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Arnaldo Momigliano qualche anno fa ha fatto scalpore dicendo che non
dobbiamo chiederci perché sia caduto l'impero romano, ma piuttosto come ha
potuto, durare più di mille anni (Saggezza straniera – PBE: Torino, 1980)
ribaltando il tradizionale luogo comune della storiografia che vuole vedere
nella fine di Roma un momento significativo o della decadenza interna della
civiltà stessa o dell'aggressione dei Barbari appunto, intesi più che mai
come forza del male. Inutile dire che quest'ultima interpretazione ha goduto
di un grande successo nell'immediato dopoguerra, quando la Germania era
nell'immaginario collettivo la culla di ogni perversione.

Palazzo Grassi
Palazzo Grassi con la sua ultima mostra dal titolo
"Roma e i Barbari. La Nascita di un nuovo mondo", aperta al pubblico dal 26 gennaio
al 20 luglio 2008, supera addirittura la visione di Momigliano spingendosi a
cogliere non già i momenti d'opposizione, ma gli elementi comuni fra le
civiltà, indagando i motivi che hanno spinto alle vicende interne di guerra
e di pace creando dapprima un vasto impero, poi un aggregato di popolazioni
inquiete in lotta tra loro e finalmente un'indiscussa unità culturale
europea.
Che le radici di questa cultura siano in realtà greche non
meraviglia più nessuno. Virgilio stesso nell'VIII libro dell'Eneide (vv
314-336) credendo in un mondo popolato solo da Greci, Barbari e Romani,
rivendica per la propria patria il ruolo di "tertium genus" e dunque terzo
tra i Barbari indigeni e gli immigrati civilizzati da cui è nata la città.
Come osserva giustamente Jean-Jacques Aillagon, curatore della
mostra: "L'espansione in Europa, Africa e Asia, ha fatto sì che l'Impero
Romano entrasse necessariamente in contatto con altri popoli, sia portavoce
di antichi imperi e grandi civiltà, come gli Egizi e i Persiani, sia
designati come "barbari".
I Romani riprendevano così, per indicare i popoli
con abitudini, costumi, lingue e culture distanti dalle proprie,
l'espressione coniata dai Greci per designare coloro di cui non
comprendevano la lingua e che non erano organizzati in aggregati urbani e
imperi territorialmente stabili."
Ma se il Romano era cosciente d'essere stato "incivile" e forse aveva paura di poter ricadere
nella primitiva barbarie, nondimeno aveva l'orgoglio di porsi al centro del
mondo allora conosciuto, come elemento regolatore tra le mollezze ormai
decadenti d'oriente e la ferocia dei Barbari. Dando di nuovo voce al
curatore della mostra osserviamo come "Il
rapporto di Roma con i Barbari era spesso caratterizzato dall'approccio
tipico del dominatore con il sottomesso, come ricorda gran parte
dell'iconografia imperiale romana. Spesso però questi Barbari infliggevano a
Roma pesanti sconfitte, obbligandola a indietreggiare, si pensi per esempio
alla disfatta di Teutoburgo, nel 9 dopo Cristo, che vede le legioni di Varo
annientate dai Germani."
Mai però la sconfitta faceva dubitare della propria
missione civilizzatrice.
Perché?
In realtà fino all'età del bronzo nulla faceva presagire
questa superiorità; altre mostre di Palazzo Grassi, prima fra tutte quella
dedicata ai Celti a nel '91, ci hanno illustrato con dovizia di dettagli una
civiltà che non poteva dirsi inferiore a quella di Roma, anche se costruendo
in legno e rispettando profondamente una natura ritenuta sacra non ha
lasciato altrettante tracce del proprio passaggio.
Nel romanzo "Troia" Gilbert Haef vede milizie sarde e
siciliane affiancarsi ai guerrieri achei, mentre dei romani non v'è ancora
traccia.
Come e quando accadde il miracolo dunque, visto che più
nessuno vuol credere alla favola di Virgilio? È ancora una mostra di Palazzo
Grassi a suggerirci una risposta, questa volta siamo nel 2000 e si parla
degli Etruschi.
L'Europa dell'età del
bronzo vede ancora gli uomini nascondersi in capanne circolari che da
lontano si fondono col paesaggio e praticare un'economia mista d'agricoltura
e raccolta, spostandosi da un territorio all'altro a seconda delle
variazioni climatiche e le terre dove sorgerà Roma non fanno eccezione, coi
Celti ed i Germani (e già anche questa distinzione ci deriva dai latini e
non ha nessun corrispondente reale tra i gruppi indicati) vivono ancora
secondo i ritmi d'una natura spesso ostile, ma rigogliosa.
La vita che si
conduce è dunque molto discreta ed inserita strettamente nel paesaggio … ma
tutt'altro che sedentaria, almeno nelle zone che ci interessano.
Già alla
fine dell'età del Bronzo infatti un'intensa circolazione di merci percorreva
la penisola dalle Alpi Orientali alla Sicilia: si navigavano con destrezza
mare e fiumi e si trasportano mercanzie sui monti, a dorso di mulo.
I
manufatti appartenevano ad un più largo giro commerciale: in principio era
il frumento ad essere scambiato con giare di vino, olio e sale, poi droghe e
ceramiche furono imballate nelle pezze di lana ed infine ecco comparire sul
mercato metalli, seta ed ambra. |
Col passaggio all'età del Ferro s'assiste ad un grandioso processo di
trasformazione dell'assetto territoriale, soprattutto nella Toscana meridionale, che comporta di norma
l'abbandono dei villaggi d'altura e l'organizzazione a valle d'insediamenti
di 100-150 ettari, enormemente più estesi ed animati da un'intensa
concentrazione demografica.
Si costruiscono allora bene in vista delle
"case-ripostiglio": edifici rettangolari in cui trovavano posto circa una
cinquantina di famiglie; nel fondo era riposta con cura una ricchissima
raccolta d'oggetti metallici finemente intagliati, che oggi fanno la gioia
degli archeologi. Si tratta d'una grossa rivoluzione rispetto alle capanne
circolari della preistoria e testimonia una vita in comune già organizzata …
ed anche una certa sicurezza: i massimi produttori d'armi dell'occidente non
hanno più bisogno di nascondersi!
Il ferro è infatti
il vero motore del lancio economico di questa regione, perché i metalli sono
estratti in gran parte nelle sue montagne e l'isola d'Elba trae il suo nome
dal greco Aithaleia, che vuol dire nera di fuliggine. I nuovi villaggi si
chiameranno poi Veio, Tarquinia, Vulci, Orvieto-Volsinii, Bisenzio e
Cerveteri. Populonia sarà definita la Pittsburg dell'antichità. Se questa
trasformazione riguarda l'entroterra, sulle coste fioriscono le colonie
della Magna Grecia.
E qui, (sorpresa!) i Celti si inseriscono anche meglio dei romani, sia
commerciando coi Greci (basta pensare alla fondazione di Marsiglia) che
prestando servizio in armi per le innumerevoli discordie tra le città stato,
come raccontano egregiamente i romanzi di Velerio Massimo Manfredi.
L'ascesa di Roma dunque deve avere un'altra matrice … e forse vale la pena di
considerare gli Etruschi, non meno dei Greci, i civilizzatori dei Romani!
Saranno loro a regalare a Roma le case in mattoni, con soffitti a botte e
tetti di tegole. Il laterizio è un'invenzione italiana, che gli Etruschi
dividono con la Sicilia, nell'isola risponde ad una necessità, data la
totale assenza di marmo, in Toscana è un'abitudine, le cave di Carrara
saranno sfruttate solo dalla Roma imperiale e con molte perplessità. Ed
etrusche sono anche le "villae" di campagna e le case padronali delle città
"isole" in media di 800 mq. con corridoio d'ingresso, percorso sotto il
pavimento da una canaletta di scarico, fiancheggiato da vani adibiti
probabilmente a botteghe ed officine. Il corridoio dava in un cortile
centrale a croce con un pozzo, su cui s'affacciavano vari ambienti. Il
cortile era talvolta coperto da un tetto compluviato, le cui falde erano
però sorrette da lunghe travature orizzontali appoggiate esclusivamente ai
muri perimetrali; era realizzato in questo modo quel tipo d'atrio che ancora
Vitruvio definisce "tuscanico", riconoscendovi un'invenzione etrusca.
Numerosi indizi fanno intendere che nelle case vi potessero essere locali
adibiti a servizi igienici: stanze piccolissime dotate di una canaletta
inclinata che conduceva alle fognature e di una tubatura in cotto, che
attraversa un muro e chiude a gomito all'interno.
La "domus" così concepita, villa di campagna o gelosa "insula" cittadina, è
fatta per la convivenza di una famiglia allargata: ha spazio per laboratori
artigianali, stalle ed eventuali scuderie e può articolarsi liberamente fra
interni ed esterni in modo da creare appartamenti autonomi e pur aggregati
fra loro.
Ma il peso di tanta eredità nuoce evidentemente all'amor proprio del romano
imperiale: se Barbari e Greci sono assoggettati, gli Etruschi sono
addirittura fagocitati e Virgilio non ritiene opportuno farne menzione.
Forse perché era d'origine etrusca l'odiato Tarquinio superbo, ma forse
ancor di più perché lo sforzo di trasformare la Roma fatta ancora di capanne
dai tetti di stuoie nella città più importante della lega latina, fu
sostenuto da una plebe asservita e non sempre consenziente. Il termine
stesso di città è improprio ai tempi gloriosi della pretesa fondazione!
Nell'VIII sec. a.C. sette colli si contendono il privilegio d'essere
l'acropoli sacra, mentre la vita vera, sui porti del Tevere, è continuamente
minacciata dalle rovinose piene del fiume, la foce è infestata da paludi.
Per bonificare pian piano il territorio s'importa mano d'opera etrusca e
s'impiega un piccolo esercito di forzati per costruire templi, mura, case.
L'iniziativa è di quello che la tradizione chiama quarto re di Roma:
Tarquinio Prisco, figlio di un ricco commerciante di Corinto e sposo di una
nobildonna etrusca versata nelle arti sacre, la coppia lavora insieme di
buon'armonia: introduce la scrittura, con un alfabeto ricavato dalle
maiuscole greche e la simbologia regale, ispirata a Giove-Tinia. Il discusso
concetto di re sacro, che metterà tanto in crisi i repubblicani, è da
ricollegarsi alla figura del dio a cui il re era profondamente devoto, tanto
che in una guerra contro i Sabini fece voto d'erigergli un tempio sul
Campidoglio, ma morì prima di poterlo realizzare.
Gran parte della sacralità apparentemente richiesta per sé era per Tarquinio un
implicito omaggio al dio di cui si riteneva portavoce. D'ora in poi il
sovrano nell'esercizio delle sue funzioni incarna e rappresenta al popolo
questa divinità: siede su un trono d'avorio, veste una toga di porpora "picta" cioè ricamata a stelle d'oro, secondo la sapiente arte tessile
domestica, mentre oro massiccio è quello della corona, lo scettro, sempre in
avorio, è sormontato da un'aquila, (sacra messaggera di Giove) che poi
diventerà anche il simbolo delle legioni.
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