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Uomini nella Storia di Colobraro: Adolfo Bretagna
di Pietro Giovanni Lucarelli

Adolfo Bretagna (sostituto procuratore del re a Matera dal 1933 al 1935), primo scrittore giornalista che scrive la storia di Colobraro pubblicata dalla Tipografia Minervini Benevento 1935 - XIV e ripresa quasi interamente dal quotidiano il Popolo di Roma del 20 ottobre 1935; inserto "Cronaca della Lucania". Un primo tentativo lo fece Vincenzo Taralli medico condotto di Colobraro, che pubblicò sul settimanale "Pro Lucania ed Libertade" datato Roma 7 marzo 1893, una quasi identica storia; poi arriva quella del prof. Michele Crispino, scrittore e storico locale, quale terzo estensore della Storia di Colobraro; oggi Pietro Giovanni Lucarelli giornalista pubblicista direttore responsabile della rivista "La fenice", editore, quarto estensore della stessa storia.
Vediamo ora come il sostituto procuratore vedeva i paesi posti sotto la sua autorità.
COLOBRARO
Sorpassato, sul lungo ponte, il pigro Sinni - che conobbe i tormenti della gentile poetessa Isabella Morra, la via Sapri-Jonio discesa dal Lagonegrese, riprende la sua corsa toccando Valsinni per portare allo Jonio il saluto del Tirreno. A Cozzo di Tonno diparte la strada che s'inerpica su per la scoscesa costa montana e, dopo un succedersi di magnifici panorami di Calabria, di Puglia e di Lucania, giunge a Colobraro erto sopra un monte conico. Proprio sulla vetta, un dì inaccessibile dirupo, si elevano maestosi i ruderi del Castello feudale, che edificato nel XIII secolo e abitato sino agli anni 60 addietro, conteneva oltre 40 vani al primo piano e vastissimi magazini a pianterreno, scuderie, cantine, cisterne e antri oscuri. Una scalea elevata su quattro volte permetteva ai cavalli e alle lettighe di deporre gentiluomini e dame sull'uscio della grandiosa sala d'entrata ancora identificabile vasta di ben 15 metri per 18, illuminata da grandiosi veroni aperti a levante. Una torre, magnifico mastio, sorgeva quasi in mezzo al forte maniero con un pianterreno interrato e cinte da massicce mura di tre o quattro metri di spessore, con un primo e secondo piano sopraelevato e dominante l'intero edificio.
Nello spessore della muraglia scale e scalette e nascondigli e feritoie e caditoi e ponticelli levatoi che ne accrescevano la difesa.
Più tardi, dalla parte di mezzogiorno, elevando un colossale sforzo, muraglioni a picco sul baratro venne formato il piano utile di costruzione e su di esso, con più simmetria, più estetica e signorilità fu edificata una scuderia capace di 32 cavalli e sei immense sale a livello di quelle esistenti. Nel XVI secolo nuove costruzioni sorsero a tramontana: un gran salone di circa 150 mq. aprì i suoi quattro grandi veroni sulla facciata di ponente e altre quattro sale più piccole di circa 80 mq. ciascuna piene d'aria e di luce si slungarono a dominare tutta la vasta plaga della Magna Grecia distesa tra le foci del Sinni e del Bradano.
E questa parte costruita di sicuro dai Carafa era veramente maestosa e denotava un senso più artistico, posteriore all'epoca delle Signorie, elevata sopra un unico e immenso pianterreno a tre volte parallele sostenuto da due ordini di bei pilastrini quadrati.
Completata la bellezza architettonica e utilitaria dell'edificio un palazzo che ancora esiste, ad angolo del prospetto, denominato paggeria cui si accedeva per un gran portone in pietra locale limitato da due colonne recanti la catena simbolo di chiusura e di dominio.
Era qui di sicuro la residenza degli armigeri dei passaggi, dei scudieri, e di qui forse uscirono quei prodi catafratti che tra le fila di Atiendolo Sforza o di Braccio Fortebbraccio o sotto le insegne di Angelo da Lavello il famoso Tartaglia, stupirono l'Italia e l'Europa.
Poi sotto la sferza inesorabile del tempo, tutto decadde.
Crollarono i tetti e la parte di levante, e subito dopo apparvero minacciosi crepacci all'ala più moderna, che facilmente fu abbattuta per costruire su quel perimetro il serbatoio delle acque della pura fonte di Caramola destinata ad alimentare i comuni di Colobraro, Nova Siri,

Rotondella, San Giorgio Lucano, Valsinni stretti in consorzio. E fu dovuta abbattere anche la massiccia torre per evitare che crollando, non devastasse il serbatoio, ma si dovettero adoperare le mine tale era la sua solidità costruttiva!
In quei pressi Francesco Antonio Tripani costruì nel ferrigno medioevo una casa che, ampliata e modernata, è ancora abitazione dei suoi discendenti.
L'abitato
La chiesa parrocchiale di San Nicola, a tre navate, dall'ampio portale di pietra, ha avuto frequenti restauri e abbellimenti tra cui l'altare pregevole per fattura e per varietà policroma di marmi (1895), e solo forse rimane, dell'antico, il battistero ricavato da un sol pezzo di pietra, eretto sopra agile stelo adorno di foglie.
Sul lato sinistro si apre superba la gran cappella feudale adorna di cupola rotonda, dalla finissima rivestitura esterna, di altari di stucco su cui un meraviglioso trittico con la vergine tra San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista, sfolgora in tutta la sua maestà quattrocentesca. Ai lati dell'altare, in due medaglioni, la Giustizia e la Carità commentano le virtù dei ricchi coniugi marchese Giulio Cesare Donnaperna e Maria Maddalena Carafa dei marchesi Tortorelli, signori feudatari ivi sepolti e sotto l'intonaco, nella trabeazione d'un arco, qua e là sotto gli stucchi caduti, appaiono elementi di affreschi a dare una sufficiente idea di quel che poteva essere questo piccolo tempio che sorto nel fondo medioevo, ancor porta il nome greco dell'Icona.
Il Campanile è di recente costruzione (1933).
Piazza Garibaldi, è stata adornata di un elegante fontana ricca di teste leonine; casa Modarelli degrada le sue ampie terrazze; casa Simeone presenta eleganti finestre ogive; casa Di Pietro un massiccio portale. La chiesa dell'Annunziata conserva qualche arco gotico e qualche finestra a profonda spiombatura poi richiusa, ma il coro che era maestoso ed elegante si presenta assai malandato. Il prospetto di recente restaurato presenta una elegante targa di bronzo, opera dello scultore napoletano professor Ratti, sulla quale, tra espressivi bassorilievi rappresentanti la Forza e la Gloria, sono i nomi dei 26 caduti per la Patria, tra cui il capitano Ettore Modarelli morto in Albania e suo fratello sottotenente ing. Alberto Modarelli, medaglia d'argento, finito gloriosamente ai Sette Comuni. Decorato con medaglia d'argento e di bronzo e il tenente degli alpini insegnante Oreste Ferrauto; d'argento, il sergente Pasquale Luigi Mango, di bronzo; il sergente Giuseppe Nicola Marsico e i soldati Angelo Agresti e Vincenzo Laurina.
Il Municipio nell'ex convento dei Francescani; un sontuoso edificio eretto nel 1577 a cura del magnifico Francesco Antonio Tripani, ben conservato, con ampi corridoi, grande cisterna immenso refettorio, cantina, giardino e circa 30 celle.
L'annessa chiesa, dedicata a S. Antonio di Padova, a volta con bel portale in pietra del luogo, reca molte lapidi commemorative di notabili del paese vissuti prima del XVIII secolo e in un vecchio quadro, tra due frati, i coniugi cui una costante tradizione attribuisce la fondazione del convento.
Dopo la soppressione, per la pietà di Leonardo Altieri che rimasto vedovo, volle abbandonare, in olocausto al suo dolore ogni cura terrena vestendo il saio, l'edificio, che era andato man mano crollando, risorse il 1885.
Tornarono i monaci e per cura di uno di essi, padre Giuseppe di Colobraro, fu restaurato la chiesa e provveduta di ottimo pavimento. Questo padre, laicizzatosi poi sacerdote, è l'attuale arciprete e parroco don Vincenzo Gulfo.
A tramontana dell'abitato, sul declivio del monte, esiste una cappella discretamente conservata, S. Maria la Nova, accanto alla quale si scorgono gli avanzi d'un antico cenobio francescano di modeste proporzioni, con cisterna centrale, abbandonato poi e ridotto ad eremo quando i frati ebbero un convento più vasto e più adatto.

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