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dipinta per la chiesa di San Francesco (oggi Tempio
Malatestiano). La croce riminese fornì un modello autorevole per diversi
esemplari della stessa tipologia presenti nel territorio marchigiano,
quali quelle di San Lorenzo di Talamello, di San Francesco di Mercatello
sul Metauro, quest'ultima firmata da Giovanni da Rimini e quella di
San Francesco a Sassoferrato, variamente riferita allo stesso Giovanni
o al fratello Giuliano. A loro si assegnano, alternativamente, anche
gli affreschi del San Marco a Jesi e della chiesa francescana di Fermo.
Appare più delineato, al contrario, il profilo di Pietro da Rimini,
già per il solo fatto di essere stato riconosciuto quale protagonista
dell'impresa pittorica cardine della regione, ovverosia il Cappellone
di San Nicola a Tolentino (1325-1347) raffigurante un Ciclo cristologico
e Storie di San Nicola da Tolentino, oltre che per l'autografa croce
di Urbania. Da questo fondamentale complesso figurativo ha origine una
matrice pittorica locale alla quale si lega anche il cosiddetto Maestro
dell'Incoronazione di Urbino che trae il suo nome da un polittico della
Galleria Nazionale delle Marche, raffigurante appunto un'Incoronazione
della Vergine; questo artista condivide con il Maestro di Sant'Emiliano
(cosiddetto dall'affresco proveniente dall'omonima badia e attualmente
conservato presso la Pinacoteca civica e Museo degli Arazzi di Fabriano),
sino alla possibile identificazione tra i due, suggestioni provenienti
dalla cultura artistica dell'Umbria meridionale e una rilettura in chiave
plastico volumetrica della pittura riminese di prima generazione. Personalità
singolare del panorama figurativo marchigiano è il Maestro di Campodonico,
attivo intorno alla metà del quinto decennio del Trecento, i cui affreschi,
in origine nella chiesa abbaziale di San Biagio in Caprile a Campodonico,
presso Fabriano, si trovano oggi nella Galleria Nazionale delle Marche
di Urbino e mostrano un eccentrico linguaggio di derivazione giottesca.
A questi maestri anonimi, sia aggiungono molti nomi di artisti ricordati
da documenti fabrianesi e soprattutto da opere disseminate sul territorio
fra i quali spiccano, per l'incidenza della loro vicenda artistica,
Allegretto Nuzi e Francescuccio Ghissi.
Il primo rientra a Fabriano
verso la metà del Trecento dopo un soggiorno fiorentino e, nonostante
la brevità della trasferta, assorbe a tal punto il giottismo dei seguaci
fiorentini del maestro, da trasformarlo in una componente fondamentale
del suo linguaggio stilistico. Sue opere si trovano a Fabriano, nella
Pinacoteca Civica "Bruno Molajoli", e nella cattedrale di San Venanzio,
dove realizza Storie di San Lorenzo e altri dipinti votivi.
Francescuccio
Ghissi, pittore più debole rispetto ad Allegretto, è stato descritto
dalla critica come suo aiuto, non sempre di grande efficacia. I dati
che ne documentano l'esistenza sono abbastanza cospicui a partire da
una testimonianza che lo dà a Perugia nel 1389, insieme a tre firme
apposte in altrettante opere aventi come soggetto iconografico la Madonna
dell'Umiltà. Nel coro della chiesa di San Francesco a Matelica si conservano
scarni lacerti di affreschi con Storie di San Francesco, in particolare
gli episodi del Dono del mantello al povero e del Sogno di Innocenzo
III. Il ciclo giottesco di Assisi costituisce con tutta evidenza il
modello cui l'ignoto pittore di Matelica dovette guardare come riferimento
fondamentale per la propria opera. A Offida è attivo il Maestro che
da questa cittadina prende nome; qui, nella chiesa inferiore di Santa
Maria della Rocca il pittore esegue importanti affreschi e conquista
un ruolo di punta nello sviluppo della cultura figurativa di matrice
giottesca in territorio piceno, espandendo la sua attività anche verso
sud, lungo la costa adriatica. Nella seconda metà del Trecento, infine,
la produzione artistica marchigiana si aprirà ad un aggiornamento sul
Gotico internazionale, che avrà il suo più illustre esponente in Gentile
da Fabriano.
UMBRIA La cultura figurativa dell'Umbria è profondamente
segnata dal grande cantiere della Basilica di San Francesco di Assisi;
ad esso infatti, si lega il problema degli esordi di Giotto. Qui la
sua presenza è ricordata da fonti antiche quali la Compilatio Chronologica
di Riccobaldo Ferrarese (1312-1313 ca) e i Commentarii del Ghiberti
(1450ca), ma fu Vasari, il primo, ad assegnargli nella seconda edizione
delle Vite (1568) la paternità delle Storie francescane, che sarebbero
state realizzate dal pittore nel corso del generalato di fra' Giovanni
Mincio da Morrovalle (1296-1304).
Dopo i
soggiorni a Roma, Rimini e Padova, tra il 1307 e il 1309 Giotto è di
nuovo ingaggiato dall'Ordine francescano, questa volta insieme a un
cospicuo numero di collaboratori, per sovrintendere ai lavori
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della Basilica
inferiore.
Entro l'ultimo decennio del Duecento e il primo del Trecento
dovettero essere affrescate la cappella di San Nicola e quella della
Maddalena, mentre più tardi sembrano la volta d'incrocio con le Allegorie
delle Virtù francescane e i cicli dell'Infanzia di Cristo e dei Miracoli
post-mortem di San Francesco che ricoprono il transetto destro.
Qui sono stati individuati alcuni collaboratori del maestro, che a causa
del loro anonimato, sono denominati, a seconda delle varie ipotesi critiche,
Maestro della Cappella di San Nicola, Maestro delle Vele e il cosiddetto
Parente di Giotto.
Uno dei più moderni seguaci di Giotto è l'assisiate
Puccio Capanna, il quale insieme

Crocifissione
ai fiorentini Stefano, Maso e Giottino, sembra anticipare valori
formali preumanistici. Sue opere sono presenti anche nella Basilica
di Santa Chiara, nella Cappella di San Giorgio; essa ospita, oltre al
miracoloso Crocifisso di San Damiano che secondo la leggenda parlò a
San Francesco, altri affreschi attribuiti a pittori senesi, forse seguaci
di Pietro Lorenzetti attivo nel transetto sinistro della Basilica inferiore
di Assisi.
Tra i seguaci umbri, caratterizzati da un linguaggio figurativo più
intenso ed espressivo, ci sono il Maestro di Figline (o Maestro della
Pietà Fogg), l'Espressionista di Santa Chiara (così denominato dagli
affreschi del transetto destro della Basilica assisiate di Santa Chiara,
e identificato con Palmerino di Guido) e il Maestro del Farneto. Questi
ultimi due sono stati pure rintracciati nel programma decorativo della
Sala dei Notari nel Palazzo dei Priori a Perugia, programma in parte
legato alla pittura protogiottesca di Assisi.
Il capoluogo umbro, già fortemente connotato dall'attività di Nicola
e Giovanni Pisano, che vi realizzarono la Fontana Maggiore fra il 1275
e il 1278, e di Arnolfo di Cambio, che scolpì nel 1281 la Fontana Minore
(i cui frammenti superstiti sono conservati nella Galleria Nazionale
dell'Umbria), a partire dal secondo decennio del Trecento vira verso
una cultura figurativa di stampo senese con l'arrivo nel 1319 di Meo
da Siena, il quale influirà pure sulla produzione miniatoria.
A Montefalco, nel Museo Comunale di San Francesco, si può ammirare
la Croce dipinta, capolavoro del Maestro Espressionista di Santa
Chiara del quale si rintraccia un altro Crocifisso presso la chiesa
di Sant'Andrea Apostolo a Spello, forse commissionata dall'Ordine
francescano come sembra suggerire la presenza di un frate ai piedi
del Cristo.
L'abside centrale della chiesa di San Francesco a Gubbio è decorata da affreschi
tardo duecenteschi i cui autori sembrano essere stati influenzati dalle
scene dell'Antico e del Nuovo Testamento che si snodano sulle pareti
alte della Basilica superiore di Assisi; mentre nell'abside destra,
dedicata a San Francesco, un breve ciclo mostra episodi della sua vita
ed è riferibile allo stesso Maestro Espressionista di Santa Chiara.
Degna di nota la tavola con la Madonna in Maestà, conservata al Museo
Diocesano e proveniente dalla Pieve di Agnano, opera firmata da Mello
da Gubbio, seguace locale del senese Pietro Lorenzetti.
La cultura figurativa umbra, dunque, tra la fine Duecento e i primi
decenni del Trecento costituisce uno dei filoni più originali della
pittura di derivazione giottesca e svolge un ruolo trainante anche per
i territori limitrofi di Lazio e Abruzzo. LAZIO La funzione svolta da
Roma nella formazione di Giotto, che vi si recò due o forse tre volte,
fu senza dubbio fondamentale.
Nell'Urbe il maestro, oltre ad entrare in contatto con gli artisti più
importanti del suo tempo, da Arnolfo di Cambio a Pietro Cavallini a
Jacopo Torriti, che là operavano, poté vedere e studiare con ampiezza
i monumenti, le sculture e le pitture dell'antichità classica che facevano
– e fanno tuttora – della città uno straordinario museo a cielo aperto
della cultura antica. Da un documento sappiamo che egli, intorno al
1310-1312, abitò in una casa presso la Torre dei Conti, non distante
dal Colosseo.
Fu soprattutto la Basilica di San Pietro in Vaticano a essere il luogo
destinato ad accogliere le opere di Giotto, commissionate dal cardinale
Jacopo Stefaneschi, esponente di un'importante famiglia di
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