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pagina 18 Non mancavano scuderie, granai, un ospedale, le terme e per i più
grandi anche un anfiteatro. Il tutto circondato da un'alta palizzata, in cui
s'aprivano quattro porte. In principio il vino ed il grano per nutrire gli
uomini arrivavano direttamente da Roma, ma la presenza dei legionari favorì
anche lo sviluppo agricolo di alcune province ospitanti, come la Gallia Belgica e la Britannia.
La necessità di mantenere collegamenti tra le guarnigioni ha
determinato la creazione di una serie di strade che solcavano tutto il mondo
allora conosciuto. In seguito furono aggiunte vie di arroccamento che
collegavano tra loro gli insediamenti militari sfruttando le caratteristiche
del terreno, come i fiumi, le cui sponde si trasformarono in difese
naturali: "ripae".
La rete fu via via completata da punti d'appoggio fortificati,
accampamenti, fortini, torri d'avvistamento, fossati, mura o semplici
palizzate. Non si trattava di barriere invalicabili ed anzi non volevano
esserlo, ma servivano semplicemente a tener d'occhio i paesi confinanti,
anche perché non ci furono mai in servizio più di quattrocentomila uomini,
un numero irrisorio vista l'estensione dei confini!Se a partire dal principato di Augusto i legionari diventarono veri
e propri professionisti, tenuti a prestare servizio per vent'anni, ancora
per un secolo il reclutamento avvenne principalmente in Italia.
Successivamente però furono sostituiti dagli abitanti delle province,
soprattutto della Gallia Narbonese, Spagna o Africa, che trovavano questo
lavoro più allettante, ma soprattutto, essendo reclutati sul posto, non
dovevano allontanarsi troppo da casa, soprattutto finché durò la "pax
romana".
A partire dal regno di Domiziano, lo sforzo si concentrò in
particolare sulla protezione dei "Campi decumati", vero e proprio angolo
sperduto dell'Impero tra i corsi superiori del Reno e del Danubio. Gli
imperatori Adriano (117-138) e Antonino (138-161) spinsero inoltre a nord
dell'Inghilterra il limite della provincia di Bretagna mediante la
costruzione di un complesso sistema di linee di difesa. Lo slancio di
consolidamento proseguì in Africa (l'attuale Maghreb) fino ai Severi
(193-235), al fine di assicurare il controllo delle popolazioni maure fino
ai limiti del deserto. Alla metà del II secolo, l'oratore Elio Aristide
poteva cantare l'opera civilizzatrice di un impero incentrato sul
Mediterraneo, capace di pacificare ed integrare i popoli più diversi.
All'epoca non era consentito dubitare della potenza romana. "Ecco perché",
esclama nel suo Elogio di Roma" nel vedere l'addestramento e
l'organizzazione della forza militare si penserà, secondo l'espressione
omerica, che quand'anche gli avversari fossero in numero dieci volte
superiore, sarebbero ben presto messi in fuga e sconfitti dal primo
all'ultimo".
Ma questo sfoggio di potenza non deve far pensare ad uno stato
asservito con la forza. Fedeli agli ideali di Virgilio i romani continuavano
ad esportare cultura ed erano molto felici d'urbanizzare le provincie più
remote, anche quando dovevano investire molto.
Si era convinti che la costruzione fisica di strutture urbane
potesse favorire "l'educazione dei barbari" e si concedeva la cittadinanza
romana con una facilità che scandalizzava i Greci. Augusto in particolare
riorganizzò globalmente la Gallia, mentre Agricola dedicò tutto l'inverno
del 78-79 a costruire terme e ville in Britannia. Attualmente i romanzi di
Jack Whyte ci restituiscono, attraverso la fantasia dell'autore, quello che
dovette essere l'impatto con la civiltà romana per le popolazioni celtiche e
la strenua difesa della "romanità" di fronte all'avanzata dei Sassoni.
Talvolta invece d'essere colonizzati i "barbari civilizzati"
collaborarono attivamente, creando nuove strutture: se i romani riempirono
l'Europa di strade ed acquedotti, le fortificazioni erano decisamente
celtiche, i castellieri con le fondamenta costruite di pietra, sabbia
vetrosa e legno, cui si dava fuoco per cementare meglio il tutto,
diventarono la base dei castelli medioevali. Anche le città vennero
fortificate con cinte di mura realizzate in pietra e legno, su cui
l'arrampicavano ardite scale e torri d'avvistamento.
L'impiego di legname
innalzò le costruzioni e rese più confortevoli gli interni. Terme, templi e
giardini resero molto appetibile la cittadinanza romana e le risorse
originarie vennero messe al servizio del modello latino, creando nuovi
modelli di vita civile, soprattutto per quanto riguarda l'edilizia in un
ambiente che diventava sempre più freddo, ma non voleva rinunciare per
questo ai bagni ed ai fiori: il vecchio cortile centrale della casa etrusca
si evolve fino a creare gli innumerevoli chiostri che permettono di
coltivare mele e rose sempre più a nord.
Infatti già le leggi suntuarie d'Augusto avevano dato una grossa
spinta alle coltivazioni locali, cercando di scoraggiare le massicce
importazioni di spezie e grano.
Ora la civiltà mediterranea del pane, del
vino e dell'olio s'intrecciò con quella della carne, del lardo e del latte,
con reciproca soddisfazione. |
Non tutti però vivevano felici e contenti.
Nel II sec. d.C. l'Impero fu scosso da un duplice attacco, quello dei Parti in Oriente e
quello dei Germani sul Danubio. Il fiume fu varcato e i barbari calcarono il
suolo italiano.
In tutto l'arco del suo regno dal 161 al 180, l'imperatore Marco Aurelio
cercò di riprendere in mano una situazione che rifletteva i limiti del
sistema difensivo introdotto un secolo e mezzo prima. Passato alla storia
col soprannome di "imperatore filosofo", concentrò la sua azione
prevalentemente sulla lotta contro i barbari, componendo i suoi Pensieri
nel campo di Carnutum, sul Danubio, o a volte persino nel corso di
un'offensiva. La vita militare non gli impediva la riflessione, permettendo
un'osmosi molto feconda fra il mondo romano e i mondi "barbari", creando
nell'Impero un modello di civiltà aperta, alla fine accogliente nei
confronti delle diversità di credo e di usanze.
Guidò una spedizione contro i Parti in Oriente, fino al 166, al fianco di
Lucio Vero, e poi soprattutto sul fronte danubiano contro diversi popoli
germanici. Questi ultimi, che erano penetrati nel 167 a nord dell'Italia,
furono respinti sin dall'anno successivo, ma la guerra si protrasse quasi
ininterrottamente fino alla fine del regno. L'imperatore soccombette alla
malattia nel 180, probabilmente a Vindobona (Vienna), alla vigilia di una
nuova campagna: "La morte è quiete dall'impressione dei sensi, dagli impulsi
che ci muovono come marionette, dalle deviazioni del pensiero, dal servizio
che prestiamo alla carne." (Pensieri, 6, 28) aveva scritto, ma ciò
non toglie che la sua fine sul "limes" della Pannonia sia parsa ai più una
vera e propria tragedia.
Questa congiuntura militare, aggravata dalla peste, segnò un
cambiamento epocale, che si esprime attraverso l'arte: basti pensare alla
violenza delle scene sul fregio della colonna di Marco Aurelio, o al
groviglio di corpi e volti sul sarcofago di battaglia, detto di Portonaccio:
"esseri stremati, emaciati, segnati dal dolore e dall'umiliazione, nati da
una nuova consapevolezza della fragilità dell'essere umano" (B. Andreae). Ed
è proprio in questa fine del II secolo che sorge la civiltà della tarda
Antichità.
Dalla "crisi del
III secolo" all'opera dei tetrarchi.
È la fine della "pax romana"! Da quel momento, l'attività bellica
sul Danubio fu costante, mentre in Oriente alla minaccia dei Parti si
sostituiva quella ancora più pressante dell'Impero persiano. Negli anni 230,
l'Impero romano entrava nella "crisi del III secolo": l'imperatore Decio,
che nel 251 combatteva contro i Goti, morì in battaglia; una decina di
imperatori furono uccisi dalle loro truppe; si dovettero accettare trattati
di pace "ignominiosi", come quello con i Goti nel 253; alcuni territori
provinciali furono definitivamente abbandonati (i "Campi Decumati" sotto Gallieno, la Dacia sotto Aureliano), altri fecero una momentanea secessione
per provvedere autonomamente alla propria difesa come "l'Impero dei Galli"
dal 258 al 268; le province danubiane furono devastate dai Goti che
assediarono Atene nel 268; gli Alemanni penetrarono in Gallia nel 259, e poi
nuovamente nel 275, contemporaneamente ai Franchi. Gli imperatori dovettero
per tre volte andare in soccorso delle terre italiane: Gallieno nel 259 e
Claudio il Gotico nel 269 contro gli Alemanni; Aureliano nel 270 contro i
Vandali. È in quell'epoca che la stessa Roma, che non aveva più subito
assedi dal 390 a.C., dovette circondarsi di mura.
Dalla metà del III secolo, furono tuttavia introdotte delle riforme volte ad
aumentare la mobilità dell'esercito (si passa dalle 300.000 alle 600.000
unità) e rendere più efficace il suo inquadramento. Al contempo, il
reclutamento si apriva agli stessi barbari, che videro in questo un mezzo
per entrare a servizio dell'Impero per esercitare il loro valore guerriero e
garantire la sussistenza delle proprie famiglie: "Franco nel civile, sono
soldato romano sotto le armi", si legge in un'iscrizione funeraria del
secolo successivo. I "limes" del III e IV sec. differiscono sensibilmente da
quelli dei secoli precedenti, perché si avvertivano ormai continue minacce
alla "Pax romana", soprattutto da parte della Persia.
Si decide quindi d'abbandonare le zone più esposte e meno importanti, per
concentrarsi sulla difesa delle altre, che furono fortificate.
Sin dalla fine degli anni 260, si profilava un miglioramento della
situazione, grazie allo sforzo degli "imperatori soldati", così definiti in
quanto provenivano in maggioranza dall'esercito e si affermavano agli occhi
delle truppe per le loro competenze militari. I loro regni furono brevi,
poiché una sconfitta provocava quasi sempre un'usurpazione.
A Roma più che
mai, il potere era fondato sulla vittoria. Nel 284, ancora una volta,
l'assassinio di un principe portò al potere un ufficiale di talento,
Diocleziano, che decise quasi subito di dividere il trono con un altro
soldato di origine illirica, Massimiano.
I numerosi fronti richiedevano
infatti la presenza di due imperatori e ben presto di quattro (295).
Nasceva
la tetrarchia, un sistema di condivisione del potere e
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