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Giotto e il Trecento "Il più Sovrano Maestro stato in dipintura"
Roma – Complesso del Vittoriano Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali)
Venerdì 6 marzo – lunedì 29 giugno 2009
di Mary Falco

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dipinta per la chiesa di San Francesco (oggi Tempio Malatestiano). La croce riminese fornì un modello autorevole per diversi esemplari della stessa tipologia presenti nel territorio marchigiano, quali quelle di San Lorenzo di Talamello, di San Francesco di Mercatello sul Metauro, quest'ultima firmata da Giovanni da Rimini e quella di San Francesco a Sassoferrato, variamente riferita allo stesso Giovanni o al fratello Giuliano. A loro si assegnano, alternativamente, anche gli affreschi del San Marco a Jesi e della chiesa francescana di Fermo. Appare più delineato, al contrario, il profilo di Pietro da Rimini, già per il solo fatto di essere stato riconosciuto quale protagonista dell'impresa pittorica cardine della regione, ovverosia il Cappellone di San Nicola a Tolentino (1325-1347) raffigurante un Ciclo cristologico e Storie di San Nicola da Tolentino, oltre che per l'autografa croce di Urbania. Da questo fondamentale complesso figurativo ha origine una matrice pittorica locale alla quale si lega anche il cosiddetto Maestro dell'Incoronazione di Urbino che trae il suo nome da un polittico della Galleria Nazionale delle Marche, raffigurante appunto un'Incoronazione della Vergine; questo artista condivide con il Maestro di Sant'Emiliano (cosiddetto dall'affresco proveniente dall'omonima badia e attualmente conservato presso la Pinacoteca civica e Museo degli Arazzi di Fabriano), sino alla possibile identificazione tra i due, suggestioni provenienti dalla cultura artistica dell'Umbria meridionale e una rilettura in chiave plastico volumetrica della pittura riminese di prima generazione. Personalità singolare del panorama figurativo marchigiano è il Maestro di Campodonico, attivo intorno alla metà del quinto decennio del Trecento, i cui affreschi, in origine nella chiesa abbaziale di San Biagio in Caprile a Campodonico, presso Fabriano, si trovano oggi nella Galleria Nazionale delle Marche di Urbino e mostrano un eccentrico linguaggio di derivazione giottesca. A questi maestri anonimi, sia aggiungono molti nomi di artisti ricordati da documenti fabrianesi e soprattutto da opere disseminate sul territorio fra i quali spiccano, per l'incidenza della loro vicenda artistica, Allegretto Nuzi e Francescuccio Ghissi.
Il primo rientra a Fabriano verso la metà del Trecento dopo un soggiorno fiorentino e, nonostante la brevità della trasferta, assorbe a tal punto il giottismo dei seguaci fiorentini del maestro, da trasformarlo in una componente fondamentale del suo linguaggio stilistico. Sue opere si trovano a Fabriano, nella Pinacoteca Civica "Bruno Molajoli", e nella cattedrale di San Venanzio, dove realizza Storie di San Lorenzo e altri dipinti votivi.
Francescuccio Ghissi, pittore più debole rispetto ad Allegretto, è stato descritto dalla critica come suo aiuto, non sempre di grande efficacia. I dati che ne documentano l'esistenza sono abbastanza cospicui a partire da una testimonianza che lo dà a Perugia nel 1389, insieme a tre firme apposte in altrettante opere aventi come soggetto iconografico la Madonna dell'Umiltà. Nel coro della chiesa di San Francesco a Matelica si conservano scarni lacerti di affreschi con Storie di San Francesco, in particolare gli episodi del Dono del mantello al povero e del Sogno di Innocenzo III. Il ciclo giottesco di Assisi costituisce con tutta evidenza il modello cui l'ignoto pittore di Matelica dovette guardare come riferimento fondamentale per la propria opera. A Offida è attivo il Maestro che da questa cittadina prende nome; qui, nella chiesa inferiore di Santa Maria della Rocca il pittore esegue importanti affreschi e conquista un ruolo di punta nello sviluppo della cultura figurativa di matrice giottesca in territorio piceno, espandendo la sua attività anche verso sud, lungo la costa adriatica. Nella seconda metà del Trecento, infine, la produzione artistica marchigiana si aprirà ad un aggiornamento sul Gotico internazionale, che avrà il suo più illustre esponente in Gentile da Fabriano.
UMBRIA La cultura figurativa dell'Umbria è profondamente segnata dal grande cantiere della Basilica di San Francesco di Assisi; ad esso infatti, si lega il problema degli esordi di Giotto. Qui la sua presenza è ricordata da fonti antiche quali la Compilatio Chronologica di Riccobaldo Ferrarese (1312-1313 ca) e i Commentarii del Ghiberti (1450ca), ma fu Vasari, il primo, ad assegnargli nella seconda edizione delle Vite (1568) la paternità delle Storie francescane, che sarebbero state realizzate dal pittore nel corso del generalato di fra' Giovanni Mincio da Morrovalle (1296-1304).
Dopo i soggiorni a Roma, Rimini e Padova, tra il 1307 e il 1309 Giotto è di nuovo ingaggiato dall'Ordine francescano, questa volta insieme a un cospicuo numero di collaboratori, per sovrintendere ai lavori

della Basilica inferiore.
Entro l'ultimo decennio del Duecento e il primo del Trecento dovettero essere affrescate la cappella di San Nicola e quella della Maddalena, mentre più tardi sembrano la volta d'incrocio con le Allegorie delle Virtù francescane e i cicli dell'Infanzia di Cristo e dei Miracoli post-mortem di San Francesco che ricoprono il transetto destro.
Qui sono stati individuati alcuni collaboratori del maestro, che a causa del loro anonimato, sono denominati, a seconda delle varie ipotesi critiche, Maestro della Cappella di San Nicola, Maestro delle Vele e il cosiddetto Parente di Giotto.
Uno dei più moderni seguaci di Giotto è l'assisiate Puccio Capanna, il quale insieme

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Crocifissione

ai fiorentini Stefano, Maso e Giottino, sembra anticipare valori formali preumanistici. Sue opere sono presenti anche nella Basilica di Santa Chiara, nella Cappella di San Giorgio; essa ospita, oltre al miracoloso Crocifisso di San Damiano che secondo la leggenda parlò a San Francesco, altri affreschi attribuiti a pittori senesi, forse seguaci di Pietro Lorenzetti attivo nel transetto sinistro della Basilica inferiore di Assisi.
Tra i seguaci umbri, caratterizzati da un linguaggio figurativo più intenso ed espressivo, ci sono il Maestro di Figline (o Maestro della Pietà Fogg), l'Espressionista di Santa Chiara (così denominato dagli affreschi del transetto destro della Basilica assisiate di Santa Chiara, e identificato con Palmerino di Guido) e il Maestro del Farneto. Questi ultimi due sono stati pure rintracciati nel programma decorativo della Sala dei Notari nel Palazzo dei Priori a Perugia, programma in parte legato alla pittura protogiottesca di Assisi.
Il capoluogo umbro, già fortemente connotato dall'attività di Nicola e Giovanni Pisano, che vi realizzarono la Fontana Maggiore fra il 1275 e il 1278, e di Arnolfo di Cambio, che scolpì nel 1281 la Fontana Minore (i cui frammenti superstiti sono conservati nella Galleria Nazionale dell'Umbria), a partire dal secondo decennio del Trecento vira verso una cultura figurativa di stampo senese con l'arrivo nel 1319 di Meo da Siena, il quale influirà pure sulla produzione miniatoria.
A Montefalco, nel Museo Comunale di San Francesco, si può ammirare la Croce dipinta, capolavoro del Maestro Espressionista di Santa Chiara del quale si rintraccia un altro Crocifisso presso la chiesa di Sant'Andrea Apostolo a Spello, forse commissionata dall'Ordine francescano come sembra suggerire la presenza di un frate ai piedi del Cristo.
L'abside centrale della chiesa di San Francesco a Gubbio è decorata da affreschi tardo duecenteschi i cui autori sembrano essere stati influenzati dalle scene dell'Antico e del Nuovo Testamento che si snodano sulle pareti alte della Basilica superiore di Assisi; mentre nell'abside destra, dedicata a San Francesco, un breve ciclo mostra episodi della sua vita ed è riferibile allo stesso Maestro Espressionista di Santa Chiara. Degna di nota la tavola con la Madonna in Maestà, conservata al Museo Diocesano e proveniente dalla Pieve di Agnano, opera firmata da Mello da Gubbio, seguace locale del senese Pietro Lorenzetti.
La cultura figurativa umbra, dunque, tra la fine Duecento e i primi decenni del Trecento costituisce uno dei filoni più originali della pittura di derivazione giottesca e svolge un ruolo trainante anche per i territori limitrofi di Lazio e Abruzzo. LAZIO La funzione svolta da Roma nella formazione di Giotto, che vi si recò due o forse tre volte, fu senza dubbio fondamentale.
Nell'Urbe il maestro, oltre ad entrare in contatto con gli artisti più importanti del suo tempo, da Arnolfo di Cambio a Pietro Cavallini a Jacopo Torriti, che là operavano, poté vedere e studiare con ampiezza i monumenti, le sculture e le pitture dell'antichità classica che facevano – e fanno tuttora – della città uno straordinario museo a cielo aperto della cultura antica. Da un documento sappiamo che egli, intorno al 1310-1312, abitò in una casa presso la Torre dei Conti, non distante dal Colosseo.
Fu soprattutto la Basilica di San Pietro in Vaticano a essere il luogo destinato ad accogliere le opere di Giotto, commissionate dal cardinale Jacopo Stefaneschi, esponente di un'importante famiglia di

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