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La discussione tra le forze
politiche sul progetto di disciplinare con legge il trattamento sanitario
da adottare per i pazienti affetti da infermità gravi e irreversibili,
dimostra quanto sia delicato e complesso questo argomento, il quale
comporta spunti di riflessioni di carattere giuridico, religioso, umano
e sociale.
La opportunità di agire in questa materia con la massima cautela è stata
infatti avvertita da alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti
di maggiore consistenza, con la richiesta di un congruo rinvio del dibattito
al fine di contemperare le diverse concezioni che sono state al riguardo
enunciate, anche in sedi diverse dalle assemblee legislative.
Il cosiddetto testamento biologico si propone di predisporre un orientamento
uniforme per tutti i casi di malattie senza speranza di guarigione e
neppure di miglioramento, attribuendo in tali situazioni efficacia decisiva
alla volontà degli stessi infermi, ovvero - in loro vece (qualora non
siano in condizioni di manifestarla) – alla volontà degli stretti congiunti
e d'accordo con i medici curanti.
Ma sotto tale profilo non mancano difficoltà e perplessità.
Esse riguardano anzitutto la verifica circa l'autenticità delle dichiarazioni
rese dai pazienti, anche in periodo anteriore all'insorgere della malattia,
nonché la valutazione della loro consapevolezza di esprimere la definitiva
volontà in un certo senso, rendendosi adeguatamente conto delle relative
conseguenze.
Anche se le dichiarazioni risultino in forma scritta e sicuramente autentica,
sorge comunque il problema di verificare se esse corrispondano alle
situazioni di fatto, dal punto di vista patologico, a quelle previste
e indicate dai pazienti.
Un tale delicatissimo giudizio non può che essere affidato alla sapienza
e alla coscienza dei sanitari, ai quali incombe inoltre il dovere professionale
di stabilire se la malattia non consenta nessuna speranza di vita e
se le sofferenze dell'infermo siano destinate a persistere nel tempo,
con la conseguenza di procrastinarle in una vita unicamente vegetativa
mediante quegli strumenti di terapia noti con l'espressione "accanimento
terapeutico".
In siffatte condizioni, interrompere ogni cura può essere la
soluzione migliore per sottrarre "pietatis causa" l'infermo ad ulteriori inutili
sofferenze.
A tale conclusione si perviene sulla base dell'asserita esistenza, in
taluni gravi casi, del diritto a morire, di cui ogni individuo viene
considerato titolare nelle forme previste dall'ordinamento giuridico.
A questa impostazione del tema si contrappone il principio secondo cui
la vita è un dono di Dio, sottratto come tale alla disponibilità dell'uomo
in qualsiasi condizioni si trovi. Il contemperamento tra queste diverse
esigenze non è facile, per cui è auspicabile che un tema tanto delicato
venga discusso non soltanto nell'ambito puramente scientifico, ma tenendo
conto anche in sede politica di tutte le opinioni che siano fondate
su argomenti umani, religiosi, etici e sociali. Una disciplina di carattere
giuridico dovrebbe essere perciò rivolta a stabilire con grande rigore
i casi estremi in cui sia consentito legalmente e moralmente il ricorso
alla sospensione di ogni cura, senza tuttavia aprire l'adito alla vera
e propria eutanasia.
Come è noto, questa consiste nel provocare la morte dell'infermo , mediante
azione od omissione, al solo scopo di troncare la sua esistenza, ma
senza tutte le condizioni sopra esposte che valgano a a giustificare
umanamente e pietosamente un tale intervento, anche se effettuato per
ottemperare alla volontà dell'infermo.
Per ottenere un tale risultato il Parlamento deve muoversi con grande
ponderazione, al fine di sottrarre alle iniziative individuali la decisione
di agire in un modo o nell'altro nelle situazioni che comportino responsabilità
di ogni genere.
Di fronte a un problema di tale estrema delicatezza, bisogna confidare
soprattutto nella professionalità, nello scrupolo e nel senso umanitario
dei medici curanti, i quali sono i soli in grado di suggerire ai familiari
le soluzioni più aderenti ai casi concreti, che possono presentare di
volta in volta aspetti diversi e imprevedibili in linea di massima con
il solo supporto di una normativa applicabile a tutti i casi.
Ora il dibattito è ancora aperto perché non è stato approvato un provvedimento
definitivo, per cui è auspicabile che di tutti gli aspetti avanti elencati
la saggezza del legislatore tenga il dovuto conto.
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Il riferimento a quanto riportato da QdB di sabato
28 marzo u.s. a pag.36 sulla cittadina del Basso Materano, sembra opportuna
una riflessione. La speranza che fiorisce dal sepolcro del Risorto diventa
in chi crede novità di vita, luce che illumina l'orizzonte esistenziale.
In questo tempo particolarmente carico di sfide e possibilità l'uomo
è chiamato ad essere testimone credibile per porre segni di umanità
"risorta" nell'amore. L'annuncio pasquale è fonte di stupore e di consolazione.
Trasforma i giorni in esperienze di vita... Il potere del male e del
peccato nel cuore dell'uomo è innegabile.
Mistero di iniquità dinanzi al Crocifisso. Il misticismo della crocifissione
favorito in questi giorni dal ricorrente periodo primaverile aggiunge
al simbolo cosmico naturale del trapasso di stagione la tensione dell'uomo
di oggi animato da segni, sogni, irrequietezze. Per la grande consegna
storica teologica di cui è carico e per l'accresciuto bisogno di riforma
del singolo come della società, ha la capacità di far rivivere quasi
in una contemplazione superiore i significati sotterranei del tessuto
antropologico.
Sembra che chieda al residuo buon senso il perché del male in prevaricazione
del bene, dell'odio in cambio di amore. Risuonano sempre lancinanti,
intrisi di patos e tenerezza-scultoree, le parole dell'Uomo della croce:
lo spirito è pronto, ma la carne è debole / portate gli uni i pesi degli
altri / mi hai ridotto nella polvere della morte / un branco di maligni
mi ha assediato / spogliatevi dell'uomo vecchio e rivestitevi del nuovo
/ quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me / se il grano di
frumento caduto in terra non muore, rimane solo, se muore produce molto
frutto. Il crocifisso è una delle rappresentazioni più ostiche per i
distratti della vita, perché rifiuta annotazioni e divagazioni.
L'Uomo chiama l'uomo ancora gocciolante di quel sangue di morte, sollecita
la tiepida risposta al sacrificio del Calvario che tuttora irrompe nella
pletora asfittica dei documenti cartacei della coscienza cultural-popolare.
Il suo sacrificio resta la pietra angolare dell'umanità messa alla prova
dell'autenticità dei sentimenti.
Ė spinta segreta che ispira al mistero
della grandezza di creazione e riscatto del male. L'uomo rimane lo stesso
dinanzi a Dio, quello della prima ora. Ė pervaso nei recessi della coscienza
dall'obbligo di abbandonare la finzione, a piegarsi in presenza del
simbolo, è indotto ad avviare finalmente un timido confronto lungo la
tersa strada dello spirito.
Non può più disegnare l'esistenza per poi negarla, né frantumare la
vita dopo averla concepita. Ora che la fede affiora fragile o smarrita
nella ripetitività del tempo, la passione comunitaria della gente dovrebbe
avvertire meglio l'urgenza applicativa dei valori della verità essenziale.
Sarebbe un felice auspicato ritorno alla luce ridotta a fuoco fatuo,
al fine di darle la ragion d'essere, anzi aumentarne l'intensità. Oggi
come oggi urge puntare sulla spiritualità per il proprio sviluppo di
persona. La risorgente primavera dopo il lungo faticoso inverno dell'intera
stagione è opportunità per visitare i luoghi dell'anima ed ammirare
in una nuova luce le feconde suggestioni di un animo sereno che va incontro
ai beni del cuore ... Nella vita si corre troppo, talvolta occorre fermarsi
e pensare. La trascorriamo continuamente a correre. Corriamo per rinnovare
il guardaroba, per sostituire l'automobile ancora in buono stato, per
comperare il superfluo, comodità forse di cui si potrebbe fare a meno.
Corriamo per cambiare il divano di stoffa in pelle, per diventare proprietari
di secondi acquisti. Non ci rendiamo conto però che buona parte dell'esistenza
la lasciamo nella corsa, facendoci sfuggire momenti di vera felicità,
di pace, di allegria composta e ponderata, di soddisfazione per il traguardo
raggiunto in ogni condizione.
Forse solo quando sarà troppo tardi ci renderemo conto di aver corso
più del conveniente, direi senza risultati apprezzabili, perché quando
arriverà l'ora del tramonto si partirà probabilmente a mani vuote. Non
è questo un invito a fermarsi o a riposare, ad essere rinunciatari.
Ė soltanto una finestra aperta per guardare fuori di "casa" con occhio
sereno, vigile, attento alla scena degli attori sul palco della vita.
Non un "riposo" quietista di chi vive separato da uomini e cose: della
natura e società, della famiglia siamo fruitori, cittadini, membri integranti.
Sta qui l'autentica cultura dell'uomo, se si occupa per migliorare il
restauro interiore, riscoprendo possibilità nuove di intervento sulla
qualità delle azioni, delle iniziative, delle manifestazioni del pensiero,
nel concreto organico delle presenze sociali. Siamo stati forse irretiti
dal pantano delle fedi laiche secolari, da ospiti o fantasmi orpellati,
dal nichilismo che non approda a nulla.
Ritorniamo all'ottimismo cristiano, diamo una risposta alle domande
che postulano i valori della vita. Non smarriamo la sacralità dell'esistenza
che portiamo, ahinoi, in ambiti ristretti, impotenti o in rassegnate
deleghe a strumenti inadeguati. La stessa scienza dovrebbe inchinarsi
al soprannaturale, di cui tace nella ricerca noetica o nell'analisi
dei corpi, dove spesse volte fallisce. Il crocifisso supera la concezione
materialistica del dolore e della morte, perché l'Autore ha interrotto
il cammino di mortalità della cultura greco-romana, ed annuncia dall'alto
del patibolo, al condannato moribondo alla sua destra: "oggi sari con
me in paradiso".
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