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distribuzione delle competenze tra
due Augusti e due Cesari, di cui offrono ancora oggi una rappresentazione
plastica il gruppo in porfido di Venezia e l'arco di Galerio a Salonicco.
Jean Jacques Allagon osserva che a questo punto "A partire dalla fine
del III secolo, buona parte dell'esercito romano appare "barbarizzata",
sia dal punto di vista degli equipaggiamenti, sia per quanto concerne
l'inquadramento e la composizione delle truppe. La carriera di vari
oriundi Barbari si rivela rapida e brillante, tanto più che alcuni di
loro accedono addirittura alle funzioni supreme del consolato, come
Stilicone (359-408) e Aspar (400-471)."
Da Costantino a Teodosio:
l'Impero diventa cristiano.
Il gioco delle ambizioni pose tuttavia
fine a questo sistema, facendo emergere una figura di spicco, l'imperatore
Costantino. La sua vittoria contro l'usurpatore Massenzio nel 312 nella
battaglia di Ponte Milvio ebbe un'altra conseguenza, oltre all'affermazione
di un potere personale: portò alla conversione dell'imperatore al cristianesimo,
all'ortodossia del credo di Nicea (325) che professò dalla sua nuova
capitale, Costantinopoli, consacrata nel 330.
A partire dal regno di Costantino il cristianesimo, la cui diffusione
nei secoli precedenti era stata oggetto di persecuzioni intermittenti,
ricevette d'un tratto il sostegno decisivo del principe.
La cristianizzazione dell'Impero e quella concomitante dei popoli barbari
introducono un nuovo elemento di fusione fra la tradizione romana e
le culture dei popoli esterni all'Impero, nonostante la discrepanza
fra il cattolicesimo niceno dell'Impero e l'arianesimo di vari capi
barbari.
Si affacciano così alla storia figure di uomini famosi, come Sant'Ambrogio
da Milano (340-397): uno dei Padri della Chiesa. Di origine aristocratica,
esercitò alte funzioni nell'amministrazione imperiale prima di diventare
vescovo. La sua azione e la sua opera sono improntate alla volontà di
definire i rapporti tra Stato e Chiesa: quest'ultima possiede la verità
assoluta, e può quindi intervenire quando tale verità è minacciata dagli
strappi del potere temporale.
Il vescovo è il custode del gregge: "I vescovi sono i guardiani della
folla, i saggi sostegni della pace, salvo, beninteso, quando debbono
reagire ad insulti contro Dio e la sua Chiesa" (Epistole, 40,6). Egli
è anche la guida spirituale del principe: nel 390, in risposta al linciaggio
di Buterico, il comandante goto della guarnigione di Tessalonica, Teodosio
I fece massacrare 7.000 abitanti della città. Ambrogio pretese che l'imperatore
si sottoponesse ad una pubblica penitenza come qualunque altro cristiano.
Il principale contributo di Ambrogio al pensiero occidentale è dato
dalla sua influenza su Agostino e dal ruolo svolto nella trasmissione
di Filone, di Origene e dei Padri greci nella cultura medievale.
Dal punto di vista sociale, indipendentemente dal suo pensiero, Ambrogio
getta le basi del potere vescovile nella città, come difensore civico
contro gli abusi di quello temporale, una realtà che si fortificherà
nel corso dei secoli, diventando una caratteristica della vita cittadina
feudale.
Nel corso del IV secolo, tuttavia, il paganesimo rimaneva ben vivo.
E fu necessario attendere il divieto dei culti pagani da parte di Teodosio,
alla fine dello stesso secolo, perché l'Impero divenisse "cristiano".
Ma, mentre la Chiesa andava costruendosi, l'unità della fede era tutt'altro
che realizzata, se si considerano i progressi dell'arianesimo al quale
si convertirono i Goti ed altri Germani, o dell'eresia donatista in
Africa.
La conversione dei barbari al cristianesimo (nella sua forma
ariana, per lungo tempo) ebbe un impatto decisivo sulla diffusione della
nuova religione. Essa dipende in gran parte dalla volontà di fondersi
nell'Impero romano che animava questi popoli barbari e i loro capi:
"Avevano solo un desiderio, integrarsi. Per integrarsi veramente era
necessario farsi cristiani" osservò Georges Duby.
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Più scettico
rispetto ai valori dell'integrazione appare Jean Jacques Aillagon: "Questi
popoli, provenienti dall'Europa del Nord (Germani, Celti delle Isole)
e dall'Europa dell'Est (Sarmati, Alani e Goti) o ancora dai confini
con l'Asia (Unni, Avari) apportano nuovi valori, nuove usanze e nuovi
costumi, che si scontrano talvolta in maniera deleteria con quelli dell'Impero,
ma si adeguano in parte alle caratteristiche della civiltà romana, influenzandola
a loro volta. Questo movimento si fa però sempre più logorante per l'Impero
romano d'Occidente, nonostante i successivi tentativi di riorganizzazione,
come l'instaurazione della tetrarchia, con Diocleziano, o l'apertura
ad associazioni di potere con i capi barbari da parte dell'Impero."
Scomparsa del confine dell'Impero
in Occidente.
L'anno 376
apre una nuova fase nella storia dei rapporti tra Roma e i Barbari.
Incalzati dagli Unni, che cercavano di sottometterli, alcuni Goti varcarono
nuovamente il Danubio ed entrarono nell'Impero.
La novità stava nel fatto che rimasero uniti dietro ai loro capi e che
inflissero, due anni dopo, una terribile sconfitta ai Romani ad Adrianopoli
(378): l'imperatore Valente fu ucciso in battaglia.
Monique Veaute, Amministratore Delegato di Palazzo Grassi ne ha reso
una felice ricostruzione:
"Era ieri, nel 378 dopo Cristo. Per mettere la sua capitale al riparo
dalle convulsioni causate nell'impero dalle incursioni barbariche e
la propria persona al sicuro dalle usurpazioni di generali avidi di
potere, Costantino, l'imperatore cristiano, aveva tempo prima istallato
la corte imperiale in oriente, nella futura Istanbul. Mentre in Gallia
e in Germania i consoli, sostenuti dalle legioni romane ed dai loro
ausiliari autoctoni, si occupavano di governare le loro province e mantenere
l'ordine alla meno peggio nelle campagne e nelle foreste, a Costantinopoli
ci si occupava di ciò che si credeva essere essenziale, cioè della lotta
contro il solo nemico ben identificato dell'Impero Romano: la Persia.
L'universo iraniano era infatti, già da allora, la frontiera totale,
l'ostacolo contro il quale si andavano ad infrangere tutte le imprese
guerresche dei Romani, che mobilitano invano il meglio delle loro truppe.
È ad Antiochia, in Siria, che Valente, allora imperatore d'oriente,
aveva raccolto per un nuovo attacco i suoi consiglieri, i suoi eunuchi,
i suoi generali e la fanteria d'elite della sua guardia imperiale.
A quasi 3000 chilometri di distanza, in quella che si sarebbe chiamata
più tardi l'Europa centrale, la situazione era ben più complessa. Non
ci si preoccupava molto dei grandi disegni della Storia con la "s" maiuscola,
e ci si accontentava di cercare di sopravvivere in regioni non troppo
ospitali. I colonizzatori romani avevano adottato un atteggiamento pragmatico:
una volta cacciati i predoni e prelevato la loro parte in denaro, in
raccolti, o in manodopera ed in giovani robusti da destinare all'esercito,
chiedevano soltanto di poter coabitare in pace con gli indigeni. Quest'ultimi,
peraltro, erano divisi in una miriade di tribù, che a loro volta erano
frantumate ancora di più in clan e famiglie, e offrivano, tanto in campo
religioso che per quanto riguarda l'impiego delle lingue o le pratiche
professionali ed artistiche, un'infinità di variazioni. La normalità
delle relazioni tra nomadi e stanziali era dunque più spesso il contratto
o il commercio che il confronto, anche se non si poteva mai escludere
completamente il rischio di una razzia da parte dei primi nei confronti
dei beni dei secondi.
Non è nemmeno certo che, contrariamente a troppe immagini ormai accettate,
il legionario dal volto rasato o l'edile avvolto nella sua toga drappeggiata
si trovassero davanti a dei Goti incapaci di esprimersi, affamati e
vestiti di pelli di animali. Numerosi barbari erano cristiani, raffinati
e molto più esperti nell'uso del greco o del latino di quanto lo fossero
i contadini assegnati da Roma a coltivare le terre che erano state loro
concesse.
Nel suo Il Giorno dei Barbari (Laterza, 2005) Alessandro Barbero
lo afferma con parole d'oggi: "L'Impero Romano era già di per sé stesso
un impero
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