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Giotto e il Trecento "Il più Sovrano Maestro stato in dipintura"
Roma – Complesso del Vittoriano Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
Venerdì 6 marzo – lunedì 29 giugno 2009
di Mary Falco

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Michelina nel chiostro, un'allegoria francescana lodata per un naturale andar di pieghe, che fa conoscere che Giotto nacque per dar luce alla pittura, il ritratto del signor Malatesta in una nave di questa opera che pare vivissimo, e un S. Tomaso d'Aquino che legge a' suoi frati, affrescato fuor della porta della chiesa di San Cataldo. Anche a Bologna vi sono tracce importanti del passaggio di Giotto; nella Pinacoteca Nazionale è infatti conservato un grande polittico firmato, raffigurante la Madonna con il Bambino in trono tra santi ed

Madonna col bambino
Madonna col Bambino

eseguito probabilmente dopo il soggiorno napoletano, presumibilmente tra il 1332 e il 1333. Secondo la tradizione il polittico fu commissionato dal cardinale Bertrando del Poggetto, che avrebbe fatto eseguire al maestro anche affreschi, perduti, nella Cappella Magna del Castello di Galliera. Collaboratore di Giotto nel Polittico fu forse un pittore denominato Pseudo-Dalmasio, al quale sono attribuite opere nella Pinacoteca di Bologna, dove pure sono presenti dipinti del cosiddetto Pseudo-Jacopino, come l'affresco staccato con San Giacomo alla battaglia di Clavjio proveniente dalla chiesa di San Giacomo Maggiore. A Rimini, la lezione giottesca è reinterpretata con finezza e originalità da una serie di grandi pittori che contribuiranno alla nascita e allo sviluppo di una notevolissima scuola locale, con propaggini a largo raggio, fino al Veneto, alle Marche e all'Abruzzo: il miniatore e notaio Neri, in una pagina di antifonario datata 1300, dimostra già la conoscenza della pittura di Giotto; i fratelli Giovanni e Giuliano, documentati rispettivamente dal 1292 al 1309 e dal 1307 al 1324, lasciano nella chiesa di Sant'Agostino degli straordinari affreschi; Francesco lavora a Bologna nel refettorio vecchio dei Francescani. Con Giovanni andrebbe identificato, secondo alcuni, l'autore dei dipinti del palazzo dell'Arengo, oggi conservati nel Museo della Città. Altre personalità di assoluto rilievo sono quelle di Giovanni Baronzio e Pietro da Rimini; a quest'ultimo è attribuita la decorazione della basilica di San Pietro in Sylvis a Bagnacavallo e quella del cappellone di San Nicola a Tolentino, incursione extraregionale che ribadisce l'importanza della cosiddetta "scuola riminese" nel più ampio contesto della pittura italiana del Trecento. Sul territorio, l'influsso della pittura giottesca è evidente già dagli inizi del secolo, come testimoniano gli affreschi del cosiddetto Maestro del 1302 nel Battistero di Parma, che a quella data accolgono con sicurezza le nuove ricerche spaziali elaborate nei cantieri romano-assisiati. Secondo il racconto vasariano, Giotto avrebbe lavorato, verso la fine del secondo decennio del Trecento, anche a Ferrara, nel palazzo degli Estensi e nella chiesa di Sant'Agostino, e a Ravenna; nelle due città purtroppo non è conservata nessuna traccia autografa del maestro, ma se ne vedono i riflessi in alcuni monumenti. A Ferrara nel Monastero di Sant'Antonio in Polesine e negli affreschi della Basilica di San Francesco e a Ravenna in quelli della chiesa di Santa Chiara, oggi nel Museo Nazionale. In Emilia-Romagna l'arte "nuova" di Giotto avrà esiti importanti grazie a figure come Tomaso da Modena, operoso anche in Veneto, e Jacopo Avanzi, a cui sono stati attribuiti i dipinti di soggetto cavalleresco nel castello di Montefiore Conca, nell'entroterra riminese. Fondamentali per lo sviluppo della pittura nell'Italia settentrionale sono senz'altro i grandi cicli decorativi dell'abbazia di Pomposa, dove lavorarono Vitale da Bologna e Pietro da Rimini e quello della chiesa di Mezzaratta staccato e ricomposto nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, in cui lavorò ancora Vitale. Particolare rilevanza ebbe anche la produzione di manoscritti miniati, presenti su quasi tutto il territorio regionale, che ebbero forte impatto su molte altre aree d'Italia. TOSCANA La Toscana è, naturalmente, il fulcro dell'attività artistica di Giotto e il suo territorio accoglie quindi una concentrazione unica di opere legate alla sua attività. Si può dire, infatti che ogni borgo ne mostri tracce o quanto meno echi, con una capillarità assolutamente irripetibile. A Firenze, la chiesa francescana di Santa Croce, in ideale continuità di committenza con la Basilica di Assisi, accoglie molte testimonianze realizzate dal maestro e dai suoi più stretti seguaci. Qui Giotto eseguì, tra il secondo e il terzo decennio del Trecento, la decorazione a fresco delle cappelle Peruzzi e Bardi, con Storie di San Francesco nella prima e Storie dei Santi Giovanni Battista e Evangelista nella seconda. Durante la fase tarda della sua carriera, per la cappella Baroncelli, affrescata da Taddeo Gaddi, uno dei suoi più stretti collaboratori, dipinse un grande polittico firmato; per la Peruzzi ne eseguì un altro ora a Raleigh, nel North Carolina. Le chiese di Santa Maria Novella e d'Ognissanti ospitano due straordinarie croci dipinte, in quest'ultima, inoltre, si trovava anche la grande pala con la Madonna, detta appunto d'Ognissanti, ora agli Uffizi.

Madonna col bambino
Madonna col bambino

Altre opere a lui riferite, che nonostante il loro stato frammentario serbano intatto il loro valore, sono gli affreschi provenienti dalla chiesa di Badia oggi alla Galleria dell'Accademia e la tavola, legata gli esordi del maestro, conservata nella pieve di Borgo San Lorenzo, presso Vicchio nel Mugello dove, secondo la tradizione, si trova la sua casa natale. La cattedrale di Santa Maria del Fiore sorge sull'antica Basilica di Santa Reparata; il progetto del nuovo duomo si deve ad Arnolfo di Cambio che vi lavorò dal 1296. All'interno si trova il polittico double-face, detto appunto di Santa Reparata, opera di Giotto e bottega, mentre nel Museo dell'Opera sono esposte le sculture realizzate sempre da Arnolfo per la primitiva facciata e le formelle di Maso di Banco e di Andrea e Nino Pisano, che decoravano il campanile progettato e fondato nel 1334 dallo stesso Giotto. Sono anzitutto i primi seguaci, quali Taddeo Gaddi, Bernardo Daddi e Maso di Banco a diffondere il portato della lezione giottesca su tutto il territorio toscano, a partire da Firenze. Sempre a Santa Croce, infatti, si concentrano episodi fondamentali, come gli affreschi di Maso con Storie di San Silvestro nella cappella Bardi di Vernio, quelli di Bernardo Daddi nella Cappella Pulci, poi Berardi, e quelli della cappella Rinuccini di Giovanni da Milano, per non ricordare che i più importanti. Nella seconda metà del Trecento sino alla fine del secolo, la città è popolata da artisti che in modi diversi fanno riferimento alla pittura del maestro, da Jacopo del Casentino a Giottino ad Andrea Buonaiuti, sino agli Orcagna. Il linguaggio giottesco si espande ben presto anche alle aree limitrofe. A Pisa, per la Chiesa di San Francesco, lo stesso Giotto intorno al 1300 aveva eseguito la grande pala con le Stimmate di San Francesco (Parigi Musée du Louvre), forse contemporanea al ciclo, attribuito a Deodato Orlandi, con Storie degli Apostoli Pietro e Paolo nella chiesa di San Piero a Grado, copia di quello perduto già nel portico della Basilica Vaticana. Nel 1301, inoltre, Cimabue attendeva alla messa in opera del mosaico absidale del Duomo. Il cantiere più importante della città è però il Camposanto monumentale, alla cui decorazione si succedono Taddeo Gaddi, Buffalmacco, Francesco Traini, Andrea Buonaiuti e Antonio Veneziano. Nella città è presente anche il grande scultore Giovanni Pisano al quale è commissionato tra il 1302 e il 1310 il pulpito del duomo che precede di qualche anno quello della chiesa di Sant'Andrea a Pistoia la cui struttura riprende il modello realizzato per il Battistero pisano dal padre Nicola nel 1260. Esponente del milieu pistoiese è l'anonimo "Maestro del 1310" che offre un'interpretazione della pittura giottesca dalla forte carica espressiva, come testimoniano gli affreschi nell'ex refettorio di San Domenico e la Madonna con il Bambino del Musée du Petit Palais di Avignone. Ad Arezzo la tradizione assegnava a Giotto il monumento funebre del vescovo Guido Tarlati nella cattedrale, in realtà eseguito da Agostino di Giovanni e Agnolo di Ventura e risalente alla fine degli anni venti del secolo.
Nella città si deve pure segnalare il crocifisso della Chiesa di San Domenico, capolavoro di Cimabue. A Poppi, nel casentino, Taddeo Gaddi affrescò una

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cappella nel castello dei conti Guidi con Storie di Gesù e del Battista. La scuola pittorica di Siena, che tra la fine del Duecento e i primi del Trecento aveva in Duccio di Boninsegna il massimo esponente, reagisce in modo più indiretto all'arte di Giotto.
Nel corso dei primi decenni del Trecento però, Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti si confrontano in modi diversi con le novità del maestro fiorentino. Ne sono prova, ad esempio, gli affreschi del Palazzo Pubblico di Siena, in particolare quelli con le Allegorie del Buono e del cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti. MARCHE Non ci sono riferimenti diretti, ne' documentari ne' di opere, relativi ad un passaggio di Giotto nella Marche, eppure echi diretti delle sua arte segnano in modo marcato parte rilevante del territorio di questa regione.
Ciò si deve al fatto che l'area settentrionale, corrispondente al Montefeltro e alla Massa Trabaria, fu direttamente influenzata dalla cultura figurativa che si sviluppò a Rimini, dopo il passaggio di Giotto in questa città negli ultimissimi anni del Duecento, per eseguirvi un ciclo di affreschi, perduti, e una croce

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