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Il suo "imperium" è
rappresentato dai 12 littori armati d'ascia, perché il governo regale
sospende qualsiasi forma di vendetta privata.
Il ritrovamento delle insegne imperiali sulle pendici nord-orientali del
Palatino, frutto degli scavi archeologici condotti dal 2001 al 2007, ci
restituisce oggi questa testimonianza storica, che diventa ancora più
interessante illustrata nel catalogo da Clementina Pannella. Erano state
sepolte in una fossa praticata nei vani costruttivi di una terrazza di età
neroniana, ma gli ambienti risultano connessi ad un sacello che sostituiva
un santuario risalente all'età regia, forse proprio le "Curies veteres" che la
tradizione voleva costruite addirittura da Romolo; Virgilio e Svetonio
concordano sul fatto che Augusto nacque proprio in questa zona.
Le insegne sono state interrate chiaramente in un momento di pericolo, con
l'idea di ricuperarle in seguito, ma evidentemente il soggetto in questione
non è più stato in grado di farlo. Un'analisi attenta dei reperti, nonché
del terreno sotto cui son stati sepolti ha portato gli studiosi a fare il
nome di Massenzio, sconfitto ed ucciso nella battaglia sul Ponte Milvio nel
312 d.C.
Massenzio si opponeva alla politica di Costantino e voleva invece restaurare
Roma antica, con tutte le sue divinità; è molto probabile quindi che alla
vigilia dello scontro stesse restaurando la zona sacra.
Ma perché gli stessi romani che avevano cacciato Tarquinio il Superbo,
avevano conservato le insegne di suo nonno?
Forse non era il feroce tiranno della tradizione più nota.
Indubbiamente per molti aspetti continuò l'opera dei suoi predecessori, per
esempio decise di onorare il voto del nonno, realizzando il tempio
capitolino. Si tratta d'un'opera di gran significato politico, perché
sostituisce una triade etrusca alle tre divinità cittadine: lo stesso Giove,
infatti, era fino allora affiancato, con eguale dignità, da Giunone e
Minerva; ora le divinità femminili scompaiono per essere sostituite da Marte
e da Quirino, che tra l'altro aveva assorbito la figura di Romolo.
Tra Giove e gli altri si stabilirà però una distanza anche fisica: il tempio
di Marte sarà addirittura posto fuori delle mura, perché come le "piante infelices" della tradizione etrusca, la sua funzione difensiva e protettiva
si esplica meglio in faccia ai nemici, oltre la città. Il Campidoglio invece
rappresenta il luogo ideale per fondare una cittadella sacra e riportare le
opposte fazioni ad un'idea d'unità, la realizzazione fisica del progetto
tuttavia non era un'impresa da poco, il terreno roccioso e scosceso
rappresentava una sfida alle tecniche edilizie degli stessi etruschi. Si
narra che solo per il livellamento del suolo e la costruzione della
piattaforma artificiale furono esauriti tutti i fondi destinati in origine
all'intera costruzione. Ancora una volta si ricorse alla mano d'opera
toscana, imponendo i lavori più pesanti ad una plebe già fortemente
indisposta dalla necessità di prestar servizio militare.
Le fondamenta scavate nel tufo e nella creta del colle resistettero a
numerosi incendi e furono la base delle costruzioni successive, sempre più
ardite. Sotto al tempio capitolino tuttavia la città non cresceva secondo lo
schema ordinato previsto dagli auguri etruschi. I latini erano pastori
ancora seminomadi, dato che le piene del Tevere e l'insalubrità delle paludi
rendeva spesso necessari improvvisi e rapidi spostamenti. Passato il primo
momento di stupore dovette farsi strada un gran malcontento ed una profonda
nostalgia per le libertà tribali che la Lega Latina pareva garantire, mentre
i sovrani etruschi ignoravano addirittura. Probabilmente il tenore di vita
della famiglia reale, che vestiva di porpora, parlava e scriveva in una
lingua sconosciuta, si cibava di spezie orientali, passeggiava in cocchi
guarniti d'avorio e d'oro, dovette parere offensivo ai più.
L'odio che il Superbo attirò su di se', forse anche per la dispendiosa
costruzione del tempio, fu tale da costargli il potere. Non solo dunque non
inaugurò la sua opera, ma non poté neppure dedicare il tempio. Quest'onore
toccò invece al console Orazio, il 13 settembre 509 a.C. in ogni caso il
tempio, le insegne, tutto ciò che era stato costruito venne conservato. Come
se quegli stessi romani che avevano cacciato il re etrusco sotto sotto
temessero di piombare nella barbarie dimenticandone insegnamenti.
La vicinanza e l'invadenza dei Celti si faceva sentire.

Il pericolo celtico e la necessità d'emergere
La
cacciata del Superbo portò allo scoppio delle ostilità con gli etruschi ed
appena caduta la loro
città più potente, Veio, ci fu un'invasione gallica.
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Sia Livio che l'annalistica greca narrano la stessa storia con un leggero
scarto di date, il primo la fa risalire al 390, mentre i Greci la collocano nel 386 a.C. entrambi concordano invece sul giorno: 18 luglio, che da
allora fu ufficialmente dichiarato nefasto.
Tutti gli storici,
comunque, non hanno esitato a parlar di tradimento. L'ipotesi non è
incredibile. Le guerre erano ancora un fatto del tutto privato ed i Celti
erano soliti combattere come mercenari per i vari signorotti della penisola,
forse qualcuno invece di pagarli permise loro il saccheggio. I Galli erano
semplicemente a caccia di bottino e fu relativamente facile per Roma mettere
in salvo gli oggetti sacri e le Vestali, per poi ritornare non appena gli
invasori se ne furono andati. Da parte loro non c'era nessuna intenzione di
fermarsi, comunque questo primo sacco di Roma fece un grosso scalpore, anche
perché in quegli stessi giorni, nel 388 a. C. cade Melpum e finisce per
sempre il dominio etrusco in Val Padana, che da questo momento diventerà
"Gallia Cisalpina".
A differenza di Roma, che
cercherà al più presto di respingere l'invasore, la Val Padana si mostra
soddisfatta della nuova sistemazione. Più tardi, in epoca imperiale, Milano
sosterrà appunto d'essere stata fondata dai Galli in questa occasione.
E sono ancora popolazioni celtiche quelle che nel 218 a.C. aiutano
Annibale a valicare le Alpi con 27.000 uomini e 27 elefanti per penetrare a
sorpresa in Val Padana, dove non tutti si sentivano Romani.
Ecco perché appena sconfitta Cartagine ed affermato il proprio potere in
Oriente si sentì l'esigenza di conquistare anche l'Occidente.
A questo punto bisogna ascoltare Yann Rivière Direttore delle Ricerche
all'Ecole française de Rome: "Con la conquista della Gallia da parte di
Cesare (58-51 a.C.) che respinse i Germani di Ariovisto, le truppe
romane varcarono per la prima volta il Reno ed entrarono in contatto con i
Germani, "uomini violenti ed incolti", agli occhi di questo generale che
tracciava il primo ritratto etnografico dei "barbari".
Oggi sappiamo che tale quadro è fortemente impreciso; oltretutto è
assolutamente aleatoria la distinzione fra Celti e Germani, che invece poi è
stata comunemente accolta dalla storiografia, più che di due popolazioni
distinte si trattava di una miriade di gruppi indipendenti e già in lotta
tra loro, rivalità che tra l'altro ne ha affrettato appunto la sconfitta. In
ogni caso le campagne di Cesare hanno portato alla sedentarizzazione dei
Celti ed hanno contenuto la pressione dei Germani, che riprenderà soltanto
due secoli dopo sotto il regno di Marco Aurelio, mentre prima del suo
intervento la situazione era più confusa. Secondo Cesare la minaccia
esercitata dal capo germanico Ariovisto costituì il passo decisivo, uno dei
pretesti per la prosecuzione della conquista della Gallia nel 58. "Egli si
rendeva conto", scrive il futuro dittatore nel De bello gallico, "che
per il popolo romano era pericoloso che i Germani prendessero a poco a poco
l'abitudine di oltrepassare il Reno e arrivare in grandi masse in Gallia …"
laddove la Gallia era già considerata parte integrante dell'impero.
Alcuni decenni dopo, l'imperatore Augusto, fondatore del
principato, avviò la pacificazione dei territori della sponda destra del
Danubio e la conquista di quelli situati tra il Reno e l'Elba. Alla fine del
suo regno, il massacro delle truppe del legato Quintilio Varo da parte dei
Germani nella foresta di Teutoburgo, nel 9 a.C., pose fine all'ambizione dei
Romani di estendere l'impero a quest'area continentale.
Nell'arco di un secolo e mezzo di "pace romana", l'Impero si estese
ulteriormente a Nord: l'imperatore Claudio (41-54) conquistò la Bretagna e
Traiano (98-117) creò l'unica provincia situata sulla sponda sinistra del
Danubio, la Dacia (attuale Romania). Nello stesso periodo lo storico Tacito
faceva conoscere ai suoi contemporanei "questi altri popoli" nel suo saggio
La Germania. Ovunque, veniva consolidata la frontiera (il limes).
Come spiega bene Pierre Cosme nel catalogo, questa strategia
determinò molti cambiamenti nell'esercito fino allora cittadino.
Si crearono infatti guarnigioni provinciali permanenti e meno
propensi alla mobilità, come dimostra la costruzione di accampamenti fissi
in pietra a partire dalla seconda metà del I sec. d.C. a cui si affiancarono
vistose fucine per la fabbricazione d'armi che, in età imperiale, aveva già
caratteristiche preindustriali, con la catena di montaggio e la
fabbricazione in serie. Accanto al corto gladio del centurione romano si
fanno strada gli archi a grande gittata copiati dagli africani, le lance, i
giavellotti ed i primi tentativi di spade lunghe per combattere da cavallo,
ma anche asce e martelli di tradizione germanica.
L'organizzazione dell'accampamento si fondava su una pianta di tipo
rettangolare, con vie di comunicazione, forum, santuario con insegne e
simboli imperiali, basilica per radunarsi anche durante le intemperie,
residenza del comandante in capo, o pretorio e le baracche addossate a due a
due in cui trovava alloggio la centuria, in camerate che ospitavano sei-otto
uomini ciascuna.
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