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Giotto e il Trecento "Il più Sovrano Maestro stato in dipintura"
Roma – Complesso del Vittoriano Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
Venerdì 6 marzo – lunedì 29 giugno 2009
di Mary Falco

Santi
Madonna col bambino, Santi Nicola di Bari,
Giovanni Evangelista, Pietro e Benedetto

Ma è vera la leggenda di Giotto bambino intendo a disegnare le pecore su un masso e scoperto dal suo futuro maestro, Cimabue? È lecito dubitarne! Le notizie sulla biografia e sui primi anni dell'attività dell'artista sono purtroppo assai frammentarie. Stando a quanto riferito dalla Cronica di Giovanni Villani e dal Centiloquio di Antonio Pucci, Giotto sarebbe nato intorno al 1266 a Vespignano nel Mugello e sarebbe morto all'età di settanta anni a Firenze, l'8 gennaio 1336, ricevendo una solenne sepoltura nella basilica di Santa Croce, per volontà delle autorità comunali. La ricostruzione delle origini del suo percorso stilistico passa attraverso alcune opere su tavola, che dovette eseguire proprio intorno all'ultimo decennio del secolo, più o meno contemporaneamente alla realizzazione del ciclo francescano di Assisi. Tra i primissimi dipinti autografi a lui riferibili si annovera il famoso Crocifisso di S. Maria Novella, contemporaneo alla Madonna in trono con il Bambino e due angeli di S. Giorgio alla Costa, mentre al 1300 circa si colloca con tutta probabilità la tavola con la Stimmatizzazione di S. Francesco del Louvre, la prima firmata «Opus Iocti florentini». Nonostante la presenza del maestro nella basilica di S. Francesco ad Assisi sia sistematicamente ricordata sin dalle fonti più antiche, il dibattito sulla reale portata di tale intervento è diventato uno dei temi più dibattuti dalla critica. Purtroppo la genericità delle fonti non consente di delineare un quadro storico fondato su dati relativamente certi. Anzi, proprio un'affermazione del Ghiberti («Dipinse nella chiesa d'Asciesi nell'ordine de' frati minori quasi tutta la parte di sotto») è, per esempio, stata interpretata in modi contrastanti. C'è chi vi ha riconosciuto - ed è la maggioranza degli studiosi - una citazione delle Storie Francescane dipinte sullo zoccolo ('la parte di sotto') delle pareti della basilica superiore e chi, invece, ha interpretato la locuzione ghibertiana come un riferimento al transetto e alle cappelle della chiesa inferiore. L'iconografia delle Storie di S. Francesco segue, nella scelta dei ventotto episodi, la narrazione della Legenda Maior di S. Bonaventura. Per ciò che riguarda la complessa questione dell'autografia del ciclo nella sua interezza, anche i più convinti sostenitori dell'attribuzione a Giotto hanno riscontrato un'ampia presenza di aiuti, la determinazione della personalità dei quali è arduo esercizio di filologia, a fronte di un relativamente più agevole riconoscimento della presenza di un'unica personalità ideatrice e responsabile del progetto pittorico, che appare sempre più difficile non identificare con il Maestro fiorentino. Al valico tra Duecento e Trecento Giotto realizzò importanti dipinti su tavola tra cui il Polittico di Badia, opere che costituiscono il punto di passaggio tra gli affreschi di Assisi e la decorazione della Cappella dell'Arena di Padova e mostrano il progressivo ampliamento della concezione volumetrica della pittura giottesca, evidente soprattutto nel Polittico di Badia. In anni imprecisati - né del resto agevolmente precisabili - Giotto si recò a Rimini e, più di una volta, a Roma. Questi viaggi sono concordemente ricordati dalle fonti, a cominciare dalle più antiche e, nel caso dell'Urbe, anche da attestazioni documentarie, che, però, non si riferiscono al primo viaggio del pittore a Roma, che certamente precedette il soggiorno padovano. A questi stessi anni, sempre cioè tra Assisi e Padova, può essere riferito il Crocifisso del Tempio Malatestiano di Rimini, già chiesa di S. Francesco, un'opera di straordinaria importanza e qualità, che accompagnava un ciclo di affreschi distrutti nel corso della costruzione del Tempio Malatestiano. Dal 1303 al 1305 Giotto si trova probabilmente a Padova, dove per conto di Enrico Scrovegni decora la cappella dell'Arena. Tra tutte le opere del maestro, questi affreschi costituiscono il capitolo fondamentale e quello più largamente autografo della vicenda artistica del pittore. Anche la loro datazione è, rispetto a quella delle altre opere maggiori, più agevolmente definibile grazie a una serie di testimonianze esterne, che permettono di stringere in un relativamente breve giro di anni la loro esecuzione. La decorazione si svolge seguendo un complesso programma iconografico, centrato sulle Storie della Vergine e di Cristo con il Giudizio Universale in controfacciata. Nel 1307 - 08, Giotto è di nuovo ad Assisi, nella chiesa inferiore impegnato negli affreschi della Cappella della Maddalena; sempre nella chiesa inferiore, poco prima del 1300 il maestro aveva partecipato anche alla decorazione della cappella di San Nicola. In queste imprese Giotto è affiancato da diversi collaboratori, poi attivi anche autonomamente, che la critica ha individuato con i nomi convenzionali di Maestro dalla Cappella di San Nicola, Maestro espressionista di S. Chiara, Maestro delle Vele, "Parente di Giotto".

Nel corso di un secondo soggiorno romano con tutta probabilità Giotto eseguì, o quanto meno ideò e preparò per l'esecuzione, il mosaico raffigurante la Navicella degli Apostoli, già nell'atrio dell'antica basilica di S. Pietro in Vaticano.
Mancano dati certi sulla cronologia dell'opera, che è stata variamente datata a ridosso dell'anno giubilare e il terzo decennio del Trecento, ma un documento del dicembre 1313 fornisce un riferimento abbastanza affidabile per ipotizzare un soggiorno a Roma intorno al 1311-1312.
Tra la fine del primo e il terzo decennio del secolo Giotto è Firenze, sia pur con qualche intervallo, dove affiancato da una bottega sempre più folta di personalità di rilievo, esegue opere come la Dormito Virginis di Berlino, (Staatliche Museen, Gemäldegalerie), già nella chiesa di Ognissanti.
la Maestà sempre della chiesa di Ognissanti (Firenze, Uffizi), il Crocifisso di San Felice in Piazza, il Polittico di S. Reparata (Firenze, Duomo) ed il Polittico della Cappella Peruzzi in Santa Croce, insieme alla decorazione della cappella stessa. La fama di Giotto non poté non attirare l'interesse della corte angioina di Napoli, dove il maestro giunse nel 1328.
Dall'8 dicembre di quell'anno, fino al 1333, Giotto è ricordato in numerosi documenti di pagamento della Cancelleria angioina, anche se di questo soggiorno napoletano rimangono purtroppo scarsissime tracce figurative.
In un ipotetico passaggio a Bologna in quegli anni, il maestro dovette eseguire il polittico oggi alla Pinacoteca Nazionale della città. Gli affreschi della Cappella Peruzzi e della Cappella Bardi in Santa Croce a Firenze costituiscono le più tarde, grandi testimonianze conservatesi della pittura giottesca a fresco.
La cappella Peruzzi è affrescata con Storie dei due s. Giovanni: tre episodi per il Battista e tre per l'Evangelista; sulla parete di fondo vi è un'immagine dell'Agnello mistico, quasi interamente scomparsa, mentre nella volta erano i simboli degli Evangelisti entro clipei, di cui si conserva solo l'Angelo di Matteo.
La perdita di una parte della pellicola pittorica non consente di valutare a pieno la qualità del chiaroscuro e del plasticismo degli affreschi Peruzzi, che comunque mostrano nella costruzione delle scene soluzioni spaziali modellate in funzione della forma architettonica della cappella, alta e stretta, che avrebbe impedito una veduta di insieme delle composizioni.
Un polittico, attualmente conservato a Raleigh (North Carolina Museum of Art) è stato proposto come proveniente da questa cappella.
Nell'adiacente Cappella Bardi Giotto dipinse sette Storie di s. Francesco riprendendo, sia pure con parecchie modifiche, temi iconografici dell'esordio assisiate. Qui, Giotto creò un'articolazione spaziale improntata a una semplicità estrema e pensata in termini rigorosamente prospettici.
Nella stessa chiesa di Santa Croce, nella cappella Baroncelli, si conserva un polittico con l'Incoronazione della Vergine tra angeli e santi che reca la firma del Maestro.
Anche qui la presenza di aiuti si mostra evidente, ma nella concezione di insieme altrettanto evidente è l'intervento diretto di Giotto.
L'unico documento conservato degli ultimi anni trascorsi da Giotto a Firenze dopo il soggiorno napoletano è la nomina, del 12 aprile 1334, a capomaestro dell'Opera di S. Reparata e soprintendente delle opere pubbliche del Comune, secondo la quale il 18 luglio dello stesso anno fu intrapresa la costruzione, sotto la direzione di Giotto, del nuovo campanile del duomo; ma relativamente poche, purtroppo, sono le opere conservatesi riferibili a questi anni.
Intorno al 1336 Giotto è a Milano, inviato dal comune di Firenze presso Azzone Visconti; non rimangono opere pittoriche, che rechino tracce autografe del suo passaggio, anche se il suo influsso è ben visibile in un affresco con la Crocifissione nella chiesa di S. Gottardo in Corte.
L'anno successivo, l'8 gennaio secondo la Cronica di Villani, Giotto, subito dopo il ritorno da Milano, concluse a Firenze la sua esistenza e il suo formidabile percorso artistico.
Poche notizie e grande fama … per questo fioriscono le leggende. L'aspetto più significativo dell'opera di Giotto, certo uno degli artisti più noti della storia dell'arte occidentale, è la dimensione nazionale della sua pittura, dimostrata dall'immediato adeguarsi ai modelli elaborati dal maestro da parte dei pittori che vennero in contatto con le sue opere, cosa che contribuì fortemente alla nascita di un linguaggio artistico italiano.
Giotto intraprese numerosi viaggi lungo la penisola; si recò a Firenze, Roma, Assisi, Padova, Rimini, Napoli, Milano, lasciando in ogni luogo da lui visitato importanti testimonianze del suo operato nonché l'eco di un nuovo linguaggio artistico capace di condizionare e rinnovare in breve tempo le soluzioni formali e stilistiche tradizionali.

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Cristo benedicendo, Giovanni Evangelista, la Vergine,
San Giovanni Battista e San Francesco

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