onor divino fai?

Sì da' barbari oppressa, opprimi i tuoi,
e ognor tuoi danni e tue colpe deplori,
pentita sempre, e non cangiata mai.

Francesco Lomonaco nacque a Montalbano Jonico il 22 novembre 1772 da Nicola Lomonaco e Margherita Fiorentini, studiò medicina e giurisprudenza a Napoli, fu coinvolto dai moti rivoluzionari del 1779 parteggiando per la Repubblica partenopea, fu imprigionato dai Borboni e condannato a morte. Fuggi dal Regno di Napoli vagando di città in città tra cui Marsiglia, Parigi, Ginevra, Milano fino a Pavia dove fu nominato professore universitario di storia e geografia e qui morì suicida annegando nel naviglio il primo settembre 1810 in una tragica ora di abbattimento e di sconforto.
Le sue opere furono raccolte dopo la sua morte in nove volumi,il più famoso resta "Rapporto al cittadino Carnot" che Alessandro Manzoni lesse ancora ragazzo e a Lomonaco dedicò uno dei suoi primi sonetti.
Un busto marmoreo di Francesco Lomonaco si trova al Pincio a Roma.
Siamo verso il 1840 quando la gentil donna Teresa della nobilissima famiglia Marsico, la quale vantava belle figure di religiosi come don Nicola Marsico, galantuomini e proprietari di masserie in Colobraro, sposa Nicola Lomonaco figlio di Francesco, con questo matrimonio si forma in Colobraro la famiglia Lomonaco discendente dall'illustre lucano Francesco Lomonaco.
Ma a noi interessa di più la figura del Tenente Vincenzo suo nipote.
Vincenzo Lomonaco nasce a Colobraro il 22 settembre1917, muore sul fronte greco il 15 gennaio 1941.
Ecco il testo scritto dal fratello Filippo al suo ritorno nella patria natia: "Quando tu ci lasciasti fummo schiantati dal dolore ed il fulmine, che, deridendo gli spari e le violenze del campo di battaglia, ti uccise, colpì anche noi.
Presto la cara mamma ti raggiunse, seguita a breve distanza da zia Rachele, che tanto ti amava.
Papà ed io resistemmo, ma i nostri cuori lacrimarono sempre ed attoniti restammo superstiti alla tragedia della nostra famiglia, che nel volgere di pochi anni fu distrutta.
E sì la tua dipartita è stata quella che veramente ha spento il focolare della vecchia casa: ricordo i nostri sogni giovanili, quando tu affermavi sempre di voler restare a Colobraro, mentre io già parlavo di allontanarmene!
Se fossi vivo, saresti nella nostra vecchia casa e quel focolare sarebbe ancor vivo, ed io non avrei il dolore di saper troppo fredde le stanze abbandonate, che ci cullarono nell'infanzia e che furono albergo di molte ore di gioia!
Come eri attaccato alla famiglia! La mattina presto, nell'agosto del 1940, quando nella tua divisa sobria e decorosa lasciasti Colobraro per raggiungere Macerata, sede del tuo 50° Rgt., baciasti il battente del portone come impegnarti a sempre onorare il tuo casato. Quel bacio fu il giuramento supremo da te compiuto, vincolando la tua volontà a percorrere tutto il cammino della gloria e giungere al supremo sacrificio, onde la tua famiglia ne fosse andata orgogliosa.
A Bari l'8 settembre 1940, quando venni a salutarti, fosti deluso perché volevi rivedere i nostri genitori e forse qualche altra persona a te cara!

Non ti dimenticherò mai nel gesto di saluto, quando al comando dei tuoi fanti entrasti nel porto ed attraverso il cancello ti vidi  salutarmi con insistenza: era l'ultima volta che ci salutavamo, etra l'ultima volta che i miei occhi avevano il bene di ammirarti!
Seguì la battaglia, venne l'avanzata oltre il confine greco, il nostro esercito subì la ritirata e tu tutto soffristi, la fame, il freddo, il dolore di saperci in ansia; ma pure dopo tre mesi di combattimento tu ed i tuoi compagni, forti solamente di volontà e di amor di patria, riusciste a fermare l'avanzata greca, e tu forse avresti goduto di un relativo riposo.
Il 15 gennaio 1941 spedisti una laconica, cara ultima cartolina; lo stesso giorno partecipasti alle operazioni di guerra e alle 15,30, volevi comunicare telefonicamente con il comando del tuo Battaglione, ma il fulmine colpì il filo del telefono e fosti folgorato, cadendo a terra già cadavere!
Attraverso le notizie avute dagli altri Ufficiali della tua compagnia ci fu possibile ricostruire i tuoi ultimi momenti, ma mi è difficile ancor oggi immaginarti a terra, morto sotto una modesta tenda!
Tu che eri tanto bello, giovane degno di vivere, non  puoi essere immaginato cadavere; spesso il mio pensiero va a quella triste ora, ma non riesco a vederti immobile nel gelo della morte, né riesco ad immaginare le tue spoglie, adagiate su di una barella, portata a spalla dai tuoi fanti fino alle retrovie, mentre il rombo del cannone, il crepitare della mitraglia sostituivano il suono lugubre delle campane. Chi seguì quel mesto convoglio? Forse solamente il pensiero di mamma, che fu sempre a te vicino!
Sei stato sempre di una modestia esemplare, buono ed incapace di pensare il male, alieno delle grandi cose; ma non pensasti nemmeno di sottrarti al tuo dovere di Ufficiale dell'esercito italiano, e nella domanda, da te inoltrata, quando avesti la nomina a S. Tenente, ti dicesti disposto raggiungere qualunque località, ove sarebbe stato possibile adempiere il proprio dovere!
E le ultime ore della tua vita terrena furono come le altre, durante le quali, brevemente ma indimenticabilmente, ci desti un esempio, che difficilmente può  dimenticarsi: morto a Roimasi mentre telefonavi, sotto una tenda, fosti sepolto a Gramshi in una fossa da cimitero di guerra! sei stato venti anni sotto la fredda terra straniera, resa ancora più fredda dalla sconfitta, subita dal nostro esercito, per cui ad un certo punto a noi superstiti il riscatto di tanti giovani, come te, è sembrato inutile!
L'otto settembre 1943, quando fu comunicato l'armistizio, io piansi al pensiero della tragedia italiana, ma specialmente al pensiero che tu ti eri sacrificato per un ideale, che ci sfuggiva!
Ho atteso tanti anni l'esumazione dei tuoi cari resti, finalmente ho visto questo giorno e con ansia sono tornato a Bari a ricevere la tua urna, che era distinta solamente da un numero: 3219!
Vedere sbarcare dalla nave VICENZA l'urna contenente i tuoi resti insieme ad altre mille e mille è stata una scena desolante, quantunque autorità civili e militari cercassero di confortare noi superstiti, che mesti e lacrimanti vi aspettavamo!
Ora la stessa sacra urna giunge a Colobraro, dove finalmente trova la pace, che il Signore assegnò ai mortali.
Il sottufficiale, incaricato, ci consegna la tua urna, che tuo nipote deposita accanto alla tua sciabola ed al tuo berretto, dinanzi all'altare eretto per offrirti il suffragio cristiano.
Il popolo di Colobraro è tutto presente e piange mentre il Sindaco, ne interpreta i sentimenti e ti porge il saluto della cittadinanza. Il pluridecorato Oreste Ferrauto, altra fulgida espressione dell'eroismo colobrarese, ti saluta con elevate parole, mentre Emilio Tripani e Vincenzo De Cimma, ricordano la tua vita breve e gloriosa. Questo 5 giugno è la tua apoteosi, che si ha con una manifestazione solenne organizzata da un comitato di amici ed autorità, alla quale assistono, tra gli altri il Provveditore agli studi e l'Ispettore scolastico certamente per attestare che la tua missione di educatore è stata compiuta nel modo migliore.
Il tuo loculo è vicino a quello dei cari genitori nonché agli altri della sorella nostra e degli zii; con essi tu avrai il gaudio di essere racchiuso da mura amiche anche se sono quelle fredde di una tomba.
Al tuo loculo verrò con Nicola, che tanto ti assomiglia, e con Anna; vicino ad esso loculo parlerò ai miei figli della nostra famiglia, di tutti i Cari scomparsi, ma specialmente delle tue virtù, che in soli ventitré anni brillarono, riscuotendo la stima e l'ammirazione di tutti.
Nicola ed Anna attingeranno dal tuo sacrificio l'esempio di vivere e nei momenti duri della vita terrena ricorderanno che lo zio seppe con stoicismo vivere e morire, pur di non deflettere dai principi dell'onore, procurando a noi un retaggio grandioso.
La nostra tomba, che raccoglierà i resti di tutti noi, avrà sempre una stella splendente: la tua; e se non avesti la gioia dei giorni terreni, avrai quella della gloria del Paradiso e del ricordo imperituro di noi superstiti e delle generazioni future.

Filippo

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