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IL TESTAMENTO BIOLOGICO
 
di Alberto Virgilio
La cittadina del Basso Materano
di Aldo Viviano

La discussione tra le forze politiche sul progetto di disciplinare con legge il trattamento sanitario da adottare per i pazienti affetti da infermità gravi e irreversibili, dimostra quanto sia delicato e complesso questo argomento, il quale comporta spunti di riflessioni di carattere giuridico, religioso, umano e sociale.
La opportunità di agire in questa materia con la massima cautela è stata infatti avvertita da alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti di maggiore consistenza, con la richiesta di un congruo rinvio del dibattito al fine di contemperare le diverse concezioni che sono state al riguardo enunciate, anche in sedi diverse dalle assemblee legislative.
Il cosiddetto testamento biologico si propone di predisporre un orientamento uniforme per tutti i casi di malattie senza speranza di guarigione e neppure di miglioramento, attribuendo in tali situazioni efficacia decisiva alla volontà degli stessi infermi, ovvero - in loro vece (qualora non siano in condizioni di manifestarla) – alla volontà degli stretti congiunti e d'accordo con i medici curanti.
Ma sotto tale profilo non mancano difficoltà e perplessità.
Esse riguardano anzitutto la verifica circa l'autenticità delle dichiarazioni rese dai pazienti, anche in periodo anteriore all'insorgere della malattia, nonché la valutazione della loro consapevolezza di esprimere la definitiva volontà in un certo senso, rendendosi adeguatamente conto delle relative conseguenze.
Anche se le dichiarazioni risultino in forma scritta e sicuramente autentica, sorge comunque il problema di verificare se esse corrispondano alle situazioni di fatto, dal punto di vista patologico, a quelle previste e indicate dai pazienti.
Un tale delicatissimo giudizio non può che essere affidato alla sapienza e alla coscienza dei sanitari, ai quali incombe inoltre il dovere professionale di stabilire se la malattia non consenta nessuna speranza di vita e se le sofferenze dell'infermo siano destinate a persistere nel tempo, con la conseguenza di procrastinarle in una vita unicamente vegetativa mediante quegli strumenti di terapia noti con l'espressione "accanimento terapeutico".
In siffatte condizioni, interrompere ogni cura può essere la soluzione migliore per sottrarre "pietatis causa" l'infermo ad ulteriori inutili sofferenze.
A tale conclusione si perviene sulla base dell'asserita esistenza, in taluni gravi casi, del diritto a morire, di cui ogni individuo viene considerato titolare nelle forme previste dall'ordinamento giuridico.
A questa impostazione del tema si contrappone il principio secondo cui la vita è un dono di Dio, sottratto come tale alla disponibilità dell'uomo in qualsiasi condizioni si trovi. Il contemperamento tra queste diverse esigenze non è facile, per cui è auspicabile che un tema tanto delicato venga discusso non soltanto nell'ambito puramente scientifico, ma tenendo conto anche in sede politica di tutte le opinioni che siano fondate su argomenti umani, religiosi, etici e sociali. Una disciplina di carattere giuridico dovrebbe essere perciò rivolta a stabilire con grande rigore i casi estremi in cui sia consentito legalmente e moralmente il ricorso alla sospensione di ogni cura, senza tuttavia aprire l'adito alla vera e propria eutanasia.
Come è noto, questa consiste nel provocare la morte dell'infermo , mediante azione od omissione, al solo scopo di troncare la sua esistenza, ma senza tutte le condizioni sopra esposte che valgano a a giustificare umanamente e pietosamente un tale intervento, anche se effettuato per ottemperare alla volontà dell'infermo.
Per ottenere un tale risultato il Parlamento deve muoversi con grande ponderazione, al fine di sottrarre alle iniziative individuali la decisione di agire in un modo o nell'altro nelle situazioni che comportino responsabilità di ogni genere.
Di fronte a un problema di tale estrema delicatezza, bisogna confidare soprattutto nella professionalità, nello scrupolo e nel senso umanitario dei medici curanti, i quali sono i soli in grado di suggerire ai familiari le soluzioni più aderenti ai casi concreti, che possono presentare di volta in volta aspetti diversi e imprevedibili in linea di massima con il solo supporto di una normativa applicabile a tutti i casi.
Ora il dibattito è ancora aperto perché non è stato approvato un provvedimento definitivo, per cui è auspicabile che di tutti gli aspetti avanti elencati la saggezza del legislatore tenga il dovuto conto.

Il riferimento a quanto riportato da QdB di sabato 28 marzo u.s. a pag.36 sulla cittadina del Basso Materano, sembra opportuna una riflessione. La speranza che fiorisce dal sepolcro del Risorto diventa in chi crede novità di vita, luce che illumina l'orizzonte esistenziale.
In questo tempo particolarmente carico di sfide e possibilità l'uomo è chiamato ad essere testimone credibile per porre segni di umanità "risorta" nell'amore. L'annuncio pasquale è fonte di stupore e di consolazione. Trasforma i giorni in esperienze di vita... Il potere del male e del peccato nel cuore dell'uomo è innegabile.
Mistero di iniquità dinanzi al Crocifisso. Il misticismo della crocifissione favorito in questi giorni dal ricorrente periodo primaverile aggiunge al simbolo cosmico naturale del trapasso di stagione la tensione dell'uomo di oggi animato da segni, sogni, irrequietezze. Per la grande consegna storica teologica di cui è carico e per l'accresciuto bisogno di riforma del singolo come della società, ha la capacità di far rivivere quasi in una contemplazione superiore i significati sotterranei del tessuto antropologico.
Sembra che chieda al residuo buon senso il perché del male in prevaricazione del bene, dell'odio in cambio di amore. Risuonano sempre lancinanti, intrisi di patos e tenerezza-scultoree, le parole dell'Uomo della croce: lo spirito è pronto, ma la carne è debole / portate gli uni i pesi degli altri / mi hai ridotto nella polvere della morte / un branco di maligni mi ha assediato / spogliatevi dell'uomo vecchio e rivestitevi del nuovo / quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me / se il grano di frumento caduto in terra non muore, rimane solo, se muore produce molto frutto. Il crocifisso è una delle rappresentazioni più ostiche per i distratti della vita, perché rifiuta annotazioni e divagazioni.
L'Uomo chiama l'uomo ancora gocciolante di quel sangue di morte, sollecita la tiepida risposta al sacrificio del Calvario che tuttora irrompe nella pletora asfittica dei documenti cartacei della coscienza cultural-popolare. Il suo sacrificio resta la pietra angolare dell'umanità messa alla prova dell'autenticità dei sentimenti.
Ė spinta segreta che ispira al mistero della grandezza di creazione e riscatto del male. L'uomo rimane lo stesso dinanzi a Dio, quello della prima ora. Ė pervaso nei recessi della coscienza dall'obbligo di abbandonare la finzione, a piegarsi in presenza del simbolo, è indotto ad avviare finalmente un timido confronto lungo la tersa strada dello spirito.
Non può più disegnare l'esistenza per poi negarla, né frantumare la vita dopo averla concepita. Ora che la fede affiora fragile o smarrita nella ripetitività del tempo, la passione comunitaria della gente dovrebbe avvertire meglio l'urgenza applicativa dei valori della verità essenziale. Sarebbe un felice auspicato ritorno alla luce ridotta a fuoco fatuo, al fine di darle la ragion d'essere, anzi aumentarne l'intensità. Oggi come oggi urge puntare sulla spiritualità per il proprio sviluppo di persona. La risorgente primavera dopo il lungo faticoso inverno dell'intera stagione è opportunità per visitare i luoghi dell'anima ed ammirare in una nuova luce le feconde suggestioni di un animo sereno che va incontro ai beni del cuore ... Nella vita si corre troppo, talvolta occorre fermarsi e pensare. La trascorriamo continuamente a correre. Corriamo per rinnovare il guardaroba, per sostituire l'automobile ancora in buono stato, per comperare il superfluo, comodità forse di cui si potrebbe fare a meno. Corriamo per cambiare il divano di stoffa in pelle, per diventare proprietari di secondi acquisti. Non ci rendiamo conto però che buona parte dell'esistenza la lasciamo nella corsa, facendoci sfuggire momenti di vera felicità, di pace, di allegria composta e ponderata, di soddisfazione per il traguardo raggiunto in ogni condizione.
Forse solo quando sarà troppo tardi ci renderemo conto di aver corso più del conveniente, direi senza risultati apprezzabili, perché quando arriverà l'ora del tramonto si partirà probabilmente a mani vuote. Non è questo un invito a fermarsi o a riposare, ad essere rinunciatari. Ė soltanto una finestra aperta per guardare fuori di "casa" con occhio sereno, vigile, attento alla scena degli attori sul palco della vita. Non un "riposo" quietista di chi vive separato da uomini e cose: della natura e società, della famiglia siamo fruitori, cittadini, membri integranti. Sta qui l'autentica cultura dell'uomo, se si occupa per migliorare il restauro interiore, riscoprendo possibilità nuove di intervento sulla qualità delle azioni, delle iniziative, delle manifestazioni del pensiero, nel concreto organico delle presenze sociali. Siamo stati forse irretiti dal pantano delle fedi laiche secolari, da ospiti o fantasmi orpellati, dal nichilismo che non approda a nulla.
Ritorniamo all'ottimismo cristiano, diamo una risposta alle domande che postulano i valori della vita. Non smarriamo la sacralità dell'esistenza che portiamo, ahinoi, in ambiti ristretti, impotenti o in rassegnate deleghe a strumenti inadeguati. La stessa scienza dovrebbe inchinarsi al soprannaturale, di cui tace nella ricerca noetica o nell'analisi dei corpi, dove spesse volte fallisce. Il crocifisso supera la concezione materialistica del dolore e della morte, perché l'Autore ha interrotto il cammino di mortalità della cultura greco-romana, ed annuncia dall'alto del patibolo, al condannato moribondo alla sua destra: "oggi sari con me in paradiso".

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